Airpocalypse: l’inquinamento e i rischi del modello di sviluppo asiatico

Nel mese di giugno 2013 abbiamo avuto un’ulteriore illustrazione del fatto che i problemi ecologici non possono conoscere confini nell’attuale mondo globalizzato.  La città stato di Singapore è stata invasa da una spessa caligine, e il livello di inquinamento atmosferico ha raggiunto quota 300, misurata in microgrammi per metro cubo di particolato fine, cioè di polveri sospese che possono penetrare nei polmoni (ricordiamo che per non influire negativamente sulla salute il limite della percentuale di particolato fine nell’aria non dovrebbe superare i 15-30 microgrammi per metro cubo nella media annuale).  Eppure Singapore si fa vanto di essere una città verde e vivibile, ed è anche impegnata in un ampio programma di estensione della rete metropolitana. La caligine proveniva però dagli incendi provocati intenzionalmente nella vicina Indonesia, in particolare nell’isola di Sumatra.  Scopo di tali incendi è di dilatare lo spazio destinato alla monocoltura della palma: ai nostri giorni l’olio di palma  è fatto oggetto di una grande richiesta su scala mondiale, per molteplici usi alimentari e cosmetici.  Soprattutto per questo motivo l’Indonesia è oggi uno dei paesi che più danneggia l’ecosistema della foresta equatoriale, minacciando la conservazione delle popolazioni tribali e delle specie endemiche: particolarmente a rischio sono la tigre di Sumatra e soprattutto l’orangutan.

Se a Singapore un inquinamento così massiccio può ancora risultare episodico o comunque stagionale, esso è divenuto una drammatica costante della vita urbana di Pechino e di molte altre metropoli della Cina, soprattutto settentrionale.  Le esigenze della produzione industriale e il riscaldamento nei mesi freddi qui producono un cocktail micidiale, soprattutto perché si basano a tutt’oggi sul carbone come materia prima principale.  Negli ultimi tempi a questi fattori primari si aggiunge il costante incremento del traffico privato che peggiora ulteriormente la situazione.  La vita quotidiana dei cittadini cinesi metropolitani è pesantemente turbata e in certi periodi dell’anno sconvolta, con gravi restrizioni alla loro mobilità e anche con la fuga più o meno temporanea dalle metropoli.  Ma nonostante tutte le precauzioni la loro salute continua a essere a grave rischio.  In prima linea sono naturalmente i soggetti generazionalmente o costituzionalmente più deboli: ma i danni complessivi sono ben più generali.  Nessuno è davvero immune.

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La gravità della situazione è stata messa in risalto da un recente studio che mette in evidenza come gli effetti disastrosi dell’inquinamento siano ancora più pronunciati nelle regioni settentrionali: qui, infatti, il maggior rigore del clima rende indispensabile il riscaldamento (in gran parte a carbone) per lunghi periodi dell’anno. Esiste al proposito un preciso confine al quale fare riferimento: il fiume Huai, a nord del quale il governo distribuisce gratis il carbone alla popolazione per il riscaldamento invernale.  Le differenze sanitarie fra le popolazioni prese in esame, rispettivamente a nord e a sud del fiume, sono impressionanti.  La vita media dei cinesi “settentrionali” è di cinque anni e mezzo inferiore a quella dei cinesi “meridionali”, e il divario è dovuto in particolar modo alla maggior diffusione delle malattie cardiache e dei cancri al polmone.  Questo significa che nel periodo 1991-2000 le popolazioni della Cina settentrionale hanno perso complessivamente 2 miliardi e 500 milioni di anni di vita rispetto ai loro concittadini della Cina meridionale, con una parallela riduzione di un ottavo nel complesso della forza lavoro.                                                                                                                          L’attuale modello di sviluppo cinese sembra ricalcare molti aspetti dell’industrializzazione forzata dell’occidente nell’ottocento e agli inizi del novecento: scarso rispetto per l’ambiente, minima tutela per il lavoratori (il welfare era al di là da venire).  Se la Cina riesca a prendere consapevolezza delle grandi falle di questo modello di sviluppo con maggiore rapidità di quanto fece allora l’occidente è tutto da vedere: la risposta può influenzare decisamente sia la situazione ambientale mondiale, sia l’evoluzione del sistema politico e sociale della stessa Cina.  Quel che è certo che il tema dell’ambiente, di per sé non direttamente politico, può diventare oggetto di serrate contese in seguito alla pressione Continua a leggere

UK 2013: l’anno difficile di David Cameron

Gli sviluppi della guerra civile in Siria, con la cascata di dilemmi etici e geopolitici che essi comportano, hanno già esercitato un forte impatto sui sistemi politici dell’occidente.  Ciò vale anche e soprattutto per la Gran Bretagna, dove l’autorità e l’autorevolezza del primo ministro David Cameron sono state scosse dall’opposizione della Camera dei Comuni a un possibile intervento militare del Regno Unito.  A Cameron sono mancati alcuni voti sia del partner minore della coalizione, i liberal-democratici, sia del proprio stesso partito.  Di contro, il leader dell’opposizione laburista, Ed Miliband, ha segnato un punto notevole a proprio favore.                                                                                        L’anno difficile di David Cameron era iniziato con una serie di insuccessi del partito conservatore in alcune elezioni locali, dovuti soprattutto al profilarsi di un minaccioso concorrente alla destra del partito stesso: l’UKIP, United Kingdom Indipendence Party

UKIP

L’UKIP è asceso nel panorama politico britannico individuando due comodi capri espiatori per la crisi economica e sociale di questi anni: l’immigrazione e l’appartenenza all’Unione Europea.  Così oggi il partito vive un’attesa quasi messianica per il momento in cui gli elettori potranno decidere sulla futura appartenenza o meno della Gran Bretagna all’Unione, e ovviamente hanno già iniziato a premere per il “no”.  Ma forse le sue prospettive elettorali sono più legate a questioni meno epocali e tuttavia più sentite a livello quotidiano, tipo l’opposizione al divieto di fumo nei pub.  I suoi esponenti di punta si fanno scientemente notare per l’uso strategico di un eloquio politicamente scorretto.  Così il suo deputato europeo Godfrey Bloom ha suscitato indignazione definendo ‘paesi Bongo Bongo’ quelli che sono di solito definiti (o si definivano) ‘paesi in via di sviluppo’, nel contesto di un’opposizione agli aiuti pubblici destinati a questi paesi, da lui giudicati in chiave populistica quali indebita sottrazione di risorse spettanti ai cittadini britannici. La carta del politicamente scorretto, d’altra parte, è giocata ancora più sistematicamente dal leader dell’UKIP, Nigel Farage.  Anch’egli membro del parlamento europeo, si è fra l’altro fatto notare per restare ostentatamente seduto durante l’ovazione finale a un discorso di Carlo, principe di Galles, e per contestare l’elezione di Herman van Rompuy a Presidente del Consiglio Europeo definendolo una sorta di nullità ed esponente di una non nazione (il Belgio).

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Mancano ancora quasi due anni alle prossime elezioni politiche, ma l’ascesa dell’UKIP ha diffuso la sensazione che il sistema politico del Regno Unito possa vivere nei tempi a venire una fase critica, dagli esiti imprevedibili.  Da parecchi mesi tutti i sondaggi danno costantemente in testa la tradizionale opposizione laburista, con margini talvolta notevoli: ma recentemente ai laburisti veniva imputata una fase di inazione e di “letargia politica” che non escludeva – anzi, a parere di molti rendeva del tutto plausibile – una rimonta decisiva dei conservatori.  Il notevole successo di Milliband nel dibattito sull’intervento in Siria ha però nuovamente confuso le carte.                                                                         All’incognita notevole del rapporto di forza fra i due principali partiti politici tradizionali, si aggiunge appunto la nuova incognita dell’ascesa dell’UKIP, che ai conservatori può sottrarre voti decisivi nei “testa a testa” con i laburisti. E non è facile ipotizzare che cosa possa scaturire, per un sistema politico tradizionalmente basato sul bipartitismo, da una competizione fra quattro partiti maggiori.  Potrebbe scaturirne una nuova semplificazione, visto che fino ad oggi la coalizione governativa con i conservatori ha portato molto discredito ai liberal-democratici, allontanandone molti elettori attuali o potenziali?  O un’età in cui le coalizioni governative non siano più l’eccezione, ma la norma?  La questione è complicata dal fatto che il populismo dell’UKIP può risultare attraente non solo per l’elettorato conservatore ma anche per una parte dell’elettorato laburista.                         La radicalizzazione degli islamici sul suolo britannico ha prodotto un’ulteriore inquietudine nell’opinione pubblica inglese, che si aggiunge alla controversia ormai quotidiana su come

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La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

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Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

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Brasile, Turchia: la ricerca di una migliore qualità di vita

Recep Erdogan, il primo ministro turco, ha proposto lui stesso un paragone tra gli eventi della Turchia e quelli del Brasile.  Ma la sua interpretazione è stata tendenziosa, anzi irresponsabile: si è servito del paragone per alimentare una fantasiosa teoria della cospirazione, secondo la quale sia la Turchia che il Brasile sarebbero colpiti da chi invidia il loro successo economico presente. Lasciando da parte Erdogan, però, è indubbio che fra la Turchia e il Brasile di questi giorni ci siano manifeste convergenze, che risaltano ancor di più data la completa diversità sul piano storico, politico, culturale, religioso delle società in questione.  Forse quella più evidente è nella modalità stessa dei sollevamenti.  I movimenti sono stati auto-organizzati, e il loro successo è dovuto a un effetto valanga: sono partiti da una questione locale, con obiettivi limitati, e poi sono dilagati al di là di ogni aspettativa, compresa quella dei loro stessi iniziatori.  Almeno fino ad oggi, non hanno una vera e propria leadership o comunque le loro leadership sono molto allentate e decentrate.  Continuano a essere “rivoluzioni dei senza nome”, come in questi stessi giorni veniva ricordata la sollevazione della Germania orientale nel 1953.

sao pauloAncora più significative, però, sono le convergenze sui contenuti della protesta.  In entrambi i casi la scintilla è venuta da questioni concrete della vita quotidiana dei cittadini, che toccano però il tema centrale dello sviluppo urbano e della necessità di adottare visioni e strategie molto differenti da quelli oggi praticate.  Se a Istanbul si trattava della difesa di un parco che ha una funzione importante nella vita della città, a San Paolo la ribellione si è originata per la questione del trasporto pubblico.  Lo stato è considerato colpevole di richiedere di più (il famoso aumento dei 20 centavos) e di offrire di meno.      In Brasile come in molte altre parti del mondo lo sviluppo degli investimenti nell’ambito del trasporto pubblico non tiene il passo con le  esigenze della mobilità dei cittadini delle grandi aree urbane.  Per di più l’aumento del traffico automobilistico incrementa ulteriormente le difficoltà di circolazione del trasporto di superficie, con effetti disastrosi sui tempi di percorrenza.  Il cocktail è micidiale: alle maggiori esigenze dei cittadini si risponde con una qualità del servizio sempre decrescente.  E a questo si aggiunge il severo inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni dei gas di scarico di auto e autobus, con gravi conseguenze per la salute dei cittadini.  Questo, fra l’altro, è oggi diventato un problema enorme per la stessa Cina. E anche la Cina, con tutta la sua attuale ricchezza e i suoi giganteschi piani di sviluppo delle ferrovie metropolitane in tutte le aree urbane, corre il concreto rischio che il processo gli sfugga di mano. Il Brasile, tanto per fare paragoni, è oggi ancora meno attrezzato della Cina.  San Paolo è famosa in tutto il mondo per i suoi terribili ingorghi stradali, e l’estensione della rete metropolitana oggi in atto non riesce a tenere sotto controllo il traffico privato.

traffico san paoloUna seconda affinità fra Turchia e Brasile è che in questo momento i cittadini, e soprattutto i giovani, non riescono a dare uno sbocco propriamente politico alla loro opposizione alle scelte governative. In entrambi i casi, per motivi molto diversi, i sistemi politici sono irrigiditi.  In Turchia il principale partito di opposizione, il CHP di orientamento laicista fondato dallo stesso Atatürk, è troppo diviso al suo interno su questioni fondamentali per risultare al momento un’alternativa credibile.  Basti pensare alla questione curda: nel CHP convivono sia curdi impegnati nel loro movimento di emancipazione, sia ultranazionalisti che vorrebbero negare ad essi ogni autonomia.  Quanto al Brasile il panorama dei partiti è molto frammentato: l’attuale presidente Dilma Rousseff si appoggia su una coalizione di 10 partiti.  Così anche nelle forze al potere trovano spazio molte espressioni dei potentati locali tradizionali.  Il fatto che oggi il governo brasiliano conti 39 ministeri la dice lunga sul gioco di equilibrio che anche l’attuale presidente deve far fronte rispetto alle esigenze fondamentalmente conservatrici dei suoi “grandi elettori”.                                                                                                                     Ma la maggiore attualità dei movimenti di protesta in Turchia come in Brasile sta nella loro critica implicita al modello di sviluppo economico in atto nelle nazioni ascendenti del mondo (e vale certamente per la stessa Cina).  Fino ad oggi i successi di questo modello hanno consentendo l’emergenza di classi medie, e di una società civile in senso proprio, in paesi che tradizionalmente ne erano carenti.  Ma oggi queste stesse classi si vedono negate quell’ampliamento dei diritti civili e quelle richieste di maggiore democrazia partecipativa per cui si sentono politicamente e culturalmente mature.  Peggio ancora, dinanzi ai possibili rallentamenti dello sviluppo economico queste classi si sentono  Continua a leggere

17 giugno 1953: la rivoluzione dei senza nome

La conclusione della seconda guerra mondiale e il crollo del regime nazista regalarono all’Unione Sovietica una posizione strategica di grande vantaggio, certamente imprevedibile solo pochi anni prima.  Stalin aveva coronato la marcia verso occidente iniziata da Pietro il Grande:  la Russia era diventata una potenza europea a pieno titolo, ed anzi teneva saldamente in pugno il cuore del vecchio continente.  Winston Churchill percepì lucidamente che una “cortina di ferro” stava dividendo l’Europa in due,  e la consapevolezza della gravità della situazione spinse gli alleati occidentali a resistere a tutti i costi ove i giochi non fossero ancora compiuti: a Berlino, a Vienna, a Trieste.                                           Sin dagli inizi, la scelta sovietica era chiara: al pari dell’impero interno, anche questo nuovo “impero esterno” sarebbe stato tenuto insieme con la forza, non col consenso.  Mai si tentò seriamente di ottenere un appoggio di quel popolo in nome del quale pure si pretendeva di governare.  E mai le “democrazie popolari” di nome lo furono di fatto: nei loro confronti i lavoratori mostrarono spesso opportunismo, ma mai una convinta adesione. 

16 giugnoCome è noto i paesi dell’Europa centro-orientale che entrarono a far parte del blocco sovietico furono rigidamente normalizzati e omologati, già nel periodo fra il 1945 e il 1950.  E questo non significava solo il completo smontaggio delle istituzioni democratiche e la perdita delle libertà civili, ma anche l’adozione incondizionata del modello di sviluppo sovietico: statalizzazione e collettivizzazione generalizzate, attacco alla proprietà privata, privilegio assoluto all’industria pesante e a quella degli armamenti.  Questo ebbe la conseguenza, certamente non auspicata, che i paesi dell’”impero esterno” divennero da subito un peso, piuttosto che una risorsa, per l’Unione Sovietica.  Le imposizioni economiche portarono infatti a crisi endemiche, e il conseguentemente dissanguamento dell’Unione Sovietica che cercava di sanarle con interventi episodici piuttosto che strutturali.  Nello stesso tempo, soprattutto in età staliniana, il terrore e la repressione aumentarono la passività e la diffidenza dei cittadini, creando un clima esattamente contrario all’impegno e allo spirito di collaborazione attraverso il quale, nei vuoti slogan dei regimi, si sarebbe dovuto procedere all’edificazione del socialismo.

17 giugno

La vicenda della DDR, o Germania Orientale che dir si voglia, è esemplare al proposito, anche se complicata dalla difficoltà identitaria del nuovo stato.  Evidentemente esso non si poteva basare su una nazione distinta da quella dell’”altra” Germania e i suoi governanti dovevano fare costantemente i conti con la storia passata e con le prospettive di un’eventuale riunificazione.  Ma le misure economiche furono comunque, come altrove, subitanee, drastiche e improvvide.  La goccia che fece traboccare il vaso fu una stretta sulle “norme del lavoro”.  La rigida pianificazione centralizzata imponeva una quantificazione della produttività dei lavoratori, per verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati.  Ora le esigenze produttive sarebbero state aumentate del 10 per cento, il che equivaleva direttamente a una contrazione dei salari in una situazione per altro già drammatica, con il paese vicino alla fame.  La via di uscita alla crisi economica veniva unilateralmente individuata nello sfruttamento di quelle classi popolari che nominalmente avrebbero dovuto dirigere il paese.                                                                                                            In maniera assai rapida, le manifestazioni spontanee che sorsero in tutto il paese fecero il passo decisivo: dall’economia alla politica.  Non si trattava solo di rivendicazioni economiche e salariali.  Si trattava anche e soprattutto di libere elezioni, della libertà di stampa e di opinione, del ristabilimento della democrazia.  La maturità dei lavoratori comprese che il regime doveva e poteva essere rifiutato in blocco, senza lasciargli Continua a leggere

Iran: le voci del popolo fra le crepe della teocrazia

Nessuno può definire l’Iran una democrazia, nemmeno adottando una definizione molto generosa: le offese ai diritti umani, le repressioni, gli arresti arbitrari sono costanti e negli ultimi tempi si sono persino intensificati.  Tuttavia in Iran hanno luogo elezioni dall’apparenza democratica: diversi candidati  si sfidano per ottenere un seggio parlamentare o, cosa ancora più importante, la carica di Presidente della Repubblica.  Sono elezioni a “sovranità limitata”, per un intreccio di motivi. Il primo è che sia il parlamento sia il Presidente della Repubblica hanno un potere decisionale subordinato a quello esercitato dalle vette della teocrazia islamica: la “Guida Suprema”, che è attualmente l’ayatollah Ali Khamenei, e il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, composto da dodici membri nominati direttamente o indirettamente dalla Guida Suprema.  Il secondo è che lo stesso Consiglio dei Guardiani della Costituzione può rifiutare a suo arbitrio le candidature di persone giudicate non conformi ai valori della Repubblica islamica.  Così ogni competizione elettorale è pesantemente condizionata sin dai suoi primi passi.                                                             Nonostante queste strette maglie di controllo, il riformatore Mir-Hossein Mousavi aveva avuto un grande successo popolare nelle elezioni presidenziali del 2009.  Per sottrargli una vittoria che appariva a portata di mano, il regime ricorse allora  a brogli sistematici volti a favorire la conferma del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad.  Il popolo iraniano ha mostrato grande coraggio nel protestare e nel tentare di innescare una “rivoluzione verde”, che è stata pesantemente stroncata.  Lo stesso Mousavi è a tutt’oggi agli arresti domiciliari.

iran 2009Così le elezioni presidenziali del 2013 si profilavano come un evento insignificante, facilmente controllabile da un regime indurito e repressivo.  E invece le sorprese si sono susseguite.  La prima è stata il fallimento della “strategia Putin” che contava di seguire Ahmadinejad, il presidente uscente, per dare continuità al suo potere.  In Iran il Presidente della Repubblica non può ricoprire la carica per più di due mandati consecutivi.  Così Ahmadinejad ha favorito la candidatura di un suo caro amico, Esfandiar Mashaei, la quale è stata però rigettata dal severo Consiglio dei Guardiani della Costituzione.  Mashaei è un personaggio controverso, giudicato eretico dagli ayatollah per le sue affermazioni di carattere escatologico e millenaristico: egli sarebbe in contatto diretto con l’”Imam nascosto”, la figura chiave della teologia sciita che dovrebbe palesarsi alla fine dei tempi per instaurare il regno della giustizia.  Nello stesso tempo, la teocrazia islamica ha imputato sia a Mashaei sia allo stesso Ahmadinejad lo slittamento verso un nazionalismo iranico che occulterebbe i valori rigidamente religiosi su cui la teocrazia stessa è basata.  Il blocco di potere su cui si erano basate le elezioni presidenziali del 2009 è venuto meno.

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Altrettanto sorprendente è stato il rifiuto, da parte del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, della candidatura di Akbar Hashemi Rafsanjani: il compagno della prima ora di Khomeini che già nel passato era stato due volte Presidente della Repubblica, il pragmatico dalla linea mediana che nel corso dei decenni del regime islamico ha accumulato un notevolissimo potere e una ricchezza ancora più notevole.  Egli non ha mai goduto di particolari simpatie popolari, e tuttavia nel 2009 si era schierato a fianco dei riformisti a guida della “rivoluzione verde”.  Khamenei ha forse esercitato una sorta di vendetta nei confronti di questo personaggio chiave, che a sua volta – insieme ai suoi figli altrettanto influenti – nella campagna elettorale ha appoggiato apertamente l’unica candidatura definibile come moderata o riformista: quella del religioso Hassan Rohani.

Hassan Rohani, come è noto, ha vinto al primo turno le elezioni, che hanno goduto di una partecipazione popolare elevata.  La sua fama di moderato e di riformista sembra toccare soprattutto la politica estera, e infatti le sue prime dichiarazioni dopo la vittoria sono state  Continua a leggere

La morte: ultima frontiera umana

Negli ultimi decenni un campo medico che ha avuto rapidi e sorprendenti sviluppi è quello della rianimazione susseguente all’arresto cardiaco.  In condizioni tecnologiche e operative adeguate, il cuore può essere rianimato anche ore dopo l’arresto.  E in un numero fortunatamente crescente di casi il paziente non subisce danni cerebrali rilevanti e può tornare a una vita normale.  Il fatto è che le cellule del nostro corpo, anche e soprattutto le cellule cerebrali, non necessariamente muoiono subito dopo l’arresto cardiaco.  Ed esiste un tempo critico nel quale si può intervenire, con la dovuta perizia.  Particolarmente delicato risulta l’intervento subito dopo che il cuore sia tornato a battere, perché allora si deve contrastare un processo generale di degradazione che ha già preso il via.  Diventa così necessario un raffreddamento generale delle cellule corporee e l’iniezione di specifiche soluzioni liquide.                                               Già da tempo la morte ci appare un concetto complesso, dal punto di vista medico come da quello etico.  Sono ben noti i casi del cosiddetto coma irreversibile, che si ha quando la respirazione artificiale impedisce l’arresto cardiaco ma i danni cerebrali sono ormai irreparabili.  I problemi etici, coinvolgenti l’espianto degli organi, le volontà del paziente, l’intervento e il non intervento di medici e familiari sono intricatissimi, assai discussi e sempre più controversi.  Qui abbiamo però a che fare con il caso in certo senso inverso: anche in presenza di un arresto cardiaco, il cervello rimane in vita.

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Sam Parnia è un grande esperto di quella che con un po’ di enfasi può essere definita la “medicina della risurrezione”.  Nel suo libro Erasing death ci dà un quadro assai stimolante di questo nuovo campo di ricerca e di intervento.  La tesi centrale dell’autore è che la morte è un processo, e in quanto tale dotata di molte fasi: a certe condizioni un tale processo può essere reso reversibile.  Naturalmente Parnia non nasconde le difficoltà del compito.  La rianimazione dopo l’arresto cardiaco è un intervento “che non tollera l’errore”.  L’ospedale deve essere dotato dei potenziali umano e tecnologico adeguati; le operazioni devono concatenarsi nell’adeguato ordine, con l’adeguata velocità, con l’adeguata precisione.  E naturalmente l’intervento ha limiti intrinseci.  Il cuore deve tornare a funzionare in un corpo non troppo gravemente danneggiato: cosa che purtroppo non si verifica in molti drammatici incidenti.  E anche nel caso di molte malattie tumorali o leucemiche terminali, il corpo è talmente degradato da ripresentare ben presto condizioni che condurranno a un nuovo arresto cardiaco.  Intervenire in questi casi significherebbe solo un inutile accanimento terapeutico.

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Ma quello che è importante da comprendere che siamo in presenza di una frontiera umana e tecnologica mobile: quello che cent’anni fa era impossibile oggi può divenire possibile.  Parnia ci presenta il caso di una donna giapponese trovata in condizioni di ipotermia alcune ore dopo aver subito l’arresto cardiaco: essa è tornata in vita, dopo una rianimazione altrettanto lunga, perché il raffreddamento generale del corpo agevola la conservazione delle cellule e la reversibilità dei processi vitali.  Oggi avremmo potuto salvare molte delle vittime del naufragio del Titanic, avvenuto cent’anni or sono.  I primi soccorritori arrivarono due ore dopo il naufragio, e trovarono in acqua molti corpi a una temperatura bassissima, pochi gradi sopra lo zero.  Allora questi corpi furono dati senz’altro per morti, mentre oggi faremmo del nostro meglio per salvarli.  E in futuro, quando siano a disposizione organi e parti del corpo di “ricambio”, organici o bionici che siano, potremmo porre rimedio a casi in cui oggi siamo impossibilitati a intervenire.                                                                                                                                      A questo punto il discorso di Parnia prende una piega appassionata, e costruttivamente polemica.   Per troppe persone oggi il confine tra la sopravvivenza e la morte irreversibile dipende da condizioni del tutto contingenti, quali il tipo di attrezzatura e il training del personale medico degli ospedali nei quali o vicino ai quali hanno luogo i rispettivi arresti cardiaci.  Le capacità di intervento sono del tutto diseguali; non esistono normative precise e vincolanti; non esiste nemmeno un campo di ricerca interdisciplinare di scienze della rianimazione: anche in questo caso i confini disciplinari producono una frammentazione degli specialismi e delle competenze quanto mai letali.  Parnia fa riferimento al caso molto Continua a leggere

Taksim, Istanbul: una piazza fra molti mondi

La rivolta urbana di Piazza Taksim a Istanbul si presta a molte letture, e ognuna di queste può apportare un contributo alla comprensione.  I fatti che hanno luogo in questi giorni in Turchia sono comunque una conferma del ruolo mediano di questo paese negli scenari globali.  Perché quanto avviene a Taksim è ad un tempo molto europeo e molto nordafricano/mediorientale. Da un lato esprime la rabbia di un movimento dei cittadini, che aspirerebbero a essere consultati sui grandi progetti di trasformazione urbana riguardanti la propria città, oggi imposti dall’alto.  Da un altro, questa “primavera turca” ha certamente alcuni tratti in comune con i sommovimenti del mondo arabo di questi anni e, soprattutto da parte dei giovani e delle donne, è una condanna delle contraddizioni della via “islamica moderata” adottata dal partito AKP oggi al potere.

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Istanbul è una città che negli ultimi decenni si è dilatata fuori misura, ospitando nei suoi sobborghi le continue ondate di immigrazione dall’intera Anatolia.  Nello stesso tempo è stata fatta oggetto di notevoli speculazioni e cementificazioni che rischiano di stravolgere il panorama umano tradizionale, fatto ancora di vita di quartiere e di relazioni dirette.  L’idea di costruire un ulteriore centro commerciale a Gezi Park, uno dei pochi “polmoni verdi” al centro della città, è percepita come infelice sia dal punto di vista pratico sia dal punto di vista simbolico.  E intanto procede il processo di gentrification, per cui il tessuto ancora popolare dei quartieri storici viene infranto per far posto a costruzioni di maggior rendita economica, sia a scopo commerciale che abitativo, ma di dubbio valore urbanistico e architettonico.  Il timore dei cittadini che la città perda la sua tradizionale porosità, tipica della città mediterranea, per intraprendere una presunta mondializzazione falsa e forzata è più che giustificato.  Senza contare che oggi Istanbul affoga nel traffico e che i nuovi progetti viari e autostradali (come il terzo ponte sul Bosforo) rischiano di aggravare, piuttosto che di alleggerire la situazione.                                                              Ma naturalmente questa è una lettura parziale del malcontento contro il primo ministro Recep Erdogan.  A lui e al suo partito viene anche imputata un’islamizzazione strisciante che tocca la vita quotidiana dei cittadini.  Sono state approvate leggi che limitano il

raki

consumo di bevande alcoliche nelle ore notturne.  E soprattutto non verranno date licenze alcoliche ai nuovi locali situati in prossimità di moschee o di edifici pubblici: il che limita fortemente le possibilità di queste licenze, data la fitta rete di moschee e di edifici pubblici nell’urbanizzatissima Istanbul.  Non è marginale che i giovani di piazza Taksim tengano in mano le bottiglie di birra come segno di identità.  Come non è marginale che sia in atto un conflitto simbolico a proposito la definizione della bevanda nazionale turca: il raki, la bevanda alcolica a base d’anice amata dai laici, o l’ayran, la mescolanza analcolica di yogurt e acqua privilegiata dagli islamisti?  Altrettanto fastidioso viene percepito il moralismo sessuale del regime: ad Ankara è stata inscenata una manifestazione di “baci di massa” in una stazione della metropolitana, che la polizia ha puntualmente combattuto appunto con la motivazione che andava contro il codice di comportamento normativo per i luoghi pubblici.  In questo senso la società turca dei nostri giorni ha certo evidenti aspetti in comune con le società degli altri paesi islamici mediterranei dopo le “primavere arabe”: una società profondamente divisa – nei costumi prima ancora che nelle ideologie – fra laici e islamisti, anche se in questo caso la frangia islamista estrema (quella che nell’Africa settentrionale è espressa dai salafiti) è molto marginale.                                                                                                                                 Nelle vicende turche dei nostri giorni esiste però anche una componente particolare, non direttamente comparabile né con l’Europa né con il mondo islamico.  E’ la rivolta di una società stanca di autoritarismo, di quella “democrazia dimezzata” che ha accompagnato tutta la storia dello stato nazionale turco dalla sua fondazione ad oggi.  E’ noto come la Continua a leggere

TAR contro Politecnico. Dalla parte del TAR

Il TAR della Lombardia ha annullato, con ampie motivazioni, la decisione del Politecnico di Milano di tenere in inglese, a partire dal 2014, tutti i corsi delle lauree specialistiche. La questione aveva diviso gli stessi professori del Politecnico: 150 di loro hanno fatto ricorso al TAR, che così si è pronunciato sulla materia.                                                                                                                               La decisione del TAR è una buona notizia.  E’ una vittoria contro il provincialismo italiano, sempre più incline a presentare come innovative soluzioni che sono regressive, che conducono a scorciatoie, che eludono la possibilità di affrontare nella loro reale complessità urgenti nodi di fondo: le competenze linguistiche degli italiani; il loro ruolo nell’educazione; l’effettiva elaborazione di una cultura e di una mentalità internazionali.  

vocabolari

Di un ampio dibattito al proposito ne abbiamo davvero bisogno, data la discordanza e la conflittualità dei commenti a caldo della decisione del TAR.  Alcuni di questi sostengono una tesi esattamente contraria alla nostra:  si tratterebbe di una vittoria del provincialismo italiano, contro le inderogabili necessità globali. Al proposito un docente dello stesso Politecnico si è espresso in termini molto espliciti: “il TAR appoggia una maggioranza retriva”, e lederebbe l’autonomia dell’Università.                        Fra i commenti, in particolare, ci sono state antipatiche allusioni al fatto che certamente i docenti che hanno fatto ricorso sarebbero stati quelli digiuni d’inglese.  Io credo e spero che sia proprio il contrario.  Chi ama le lingue, chi riconosce l’importanza dei fatti linguistici nella storia umana e l’onnipresenza delle loro implicazioni educative, e soprattutto chi ama l’inglese, non può che plaudire alla decisione del TAR.                                                         In primo luogo, è una decisione specifica: è rivolta contro l’obbligatorietà e il carattere generale e indiscriminato della proposta del Politecnico di tenere tutti i corsi di laurea specialistica in inglese.  Sul piano giuridico, è difficile sostenere la costituzionalità di questa generalizzazione, e in particolare la sua consonanza con l’articolo 33 della Costituzione che sancisce la libertà di insegnamento.  Ma lasciando ai giuristi il loro mestiere, noi vorremmo riflettere sulle possibili implicazioni formative di una tale decisione.  E notare come essa dovrebbe venire attuata a prescindere dalla nazionalità e dalle competenze linguistiche dei docenti e degli studenti. L’inglese verrebbe utilizzato come lingua veicolare anche in situazioni in cui il docente e l’assoluta maggioranza degli studenti hanno come lingua nativa l’italiano e, al limite, in cui tutti nell’aula hanno come lingua nativa l’italiano.

crusca
Ora, la lingua nativa è quella in cui la propria competenza linguistica è massima.  Naturalmente anche nell’Italia dei nostri giorni vi sono molti individui perfettamente bilingui o multilingui  che hanno una competenza assai elevata in più lingue, ma questi non sono la maggioranza (e, fra l’altro, solo una piccola parte di loro sono bilingui italiano/inglese).  Adottare l’inglese come lingua veicolare comune fra individui tutti di lingua nativa italiana può comportare un calo notevole della competenza linguistica complessiva (a prescindere dalle forti difformità delle condizioni linguistiche di partenza fra studente e studente).
Il rischio concreto è un circolo vizioso di impoverimento linguistico che conduca a una semplificazione del pensiero e a una riduzione della qualità formativa.  A meno di non essere ancorati a una visione riduttiva del linguaggio, secondo il quale esso veicolerebbe informazioni e contenuti invarianti.  E’ evidente, al contrario, che la qualità del linguaggio partecipa in maniera decisiva alla costruzione dei contenuti, e che per comprendere concetti e idee le modalità narrative sono almeno altrettanto importanti della stringenza logica dell’argomentazione.
oxfordQuel che è peggio, però, che le possibili carenze nell’apprendimento concettuale non sarebbero affatto compensate da un avanzamento nell’apprendimento dell’inglese.  Il cattivo inglese dei docenti sommato al cattivo inglese degli studenti produrrebbe piuttosto un disapprendimento dell’inglese. Dicendo ‘cattivo’, non ci riferiamo a un problema soggettivo.  Ci possono essere persone, docenti e studenti, con ottime conoscenze dell’inglese: ma se la maggioranza di loro non è di lingua nativa è assai difficile evitare il rischio della stessa semplificazione linguistica.  Si dirà che quello che importa sarebbe l’apprendimento di un inglese minimale per farsi capire nel mondo.  Ma allora la vera vittima sarebbe l’inglese stesso, perché al suo apprendimento verrebbero posti seri vincoli.  Il messaggio rivolto implicitamente agli studenti è di non cercare di apprendere l’inglese in quanto lingua di cultura con le sue complessità e sfumature, ma piuttosto l’inglese in quanto gergo di specialisti.  Per quanto riguarda la capacità di muoversi nei contesti internazionali si rischia persino di ottenere quasi l’esatto contrario.                                                                       Difficile e contraddittoria diventa in particolare la posizione dei docenti.  Nella sua funzione di docente di una specifica disciplina il docente che usa l’inglese non è, per definizione stessa, un docente di inglese.  Eppure gli si richiede, implicitamente, anche di esercitare il ruolo di docente di inglese, senza dargli né il mandato, né gli strumenti, né la competenza (a prescindere, ripetiamo, da ogni variabile qualità soggettiva).  Il risultato diventa così del tutto casuale e incontrollabile, e rischia di mettere in imbarazzo anche e soprattutto chi l’inglese lo sa egregiamente.   E invece, le modalità di apprendimento dell’inglese nella nostra scuola e nella nostra università dovrebbero essere di elevata qualità, condivise, approfondite, parallele e intrecciate agli apprendimenti disciplinari e contenutistici piuttosto che ad essi meccanicamente appiattite e subordinate.
La questione, naturalmente, cambia quando si hanno presenti situazioni in cui buona parte dei presenti in aula non hanno l’italiano come lingua nativa o, ancora di più, quando il docente non ha l’italiano come lingua nativa.  Ma anche in questi casi non è auspicabile attaccarsi a soluzioni troppo generali: questo dovrebbe essere un monito tenuto presente  Continua a leggere

Hatay: fra turchi e arabi, fra cristiani e islamici

Il recente attenato di Reyahnli, città turca in prossimità del confine con la Siria, è stato un grave fatto di sangue: l’esplosione di due autobombe ha fatto almeno 46 morti e 140 feriti.  E ha contribuito notevolmente all’aumento della tensione internazionale, giacché la Turchia ritiene che alla sua fonte si trovino i servizi segreti del regime siriano di Assad.   Da parte governativa siriana, invece, si è asserito che, se dei siriani sono alla base dell’attentato, essi dovrebbero essere ricercati nella vasta e contraddittoria schiera degli  oppositori al regime di Assad.  Anche in Turchia c’è comunque chi crede al possibile intervento di gruppi di integralisti islamici, per destabilizzare ulteriormente la regione.

L’attentato ha riproposto in primo piano la lunga e ricchissima storia della provincia dello Hatay, un luogo a tutt’oggi multiculturale e multireligioso, in cui si sovrappongono le rispettive aree di popolamento dei turchi e degli arabi.               antiochia di siriaIl carattere strategico dell’area per le relazioni fra occidente e oriente risale almeno all’età ellenistica.  Nel 300 a. C. Seleuco – uno dei più importanti successori di Alessandro Magno – vi fondò la città di Antiochia e ne fece la capitale del suo regno.  Antiochia di Siria, o Antiochia sull’Oronte (come fu chiamata per distinguerla da altre città omonime) divenne poi la capitale della provincia romana della Siria.  Dopo Roma e Alessandria d’Egitto fu la terza città più popolosa del mondo nell’evo antico.                                               Antiochia fu teatro di importantissime vicende del Cristianesimo delle origini.  Forse il primo a introdurvi la nuova fede fu San Pietro, e questo fece sì che il patriarca di Antochia rivendicasse un suo primato rispetto al papa di Roma.  Fu poi sede della predicazione di San Paolo e fu qui che i seguaci di Cristo vennero per la prima volta considerati appartenenti alla nuova religione ‘cristiana’.  Ad Antiochia si insediò uno dei cinque patriarcati della cristianità originaria (con Roma, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme), che ancora adesso si continua nel titolo conferito al patriarcato della chiesa ortodossa orientale con sede a Damasco.                                                                           bundestagHatayDistrutta da un terremoto nel 526, la città non tornò più al suo antico splendore. Insieme alla regione circostante, Antiochia appartenne successivamente ai persiani, ai bizantini, ancora ai persiani, agli arabi, ancora ai bizantini, ai turchi selgiuchidi, a vari principi cristiani spinti in oriente dalle Crociate, ai mamelucchi e infine, dopo il 1517, all’Impero Ottomano.  Le vicende storiche lasciarono una profonda e variegata stratificazione etnica e religiosa, che ancor oggi è una caratteristica di tutta quanta la Siria.  E al vilayet (“provincia”) di Aleppo, che comprendeva buona parte della presente Siria, la regione dello Hatay apparteneva agli inizi del novecento e allo scoppio della prima guerra mondiale, quando la parte araba dell’Impero ottomano divenne oggetto delle mire delle potenze europee: Gran Bretagna e Francia.  Come è noto, ebbe allora luogo un intricato gioco diplomatico.  Da un lato Gran Bretagna  Continua a leggere

Germania, 2013: una stabilità sofferta

Alternative für Deutschland, il nuovo “partito antieuro” tedesco, nei sondaggi per ora non decolla.  Anzi, non si presenterà alle elezioni regionali bavaresi perché il tema dell’uscita dall’euro viene considerato di poca incidenza rispetto alle questioni locali.  Tuttavia i partiti consolidati rimangono circospetti, perché l’adesione all’AfD non è motivata tanto dalle valutazioni economiche dei loro leader, ma da una spinta alla contestazione del sistema partitico tradizionale.  A tutt’oggi è difficile che AfD superi la soglia del 5% per essere rappresentato in parlamento.  Ma ci sono altri modi in cui può influire sul futuro governo della Germania.  Il più evidente è che possa drenare dai liberali (FDP) un numero di voti sufficiente a far sì che questi ultimi non superino essi stessi la soglia di sbarramento.  E così la CDU/CSU, pur ampiamente partito di maggioranza relativa, si troverebbe senza il suo partner di coalizione designato.  Nello stesso tempo, continua ad essere dubbia la possibilità che l’opposizione (SPD e Verdi) arrivi alla maggioranza assoluta.  In tal caso il sistema politico tedesco andrebbe incontro a uno stallo, più o meno transitorio.

bundestag

Nei quasi sessantacinque anni della sua esistenza, la stabilità del sistema politico della Repubblica Federale Tedesca è stata notevole, ed è stata ben poco scossa anche dalla riunificazione.  La memoria della frammentazione parlamentare della Repubblica di Weimar aveva suggerito ai costituenti l’elaborazione della soglia elevata di sbarramento del 5% dei voti per la rappresentanza parlamentare (con l’eccezione, che a livello macroscopico si è rivelata trascurabile, della possibile conquista di mandati diretti da parte di candidati forti sul piano locale).  La semplificazione politica che ne è derivata è stata elevata e persistente: un grande partito popolare di centro-destra (CDU) e uno di centro-sinistra (SPD); un “partito mediano” più piccolo e più d’opinione, pronto a fare l’ago della bilancia (FDP); un’integrazione permanente della forte specificità bavarese (rappresentata dalla CSU) nel progetto politico della CDU.  Così l’alternanza fra centro-destra e centro-sinistra è a lungo funzionata proprio grazie a questo “bipartitismo imperfetto”, e la soluzione più anomala della “grande coalizione” è stata presente solo come opzione transitoria.                                                                                                     Col tempo, è emersa una virtù complementare del sistema politico tedesco: la sua capacità di integrare forze nuove, una volta che fossero in grado di conquistarsi una base sociale ampia e radicata nel territorio.

german elections

Così i Verdi (Grüne) sono entrati stabilmente nel parlamento nel 1983 e  dopo la riunificazione tedesca, a partire dal 1990, vi è stato posto anche per l’erede del partito egemone della Germania orientale (la SED): dapprima nelle vesti di un partito insediato solo nei Länder orientali della Germania (PDS) poi, grazie alla fusione con movimenti fuoriusciti dalla sinistra socialdemocratica, nelle vesti di partito pantedesco: die Linke (a partire dal 2005).                                                                                                                             In questo modo le possibilità di scelta per l’elettore tedesco sono aumentate e ciò ha prodotto una corrosione strutturale della base di voti dei due partiti popolari tradizionali: dal 90,8 % congiunto che avevano preso nelle elezioni del 1976, il loro share dell’elettorato tedesco è sceso progressivamente fino al 56,8% congiunto delle elezioni del 2009.  Nello stesso tempo le possibilità di scelta sono aumentate anche per i leader e i partiti politici.

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Riscaldamento globale: energie rinnovabili, unica via d’uscita

L’osservatorio del Mauna Loa (nelle Hawaii) per la prima volta ha raggiunto una concentrazione atmosferica di CO2 pari a 400 parti per milione.  Il superamento della soglia non è da sottovalutare: prima dell’età industriale il livello medio dell’anidride carbonica si aggirava attorno a 280 parti per milione.  Oltretutto l’aumento della concentrazione di CO2 si accelera anno dopo anno.  Concentrazioni simili – è vero – si erano già registrate nell’Artico: l’emisfero settentrionale è quello più colpito, dato che qui si situano i maggiori responsabili delle emissioni provenienti da combustibili fossili (Cina e Stati Uniti, insieme, producono il 37% di tali emissioni, rispetto a quelle complessive del pianeta).

Rinvenire un’elevata concentrazione anche alle Hawaii è tuttavia un indizio pesante della diffusione di un pronunciato riscaldamento in tutte le aree del pianeta.  Anche se l’Artico e le elevate latitudini settentrionali resteranno pur sempre le aree più colpite, in un giorno non troppo lontano effetti macroscopici potrebbero farsi sentire anche sui ghiacci antartici.  E il livello del mare, allora, salirebbe ancora di più di quello stimato imminente sulla base dello scioglimento dei ghiacciai groenlandesi.  In ogni caso, siamo già pericolosamente vicini alla soglia ulteriore di 450 pm, che è bene non superare per restringere l’aumento dell’attuale temperatura globale a 2°, ultimo limite di sicurezza per evitare  conseguenze dannose al benessere umano e alla biodiversità tutta.

Mauna Loa

L’attuale accelerazione del riscaldamento globale dipende non solo da tendenze di lungo periodo ma anche da una situazione più contingente: una sorta di rilassamento – per non dire di rallentamento – nella transizione verso le energie rinnovabili.  L’urgenza di questa transizione era ed è a tutt’ora imposta dal fatto che le energie fossili sono in via di inevitabile esaurimento.  Si è molto speculato sul momento in cui si possa collocare il “picco del petrolio”, oltrepassato il quale i suoi giacimenti inizierebbero ad esaurirsi.  Anche se le stime variano, questo picco del petrolio si è spostato un po’ in là del tempo.  Ma sono soprattutto le risorse di gas naturale che si sono rivelate più ricche di quanto ipotizzato in precedenza.  Inoltre molte aree, oltre a quelle tradizionalmente considerate, si sono aggiunte quali territorio di sfruttamento delle risorse energetiche fossili.  Evidentemente l’estrazione di petrolio o di gas in mare aperto o in aree lontane e di difficile accessibilità (come le regioni artiche) presenta a tutt’oggi costi elevati: e tuttavia considerazioni di ordine economico e politico spesso conducono a uno sfruttamento intensivo anche di queste “nuove frontiere” delle energie fossili, provocando notevoli problemi di ordine ambientale.                                                                                                             Nel contempo, si stanno facendo strada metodi non convenzionali di approvvigionamento di riserve non convenzionali delle energie fossili.

frackingQuello più attuale e controverso è il fracking o fratturazione idraulica: l’utilizzo di acqua o di altri liquidi, a pressione elevata, per creare o amplificare le fratture in particolari strati geologici con l’obiettivo di rendere più agevole l’estrazione degli idrocarburi qui presenti: soprattutto il metano contenuto in particolari tipi di argille (shale gas).  Negli Stati Uniti già una buona parte delle risorse di gas naturale è ottenuta con processi di tal genere, e si conta di produrne ancor di più in futuro.                                                             Il fracking  è contestato in sé e per sé, perché inquinante e nocivo per gli equilibri ambientali.  Si è anche ipotizzato che talvolta possa favorire un’attività sismica indesiderata.  Ma, insieme, è opportuno sottolineare che il prolungamento indefinito dell’uso generalizzato del gas naturale è dannoso a lungo termine per almeno due motivi: il  Continua a leggere

Wembley, 1963: quando Milano era capitale

A Wembley non solo i tedeschi festeggiano in questi giorni un anniversario importante.  Anche noi italiani dobbiamo celebrare una ricorrenza altrettanto significativa.  Il 22 maggio 1963, infatti, proprio a Wembley il Milan sconfisse 2-1 il Benfica di Lisbona nella finale di Coppa dei Campioni, inaugurando una serie di vittorie che negli anni sessanta resero Milano l’indiscussa capitale del calcio europeo.  A questa Coppa dei campioni del Milan sarebbero seguite le due Coppe dei campioni consecutive dell’Inter (1963-64, 1964-65) e la seconda Coppa dei campioni del Milan (1968-69).  Aggiungiamo anche le tre Coppe intercontinentali (Inter, 1964 e 1965; Milan, 1969); le due Coppe delle coppe vinte dal Milan (1967-68, 1972-73); le due finali di Coppa dei campioni perse dall’Inter (1966-67,1971-72); la finale di Coppa delle coppe persa dal Milan (1973-74).            

RoccoAlla finale di Wembley, il Milan era arrivato con passo sicuro, con un notevolissimo saldo reti (31 gol fatti, 5 subiti) e due sconfitte su misura in trasferta senza mettere a rischio qualificazioni già abbondantemente conquistate.  Gli avversari, a dire il vero, non erano stati eclatanti: i dilettanti lussemburghesi dell’Union Luxembourg, i turchi del Galatasaray che allora non era affatto la squadra prestigiosa dei tempi recenti, e due squadre britanniche di buono ma non eccelso livello: gli inglesi dell’Ipswich Town e gli scozzesi del Dundee FC.  Il cammino del Milan non bastava a renderlo il favorito della finale, che restava il Benfica.  Quelli erano gli anni del suo dominio europeo: il Benfica si era aggiudicato le due coppe precedenti in combattute finali con grandi rivali spagnoli.  Nel 1961 aveva sconfitto (3-2) il Barcellona di Luis Suarez, che nei turni eliminatori aveva a sua volta posto fine al predominio assoluto del Real Madrid di Puskas e di Di Stefano, vincitore consecutivamente dei primi cinque titoli europei (1956-60).   Nel 1962, rafforzato dall’astro nascente Eusebio, aveva sconfitto lo stesso Real Madrid in una partita dall’andamento drammatico: 5-3, con il Real tre volte in vantaggio grazie ad altrettante reti di Puskas.  Nel 1957-58, però, anche il Milan era andato molto vicino alla vittoria contro il grande Real: aveva dovuto cedere solo ai supplementari (3-2), dopo essere stato due volte in vantaggio.

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Il Milan che vinse a Wembley era un sapiente impasto di giovani e di giocatori più esperti.  I giovani erano Gianni Rivera e Giovanni Trapattoni, che avrebbero costituito per molti anni a venire i pilastri della squadra e si sarebbero aggiudicati anche la seconda coppa.  I giocatori più esperti, fra gli altri, erano l’ala Gino Pivatelli, il centromediano Cesare Maldini, il portiere Giorgio Ghezzi i quali, dopo parecchi anni di valide carriere nazionali, riuscirono a fregiarsi di un prestigioso titolo internazionale.  Aggiungiamo il raffinato regista, il brasiliano Dino Sani che era stato fra i vincitori del campionato mondiale del 1958.                                                             Nella stagione l’elemento di maggior spicco fu senz’altro il centravanti José Altafini, autore proprio a Wembley dei due gol con i quali il Milan capovolse il risultato, aperto nel primo tempo dal gol portoghese di Eusebio.  Soprattutto, Altafini fu il capocannoniere della Coppa con un totale di 14 gol: una cifra che ancor oggi non è stata superata ma soltanto eguagliata, da Ruud Van Nistelrooy del Manchester United nel 2002-03 e da Lionel Messi del Barcellona nel 2011-12 (notiamo che i gol di Altafini furono segnati in 9 partite, mentre a Messi e a Van Nistelrooy ce ne sono volute 11).                                                               Ma il protagonista assoluto della stagione d’oro del Milan negli anni sessanta è senz’altro l’allenatore Nereo Rocco, il popolare paron triestino il cui ricordo oggi è sconfinato nelle regioni del mito. Lasciamo alla lettura del bel libro di Gigi Garanzini, Nereo Rocco, e delle testimonianze qui raccolte il compito di spiegare la rilevanza non solo storica ma anche culturale dell’allenatore triestino: la sua grande sensibilità gli consentiva di ricercare e di realizzare un equilibrio fra le pressioni di un mondo del calcio già professionalizzato e mediatizzato e la valorizzazione delle relazioni umane e personali quale risorsa decisiva per un vincente spirito di squadra.  Qui ricordiamo soltanto come Nereo Rocco sia arrivato ai successi europei relativamente tardi, dopo aver già conseguito risultati di assoluto valore   Continua a leggere

Bayern-Borussia Dortmund: la celebrazione della Bundesliga

L’imminente finale di Champions League fra Bayern Monaco e Borussia Dortmund è la migliore celebrazione dei cinquant’anni della Bundesliga, il maggior campionato di calcio tedesco.  Il particolarismo tedesco, infatti, aveva mantenuto in vita un sistema di leghe regionali fino a dopoguerra inoltrato.  In Germania (federale) il sistema a girone unico iniziò la sua vita solo nel 1963, insieme all’introduzione di un professionismo calcistico vero e proprio.  Per fare raffronti: il campionato inglese nasce con il girone unico nazionale nel 1888-89;  il campionato spagnolo nasce a girone unico nel 1928-29; il campionato italiano diventa a girone unico nel 1929-30; quello francese nel 1933-34.  E nel costituire una lega nazionale la Germania federale è stata buon ultima, anticipata persino dall’Olanda (1956-57), dalla Grecia (1959-60), dalla Turchia (1959).

Bayern-Muenchen

Il primo campionato di calcio tedesco risale al 1902-03.  Le formule sono variate anche in dipendenza della storia tormentata della nazione, ma la costante è stata una serie più o meno lunga di eliminatorie regionali che poi culminavano in una finalissima.  Nella Germania Occidentale del dopoguerra, dopo il 1949, questa struttura era stata standardizzata con un sistema a cinque leghe: Nord (Amburgo, Brema, Bassa Sassonia, Schleswig-Holstein); Ovest (Renania Settentrionale-Westfalia); Sud-ovest (Renania-Palatinato; Saar); Sud (Assia, Baviera, Baden-Württenberg); Berlino ovest.  Di solito, i gironi erano a 16 squadre, salvo Berlino che ne aveva 10.  Alla fine le squadre migliori disputavano due gironi di semifinale e le vincenti si disputavano il titolo nella finalissima.  Questo sistema presentava molti derby e incontri di cartello sul piano locale, ma era anche molto squilibrato: piccole squadre di piccoli paesi potevano fregiarsi dell’orgoglio di incontrare i club e i giocatori più famosi del paese, talvolta con risultati sorprendenti, talvolta con sconfitte memorabili.  Ma solo le fasi finali, in genere, erano dotate di un equilibrio competitivo.                                           Mentre l’età delle leghe regionali aveva visto molte squadre alla ribalta, i cinquant’anni della Bundesliga hanno visto l’indubbio predominio del Bayern Monaco.

borussia-dortmundIl Bayern aveva vinto il suo primo titolo di campione tedesco nel 1932 ma poi, nel dopoguerra, non aveva ottenuto grandi risultati (a parte una coppa di Germania nel 1957).  E nel 1963 non era stato nemmeno fra le squadre selezionate per la prima stagione nella massima serie. Così, il Bayern restò ancora due anni nelle serie regionali e ottenne la promozione nella massima serie alla fine della stagione 1964-65.  Ma poi, nei 48 anni successivi, ha conquistato 22 titoli di campione di Germania: il primo nel 1968-69, l’ultimo pochi giorni fa.  Aggiungiamo altre 14 coppe di Germania e i successi internazionali: quattro fra Coppe dei campioni e Champions League (tre consecutive dal 1974 al 1976, e poi nel 2001) con due coppe intercontinentali (1976, 2001); una Coppa delle coppe (1967); una Coppa UEFA (1996).     Il Borussia Dortmund fece invece i suoi primi successi proprio nei campionati della Germania occidentale del primo dopoguerra.  Vinse tre titoli di campione tedesco (1955-56, 1956-57, 1962-63) e in altre due occasioni arrivò secondo, disputando la finalissima.  Al contrario del Bayern, con l’introduzione della Bundesliga il cammino per il Borussia

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Sentinel Island: l’incontro con l’umanità paleolitica

Il 4 agosto 1938 è una data importante per la storia umana, anche se per nulla pubblicizzata.  Jared Diamond, ne Il terzo scimpanzé, ci racconta come in tale data un gruppo di esploratori sia penetrato in una valle della Nuova Guinea occidentale che si credeva disabitata e come abbia avuto la sorpresa di incontrarvi una popolazione di circa 50.000 persone.  Esse vivevano in perfetta autonomia, senza apparenti contatti con altri gruppi umani: erano state isolate (protette?) da consistenti barriere geografiche. Ma da quel momento in poi anche queste persone entrarono a far parte della grande rete umana globale.  

H44-10920515 - © - Dirscherl Reinhard

La data può essere assunta come la soglia conclusiva della prima, lunghissima tappa della storia della nostra specie: quella della grande diaspora umana.  Homo sapiens, con tutta probabilità, è nato in Africa, che era già la terra dei suoi antenati.  Circa 100.000 anni or sono, alcuni gruppi di Homo sapiens sono usciti dall’Africa e si sono avventurati in tutti i continenti, frammentandosi in tante popolazioni separate, mirabilmente adattate ai loro rispettivi ambienti.  Con l’invenzione dell’agricoltura, circa 11.000 anni or sono, la direzione diasporica è iniziata a invertirsi.  A poco a poco le varie popolazioni umane sono entrate in contatto l’una con l’altra, talvolta convivendo, talvolta soppiantandosi, talvolta mescolandosi.  A poco a poco si è generata una gigantesca rete di scambi e di commerci, che nell’età moderna è sfociata in un “sistema mondo” vero e proprio.  Solo pochissime popolazioni sono arrivate al giorno d’oggi con modi di vita ancora indipendenti dai flussi globali.  Queste popolazioni rivestono un grandissimo interesse antropologico, ma l’accostarsi ad esse impone una cautela estrema.  Il rischio che il contatto le annienti per sempre è elevato.

sentinel island

Piccoli gruppi ancora isolati si trovano oggi nella foresta amazzonica dell’America Meridionale e nell’interno della stessa Nuova Guinea.  Ma è soprattutto alle isole Andamane del Golfo del Bengala, oggi politicamente appartenenti all’India, che dobbiamo rivolgerci per trovare un campione sorprendentemente intatto dell’umanità paleolitica.                         Le isole Andamane, un arcipelago abitato da tribù autoctone del tutto differenti dalle stirpi asiatiche circostanti, erano note agli arabi, ai persiani, ai tamil e anche a Marco Polo: ma in genere venivano evitate per il timore dei loro abitanti, considerati “cannibali”.  E un gruppo di britannici che vi fecero naufragio nel 1867 furono in effetti massacrati dagli indigeni: di 86 naufraghi ne rimase in vita uno soltanto.  Col tempo i britannici decisero di stanziarvi una colonia penale e le isole entrarono nella storia.  Furono occupate dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale, e poi diventarono un territorio dell’Unione Indiana dopo l’indipendenza.                                                                                                 Tristemente, i tanti popoli autoctoni che la abitavano si sono quasi estinti, a causa degli effetti diretti e indiretti del contatto con il mondo globalizzato: deforestazione e distruzione dei loro modi di vita tradizionali; diffusione di epidemie nei confronti delle quali il lungo isolamento li aveva resi inermi; persino alcune spedizioni punitive a tendenza genocidaria.  Dei 7000 abitanti “indigeni” che vi erano alla metà dell’ottocento oggi non ne sono rimasti più di 1000, e molti di meno hanno mantenuto i modi di vita tradizionali.  Sul piano

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1933: la diversità distrutta

Il 10 maggio 1933 gli attivisti nazisti si mobilitarono nelle città universitarie tedesche per distruggere le opere degli autori considerati nemici della loro visione del mondo e antitedeschi senza possibilità d’appello.  La manifestazione più coreografica ebbe luogo a Berlino, in Opernplatz (oggi Bebelplatz), ove furono bruciati circa 70.000 libri e pubblicazioni varie,  in precedenza inseriti nella lista dei testi proibiti.  Lo spettro degli autori condannati era molto vasto e vario: andava da Marx a Freud.                                                                                         Il rogo dei libri si colloca in un frangente strategico della rapidissima edificazione del sistema totalitario nazista, a cui bastarono meno di sei mesi per diventare pervasivo: dalla nomina alla cancelleria di Adolf Hitler, il 30 gennaio 1933, allo scioglimento forzato di tutti i partiti politici – eccetto naturalmente quello nazista nel luglio dello stesso anno.  Solo qualche giorno prima del rogo dei libri, il 2 maggio, vi era stato un attacco sistematico del nuovo sistema di potere nazista ai sindacati, che per un momento si erano illusi di trovare una qualche forma di compromesso col regime: le loro sedi furono devastate, e molti loro esponenti incarcerati. 

rogo dei libri 1933

In quegli stessi giorni, in Germania, iniziavano ad avvenire eventi ancora più gravi.  Si calcola che la prima ondata di repressione degli avversari politici, picchiati, uccisi a freddo, incarcerati e torturati ad arbitrio del potere repressivo abbia fatto 600 vittime.  Ma la parallela repressione culturale è stata altrettanto grave e di enorme valore simbolico.  La valutazione di chi era considerato nemico del popolo tedesco era la più estesa possibile e non si limitava ad autori di tendenze politiche di sinistra, o di origine ebraica.  Era un attacco senza quartiere a tutta alla modernità e a tutto il modernismo, di cui la Germania e l’Austria negli ultimi decenni erano state terreno di cultura quanto mai creativo e cosmopolita.  L’immagine dei valori del popolo tedesco che di contro veniva propugnata era monca, intollerante, regressiva, sostanzialmente inventata: in ogni caso le molteplici radici culturali della Germania erano fatte oggetto di una “pulizia etnica” distruttiva al massimo grado.                                  Rivolto al cittadino tedesco, questo messaggio culturale sfociava direttamente in un messaggio politico altrettanto violento.  Nel Volk tanto idolatrato dai nazisti non vi era spazio per la diversità e l’individualità.  Si prospettava un’omologazione coatta dei comportamenti e delle visioni del mondo: ogni deviazione sarebbe stata inflessibilmente repressa.

vielfaltPer riflettere a ottant’anni di distanza sul significato di questi eventi, oggi la città stato di Berlino ha promosso, per tutta la durata dell’anno, una serie di manifestazioni che toccano i diversi aspetti del cruciale 1933.  Molte istituzioni hanno allestito mostre appositamente dedicate.  Ma l’iniziativa più visibile ha condotto alla presenza, in tutti gli spazi urbani, di grandi colonne rosse: ognuna di esse è dedicata a un cittadino berlinese che nel 1933 fu costretto a emigrare o, se rimasto all’interno della Germania, venne perseguitato dai nazisti con conseguenze assai varie: dalla disoccupazione alla morte.       Le colonne sono lì per ricordarci che prima che la follia nazista coinvolgesse l’intera Europa, con decine di milioni di morti, essa si diresse anzitutto contro cittadini tedeschi: perché ebrei, perché di opinioni politiche differenti, spesso semplicemente perché erano contrari alla montante violenza del regime o erano disgustati dalla sua arroganza e dalla sua rozzezza.  E sono lì per ricordarci che, oltre che la vita dei singoli cittadini, fu gravemente danneggiata anche l’identità stessa di un’intera nazione: nel decennio antecedente la Germania era all’avanguardia in tanti campi, scientifici, tecnologici, artistici (basti pensare al cinema), e ora stava precipitando in un abisso oscuro dalle prospettive oscure.                                                                                                                                      I cittadini così ricordati sono noti e meno noti, di tante occupazioni e di tante classi sociali:  Continua a leggere

La Turchia: crocevia dei destini eurasiatici

Oggi la Turchia è al centro degli interessi dell’opinione pubblica internazionale.  Le ragioni sono molteplici: il suo stretto coinvolgimento nella guerra civile in Siria, della quale la Turchia è vittima e parte attiva nello stesso tempo; la speranza di una progressiva soluzione della questione curda, che aveva condotto a un intermittente guerra civile interna; il lento procedere dei negoziati di adesione all’Unione Europea, rispetto alla quale i governi e i politici europei continuano ad essere quanto mai divisi; l’altrettanto lento consolidamento di uno stato di diritto secondo i canoni e i valori occidentali, talvolta frenato da comportamenti assai dubbi delle autorità giudiziarie e poliziesche.  Questa nuova centralità della Turchia nelle relazioni internazionali non è nuova e risale già al tempo della fine della guerra fredda.  Ma è indubbio che gli avvenimenti recenti nelle coste orientali e meridionali del Mediterraneo, e nel mondo arabo in genere, l’abbiano portata ancor di più in primo piano.

turchia siriaNon è tanto la posizione geografica a rendere la Turchia così cruciale nell’intero contesto eurasiatico, quanto le sue vicende storiche, recenti e remote. In quanto discendente dell’Impero Ottomano, essa ha intessuto profondi legami con i popoli del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale, dei Balcani.  D’altra parte il popolo turco è il risultato della fusione degli antichi popoli sedentari che abitavano l’Impero bizantino con i popoli nomadi che nel medioevo irruppero in Asia minore da oriente, e che avevano come sede originaria le regioni della Mongolia occidentale.  Sul piano etnolinguistico, i turchi sono imparentati con gli azeri del Caucaso, con gli uiguri del Xinjiang cinese, con gli jakuti della Siberia, con molti popoli dell’Asia Centrale: kazaki, uzbeki, kirghisi, turkmeni.  Da quando l’Asia centrale è diventata la sede delle ambizioni e dei conflitti mascherati delle grandi potenze globali, la Turchia ha opportunamente rinsaldato le relazioni culturali e politiche con tutti questi popoli.

califfato ottomano

L’influenza culturale turca nel mondo islamico è salda e di lunga data.  Nel suo processo di espansione, l’Impero Ottomano nel cinquecento aveva conquistato i luoghi sacri dell’Islam nella penisola arabica: per questo il sultano si era conferito anche il titolo di califfo, cioè di guida spirituale per tutti i musulmani.  E il califfato durò per secoli, e fu abolito soltanto all’indomani della prima guerra mondiale, quando  la Turchia era ormai diventata una repubblica.                                      Lo stretto laicismo di Atatürk aveva posto fra parentesi l’identità islamica della Turchia.  Tuttavia il forte nazionalismo che ne è derivato, mettendo in primo piano l’identità etnica dei turchi, aveva nuovamente privilegiato l’islam come religione della maggioranza della nazione, soprattutto in contrapposizione alle minoranze cristiane.  Il quadro è poi notevolmente mutato con l’ascesa del partito islamico “moderato” di Erdogan.  L’ambizione del nuovo governo è diventata quella di mostrare all’intero mondo islamico la piena compatibilità fra islam e democrazia, cercando altresì (con molti tentennamenti e regressioni) di rafforzare l’immagine della Turchia come stato di diritto all’occidentale.  Proprio per questo la primavera araba è stata percepita dal governo turco come un

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Lionel Messi: i record continuano

Per Lionel Messi gli esiti della stagione 2012-13 non sono stati fra i più felici della sua carriera.  Ma anche l’attuale stagione ha apportato nuove, potenti ragioni per la sua inclusione, ormai unanime, nella ristretta cerchia dei più grandi campioni di calcio di tutti i tempi.  Quest’anno il grande rimpianto di Messi è di non aver potuto contribuire, per le sue condizioni fisiche precarie, ad evitare la cocente eliminazione del Barcellona da parte del Bayern Monaco nella semifinale di Champions League. Ma nel campionato spagnolo i suoi 46 gol, fino ad oggi, hanno contribuito in maniera decisiva alla conquista da parte del Barcellona del titolo: nella stagione, il primato dei blau-grana nella Liga nazionale non è mai stato messo in discussione.

messiL’anno scorso Messi era stato capocannoniere con la cifra smodata di 50 gol.  Quest’anno ha realizzato un record non meno importante: ha segnato per 21 partite consecutive (33 gol in tutto).  La striscia di Messi è stata già celebrata dopo 18 giornate in cui era andato sempre a segno. Se avesse avuto successo anche la giornata successiva, contro il Celta Vigo, sarebbe stato il primo a segnare consecutivamente contro tutte le diciannove avversarie di campionato.  La cosa è puntualmente avvenuta.  Poi però Messi si è infortunato, e il percorso è diventato più tormentato.  Ha dovuto saltare tre partite di campionato.  E proprio per questo la 20° e la 21° giornata della striscia sono forse le più rilevanti.  Contro l’Atletico Bilbao (2-2, un gol di Messi) e contro il Betis Siviglia (4-2 per il Barcellona, doppietta di Messi), il campione argentino ha segnato partendo dalla panchina, in condizioni fisiche non ideali.  Un altro infortunio l’ha fatto uscire nella giornata successiva contro l’Atletico Madrid.  Solo così Messi si è arreso: la  serie ha avuto termine, anche il Barcellona ha vinto l’incontro per 2-1 e ha potuto festeggiare la sua ventiduesima vittoria nel campionato spagnolo.

gerd muller

Forse qualche statistico, adesso, riuscirà a scoprire in qualche lega minore di qualche paese una serie ancora più lunga di quella di Messi.  Ma per le maggiori divisioni calcistiche la striscia del calciatore argentino è di gran lunga la migliore di tutti i tempi.  Fino ad oggi il primato in tal senso era detenuto da un altro grande cannoniere, Gerd Müller, che nel campionato tedesco 1969-70 aveva segnato 23 gol in 16 partite consecutive (anche Müller perse un incontro per infortunio).            Già l’impresa di Müller era stata notevole, se pensiamo che per il campionato inglese si fa riferimento a un antichissima serie di George Camsell del Middlesborough, seconda divisione del 1926-27: 29 gol (!) in 12 partite consecutive.  In Italia abbiamo le serie – entrambe all’inizio di campionato – di Gabriel Batistuta (Fiorentina, 1994-95, 13 gol in 11 partite) e di Ezio Pascutti (Bologna, 1962-63, 12 gol in 10 partite).  Ricordiamo anche che Marco Negri, giocando per i Glasgow Rangers nel 1997-98, fece una striscia, anch’essa iniziale, di 23 gol in 10 partite (con la media gol davvero elevata).           Poi ci sono le esplosioni più estemporanee: in questo probabilmente è imbattuto l’albanese Refik Resmija il quale, giocando per il Partizan Tirana nel 1951, fece due serie spettacolari nella medesima stagione: 24 gol in 4 partite e poi 18 gol in 6 partite.  Certo, gli avversari di Messi e di Müller sono stati di maggior spessore.

Le de-estinzioni possibili. Verso Pleistocene Park?

Le due specie della rana australiana Rheobatrachus avevano una caratteristica riproduttiva assai singolare.  La femmina, dopo aver fatto fecondare le uova dal seme maschile, le inghiottiva e poi proteggeva le varie fasi di sviluppo dei girini ospitandoli nel suo ventre.  Solo quando i girini erano pienamente sviluppati, questi potevano affrontare il mondo, dopo essere stati espulsi dall’esofago e dalla bocca della madre.  Abbiamo parlato al passato perché, pochi anni dopo essere state scoperte, le due specie si sono estinte.

rana

Ma se  l’estinzione non fosse per sempre?  Se una de-estinzione fosse concepibile e realizzabile, sul piano scientifico e tecnologico?  Nel caso della rana Rheobatrachus questa speranza è abbastanza concreta.  Nell’ambito di un progetto intitolato significativamente Lazarus, filamenti del DNA della rana, opportunamente conservati, sono stati impiantati nell’uovo di una rana affine.  E da questo impianto si sono sviluppati embrioni vivi.  Anche se questi embrioni non sono sopravvissuti tanto da generare un organismo adulto, la tecnica è promettente.  Propriamente parlando, le rane così generate non potrebbero essere gli antichi organismi Rheobatracus in senso proprio, ma una sorta di ibridi fra la rana estinta e la rana vivente, fornitrice dell’uovo.  Ma dato che per definire l’identità biologica di una specie vivente ricorriamo soprattutto all’identità genetica, non è improprio parlare di una possibile de-estinzione di Rheobatracus.

Mammut

Le nuove tecniche di clonazione alimentano così la speranza di rivedere in vita specie che popolavano la Terra ancora di recente: non solo il tilacino, ma anche il piccione migratore nordamericano, il dodo, il moa, la capra dei Pirenei oppure l’uro, un antenato selvatico dei bovini.  A parte le difficoltà pratiche dell’ibridazione e della clonazione, i requisiti ineliminabili sono da un lato la conservazione del DNA della specie estinta o, almeno, il suo preciso sequenziamento in modo tale da riuscire ad integrare i frammenti di DNA a nostra disposizione; dall’altro l’esistenza di una specie più o meno strettamente imparentata che possa fornire l’indispensabile uovo.

Quanto di recente si devono essere estinte le specie, perché possano avere una speranza di de-estinzione?  Sembra che lo sguardo debba necessariamente concentrarsi sulle  specie estinte negli ultimi secoli, per responsabilità più o meno diretta della specie umana.  E tuttavia ci si chiede anche se non sia possibile riportare in vita i grandi mammiferi del pleistocene, quelli che popolavano gli habitat della Terra in piena età glaciale.  Si è così aperta una caccia ai resti di mammut, che dei mammiferi estinti dell’età glaciale è  Continua a leggere

La lunga marcia della Cina verso occidente

Le vicende geopolitiche dell’Eurasia nell’età moderna hanno distinto nettamente gli sviluppi di Russia e Cina, da un lato, e quelli delle grandi potenze dell’Europa occidentale dall’altro.  Queste ultime hanno costruito i loro imperi coloniali lontano da casa, disperdendo i territori e gli avamposti conquistati e posseduti in tutti i continenti e sotto tutte le latitudini.  Al contrario, sia la Russia che la Cina hanno inglobato enormi estensioni e innumerevoli popoli nel loro stesso territorio metropolitano: il loro colonialismo è stato interno, piuttosto che esterno.  Di conseguenza la Russia non ha avviato un processo di decolonizzazione vero e proprio fino alla disgregazione dell’Unione Sovietica nel 1991.  E la Cina non l’ha avviato a tutt’oggi.

Mongols_Warriors

Le rispettive espansioni imperiali della Russia e della Cina sono state in buona parte concomitanti.  Anzi, i due imperi hanno attivamente cooperato per smembrare un terzo attore: il khanato zungarico, l’ultimo erede dei grandi imperi nomadi dell’Asia Centrale.  Punto culminante della loro cooperazione fu il trattato di Kyakhta (1727), in seguito al quale la Russia zarista si accordava con la dinastia cinese dei Qing per tracciare quella che è ancor oggi è la linea di confine fra Russia e Mongolia: una volta centro del khanato zungarico, la Mongolia era ormai stata incorporata dai cinesi nel loro impero.  Ai nomadi restava un ampio territorio più a ovest, in quello che è l’odierno Xinjiang.  Ma anch’esso fu conquistato e colonizzato dai Qing in rapida successione, dopo la metà del settecento.

Con China Marches West: The Qing Conquest of Central Asia, Peter Perdue ci ha dato un grande affresco di una storia solo apparentemente marginale e dimenticata, ma è che in realtà attualissima, visto anche e soprattutto il “gran gioco” che ha come teatro e come posta l’Asia Centrale a partire dal 1991.  La Cina è un protagonista a pieno titolo di questo “gran gioco”, dato il suo crescente bisogno di risorse energetiche (leggi: gas e petrolio) di cui abbondano, nella regione, soprattutto Kazakhstan e Turkmenistan.  E la Cina ha grande influenza in quanto è una potenza ormai insediata stabilmente nella regione da due secoli e mezzo, coronando un obiettivo che a dire il vero aveva perseguito con alterna fortuna sin dall’antichità.  Ma in passato le sue ambizioni si erano sovente infrante dinanzi alla concorrenza dei popoli nomadi, che a loro volta si erano rivelati temibili conquistatori piuttosto che facile terreno di conquista.  Il punto di svolta finale delle relazioni fra sedentari e nomadi nell’Eurasia settentrionale è dunque un capitolo decisivo della storia del mondo, almeno altrettanto importante – come nota Perdue – della “chiusura” della frontiera nordamericana alla fine dell’ottocento.

Peter Perdue insegna storia cinese alla Yale University, e per questo libro ha utilizzato una  Continua a leggere