Wembley, 1963: quando Milano era capitale

A Wembley non solo i tedeschi festeggiano in questi giorni un anniversario importante.  Anche noi italiani dobbiamo celebrare una ricorrenza altrettanto significativa.  Il 22 maggio 1963, infatti, proprio a Wembley il Milan sconfisse 2-1 il Benfica di Lisbona nella finale di Coppa dei Campioni, inaugurando una serie di vittorie che negli anni sessanta resero Milano l’indiscussa capitale del calcio europeo.  A questa Coppa dei campioni del Milan sarebbero seguite le due Coppe dei campioni consecutive dell’Inter (1963-64, 1964-65) e la seconda Coppa dei campioni del Milan (1968-69).  Aggiungiamo anche le tre Coppe intercontinentali (Inter, 1964 e 1965; Milan, 1969); le due Coppe delle coppe vinte dal Milan (1967-68, 1972-73); le due finali di Coppa dei campioni perse dall’Inter (1966-67,1971-72); la finale di Coppa delle coppe persa dal Milan (1973-74).            

RoccoAlla finale di Wembley, il Milan era arrivato con passo sicuro, con un notevolissimo saldo reti (31 gol fatti, 5 subiti) e due sconfitte su misura in trasferta senza mettere a rischio qualificazioni già abbondantemente conquistate.  Gli avversari, a dire il vero, non erano stati eclatanti: i dilettanti lussemburghesi dell’Union Luxembourg, i turchi del Galatasaray che allora non era affatto la squadra prestigiosa dei tempi recenti, e due squadre britanniche di buono ma non eccelso livello: gli inglesi dell’Ipswich Town e gli scozzesi del Dundee FC.  Il cammino del Milan non bastava a renderlo il favorito della finale, che restava il Benfica.  Quelli erano gli anni del suo dominio europeo: il Benfica si era aggiudicato le due coppe precedenti in combattute finali con grandi rivali spagnoli.  Nel 1961 aveva sconfitto (3-2) il Barcellona di Luis Suarez, che nei turni eliminatori aveva a sua volta posto fine al predominio assoluto del Real Madrid di Puskas e di Di Stefano, vincitore consecutivamente dei primi cinque titoli europei (1956-60).   Nel 1962, rafforzato dall’astro nascente Eusebio, aveva sconfitto lo stesso Real Madrid in una partita dall’andamento drammatico: 5-3, con il Real tre volte in vantaggio grazie ad altrettante reti di Puskas.  Nel 1957-58, però, anche il Milan era andato molto vicino alla vittoria contro il grande Real: aveva dovuto cedere solo ai supplementari (3-2), dopo essere stato due volte in vantaggio.

Altafini_Liedholm

Il Milan che vinse a Wembley era un sapiente impasto di giovani e di giocatori più esperti.  I giovani erano Gianni Rivera e Giovanni Trapattoni, che avrebbero costituito per molti anni a venire i pilastri della squadra e si sarebbero aggiudicati anche la seconda coppa.  I giocatori più esperti, fra gli altri, erano l’ala Gino Pivatelli, il centromediano Cesare Maldini, il portiere Giorgio Ghezzi i quali, dopo parecchi anni di valide carriere nazionali, riuscirono a fregiarsi di un prestigioso titolo internazionale.  Aggiungiamo il raffinato regista, il brasiliano Dino Sani che era stato fra i vincitori del campionato mondiale del 1958.                                                             Nella stagione l’elemento di maggior spicco fu senz’altro il centravanti José Altafini, autore proprio a Wembley dei due gol con i quali il Milan capovolse il risultato, aperto nel primo tempo dal gol portoghese di Eusebio.  Soprattutto, Altafini fu il capocannoniere della Coppa con un totale di 14 gol: una cifra che ancor oggi non è stata superata ma soltanto eguagliata, da Ruud Van Nistelrooy del Manchester United nel 2002-03 e da Lionel Messi del Barcellona nel 2011-12 (notiamo che i gol di Altafini furono segnati in 9 partite, mentre a Messi e a Van Nistelrooy ce ne sono volute 11).                                                               Ma il protagonista assoluto della stagione d’oro del Milan negli anni sessanta è senz’altro l’allenatore Nereo Rocco, il popolare paron triestino il cui ricordo oggi è sconfinato nelle regioni del mito. Lasciamo alla lettura del bel libro di Gigi Garanzini, Nereo Rocco, e delle testimonianze qui raccolte il compito di spiegare la rilevanza non solo storica ma anche culturale dell’allenatore triestino: la sua grande sensibilità gli consentiva di ricercare e di realizzare un equilibrio fra le pressioni di un mondo del calcio già professionalizzato e mediatizzato e la valorizzazione delle relazioni umane e personali quale risorsa decisiva per un vincente spirito di squadra.  Qui ricordiamo soltanto come Nereo Rocco sia arrivato ai successi europei relativamente tardi, dopo aver già conseguito risultati di assoluto valore   Continua a leggere

Bayern-Borussia Dortmund: la celebrazione della Bundesliga

L’imminente finale di Champions League fra Bayern Monaco e Borussia Dortmund è la migliore celebrazione dei cinquant’anni della Bundesliga, il maggior campionato di calcio tedesco.  Il particolarismo tedesco, infatti, aveva mantenuto in vita un sistema di leghe regionali fino a dopoguerra inoltrato.  In Germania (federale) il sistema a girone unico iniziò la sua vita solo nel 1963, insieme all’introduzione di un professionismo calcistico vero e proprio.  Per fare raffronti: il campionato inglese nasce con il girone unico nazionale nel 1888-89;  il campionato spagnolo nasce a girone unico nel 1928-29; il campionato italiano diventa a girone unico nel 1929-30; quello francese nel 1933-34.  E nel costituire una lega nazionale la Germania federale è stata buon ultima, anticipata persino dall’Olanda (1956-57), dalla Grecia (1959-60), dalla Turchia (1959).

Bayern-Muenchen

Il primo campionato di calcio tedesco risale al 1902-03.  Le formule sono variate anche in dipendenza della storia tormentata della nazione, ma la costante è stata una serie più o meno lunga di eliminatorie regionali che poi culminavano in una finalissima.  Nella Germania Occidentale del dopoguerra, dopo il 1949, questa struttura era stata standardizzata con un sistema a cinque leghe: Nord (Amburgo, Brema, Bassa Sassonia, Schleswig-Holstein); Ovest (Renania Settentrionale-Westfalia); Sud-ovest (Renania-Palatinato; Saar); Sud (Assia, Baviera, Baden-Württenberg); Berlino ovest.  Di solito, i gironi erano a 16 squadre, salvo Berlino che ne aveva 10.  Alla fine le squadre migliori disputavano due gironi di semifinale e le vincenti si disputavano il titolo nella finalissima.  Questo sistema presentava molti derby e incontri di cartello sul piano locale, ma era anche molto squilibrato: piccole squadre di piccoli paesi potevano fregiarsi dell’orgoglio di incontrare i club e i giocatori più famosi del paese, talvolta con risultati sorprendenti, talvolta con sconfitte memorabili.  Ma solo le fasi finali, in genere, erano dotate di un equilibrio competitivo.                                           Mentre l’età delle leghe regionali aveva visto molte squadre alla ribalta, i cinquant’anni della Bundesliga hanno visto l’indubbio predominio del Bayern Monaco.

borussia-dortmundIl Bayern aveva vinto il suo primo titolo di campione tedesco nel 1932 ma poi, nel dopoguerra, non aveva ottenuto grandi risultati (a parte una coppa di Germania nel 1957).  E nel 1963 non era stato nemmeno fra le squadre selezionate per la prima stagione nella massima serie. Così, il Bayern restò ancora due anni nelle serie regionali e ottenne la promozione nella massima serie alla fine della stagione 1964-65.  Ma poi, nei 48 anni successivi, ha conquistato 22 titoli di campione di Germania: il primo nel 1968-69, l’ultimo pochi giorni fa.  Aggiungiamo altre 14 coppe di Germania e i successi internazionali: quattro fra Coppe dei campioni e Champions League (tre consecutive dal 1974 al 1976, e poi nel 2001) con due coppe intercontinentali (1976, 2001); una Coppa delle coppe (1967); una Coppa UEFA (1996).     Il Borussia Dortmund fece invece i suoi primi successi proprio nei campionati della Germania occidentale del primo dopoguerra.  Vinse tre titoli di campione tedesco (1955-56, 1956-57, 1962-63) e in altre due occasioni arrivò secondo, disputando la finalissima.  Al contrario del Bayern, con l’introduzione della Bundesliga il cammino per il Borussia

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Lionel Messi: i record continuano

Per Lionel Messi gli esiti della stagione 2012-13 non sono stati fra i più felici della sua carriera.  Ma anche l’attuale stagione ha apportato nuove, potenti ragioni per la sua inclusione, ormai unanime, nella ristretta cerchia dei più grandi campioni di calcio di tutti i tempi.  Quest’anno il grande rimpianto di Messi è di non aver potuto contribuire, per le sue condizioni fisiche precarie, ad evitare la cocente eliminazione del Barcellona da parte del Bayern Monaco nella semifinale di Champions League. Ma nel campionato spagnolo i suoi 46 gol, fino ad oggi, hanno contribuito in maniera decisiva alla conquista da parte del Barcellona del titolo: nella stagione, il primato dei blau-grana nella Liga nazionale non è mai stato messo in discussione.

messiL’anno scorso Messi era stato capocannoniere con la cifra smodata di 50 gol.  Quest’anno ha realizzato un record non meno importante: ha segnato per 21 partite consecutive (33 gol in tutto).  La striscia di Messi è stata già celebrata dopo 18 giornate in cui era andato sempre a segno. Se avesse avuto successo anche la giornata successiva, contro il Celta Vigo, sarebbe stato il primo a segnare consecutivamente contro tutte le diciannove avversarie di campionato.  La cosa è puntualmente avvenuta.  Poi però Messi si è infortunato, e il percorso è diventato più tormentato.  Ha dovuto saltare tre partite di campionato.  E proprio per questo la 20° e la 21° giornata della striscia sono forse le più rilevanti.  Contro l’Atletico Bilbao (2-2, un gol di Messi) e contro il Betis Siviglia (4-2 per il Barcellona, doppietta di Messi), il campione argentino ha segnato partendo dalla panchina, in condizioni fisiche non ideali.  Un altro infortunio l’ha fatto uscire nella giornata successiva contro l’Atletico Madrid.  Solo così Messi si è arreso: la  serie ha avuto termine, anche il Barcellona ha vinto l’incontro per 2-1 e ha potuto festeggiare la sua ventiduesima vittoria nel campionato spagnolo.

gerd muller

Forse qualche statistico, adesso, riuscirà a scoprire in qualche lega minore di qualche paese una serie ancora più lunga di quella di Messi.  Ma per le maggiori divisioni calcistiche la striscia del calciatore argentino è di gran lunga la migliore di tutti i tempi.  Fino ad oggi il primato in tal senso era detenuto da un altro grande cannoniere, Gerd Müller, che nel campionato tedesco 1969-70 aveva segnato 23 gol in 16 partite consecutive (anche Müller perse un incontro per infortunio).            Già l’impresa di Müller era stata notevole, se pensiamo che per il campionato inglese si fa riferimento a un antichissima serie di George Camsell del Middlesborough, seconda divisione del 1926-27: 29 gol (!) in 12 partite consecutive.  In Italia abbiamo le serie – entrambe all’inizio di campionato – di Gabriel Batistuta (Fiorentina, 1994-95, 13 gol in 11 partite) e di Ezio Pascutti (Bologna, 1962-63, 12 gol in 10 partite).  Ricordiamo anche che Marco Negri, giocando per i Glasgow Rangers nel 1997-98, fece una striscia, anch’essa iniziale, di 23 gol in 10 partite (con la media gol davvero elevata).           Poi ci sono le esplosioni più estemporanee: in questo probabilmente è imbattuto l’albanese Refik Resmija il quale, giocando per il Partizan Tirana nel 1951, fece due serie spettacolari nella medesima stagione: 24 gol in 4 partite e poi 18 gol in 6 partite.  Certo, gli avversari di Messi e di Müller sono stati di maggior spessore.

Totti, Nordahl, Piola: grandi campioni di età differenti

Il mese di marzo 2013 è stato il mese di Francesco Totti.  Il capitano romanista ha raggiunto l’invidiabile meta di vent’anni di presenza nella massima divisione del campionato italiano di calcio, e pochi giorni dopo ha scalzato Gunnar Nordahl al secondo posto della classifica dei marcatori di tutti i tempi nella stessa serie A.  Per quanto riguarda l’importanza della prima meta, basti ricordare che in passato era stata superata solo da Paolo Maldini, Silvio Piola, Dino Zoff, Enrico Albertosi, Giuseppe Favalli, Ciro Ferrara, Luigi Ferraris II.  Per quanto riguarda l’importanza della seconda meta, notiamo che Gunnar Nordahl aveva segnato le sue 225 reti in serie A – con il Milan e con la Roma – concentrate in dieci sole stagioni, fra il 1948-49 e il 1957-58):  era un’età in cui le difese erano meno attrezzate di quelle odierne e di conseguenza si segnava molto di più.

Totti

Ma le segnature di Nordahl in partite di campionato sono ancora di più, perché prima di venire in Italia il cannoniere svedese aveva segnato nella massima lega del suo paese, dal 1940 al 1949, altre 149 reti, con l’elevatissima media di 0,86 gol per partita (anche in Italia la sua media rimase molto elevata: 0,77).         Totti ha saputo ovviare alle maggiori difficoltà della nostra era con la regolarità.  Per segnare le sue attuali 227 reti ha impiegato ventun stagioni, e in tredici di queste ha raggiunto la quota almeno 10 reti (l’apice è di 26 reti nel 2006-07, quando è stato capocannoniere).

nordahl              Ora Totti va in cerca del record assoluto di reti nel campionato italiano, detenuto dall’indimenticato Silvio Piola, uno dei protagonisti più rappresentativi – con Giuseppe Meazza – della prima età d’oro della nazionale italiana.  A proposito della sfida fra Totti e Piola è sorta oggi una controversia statistica.  Vi sono due cifre contrastanti riguardo al numero di reti segnate da Piola in serie A: 274 e 290.  Per noi il dato legittimo è il secondo. Oggetto della controversia è la stagione 1945-46, perché questa non fu a girone unico e secondo alcuni dovrebbe essere ignorata dalle statistiche (forse perché giudicata meno competitiva delle altre).  Ora, la stagione 1945-46 non fu a girone unico per le evidenti difficoltà di comunicazione che esistevano in Italia all’indomani della guerra.  Le squadre che avevano diritto alla serie A furono così divise in due gironi: nord e centro-sud.  Al girone nord parteciparono 14 squadre, tutte di serie A, fra cui la Juventus ove giocava Silvio Piola.  Nel girone centro-sud, invece, le 11 squadre partecipanti erano in parte di A e in parte di B.  Poi, nella primavera del 1946, quando le comunicazioni tornarono praticabili, fu assegnato il titolo di campione d’Italia dopo un girone finale (con 4 squadre dal girone A e 4 dal girone B).  Quell’anno il titolo lo vinse il grande Torino, che nel girone finale precedette la Juventus di Piola di un solo punto.

Piola_Pozzo

I pareri resteranno contrastanti: ma per noi il campionato 1945-46 fu pienamente competitivo, e non può non valere.               Fra i grandi cannonieri della nazionale italiana, Piola detiene a tutt’oggi l’onore di avere la media gol più elevata: 0,88, frutto di 30 gol in 34 partite.  E, in campionato, insieme a Omar Sivori è l’unico ad aver segnato sei gol in una sola partita.  Ricordiamo inoltre che a Piola mancano comunque due stagioni (1943-44 e 1944-45, con il campionato sospeso a causa della guerra) e che giocò buona parte della sua carriera in squadre provinciali come la Pro Vercelli e il Novara.  Anzi, non vinse mai uno scudetto, anche se Continua a leggere

L’orgoglio del Galles

Il mese di marzo 2013 resterà indimenticabile non solo per gli sportivi del Galles, ma anche per tutti i suoi cittadini.  La squadra gallese di rugby ha vinto il tradizionale torneo delle sei nazioni in un modo che ha riempito chiunque di entusiasmo.  Nell’incontro conclusivo ha travolto gli eterni rivali inglesi, ai quali sarebbe bastata una sconfitta di misura per aggiudicarsi l’ambito trofeo.  E invece i gallesi hanno vinto con un punteggio schiacciante, 30-3: il record assoluto di distacco da parte gallese negli incontri fra le due nazioni. Non solo: con la vittoria di quest’anno il Galles ha raggiunto gli stessi inglesi a quota 26 nelle vittorie complessive nel torneo che, con varie denominazioni e partecipazioni, risale al 1883.  Anche ai campionati mondiali il Galles è una delle grandi potenze del rugby, avendo raggiunto un terzo (1987) e un quarto posto (2011).

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Come è noto, vi è un altro sport di squadra nel quale il Galles presenta una propria rappresentativa alle grandi competizioni internazionali, ed è il calcio.  Il Galles è arrivato una sola volta alle fasi del campionato del mondo di calcio, in Svezia nel 1958.  Per il football gallese questa resta l’ora più bella.  La squadra finì il girone eliminatorio imbattuta, pareggiando con i padroni di casa della Svezia, con il Messico e con l’Ungheria: anche se questa, dopo il 1956, non era più la squadra mirabile di qualche anno prima, rimaneva comunque assai forte.  Per il regolamento allora vigente, il Galles dovette affrontare uno spareggio ancora con l’Ungheria, e lo vinse 2-1.  Poi, nei quarti di finale, si arrese al Brasile avviato a vincere il titolo mondiale, ma solo per 1-0.  L’incontro è storico perché allora Pelé, che aveva solo diciassette anni, segnò il suo primo gol ai campionati del mondo.

Ryan-Giggs-Di quella squadra, l’esponente più famoso era John Charles, notissimo in Italia per aver vinto tre scudetti ed essere stato capocannoniere di una delle più forti Juventus di tutti i tempi (fra il 1957 e il 1962).  Ma dei calciatori gallesi quello che ha battuto più record, e non solo di popolarità, è Ryan Giggs.  Nella sua ormai lunghissima carriera nel Manchester United, iniziata nel 1991, Giggs è diventato il giocatore che ha acquisito il maggior numero di titoli nel campionato inglese di tutti i tempi: 12 scudetti, 4 coppe di Inghilterra, 3 coppe di lega, 2 Champions Leagues.  Con ogni probabilità, dato il notevole vantaggio del Manchester United, quest’anno Giggs (a 39 anni) conquisterà il suo 22° titolo in assoluto (13° scudetto).  Un altro aspetto significativo della carriera di Giggs è che, fino ad oggi, egli ha segnato almeno un gol nel campionato inglese di prima divisione per 23 stagioni consecutive!

Un’altra pagina leggendaria dello sport gallese fu scritta una giornata piovosa alle Olimpiadi di Tokyo dell’ottobre 1964.  Allora, nel salto in lungo, il gallese Lynn Davies vinse la medaglia d’oro con un salto di 8,07, battendo i favoritissimi dell’epoca, lo statunitense Boston e il sovietico Ter-Ovanesian.  Era la prima medaglia d’oro individuale di un gallese alle Olimpiadi. Ma fu tutto il Regno Unito a festeggiare dato che, come è noto, gli atleti gallesi si presentano alle Olimpiadi nella selezione britannica.

 

Augusto Midana, ti vogliamo ancora

Alle olimpiadi di Londra si sono disputate 18 gare di lotta: 7 hanno riguardato le categorie di peso della lotta libera; 7 le categorie di peso della lotta greco-romana; 4 le categorie femminili (solo lotta libera).  In tutto sono state assegnate 72 medaglie: la lotta, come gli sport di combattimento in genere (pugilato, judo, taekwondo), assegna alle Olimpiadi due medaglie di bronzo per competizione.

Augusto Midana

La distribuzione delle medaglie per nazione per nazione è stata la seguente: Russia 4/2/5; Giappone 4/0/2; Iran 3/1/2; Azerbaigian 2/2/3; USA 2/0/2; Cuba 1/0/1; Uzbekistan e Corea del Sud 1/0/0; Georgia 0/3/3; Ungheria 0/1/2; Armenia, Canada e India 0/1/1; Bulgaria, Cina, Egitto, Estonia, Portorico e Ucraina 0/1/0; Kazakhstan 0/0/3; Svezia 0/0/2; Colombia, Francia, Lituania, Mongolia, Corea del Nord, Polonia, Spagna e Turchia 0/0/1.

La geopolitica della lotta, Stati Uniti a parte, è centrata sull’Eurasia centrale in senso ampio.  Notiamo anche la presenza, nel medagliere di Londra, di stati importanti come India, Egitto e Turchia: anche qui la lotta costituisce uno degli sport più importanti.  La Turchia a Londra non è andata particolarmente bene, ma dobbiamo ricordare il trionfo dei lottatori turchi a Roma 1960: 7 medaglie d’oro e 2 d’argento.

Negli ultimi anni, alle Olimpiadi vi è stata l’introduzione di sport assai popolari soprattutto Continua a leggere

Salviamo la lotta alle Olimpiadi

Il calore e l’autorevolezza delle voci contrarie all’eliminazione della lotta dal programma olimpico mostra quanto sia difficile, e nel contempo necessario, coniugare universalità e governabilità.  Molti stati, in cui la lotta è sport nazionale, si sono sentiti oltraggiati.  E si è formata un’alleanza molto particolare e molto trasversale, che comprende l’Iran, Putin e alcuni big di Wall Street.

Save-Olympic-Wrestling

Ma il messaggio di queste voci in coro non finisce qui.  Ha un significato che va al di là dello stesso sport.  E’ un monito a non sacrificare la tradizione in nome dell’innovazione, di per sé legittima e auspicabile.  Tradizione e innovazione contrapposte sono parole d’ordine monche e talvolta persino dannose: in qualunque istituzione sana si devono alimentare vicendevolmente.

Un movimento olimpico che trascura le sue radici, che dimentica come la lotta sia stata uno dei pochi sport presenti in tutti le Olimpiadi moderne e che per di più sia stata la gara conclusiva del pentatlon nelle Olimpiadi antiche, non va da nessuna parte.  Rischia semplicemente di farsi essere additato quale ostaggio, non si sa quanto consapevole, di una  spettacolarità e di un mercantilismo fini a se stessi.   

 

Caro Pietro Mennea, la storia ti accoglie

Pietro Mennea è un protagonista assoluto della storia dello sport italiano e mondiale.  E’ un simbolo di quell’età in cui l’atletica non era più soltanto “la regina dello sport”, circondata dal rispetto unanime, ma era già diventata anche uno sport di massa, capace di parlare al cuore di milioni e milioni di persone e scosso da un difficile adattamento alle nuove realtà del professionismo.  Un sottile filo rosso unisce Pietro Mennea agli eroi dei nostri giorni: Usain Bolt e Mo Farah.

Mennea-Borzov

Mennea entra sulla scena atletica internazionale a 19 anni, nel 1971, quando arriva sesto nei 200 m. agli Europei di Helsinki.  L’anno dopo si apre con il duello storico, all’Arena di Milano, fra Mennea e l’astro del momento, l’ucraino Valery Borzov: su 100 m. 10″0 per entrambi, e Mennea cede solo di un soffio.  Alle Olimpiadi di Monaco si presenta nei 200 m. fra i favoriti, accreditato di un 20″2 (primato europeo eguagliato), fatto sempre a Milano in quella storica “due giorni”.  A Monaco è all’altezza: giunge terzo in finale, e il vincitore è ancora Valery Borzov.

L’”estate ruggente” del 1972 di Pietro Mennea è parallela all’”estate ruggente” del 1960 di un altro grande dell’atletica italiana, Livio Berruti: questi aveva ventun anni quando salì sul gradino più alto del podio dei 200 m. alle Olimpiadi di Roma.  Anche Mennea conquista il titolo olimpico sui 200 m., ma percorrendo strade diverse.  Vi arriva dopo nove intense stagioni di gare (1972-80) combattute in prima linea, cosparse anche di controversie e di difficoltà, ma sempre vissute in una ricchezza, in una pienezza e in una continuità di risultati impareggiabili.  E qui si stagliano i due titoli europei, 100 m. e 200 m., conquistati a Praga nel 1978, che seguono il titolo europeo sui 200 m. a Roma nel 1974.

MenneaA Mosca 1980 Mennea vi giunge fresco del primato mondiale sui 200 m. stabilito l’anno prima in altura, a Città del Messico: il mitico 19″72 che resiste ancora come primato europeo.  Ma trova un degno rivale nello scozzese Allan Wells.  Una tipica sceneggiatura di morte e di rinascita segna le vicende di Mosca: una clamorosa eliminazione in semifinale nei 100 m., vinti poi da Wells; il conforto dell’avversario storico Borzov; una brutta partenza in finale nei 200 m.; una palpitante rimonta; la vittoria sul filo di lana (20″19 Mennea e 20″21 Wells).

Un po’ di amaro in bocca lo lascia l’assenza alle Olimpiadi degli americani, per il famoso boicottaggio.  Ma Mennea in quel momento è il più forte, come dimostrano le sue vittorie nelle sfide dirette in tanti meeting.  E, soprattutto, quell’anno stesso, ribadisce il risultato cronometrico di Città del Messico con un 19″96 a livello del mare, fatto nella sua stessa città natale: a Barletta.  Nel 1980 Mennea stabilisce un’altro primato mondiale, anche se ufficioso, quella della continuità.  E quello che gli attribuisce l’autorevolezza di Roberto Quercetani su La Gazzetta dello sport: nelle 8 gare post-olimpiche sui 200 m. che Mennea fece un po’ in tutto il mondo, egli ottenne un risultato medio di 20″07! Continua a leggere