1933: la diversità distrutta

Il 10 maggio 1933 gli attivisti nazisti si mobilitarono nelle città universitarie tedesche per distruggere le opere degli autori considerati nemici della loro visione del mondo e antitedeschi senza possibilità d’appello.  La manifestazione più coreografica ebbe luogo a Berlino, in Opernplatz (oggi Bebelplatz), ove furono bruciati circa 70.000 libri e pubblicazioni varie,  in precedenza inseriti nella lista dei testi proibiti.  Lo spettro degli autori condannati era molto vasto e vario: andava da Marx a Freud.                                                                                         Il rogo dei libri si colloca in un frangente strategico della rapidissima edificazione del sistema totalitario nazista, a cui bastarono meno di sei mesi per diventare pervasivo: dalla nomina alla cancelleria di Adolf Hitler, il 30 gennaio 1933, allo scioglimento forzato di tutti i partiti politici – eccetto naturalmente quello nazista nel luglio dello stesso anno.  Solo qualche giorno prima del rogo dei libri, il 2 maggio, vi era stato un attacco sistematico del nuovo sistema di potere nazista ai sindacati, che per un momento si erano illusi di trovare una qualche forma di compromesso col regime: le loro sedi furono devastate, e molti loro esponenti incarcerati. 

rogo dei libri 1933

In quegli stessi giorni, in Germania, iniziavano ad avvenire eventi ancora più gravi.  Si calcola che la prima ondata di repressione degli avversari politici, picchiati, uccisi a freddo, incarcerati e torturati ad arbitrio del potere repressivo abbia fatto 600 vittime.  Ma la parallela repressione culturale è stata altrettanto grave e di enorme valore simbolico.  La valutazione di chi era considerato nemico del popolo tedesco era la più estesa possibile e non si limitava ad autori di tendenze politiche di sinistra, o di origine ebraica.  Era un attacco senza quartiere a tutta alla modernità e a tutto il modernismo, di cui la Germania e l’Austria negli ultimi decenni erano state terreno di cultura quanto mai creativo e cosmopolita.  L’immagine dei valori del popolo tedesco che di contro veniva propugnata era monca, intollerante, regressiva, sostanzialmente inventata: in ogni caso le molteplici radici culturali della Germania erano fatte oggetto di una “pulizia etnica” distruttiva al massimo grado.                                  Rivolto al cittadino tedesco, questo messaggio culturale sfociava direttamente in un messaggio politico altrettanto violento.  Nel Volk tanto idolatrato dai nazisti non vi era spazio per la diversità e l’individualità.  Si prospettava un’omologazione coatta dei comportamenti e delle visioni del mondo: ogni deviazione sarebbe stata inflessibilmente repressa.

vielfaltPer riflettere a ottant’anni di distanza sul significato di questi eventi, oggi la città stato di Berlino ha promosso, per tutta la durata dell’anno, una serie di manifestazioni che toccano i diversi aspetti del cruciale 1933.  Molte istituzioni hanno allestito mostre appositamente dedicate.  Ma l’iniziativa più visibile ha condotto alla presenza, in tutti gli spazi urbani, di grandi colonne rosse: ognuna di esse è dedicata a un cittadino berlinese che nel 1933 fu costretto a emigrare o, se rimasto all’interno della Germania, venne perseguitato dai nazisti con conseguenze assai varie: dalla disoccupazione alla morte.       Le colonne sono lì per ricordarci che prima che la follia nazista coinvolgesse l’intera Europa, con decine di milioni di morti, essa si diresse anzitutto contro cittadini tedeschi: perché ebrei, perché di opinioni politiche differenti, spesso semplicemente perché erano contrari alla montante violenza del regime o erano disgustati dalla sua arroganza e dalla sua rozzezza.  E sono lì per ricordarci che, oltre che la vita dei singoli cittadini, fu gravemente danneggiata anche l’identità stessa di un’intera nazione: nel decennio antecedente la Germania era all’avanguardia in tanti campi, scientifici, tecnologici, artistici (basti pensare al cinema), e ora stava precipitando in un abisso oscuro dalle prospettive oscure.                                                                                                                                      I cittadini così ricordati sono noti e meno noti, di tante occupazioni e di tante classi sociali: medici, commercianti, ricercatori, giuristi, industriali, ricercatori, semplici lavoratori. Il loro destino fu quanto mai diverso.  Alcuni non sopravvissero alla guerra, altri rimasero per sempre nelle terre d’esilio, altri tornarono a riprendere le loro attività in una delle due Germanie.  Alcuni scapparono, ad esempio in Olanda o in Francia, solo per essere inseguiti dalla mano vendicatrice del regime al tempo dell’occupazione bellica.  Altri ancora riuscirono a sopravvivere ritirandosi nel privato.  Taluni furono incarcerati subito, altri furono deportati nel corso della guerra.                                                                         Un capitolo importante è dedicato agli uomini di cultura, particolarmente colpiti: il nuovo regime nazista aveva loro dichiarato una guerra senza quartiere. Oggi sono ricordati dinanzi al Lustgarten, il giardino di accesso all’Isola dei musei che il nazismo aveva utilizzato quale teatro delle manifestazioni di regime e che oggi è saggiamente ritornato al suo compito originario di vestibolo all’aria aperta.  La lista di chi a Berlino è stato colpito dalla presa di potere nazista è impressionante: Albert Einstein, Robert Musil, Walter Benjamin, Ernst Bloch, Hannah Arendt, Fritz Lang, Billy Wilder, Marlene Dietrich, George Grosz, Bruno Taut, Bertolt Brecht, Kurt Weill, Arnold Schönberg, Paul Hindemith, tanto per citare solo alcuni protagonisti assoluti della cultura europea e mondiale del ventesimo secolo.                                                                                                                                       La città visse allora la sua prima distruzione: quella della diversità delle menti, delle culture, delle opinioni, dei progetti di vita.  Dodici anni dopo sarebbe arrivata una seconda distruzione, quella materiale, che sarebbe apparsa una nemesi della prima.  Tuttavia la diaspora della cultura tedesca riuscì ad apportare le forze e le energie indispensabili per un nuovo inizio.  Grazie anche alla testimonianza di chi non c’era più.

 

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