1914-2014: l’età delle guerre mondiali. La nuova minaccia totalitaria

La storia è imprevedibile, e spesso scomoda.  L’anno in cui dovevamo soffermarci a riflettere sul significato profondo del centenario della catastrofe del 1914 è stato uno degli anni più densi di conflitti e di tragedie dalla fine della seconda guerra mondiale.  Come se fossero parte di un disperato invito alla vigilanza, alla difesa di conquiste che ritenevamo irreversibili e perciò scontate, si sono succeduti, alternati e intrecciati tanti scenari di guerra, attuali e potenziali, di diversa natura e dalle diverse cause.  Il monito da far nostro è che in questa età della globalizzazione non si può non andare avanti, se non si vuole andare indietro.  Sapremo imboccare con coraggio una stretta strada che ci conduca alla costruzione di una civilità planetaria, alla condivisione di regole comuni a tutte le nazioni e a tutte le culture, per un governo del mondo su scala globale?  Oppure verremo risucchiati in un’interminabile età di guerra, con antiche e nuove barbarie mescolate in un mosaico agghiacciante?  E, fra queste regole comuni, si ergono il rispetto e lo sviluppo dei diritti umani, tragicamente calpestati nell’anno di guerra 2014.
Nei primi mesi dell’anno il fronte più caldo del mondo appariva quello dell’Asia orientale, tanto da far porre la domanda se le molte tensioni intercorrenti fra i molti attori operanti sulla scena non potessero deragliare in un conflitto aperto, innescato forse da un singolo evento di importanza apparentemente minore, come a Sarajevo nel 1914.  xi jinping-shinzo abeIl fatto è, che per l’Asia orientale, il dopoguerra non è ancora finito e la riconciliazione fra Cina e Corea del Sud da un lato e il Giappone dall’altro non è avvenuta.  Ciò provoca ancora ondate di nazionalismo popolare che, in un certo senso, scavalcano i governi stessi e li spingono verso politiche nazionaliste ancora più rigide.  Le tensioni sono continuate per tutto l’anno, hanno coinvolto altri attori come il Vietnam e sono state accompagnate dalle intermittenti provocazioni dell’incognita nord-coreana.  Però i canali diplomatici restano aperti, come mostra la stretta di mano (per quanto fredda) fra i due contendenti maggiori – il giapponese Shinzo Abe e il cinese Xi Jinping – e l’attivismo internazionale di quest’ultimo.  Egli ha fra l’altro visitato il premier neoeletto dell’India, il nazionalista Narendra Modi, alla ricerca di nuove forme di cooperazione fra due potenze che nell’età della guerra fredda non si sono certo amate (e, talvolta, si sono apertamente scontrate).     I canali diplomatici restano aperti – nonostante un gioco di sanzioni e di controsanzioni – anche in un altro focolaio di crisi all’estremità opposta del continente eurasiatico: in Ucraina e nelle coste del Mar Nero. Qui il conflitto dei nostri giorni rievoca non la situazione posteriore al 1945, ma quella antecedente al 1914: l’età in cui i grandi imperi del mondo andavano in cerca di qualunque situazione potesse legittimare le loro ambizioni espansive, in genere a spese di popoli, nazioni o etnie al momento più deboli, con o senza l’accordo delle altre potenze egemoni.  E l’impero russo era pronto a cercare e a sfruttare tali situazioni, a partire del settecento, quando già aveva considerato l’odierna Ucraina un suo fronte designato di espansione, a spese sia dell’Impero Ottomano che della Polonia.

Tsar PutinIl carattere imperiale della Russia è sopravvissuto alla fine degli zar, trovando una nuova incarnazione nello stalinismo.  Così la questione delle “frontiere occidentali sicure” per l’Unione Sovietica è stata affrontata con successo, secondo la visione del Cremlino, sia nel 1939 che nel 1945:  agli inizi come alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 1939 Stalin non esitò ad accordarsi con Hitler per incorporarsi territori già appartenuti all’impero zarista: Polonia orientale, Lituania, Lettonia, Estonia, Bessarabia (attuale Moldova).  E, nel 1945, mantenne tutte queste conquiste – con ulteriori correzioni a suo favore – quasi legittimato da una pretesa morale, date le enormi devastazioni e le enormi perdite che l’Unione Sovietica dovette sopportare nella guerra antinazista.  Anche se ridotta rispetto alla disciolta Unione Sovietica, e di forma istituzionale repubblicana, ai nostri giorni la Russia autoritaria di Putin mantiene molte caratteristiche dell’impero multinazionale russo dell’età moderna, favorito in ciò dalle sue modalità storiche di espansione: dall’inglobamento coloniale di tanti piccoli popoli territorialmente contigui rispetto al cuore dell’impero, per i quali non si è mai posto – a livello centrale – il problema di un’eventuale decolonizzazione.  E fra le maggiori continuità con l’impero zarista e con l’Unione Sovietica sta l’ipersensibilità russa per la questione delle sue frontiere occidentali. Proprio perché il territorio “imperiale” si è ritirato dopo la svolta del 1989, il distacco politico dell’Ucraina viene percepito con sentimenti di inscurezza da parte dei nazionalisti russi, che oggi prevalgono nel regime e a livello popolare.   D’altra parte, è proprio la scomoda eredità sovietica ad allontanare dalla Russia buona parte dell’opinione pubblica ucraina: per loro restano imperdonabili i milioni di morti conseguenti alla carestia provocata ad arte dal regime staliniano negli anni trenta del novecento (holodomor).

Islamic StateNegli ultimi mesi passi progressi effettivi non hanno avuto luogo, nell’appianare le divergenze in questa “nuova guerra fredda”.  Ma, come del resto nelle fasi anche più acute della guerra fredda, è prevalsa la volontà di mantenere la contesa a livello diplomatico.  La necessità di scongiurare una nuova Sarajevo è per ora attentamente presidiata.                Proprio perché in un mondo così pieno di tensioni e di confliti dell’inizio l’occidente tende a ragionare inevitabilmente – e, diremmo, fortunatamente – per via politica e diplomatica, esso si è trovato spiazzato nei confronti di un avversario di nuovo tipo: un avversario che fa della violenza la sua parola d’ordine esibita ed esasperata, che è ideologicamente contrario a ogni idea di politica e di diplomazia, che proclama un conflitto da lui unilateralmente definito intenzionalmente come un conflitto di religioni.  Da parte nostra è meglio definirlo: un conflitto fra un tentativo di negazione di tutte le forme concrete delle culture del mondo (dato le inclinazioni intimamente distruttive di questo nuovo avversario) e il rispetto e la valorizzazione di queste culture.                                                                  La  voce di Edgar Morin è continuata a risuonare alta, in questi decenni: vigilare perché una terza forma di totalitarismo poteva nascere, dopo la sconfitta del nazismo e la dissoluzione dello stalinismo.  Adesso è nata, e ci ha dichiarato guerra.  La definiremo jihadista, almeno in via provvisoria, dato che fa della guerra e della violenza la sua prima ragione d’essere.  Evitiamo di aggiungere l’aggettivo islamista, per non passare indebitamente dalla parte al tutto, dall’ideologia estremista di una minoranza a una religione di portata mondiale che permane a tutt’oggi diversificata.  Però la nostra scelta terminologica non ci esime, a tempo debito, di porci la scomoda domanda: “che cosa ha a che fare l’islam con tutto ciò?”.  Su questa domanda, non potremo non tornare.             Il dilagare delle bande ultra-integraliste nella Siria e nell’Iraq devastati dalla guerra civile, l’autoproclamazione di un sedicente stato islamico (IS) e poi di un califfato, l’aggressione al popolo curdo sono giunti come un fulmine a ciel sereno all’opinione pubblica occidentale.   Improvvisamente, ci siamo trovati dinanzi a una serie di crimini di Kobaneguerra che appaiono una sintesi di quanto di più efferato sia stato prodotto nell’ultimo secolo: genocidi; conversioni imposte con la violenza; rapimenti di donne e di bambini; reclutamento di “bambini guerrieri”; stragi di civili; decapitazioni a sangue freddo di giornalisti, di giuriste impegnate nella difesa dei diritti delle donne e di incolpevoli ostaggi occidentali; distruzioni di luoghi sacri e di altre inestimabili testimonianze del passato, in atti che sono stati definiti di “pulizia culturale” (e, direi anche, di “genocidio culturale”).  Forse il tratto più conturbante è che, da parte dell’IS, l’esecrata pratica della schiavitù non solo viene massicciamente praticata, ma viene esplicitamente teorizzata, nel 2014.  Dobbiamo tornare a qualche pagina oscura dei conquistadores spagnoli delle Americhe per trovare qualcosa di analogo, e forse nemmeno allora asserito così spudoratamente.  E, in ogni caso, nemmeno i conquistadores spagnoli sono arrivati a teorizzare la schiavitù sessuale delle donne, anche se episodicamente l’avranno certo praticata.                                                                                                                           Si è potuto osservare come la violenza nei territori occupati dall’IS sia di tipo ancora più estremo di quella terroristica praticata da al-Qaeda.  Al tempo di Osama Bin Laden e dell’11 settembre 2001 la violenza poteva apparire un mezzo per produrre un fine: la sollevazione islamica mondiale.  Oggi la violenza è ancor più fine a se stessa: produce la pulizia etnica (nel senso più forte del termine) di tutti coloro che non adottano il modo di vita violentemente imposto.  Soprattutto, l’IS ha un’attitudine ben più estremista di al-Qaeda nei confronti dello stesso mondo islamico.  Mentre al-Qaeda propugnava l’unità degli islamici e esibiva un certo rispetto per le loro diverse tradizioni, oggi l’ideologia del califfato proclama eretici – e quindi vittime designate – tutti gli islamici che non aderiscono alle loro visioni, e soprattutto gli sciiti, considerati “non islamici” alla pari di tutti i cristiani, ebrei, yazidi e di tutti gli appartenenti alle altre confessioni del mondo.                          Stare davanti a violenze di questo genere è quasi intollerabile.  La prima reazione, naturale, è quella di distogliere lo sguardo, di credere che non siano vere e come ultima istanza di appellarsi alla lontananza e all’arcaismo del contesto. Questo è avvenuto, a suo tempo, nel caso dei Taliban afghani.  Ma questo è avvenuto anche nel caso dei crimini nazisti e stalinisti compiuti nel cuore dell’Europa, la notizia dei quali filtrava da frammenti di narrazioni agli inizi valutati inverosimili.  La scoperta della vera portata dell’olocausto, nel 1945, e della sistematicità dei gulag, nel 1956, è stato un grave fattore di turbamento, ma anche di crescita della vigilanza democratica europea.  Oggi dobbiamo intraprendere operazioni analoghe, cercando di ragionare sui misfatti di un nemico che è molto diverso, e in alcune conseguenze può essere perfino peggiore del nazismo e dello stalinismo.           Da qui dobbiamo comunque partire: dall’esperienza di un’Europa che ha intrapreso con coraggio la lotta contro i due totalitarismi del ventesimo secolo e che oggi deve combattere con altrettanto coraggio contro il totalitarismo del nuovo secolo.  E’ inevitabile  chiederci in quali aspetti il nemico attuale differisca da quelli affrontati a suo tempo.  Scopriamo così come il nazismo e lo stalinismo abbiano messo in moto i loro apparati mortiferi grazie a una presa di potere delle istituzioni di stati molto importanti in Europa e nel mondo: la Germania e la Russia.  In entrambi i casi. l’obiettivo ultimo era di svuotare il potere dello stato e di asservirlo completamente al partito, di eliminare una caratteristica basilare dello stato moderno – decretare regole di sufficiente generalità perché siano condivisibili da tutti i cittadini – per renderlo espressione pura e semplice di una parte, di pochi nuovi dominatori.  L’obiettivo è stato perseguito sin dalla prima presa del potere, ma l’esistenza stessa di istituzioni preesistenti continuava a porre taluni vincoli e talune difficoltà ai leader totalitari.  Soprattutto, essi hanno dovuto prendere parte ai giochi diplomatici della politica internazionale, nonostante il loro intimo disprezzo per la politica e per la diplomazia.  Prima di essere travolto dalla sua irriducibile autodistruttività, Hilter era riuscito perfino a ingannare, negli anni trenta, buona parte dell’opinione pubblica occidentale e a farle credere, per un momento, di essere una valida difesa contro la minaccia bolscevica.  A Stalin andò ancor meglio: durante la guerra approfittò della situazione bellica, della diversità di carattere dei leader occidentali (Churchill e Roosevelt), dei difformi obiettivi politici di Gran Bretagna e Stati Uniti, per costruire un nuovo impero sovietico che sarebbe sopravvissuto alla sua morte.  Sia Hilter che Stalin aspiravano a un dominio del mondo, ma in parte per via mediata.  Il comportamento del califfato è tragicamente più diretto: l’ordine statuale è negato, gli ambiti della politica e della diplomazia sono giudicati blasfemi, la condizione permanente è una continua guerra di annientamento.                                             califfato                                                                   Per i loro misfatti, Hiltler e Stalin si sono basati su apparati statali forti, servendosi dell’atomizzazione prodotta dalle burocrazie moderne.  Hanno prodotto società corrose dalla banalità del male, secondo la memorabile analisi di Hannah Arendt.  Hanno fatto credere agli individui coinvolti di non sentirsi responsabili delle atrocità commesse, utilizzandoli come piccoli ingranaggi e nascondendo loro il disegno complessivo.  E il parziale occultamento delle azioni peggiori non era soltanto un’operazione di cosmesi rivolta all’opinione pubblica internazionale; era anche un tentativo di evitare che l’opinione pubblica potesse conoscere il male estremo in tutta la sua portata.  Forse, se esposti all’intollerabilità di questa conoscenza, in taluni individui poteva risorgere un conflitto fra lealtà differenti, volto a dividere, ad esempio, l’operato dello stato (o dell’esercito) da quello del regime. La strategia del califfato si base invece su un rovesciamento di valori trasparente e totale.  Il male estremo è esibito senza ritegno perché è considerato la stessa essenza del bene.  Non è necessaria giustificazione alcuna perché questo è stato deciso da sempre e per sempre. George Orwell ne sarebbe molto turbato.                        Una differenza ancora più tangibile fra questa guerra non dichiarata e le guerre mondiali (guerra fredda compresa) è che la linea di fronte non è e non può essere localizzata, e che l’avversario si pone esplicitamente l’obiettivo di disseminare il conflitto in tutte le pieghe del mondo.  In tal senso la parziale localizzazione territoriale nella regione fra Siria ed Iraq (come a suo tempo in Afghanistan) è ancora più pericolosa, perché costituisce l’insediamento di una centrale operativa che alimenta questa strategia di de-localizzazione.  La linea di fronte è immensa, e l’unico esempio che può venire alla mente è quello delll’enorme fronte bellico creato dai giapponesi nella seconda guerra mondiale: ma allora si trattava di un fronte continuo e territorializzato.  Il fronte disperso dei

Boko Haram nostri giorni comprende invece non soltanto un focolaio jihadista primario (fra Siria e Iraq), un focolaio jihadista secondario (fra Afghanistan e Pakistan), le aree di penetrazione jihadista in luoghi ove oggi l’autorità statale è debole o contestata (Libia, Sinai), nonché le città dell’occidente che sono state designate esplicitamente terreno di fronte sia nei luoghi di alto valore simbolico sia in quelli frequentati dal cittadino comune nella sua vita quotidiana.  Comprende anche il territorio estesissimo ed estremente accidentato dell’Africa settentrionale, dove maggiormente disgregativi si sono rivelati gli effetti della fine degli imperi globali e delle susseguenti decolonizzazioni.  Boko Haram al nord della Nigeria, al Shabab fra Somalia e Kenya settentrionale, la coalizione islamista che ancora combatte nel nord del Mali ed è insediata in parte nel deserto algerino sono gruppi che adottano la stessa ideologia estremista e perseguono gli stessi fini genocidiari dell’IS.  Fra l’altro, quasi tutte le loro vittime sono persone e gruppi di confessione islamica, come del resto in Medio Oriente e in Pakistan. Con un fronte così frastagliato la lotta deve essere senz’altro anche militare, ma soprattutto culturale e, diremmo anche, spirituale.                                            In questo anno di guerra 2014 è come se tutte le pulizie etniche, tutti i genocidi, tutte le guerre di annientamento, tutti i soprusi sessuali, tutti i massacri di persone innocenti che sono dilagati nel ventesimo secolo (con molte e diffuse radici anteriori) siano confluiti e si siano cristallizzati in un avversario paradigmatico delle stesse civiltà umane.  Perché quello che emerge nel jihadismo contemporaneo è una forma di razzismo, o se si vuole di etnicismo, con pochi precedenti nell’intera storia.  Ovviamente non veniamo tratti in inganno dal subdolo messaggio universalista jihadista, che esalta la comunità di tutti i credenti.  Con ciò stesso, essi producono un razzismo ideologico, basato sull’esaltazione esasperata della barriera che dividerebbe il dentro (i “noi”) dal fuori (“loro”, gli altri), gli eletti dai reietti, le élites interpreti del disegno divino da chi non merita che disprezzo, schiavitù, annientamento.  Il gioco del ‘noi’ e del ‘loro’, alimentato in tanti rivoli dell’età moderna, arriva qui alle ultime conseguenze.  Le vittime non sono solo fuori: sono anche dentro, rinchiusi in una prigione a cielo aperto, in una società totalmente omologata, dove l’individualità e la vita privata non hanno posto, imperniata soltanto su divieti e prescrizioni, basati talvolta su interpretazioni forzate del Corano e talvolta semplicemente sulla condanna di “non islamico” di ciò che proviene dal mondo esterno.  L’incubo delineato è quello di una società totalmente autosufficiente, che rinuncia in modo suicidario al vero tesoro della storia umana: l’innovazione che ha luogo attraverso le relazioni fra culture e persone diverse ed eterogenee (e questa rinuncia, a mio parere, è una blasfemia contro l’umanità e contro le sue tradizioni spirituali).                                                                        Per disperdere questo incubo si impone una risposta all’altezza.  Da tempo noi occidentali abbiamo iniziato a comprendere la frontiera fra noi e gli altri sia sempre mobile, permeabile, evolutiva.  Ora, in questa età della globalizzazione, si tratta di comprendere di come in noi stessi ci sia sempre un po’ degli altri, che oggi questi altri che sono in noi stanno diventando di più e stanno diventando più diversi, che questa condizione può essere un dono e non una calamità. Questo, naturalmente, vale anche per molti islamici, che si trasformano a contatto del disegno di democrazia, di libertà, di diritti umani, che l’occidente cerca di costruire, come messaggio ancora debole, limitato e contestato, quale suo contributo al futuro del mondo.  Agli islamici d’Europa e d’occidente, e agli altri migranti in genere, spetta di concepire la loro condizione intermediaria fra due mondi come una ricchezza personale e collettiva, e non come una perdita.  E a noi occidentali tutti spetta di credere nel nostro ruolo attivo di contaminatori e di innovatori culturali e sociali, che ormai operiamo ogni giorno, nelle forme stesse della nostra vita quotidiana.

 

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