Europa 2015: il tempo delle grandi coalizioni. E del partito europeo?

L’abituale alternanza fra coalizioni di centro-sinistra e coalizioni di centro-destra che regolava la politica scandinava da decenni è stata messa in discussione, in tutti i paesi, da quelli che con una definizione generale vengono definiti partiti populisti di ‘estrema destra’.  Come in altre aree d’Europa, le questioni calde che hanno fatto crescere i loro consensi sono quelle dell’immigrazione e della sempre maggiore presenza di cittadini di religione islamica.  La variante scandinava, in particolare, si impernia sul timore di una possibile regressione rispetto a condizioni economiche e sociali che permangono comunque privilegiate in Europa e dell’eventuale rivolgimento della situazione demografica, a favore dei nuovi arrivati.  In questo quadro, le elezioni svedesi del settembre 2014 hanno visto il successo relativo di un partito di questo genere, i “democratici svedesi” (SD), che hanno ottenuto il 12,9% dei voti e hanno minacciato di far saltare il panorama politico tradizionale della nazione.  Sulla scia di questo successo elettorale, hanno rivelato una visione del mondo particolarmente gretta, sostenendo che gli ebrei svedesi non possono essere cittadini a pieno titolo, se non accettano di assimilarsi e di rinunciare in sostanza alle loro tradizioni religiose e culturali.  Affermazioni di tenore simile sono state rivolte nei confronti dei curdi immigrati, nonché degli antichi popoli nomadi della Svezia settentrionale: i vari gruppi di sami (“lapponi”) e di finni – i cosiddetti tornedaliani – che solo di recente hanno iniziato a vedere riconosciuti loro taluni diritti culturali e politici, dopo secoli di una pesante politica di assimilazione forzata condotta dal governo centrale.

WEB_INRIKESI partiti politici tradizionali non si sono limitati a dichiarazioni di condanna nei confronti di talune affermazioni degli SD. Più concretamente, si sono accordati per limitare i loro spazi di azione politica.  L’attuale governo, risultante dal voto del 2014 (una coalizione di centro-sinistra: socialdemocratici e verdi), rimane in carica anche se è un governo di minoranza, fatto non infrequente nelle democrazie scandinave.  Ma con l’opposizione di centro-destra ha concordato una serie di regole comuni, soprattutto per quanto riguarda la composizione e l’approvazione del bilancio statale, per consentire una sorta di cogestione del potere fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2018.  E anche per la legislatura successiva, fino al 2022, si dovrebbe riproporre il medesimo scenario: qualunque coalizione vinca e governa, probabilmente ancora in minoranza, adotterà le stesse regole comuni di garanzia a cui è soggetto il governo attuale.  Il messaggio è chiaro: i voti dei SD sono congelati.  Per quanto fra centro-sinistra e centro-destra vi siano evidenti differenze nelle visioni e nelle proposte, esse appaiono minori di quanto hanno in comune: l’opinione condivisa è che la società svedese é e debba restare aperta, che l’immigrazione debba essere monitorata e regolata, ma non combattuta e ostacolata in linea di principio.                                                       Per strade diverse, l’attuale quadro politico della Germania converge per aspetti importanti con quello svedese.  Anche in questo caso sono in atto trasformazioni provocate dalla presenza di un nuovo partito politico:  l’AfD, Alternative für Deutschland.  Alle origini l’AfD non si è presentato con le sembianze di un partito populista “caldo”, bensì con quelle “fredde” di un partito mosso da motivazioni e da calcoli economici, o addirittura economicisti: da un euroscetticismo venato di egoismo nazionale e accompagnato da slogan un po’ antipatici (del tipo: “non siamo lo stato sociale del mondo”), imperniato sull’idea che la Germania non dovrebbe andare in soccorso delle economie più deboli dell’Unione Europea, e dovrebbe anzi propugnare un uscita di queste dall’euro.

Germany 2013Nelle elezioni del settembre del 2013 il successo dell’AfD non è stato esaltante.  Ha ottenuto il 4,7% dei voti e così non ha mandato i suoi rappresentanti al parlamento federale (Bundestag): ricordiamo infatti che la legge elettorale tedesca prevede una soglia di sbarramento al 5%.  Migliori sono stati i suoi esiti nelle tornate elettorali del 2014: 7% alle elezioni del parlamento europeo, percentuali ancora più elevate nelle elezioni regionali in tre Länder della Germania orientale (con la punta del 12,2% nel Brandeburgo).  Le elezioni federali del 2017 sono ancora lontane, ma un ingresso dell’AfD al parlamento nazionale ora non appare impossibile.                                                                                                           Gli effetti di questi risultati elettorali sono minimizzati dal fatto che i rappresentanti degli altri partiti (e in particolare della CDU-CSU) continuano a negare ogni collaborazione a un partito che comunque sentono collocato alla loro destra.  Tuttavia, nelle elezioni parlamentari del 2013, la presenza dell’AfD ha contribuito a un evento rilevante: la scomparsa del parlamento della Germania federale, per la prima volta nella storia del dopoguerra, del partito liberale (FDP).  Anch’esso, col 4,8% dei voti, si è trovato sotto la soglia di sbarramento ed è sprofondato in una profonda crisi identitaria, da cui non sappiamo se e quando possa risollevarsi.  Naturalmente i voti all’AfD sono arrivati da tutti i partiti, non solo dalla FDP: però i voti che questi ultimi hanno perso nei confronti dei nuovi concorrenti sono risultati decisivi per la loro scomparsa dal parlamento.  Il risultato è che la CDU-CSU ha visto scomparire il suo partner di governo preferito e tradizionale.  Così la grande coalizione con i socialdemocratici (SPD), che in passato poteva risultare una scelta tattica e a breve termine, per il futuro può diventare una scelta obbligata, almeno finché restino ancora notevoli fra la CDU-CSU e il partito dei verdi (Grüne).                                     MERKELAll’inizio del 2015 il quadro politico tedesco è stato ulteriormente sollecitato dal movimento di piazza della PEGIDA, acronimo che tradotto significa “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente”.  Grandi folle, il movimento non le ha coinvolte: spesso i cortei anti-Pegida hanno ospitato più persone che quelli della Pegida stessa.  Esso presenta però talune caratteristiche indicative della condizione politica tedesca, ed europea, dei nostri giorni.  In primo luogo è sorto a Dresda, cioè nell’antica Germania orientale, indizio di un maggiore nazionalismo di fondo dell’area, derivante in buona parte proprio dall’antico regime della DDR che oggi, a mente fredda, possiamo definire nazional-comunista.  In secondo luogo, la sua origine mostra come la paura dell’immigrazione esterna all’Unione Europea sia più forte proprio laddove i cittadini hanno meno a che fare con un fenomeno del genere (a Dresda di islamici ce ne sono molto pochi) e sia meno forte nei luoghi ove i cittadini sono abituati alla sua presenza ormai multidecennale nel paesaggio quotidiano: così, in Svizzera, i cantoni più ostili all’immigrazione straniera sono i piccoli cantoni della Svizzera centrale, poco variegati etnicamente, mentre i cantoni più favorevoli sono le città stato di Zurigo e di Ginevra.  In terzo luogo, il movimento si è subito frammentato in due filoni che possiamo definire ‘nazional-conservatore’ e ‘pseudo-nazista’.  Mentre il secondo filone si è sperso nella tradizionale accozzaglia di affermazioni tipiche dell’estrema destra (gli immigrati quali “bestie” o la teoria della congiura secondo quali Stati Uniti e IS sarebbero d’accordo), il primo vorrebbe coagulare una formazione decisamente alla destra della CDU-CSU: come suoi pilastri, abbiamo lo slogan populista “più democrazia diretta”, una visione identitaria della nazione tedesca monoculturale e non multiculturale, un irrigidimento delle regole dell’immigrazione senza però sfociare in un’ideologia apertamente razziste (l’islamocritica si opporrebbe così all’islamofobia).

PegidaMolti vedono l’AfD e la PEGIDA come naturali alleati per un partito decisamente di destra e concorrente alla CDU-CSU, ricoprendo un’area che nella politica tedesca del dopoguerra non è mai entrata nel parlamento nazionale e molto raramente anche in quelli regionali.  Le opinioni nella AfD restano discordi: vanno da chi sottolinea una reale affinità a chi preferisce distanziarsi da ogni minima affermazione di ordine etnicista. Certo è, però, che i manifestanti della PEGIDA sembrano non aver dubbi: almeno nel campione qui rappresentato, l’89% di loro voterebbe senz’altro per il partito “anti-euro”.  Così la Germania sembra anch’essa sul punto di assistere a quella convergenza, in una stessa forza politica, di affermazioni economiche anti-euro e di affermazioni identitarie anti-immigrazione che già da tempo caratterizza lo scenario francese (Marine Le Pen) e quello italiano (la Lega di Matteo Salvini e anche il M5S, almeno nella persona di Beppe Grillo).  Un successo di tipo francese appare attualmente improbabile.  Però è possibile che anche un successo limitato di quest’area abbia l’esito di consolidare grande coalizione al governo, trasformandola da tattica a strategica, e più in generale di stimolare le forze politiche tedesche filoeuropeiste e fautrici di una società aperta a maggiore coraggio e a maggiore creatività.  Sapranno essere all’altezza di questa sfida?                                                                                                Se le scadenze elettorali in Svezia e in Germania non sono imminenti, lo sono invece in Gran Bretagna.  E qui gli scossoni al sistema politico tradizionale potrebbero risultare di portata ancora maggiore.  A parte le grandi coalizioni imposte dalla crisi del 1929 e dalla seconda guerra mondiale, il sistema politico inglese si è sempre basato su alternanze prolungate: fra conservatori e liberali prima; fra conservatori e laburisti in seguito.  Le eccezioni più rilevanti hanno avuto luogo nel 1974 (con un governo laburista di minoranza, peraltro ritornato in maggioranza dopo nuove elezioni nel novembre dello stesso anno) e, appunto, nel 2010: i conservatori non hanno raggiunto la maggioranza e hanno dovuto ricorrere a una coalizione con i liberaldemocratici.  Ma ora, nel 2015, è sempre più chiaro che anche le prossime elezioni non daranno una maggioranza, e che si dovrà negoziare una nuova coalizione, forse in condizioni di incertezza ancora maggiori.                              Il fatto è che il sistema elettorale inglese, uninominale a turno unico, poteva dare maggioranze nette quando gli attori principali ierano due partiti e mezzo (con i liberaldemocratici in genere fuori gioco, salvo che nel 2010).  Ma con cinque partiti e mezzo quali attori principali non è detto che funzioni altrettanto bene.  Accanto ai conservatori e ai laburisti dobbiamo infatti tener conto: della persistente anche se ridotta influenza dei liberaldemocratici che sono usciti sì gravemente danneggiati dalla coalizione con i conservatori ma che possono comunque salvare un certo numero di seggi alla camera di Westminster per continuare a fare l’ago della bilancia; della forte ascesa, alla destra dei conservatori, dell’UKIP, che può ottenere un certo numero dei seggi e che soprattutto può farne Scotlandperdere ai conservatori; della grande ascesa dello SNP (Scottish National Party), che non è stato per nulla depresso dalla sconfitta di misura al referendum indipendentista e che anzi promette di fare quasi il pieno nei collegi scozzesi, danneggiando in questo caso il partito laburista e insediandosi a Westminster quale terza forza numerica.  Aggiungiamo (quale “mezzo partito” di una qualche influenza) i verdi inglesi, che nei sondaggi sulle percentuali nazionali hanno raggiunto i liberaldemocratici.  Dato il sistema elettorale, questo non garantisce loro molti seggi, ma in taluni collegi una forte presenza di voto verde può spostare anch’essa certi equilibri: senza contare che, con la futura maggioranza governativa sul filo del rasoio, anche pochissimi seggi potrebbero fare la differenza (attualmente i verdi inglesi hanno un solo eletto, a Brighton).                                                 Anche in Gran Bretagna, naturalmente, i sondaggi elettorali sono molti e frequenti.  Però, dato il sistema dei collegi uninominali, la previsione delle percentuali dei vari partiti a livello nazionale conta ben poco.  D’altra parte il risultato di molti collegi si gioca sullo spostamento di pochissimi voti, e può dipendere anche da eventi locali o personali che hanno luogo nel corso della campagna elettorale.  Tuttavia si cerca pur sempre di stimare con vari metodi un numero orientativo dei seggi dei vari partiti nel prossimo parlamento: così attualmente abbiamo a disposizione cinque stime recenti, condotte dal 7 al 19 febbraio scorsi.  Bene: in tutte e cinque queste stime il partito che avrebbe la maggioranza dei seggi (in tre stime i laburisti, in una i conservatori, in un’altra parità) è ben lontano dal raggiungere la maggioranza assoluta dei 326 seggi.  Di più: non la raggiungerebbe nemmeno con il concorso di un partito liberaldemocratico indebolito.  Così diventerebbero decisivi i voti scozzesi ed, eventualmente, anche di altri partiti gallesi e nord-irlandesi.  La maggioranza più probabile diventerebbe così una coalizione fra laburisti, liberaldemocratici e SNP (ricordiamo che l’SNP rifiuta basicamente la collaborazione con i conservatori).  Altre maggioranze, altrettanto inedite, sono ancora più improbabili: i conservatori con l’UKIP (ma l’UKIP dovrebbe avere un risultato, in termini di seggi, che questi sondaggi stranamente gli negano) oppure anche una “grande coalizione” fra conservatori e laburisti (come, storicamente, nei tempi di massima crisi).                                                                 UK federalismLa coalizione così prospettata non avrebbe vita facile.  E’ molto probabile che non si parlerebbe più di referendum sull’uscita dall’Unione Europea: gli scozzesi sono europeisti.  Ed è altrettanto probabile che al governo di Londra vengano richiesti passi ulteriori nei confronti di una devolution a favore di Scozia e, fatalmente, anche di Galles e Irlanda del Nord.  Una volta innescato, il processo non si fermerebbe qui: anche talune aree dell’Inghilterra, che oggi si sentono trascurate da Londra, richiederebbero maggiore autonomia e anche Londra stessa prenderebbe atto della sua forte divergenza economica e sociale con queste aree.  Il risultato finale potrebbe essere un Regno Unito federale. L’obiettivo è indubbiamente interessante e praticabile, ma potrebbe alimentare ancor di più il conflitto con l’opposizione ipotetica (conservatori+UKIP), certo già non tenera sulla politica da tenere nei confronti dell’Unione Europea.  In definitiva, sempre in forma ipotetica, a breve potremmo avere anche in Gran Bretagna un risultato convergente con quelli di Svezia e Germania, con le forze europeiste ad affrontare opposizioni di vario genere, ma sempre con argomentazioni anti-immigrazione, anti-euro, anti-UE.                                                                           Forse oggi questa è la vera contrapposizione nei sistemi politici europei, molto più attuale della tradizionale contrapposizione fra destra e sinistra.  Il problema che, a tutt’oggi, le forze europeiste continuano ad essere timide: sono più rivolte contro le opposizioni, e quindi motivate dal timore di smontare ciò che faticosamente è stato costruito negli ultimi decenni, che a favore di qualcosa di nuovo, cioè della costruzione di un Unione – o, almeno di un nucleo di Unione – finalmente politica, democratica, federale.  Forse, perché il rivolgimento di prospettiva possa aver luogo, i partiti di centro-destra e di centro-sinistra operanti nelle “grandi coalizioni” reali e possibili dovrebbero aver ben presente un altro problema: che i paradigmi economici su cui si sono tutti loro fondati, con differenze ormai minori, sono stati erosi dal tempo e dalla gravità dei processi globali oggi in atto.  Sapranno, queste forze, rilanciare coraggiosamente una politica di innovazione economica, sociale, culturale, che è l’unica strada per una nuova fioritura dell’Europa?

 

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