Europa 2013: la difficile arte delle coalizioni

Agli inizi dell’autunno del 2013 si sono svolte, quasi in simultanea, le elezioni in tre paesi dell’Europa Centrale: Germania, Austria, Repubblica Ceca.  Anche se i sistemi dei partiti nei paesi in questione sono diversi, gli andamenti post-elettorali si sono rivelati convergenti.  Sono seguiti mesi di laboriose trattative, e alla fine sono sorti governi di “grande coalizione”: coalizioni che mettono insieme partiti astrattamente collocati in luoghi distanti dello schieramento politico e che per aver successo devono praticare saggiamente la difficile arte della negoziazione. Soprattutto in Germania e in Austria questa non è una novità: la grande coalizione è anzi percepita come condizione possibile e normale del corretto funzionamento democratico del paese.  Ma se pensiamo anche alle “grandi coalizioni” che reggono attualmente Olanda, Belgio, Finlandia, Grecia ci rendiamo conto che lo stretto bipolarismo oggi non è così prevalente nei sistemi politici europei come lo era in un passato anche recente.  Al contrario questi mostrano una varietà di comportamenti che inizia a riflettere l’incremento delle variabili nei panorami sociali e culturali del nostro continente: una certa frammentazione dell’opinione pubblica e, insieme, l’emergenza di nuove opposizioni non più riconducibili a quella tradizionale fra sinistra e destra (che pure mantiene il suo significato).

merkel-gabriel

Per varare il governo tedesco ci sono voluti quasi tre mesi.  Ma il tempo trascorso è stato politicamente rilevante, giacché la SPD (uscita numericamente debole dai risultati elettorali) l’ha utilizzato per riequilibrare la sua immagine pubblica nei confronti della CDU/CSU che nel voto del 22 settembre aveva persino sfiorato la maggioranza assoluta dei seggi del Parlamento.   Così la SPD ha ripreso a sua volta l’iniziativa: incalzando gli altri partiti nell’agenda degli accordi sui contenuti politici e soprattutto sottoponendo all’approvazione dei propri iscritti la scelta dei vertici a favore della “Grande Coalizione”.  La mossa è stata rischiosa, ma ha pagato: il suo proponente, il presidente della SPD Sigmar Gabriel, è stato così ampiamente legittimato nel suo ruolo strategico di Vicecancelliere e di Ministro dell’Economia, con una delega aggiuntiva per la delicata questione della svolta energetica.  E, in taluni momenti, la CDU è apparsa sulla difensiva.                                                                                                                                 In Germania il partito antieuro dell’AfD non è entrato in parlamento, e non possiamo parlare di coalizione imposta dalla marea montante dei neo-nazionalismi.  Diversa la situazione in Austria dove al nazionalismo e il populismo, con venature di estrema destra, della FPO – già consolidato dal tempo di Jörg Haider, dopo il 1986 – si è aggiunto anche il (moderato) successo della tecnocrazia anti-euro del miliardario Frank Stronach.

Stronach Strache

Con circa il 23% dei voti indirizzati verso movimenti euroscettici, si è imposta la prosecuzione della coalizione già al governo prima delle elezioni: socialdemocratici (SPO) e popolari (OVP). Notiamo però che nelle elezioni di ottobre la percentuale complessiva dei consensi dei due partiti, sommati insieme, è calato di più del 4 per cento.  E’ un segno indicativo della difficoltà delle “grandi”  coalizioni nei momenti di crisi, che lasciano uno spazio crescente a forze definibili, in un modo o nell’altro, come “anti-sistema”.  Gli odierni sondaggi che riguardano le prossime elezioni olandese e belga prospettano scenari simili anche per questi paesi.                                                                                                      Partiti che possono essere considerati antisistema ne esistono anche nella Repubblica Ceca: i comunisti, ancora in parte legati al passato del “socialismo reale”, e l’estrema destra di Tomio Okamura, anti-UE e soprattutto anti-rom.  Ma qui, in una maggior frammentazione del panorama politico, si aggiunge anche la presenza di partiti, già al governo, oggi notevolmente screditati per tanti episodi recenti di corruzione: ODS

(“partito civico democratico”) e TOP 09.  Insieme, essi hanno perso più del 17 per cento rispetto alla percentuale dei consensi ottenuti nelle elezioni precedenti e si sono trovati ad un tratto in una collocazione marginale del panorama politico.  Così la coalizione che formerà il nuovo governo non può che essere eterogenea: i socialisti, anch’essi usciti in regresso dalle elezioni; i cristiano-democratici, in passato membri di coalizioni di centrodestra con l’ODS e più di recente esclusi per una legislatura dal parlamento; ANO 2011 (‘ano’, in ceco, vuol dire ‘sì’), l’ultimo arrivato, una creatura dell’imprenditore miliardario Andrej Babis – presente anche nei media del suo paese – che in campagna elettorale ha fatto promesse di lotta alla corruzione e di supporto al lavoro abbastanza vaghe, ma efficaci per attrarre gli elettori.

Prendere parte a una “grande coalizione” è impresa non facile.  Spesso l’indubbio vantaggio di poter influire sulla politica governativa è controbilanciato dalla necessità di avallare misure che finiscono col spiacere a parte dei propri elettori tradizionali.  E non è infrequente che alla fine del mandato un partner di coalizione paghi un serio tributo di voti (come è avvenuto all’SPD nelle elezioni tedesche del 2009).  Però queste coalizioni sono un’occorrenza sempre meno infrequente nell’Europa dei nostri giorni, ove la contrapposizione più calda dei prossimi anni promette di essere quella fra federalisti europei (o, più debolmente “europeisti”, comunque impegnati nell’approfondimento delle politiche e delle istituzioni comuni dell’Unione) e neo-nazionalisti (per non dire xenofobi).  Ancora più in generale, sembrano sfilacciarsi talune barriere simboliche che avevano emarginato i movimenti di estrema destra nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.  A lungo la Francia (dopo il 1958) si è rivelata un notevole esempio di governabilità, con uno stabile sistema bipolare e un’efficace legge elettorale: ma ha potuto essere tale grazie alla presenza di una “maggioranza repubblicana”. per cui centro-destra e centro-sinistra si sono sempre impegnati a darsi supporto reciproco al secondo turno elettorale, ove necessario, per evitare il successo di un candidato del movimento di Le Pen (compreso lo stesso Jean-Marie Le Pen in un’elezione presidenziale).  Negli ultimi due anni, tuttavia, anche questa barriera ha mostrato crepe, dovute sia alle dichiarazioni di taluni uomini politici sia al comportamento degli elettori in talune circoscrizioni.  Può essere il segno di un’instabilità incombente per la Francia, dagli sviluppi imprevedibili, compresa una “grande coalizione” fra centro-destra e centro-sinistra (o, speriamo proprio di no, una qualche condivisione del potere con Marine Le Pen).

E’ certo che ai partiti che fanno parte di una coalizione, “grande” o “piccola” che sia, non conviene giocare al ribasso, all’insegna di compromessi che ricorrano a dosaggi esasperati delle idee di tutte le parti.  Sarebbe invece opportuno che sappiano giocare d’attacco, aprendo percorsi innovativi e sollecitando l’altra o le altre parti a raccogliere la sfida e a esplorare a loro volta nuovi percorsi, in modo da allargare lo spazio complessivo delle possibilità per la politica e per la società.  Ma questo dovrebbe essere in ogni caso la scelta delle parti politiche, anche quando si contrastano in una vivace competizione elettorale.  Se le visioni politiche europee continueranno ad essere vissute in forma territoriale, con un richiamo a una destra e a una sinistra intesi come luoghi statici e chiusi su se stessi, sarà difficile che i governanti tengano testa ai rapidi cambiamenti interni e internazionali.  La scelta desiderabile è quella di andare avanti, invitando ad andare avanti anche ai propri competitori,  in un gioco sperabilmente a somma positiva, in cui tutti vincono (ma soprattutto vincono i cittadini).  Anche se le attuali generazioni dei politici europei tendono sempre più a vivere la politica come mera gestione dell’esistente, i giochi non sono fatti e conviene ancora scommettere sulla politica come arte di espansione del possibile.

 

 

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