Cambiare l’Italicum. Una necessità per l’Italia, un’opportunità per tutti

La nuova legge elettorale, ‘Italicum’, nell’attuale versione approvata dal Senato, può rivelarsi dannosa non solo per la democrazia italiana ma, paradossalmente, anche per i suoi sostenitori.  Non sarebbe male se essi stessi se ne convincessero, e si convincessero anche che un cambiamento della legge, più o meno spinto, non significherebbe un’interruzione del percorso verso le riforme.  Al contrario, aumenterebbe il consenso popolare. Non abbiamo bisogno di riforme tanto per fare: abbiamo bisogno di riforme fatte bene.  Un po’ di tempo dedicato oggi alla discussione significa tempo risparmiato per il futuro.  Altrimenti, prima o poi, i nodi vengono al pettine, e allora dovremo riconquistare quello oggi rischiamo di perdere per effetto di frettolosità.  Già la prima versione dell’Italicum, circa un anno fa, appariva di ostacolo, piuttosto che di aiuto, al buon funzionamento delle istituzioni e della democrazia italiana.  Da allora la situazione è cambiata in peggio: l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste partitiche e non già a coalizioni di liste aggiunge una nuova anomalia a quelle già presenti. Perché anche questo tratto della legge non trova nessuna rispondenza nel panorama politico europeo e in generale nelle democrazie funzionanti.  Anzi, oggi va in controtendenza rispetto alle soluzioni europee che, con un certo acume, cercano di non sacrificare la rappresentanza alla governabilità, in un momento molto critico per la democrazia, in cui il problema dello scollamento fra cittadini ed istituzioni è forte dappertutto. European Parliament Groups

Tre, come è noto, sono i punti che lasciano notevolmente perplessi rispetto alla legge elettorale così proposta.  I primi due, relativi al meccanismo delle preferenze e all’enormità del premio di maggioranza, appaiono francamente anticostituzionali, oltre che non opportuni dal punto di vista politico.  Il terzo – l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste e non a coalizioni non è in sé e per sé anticostituzionale, ma forse è ancora più disastroso dal punto di vista politico, soprattutto se cumulato con un premio di maggioranza enorme e non regolato.                                                                                                                      In odore di anticostituzionalità sta certamente lo strano meccanismo delle preferenze per cui i capilista sono bloccati, e il voto di preferenza lo si può dare solo agli altri componenti della lista. Il risultato netto – noto ormai a tutti – è che le preferenze degli elettori possono influire sulla composizione personale del parlamento solo se votano per il partito che prende il premio di maggioranza e vince le elezioni.  Altrimenti noi: gli altri partiti (salvo sporadiche eccezioni) porteranno in parlamento solo i capilista bloccati.  Non credo che questa possa essere configurata come una condizione di uguaglianza dei cittadini dinanzi al voto.    Ancora più anticostituzionale, a prima vista, appare il premio di maggioranza, che già nella legge precedente bocciata dalla Consulta appariva come un’anomalia che non ha uguali nei sistemi democratici occidentali.  Non esisteva una soglia minima per accedere al premio di maggioranza prima, ma non c’è nemmeno adesso.  Si afferma che, se nessuna lista arriva alla soglia del 40 per cento, avrà luogo un ballottaggio fra le due liste che al primo turno avranno raggiunto il maggior numero di voti.  Ma questo significa che, in situazioni soltanto di moderata frammentazione, una lista che al primo turno prende all’incirca il 25 per cento dei voti può alla fine vincere il 53 per cento dei seggi, cioè più che raddoppiare i voti che proporzionalmente gli spetterebbero: una sovrarappresentazione che non ha eguali nemmeno nei risultati dei tanti sistemi uninominali (a uno o a due turni), né del sistema greco (in cui il premio di maggioranza è fisso, 50 seggi: nelle recenti elezioni Syriza con il 36,3% dei voti ha preso il 49,7% dei seggi).  Aggiungiamo che, con una frammentazione solo un po’ più spinta, possono andare al ballottaggio due partiti che non raggiungono nemmeno, sommati insieme, il 50% dei voti degli elettori.             Elezioni 2013Aggiungiamo anche che l’Italia, nelle ultime elezioni del 2013, era solo un po’ meno frammentata che in queste situazioni ipotetiche  Il PD, ricordiamolo, ha preso il 26,2% (Italia ed estero, senza la Val d’Aosta, non comparabile), il M5S il 25,8% dei voti.  Certo, in presenza di questa legge i risultati sarebbero stati diversi e forse le coalizioni avrebbero fatto liste comuni.  Resta comunque il fatto – su cui riflettere con attenzione – che in un momento così critico, in cui le affermazioni anti-euro, anti-Europa, anti-interculturalità, anti-Germania, anti-Usa e così via, vengono espresse con una superficialità sconcertante, la possibilità che una lista raggiunga il ballottaggio con affermazioni di questo genere (Grillo? Salvini? ma in prospettiva ci può essere anche di peggio) non è da escludere.  E a parte il rischio, dannosissimo per l’Europa tutta, di una sua vittoria (non probabile), resta l’eventualità di dare a queste voci un proscenio immeritato, generando una tappa ulteriore del degrado culturale del paese.                   Con la finezza e l’autorevolezza che lo distinguono, Valerio Onida ha ampliato il discorso e, in termini sia costituzionali che politici, ha indivuato fra le conseguenze dell’enorme premio di maggioranza un tendenziale squilibrio fra il potere esecutivo e il potere legislativo, a tutto vantaggio dell’esecutivo e a tutto detrimento del legislativo.  E’ evidente che un Parlamento semplificato, in cui vi sia un gruppo parlamentare sovrarappresentato e tutti gli altri sottorapresentati, non è una scena favorevole a iniziative legislative inter-partitiche, inter-schieramenti e, in genere, trasversali.  E invece il Parlamento – oggi più che mai, oggi che in una condizione di crisi globale gli interessi comuni del paese e dell’Europa devono essere coltivati, oggi che la contrapposizione ideologica di destra e di sinistra si indebolisce dinanzi ad altre contrapposizioni più urgenti – deve configurarsi come un laboratorio di innovazione in cui la diversità delle idee sia fondamentale e in cui le relazioni personali possano essere molteplici, non appiattirsi regolarmente sulla contrapposizione fra governo e opposizioni.  Si apre così la strada a una riflessione su un termine che nel linguaggio politico è del tutto assente: generosità. Generosità non equivale al buonismo, ma alla capacità di aprire opportunità non solo per sé, ma anche per gli altri.  E quindi vincere sì, ma vincere con magnanimità, pensando a un rapporto equo con le minoranze (e, talvolta, persino a sovrarappresentarle piuttosto che a sottorappresentarle), perché nel corso di una legislatura si ha bisogno di tutti, anche se alcuni di questi tutti tendono colpevolmente ad autoescludersi.                                                                              BundestagQueste riflessioni, d’altra parte, sono ancora più urgenti alla luce dell’altro difetto dell’Italicum, introdotto senza necessità alcuna nella nuova versione approvata dal Senato.  Esso si presenta infatti con la specificità, che in Europa senz’altro non ha eguali, di rendere impossibili – non difficili -  i governi di coalizione, nel senso di evitare che due o più partner si rivelino altrettanto indispensabili per il governo, e che quindi si debba procedere a negoziazioni e a mediazioni fra le parti.  Nella situazione configurata dall’Italicum, la parte politica vincente potrebbe tutt’al più allargare la maggioranza ad altri partiti che hanno qualche rappresentante in Parlamento, ma vi resterebbero in forma subordinata e instabile.  Ricordiamo tra l’altro, con Onida, che la parte al governo non solo potrebbe aver vinto con il 25% circa dei voti ma, in un’età in cui la partecipazione al voto tende a ridursi piuttosto che ad ampliarsi, potrebbe persino rappresentare non più del 15% degli elettori.  Questa sarebbe la peggiore calamità per la parte al governo, perché la sottorappresentazioni delle voci contrarie in Parlamento potrebbe generare un forte aggressività nella piazza. E in un’età di continue tensioni e di populismi aggressivi questo non è uno scenario augurabile.                                                                                    Credo che per contribuire all’odierno dibattito sull’Italicum si tener presente che:               1) Analizzando gli andamenti politici delle democrazie dell’Europa occidentale dal 1945 ad oggi, le coalizioni appaiono costantemente la norma e non già l’eccezione, in varie forme: coalizioni di partiti relativamente omogenei quanto alla propria collocazione politica; coalizioni di partiti nazionali con partiti espressone di istanze regionaliste o di minoranze etniche, linguistiche, culturali; “grandi coalizioni” fra partiti tendenzialmente di centrodestra e di centrosinistra, che nell’odierno panorama europeo stanno diventando più frequenti.  Le coalizioni sono state e sono la norma in Germania (sempre, dal 1945) nei Paesi Bassi, nei paesi scandinavi, e in genere in tutti i sistemi in cui vi sia una legge elettorale proporzionale.  Lo sono state e lo sono anche in Francia della V Repubblica, perché qui la legge elettorale, basata sul collegio uninominale a doppio turno, ha reso il centrosinistra e il centrodestra necessariamente “plurali”, inclini a rappresentare nei vari collegi – e, quindi, nel Parlamento che si va a costituire – tutte le piccole forze più o meno omogenee (talvolta, persino degli indipendenti di “area”) che possono contribuire alla vittoria.  Lo sono in genere anche nei paesi dell’Europa centro-orientale dopo il 1989, anche se con la situazione non infrequente per cui  il malgoverno di un partito ad un certo momento al potere talvolta provoca una vittoria a valanga per il partito di opposizione.  E il caso dell’Ungheria  di Viktor Orban insegna che ciò può non essere un bene.                               parlamento inglese2) Le conseguenze dell’uninominale a turno unico, sul modello britannico, sono assai varie.  Di per sé, una tale legge elettorale può persino generare una grande frammentazione partitica e quindi coalizioni ancora più complicate, nel caso in cui vi siano molti partiti a forte radicamento regionale: l’India e il Pakistan sono situazioni esemplari.  Ma anche in Canada e in Irlanda (in quest’ultimo caso, vi è un sistema derivato, più complesso) l’uninominale a turno unico non comporta affatto il bipartitismo, né esclude coalizioni e governi di minoranza.  Solo nel Regno Unito e negli Stati Uniti l’uninominale a turno unico sembra sinonimo di bipartitismo.  Eppure  l’attuale governo britannico è una coalizione e che il risultato più probabile delle prossime elezioni è ancora una coalizione, forse persino a tre o più parti in gioco.  Naturalmente anche il bipartitismo americano non è deducibile dalla legge elettorale, ma da condizioni storiche non formalizzabili e non necessariamente statiche. statiche.                                  3) Il caso della Spagna è particolare.  Con un’opportuna scelta delle circoscrizioni elettorali, viene espressa la volontà di privilegiare e di sovrarappresentare i maggiori partiti nazionali.  Ma lo stesso sistema ha come suo inscindibile risultato anche quello di privilegiare i partiti a base regionale, o che rappresentano determinate minoranze etniche, linguistiche, culturali.  E in Spagna questi partiti abbondano.  Così vi sono stati casi di governi di minoranza appoggiati su partiti regionali, più o meno consistenti.  E per quanto riguarda le  elezioni imminenti, ai due partiti nazionali maggiori (Popolare e Socialista) si sono aggiunte le due novità di Podemos e di Ciudadanos.  Gli ultimi sondaggi danno questi partiti praticamente alla pari.  Difficile che chi vinca prenda tutto.                                                 Turkish_general_election_19954) Gli artifici semplificatori, più o meno comparabili con il premio di maggioranza italiano, possono sfociare anch’essi in coalizioni: la differenza è che in questo caso i sistemi sono più rigidi, e le coalizioni sono più spurie. Abbiamo già parlato del caso della Grecia, in cui  Tsipras ha dovuto cercare un partner governativo (ANEL), che non è certo della sua parte politica.  Quanto alla Turchia, in cui la pesante soglia del 10 per cento pone limiti alle possibilità elettorali e parlamentari (e, in questo momento, è senz’altro consostanziale all’autoritarismo di Erdogan), restano famose le elezioni del 1995 in cui sono entrati in Parlamento cinque partiti, con i primi tre di forza quasi uguale (19-21 per cento).                 Ma il punto centrale non è quello di una distaccata, seppur necessaria, storia e comparazione dei sistemi elettorali europei.  E’ invece l’odierno panorama politico e mentale europeo, di grande complessità e di grande mutevolezza, in cui la tradizionale opposizione fra destra e sinistra persiste ma è indebolita; in cui la destra e la sinistra scoprono di aver bisogno l’una dell’altra per poter generare innovazioni sociali, economiche e tecnologiche del tutto urgenti; in cui soprattutto esiste una grande opposizione ortogonale a quelle tradizionali, quella fra europeismo ed antieuropeismo, fra Europa aperta (con ragionevolezza) ed Europa chiusa (con risentimento) e, più precisamente, fra la necessaria federalizzazione dell’Europa o la sua catastrofica disgregazione.   E in questo scenario le coalizioni sono uno strumento di grande flessibilità.  Consentono alle parti politiche di mantenere i legami con le proprie tradizioni e le proprie identità, prendendo nel contempo coscienza della loro presente relativizzazione e mostrando disponibilità ad operare cooperativamente per obiettivi di interesse più generale.  Qui come in altri casi, l’unità e la diversità possono e devono entrare in rapporto dialettico. La differenziazione e l’integrazione sono entrambi elementi basilari del governo e della governabilità.  L’una senza l’altra può creare gravi squilibri, oggi più che mai.                                                                                                                                     Firma_della_CostituzioneLa necessaria riforma dell’Italicum non può che pensare alle coalizioni come ricchezza, non come ostacolo.  E una tale comprensione, naturalmente, può agevolare soluzioni tecniche – di per sé non troppo difficili – che affrontino gli altri due nodi: un trattamento decente della questione preferenze, e una regolazione del premio di maggioranza.  Ma la posta in gioco non è tecnica, è squisitamente politica e tocca l’essenza stessa della politica.  Perché la politica è mediazione, arte, capacità di spostare i problemi, immaginazione per trovare soluzioni favorevoli anche per (talune) parti avverse, visione progettuale che evolve giorno per giorno e svolta per svolta, attitudine alla sorpresa, apertura di nuovi spazi di possibilità, inclinazione non solo a vincere ma anche a giocare bene.  Oppure non è.  Sappiamo benissimo che, talvolta, in Italia e altrove, la pratica politica ha quasi delegittimato l’uso di termini come mediazione e anche coalizione (per non dire compromesso), dando loro il significato illegittimo di accordi al ribasso per il proprio esclusivo particulare.  Ma se ci attacchiamo ai termini, che cosa dovremmo dire allora dello scempio novecentesco fatto ai termini di ‘democrazia’ e di ‘popolare’? Sì, la politica è mediazione creativa giorno per giorno, non meccanica esecuzione quinquennale di un programma già scritto.                    E poi non dimentichiamo che la situazione europea e mondiale è sfidante, e impone la valorizzazione di tutte le forze e di tutte le competenze che vogliano andare avanti, dando all’Europa le regole, la capacità e l’inventiva per divenire un soggetto intraprendente nella politica globale e non già quello che è sempre stata, un condominio in lite perenne.  E anche nella nostra comunità nazionale, le regole devono essere tali da invogliare il cittadino ad appassionarsi alle vicende pubbliche, piuttosto che accostarsi ad essa distrattamente ogni cinque anni.  L’orizzonte di una maggiore democrazia partecipativa non è utopia, né prospettiva temuta e depotenziata dall’alto.  E’ una risorsa per fare evolvere il sistema paese in forme più adeguate al futuro che dobbiamo anticipare.

 

 

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