Europa, Italia, politica, antipolitica: domande alla classe politica italiana

Le prossime elezioni per il Parlamento Europeo si terranno alla fine di maggio, ma il tema è già caldo e le prospettive sono incerte.  In quasi tutti i paesi dell’Unione partiti definibili genericamente come antieuropeisti e nazionalisti – ai quali viene spesso aggiunto l’aggettivo di “populisti” – godono di favori non indifferenti da parte delle rispettive opinioni pubbliche.  In molti paesi, primo fra tutti la Francia, i sondaggi li danno in crescita. Al movimento di Marine Le Pen viene accreditato persino un 34% dei voti.  Particolare forse ancora più inquietante, molti elettori del maggior partito di centrodestra (UMP) non escludono di poter votare per il movimento lepenista, a seconda delle circostanze: sarebbe la fine di quella “maggioranza repubblicana” che fino ad oggi aveva confinato il Fronte Nazionale ai margini della vita politica francese. Quale che sia il risultato delle elezioni di maggio, la contrapposizione fra europeisti e neo-nazionalisti è destinata a segnare a lungo il nostro tempo di crisi.  Con qualche sorpresa: il referendum indipendentista scozzese di settembre sta guadagnando consensi anche perché gli scozzesi non gradiscono affatto l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, nel 2017.  Gli antichi legami col continente sono forse più saldi dell’appartenenza plurisecolare al Regno Unito?

Schulz-barrosoI nazionalisti dei nostri giorni hanno buon gioco ad attaccare, mostrando le carenze e le inadeguatezze di questa Europa.  Ma propongono solo di tornare indietro.  Vedremo, e ardentemente lo speriamo, se a breve i politici europeisti sappiano ridestarsi dal loro presente torpore e trovare il coraggio di andare avanti.  Ma al momento la consapevolezza della criticità della situazione europea è ben lontana dallo smuovere la gran parte dei politici nazionali dalle loro vicende provinciali.  Anche la situazione italiana lo dimostra.  Il dibattito sulle riforme e sulla legge elettorale, in particolare, si situa in un vuoto pneumatico: è stato ed è condotto come se l’attuale, drammatica alternativa per l’intera Unione – avanti o indietro – proprio non esistesse.  Pensiamo di essere in tempi tranquilli, che consentono di compiere a cuor leggero errori dovuti alla fretta e alla mancanza di riflessione.  O, almeno, questa pare la convinzione di molti estensori e sostenitori dell’attuale proposta di legge: temo che ad essi sia sfuggita una serie di conseguenze politiche indesiderate che prima o poi potrebbero creare ulteriori difficoltà all’Italia.                                                                   E’ in questa luce che è utile porre ancora qualche domanda alla classe politica italiana, che oggi in maggioranza vuole difendere una proposta di legge elettorale inadeguata, e che rischia perfino di risultare controproducente rispetto all’obiettivo dichiarato dei suoi estensori: la stabilità – ma forse è meglio dire, la salute – del sistema politico italiano.

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Siamo certi, anzitutto, che una competizione finalizzata alla meta conclusiva del premio di maggioranza non corroda la qualità delle proposte politiche delle parti in gioco?  Se ogni numero è importante, perché la vittoria elettorale è questione di tutto o niente, non si rischia di giustapporre meccanicamente gruppi di interessi del tutto eterogenei, invece di faticare per costruire un ragionato sistema di compatibilità, di convergenze e di alleanze fra le tante diversità di cui si compone il nostro sistema paese?  Siamo certi di non ricorrere eccessivamente alla comoda scorciatoia delle promesse facili?  E siamo certi che l’obbligo a governare di una minoranza che diventa maggioranza non sia a lungo andare dannoso anche e soprattutto per chi vince in queste condizioni?  Guardiamo agli ormai venticinque anni di vita democratica dell’Europa centro-orientale post-comunista.  Molti partiti, andati al governo con maggioranze rilevanti, sono naufragati vittima degli stessi strumenti che avevano usato per vincere: alle elezioni successive, spesso sono andati incontro a disfatte che li hanno marginalizzati e talvolta hanno messo in discussione la loro stessa sopravvivenza  (l’ultimo caso, dalle conseguenze clamorose, è il destino dei socialisti ungheresi). Da due forze, vorremmo generare due debolezze?  O una forza costruita sulle ceneri dell’altra?                                                                                                                     E’ opportuno ribadire che un sistema politico imperniato su un premio di maggioranza così considerevole non ha uguali in Europa, e quindi apre o consolida (e non certo chiude) un’anomalia italiana.  Per quale motivo? Perché ci sentiamo diversi da tutti gli europei i quali hanno in genere sistemi che certo non sono favorevoli alle coalizioni a vasto raggio (pensiamo al doppio turno alla francese) ma che non le rendono “impossibili” per decreto?E questa anomalia elettorale non rischia di saldarsi con quell’anomalia italiana tradizionale che, con alterne fasi, ha collegato la “prima” e la seconda “repubblica”: la difficoltà dei maggiori contendenti dello schieramento politico (che nella prima repubblica si chiamavano centro e sinistra; ora invece centrodestra e centrosinistra) a condividere valori istituzionali e regole di comportamento che andassero sopra agli interessi di parte.  Alla fine, questa anomalia è sfociata in un paradosso.  Perché, retrospettivamente, abbiamo scoperto che era più facile la condivisione di valori e di regole nella prima repubblica, in cui gli scenari internazionali e le contrapposizioni ideologiche spingevano a una netta frattura fra le parti in causa, che nella seconda repubblica, in un mondo che è stato definito post-ideologico e in cui certamente sull’Italia non premevano vincoli esterni così netti.                                                                                                                                 Siamo certi che l’accento unilaterale sulla competizione non sfoci ancora una volta in conflittualità esasperata, non alimenti l’aggressività fine a se stessa, i veleni e l’imbarbarimento della politica italiana a cui abbiamo assistito recentemente?  E siamo certi che le parti in aggressiva competizione siano pronte a cooperare se un giorno sorgesse qualche emergenza imprevista in grado di minare la democrazia italiana ed europea?                                                                                                                                  Il M5S dei nostri giorni è una forza composita, fortunatamente ancor più composita nei suoi elettori che nei suoi esponenti politici.  Però una loro eventuale vittoria elettorale, qualche rischio alla democrazia italiana ed europea lo potrebbe davvero far correre.  Oltre alla confusione mentale e alla totale mancanza di stile di alcuni suoi esponenti, ciò che più preoccupa è la loro convinzione assoluta di incarnare il “nuovo” e di essere (auto)investiti della missione di distruggere il “vecchio”, convinzione che spesso è stata alla base delle peggiori catastrofi storiche. Ma se le cose stanno così, perché proporre una legge elettorale consonante con quel pilastro dichiarato della concezione e della concreta linea di condotta politica del M5S:  l’esaltazione della meta del 51%?   Raggiungerla costi quel che costi: e intanto niente alleanze, niente accordi, niente politica.  E allora, siamo proprio sicuri che questa proposta di legge elettorale non rafforzi la visione antipolitica del M5S, e non la diffonda?  Perché fornir loro un sistema elettorale che favorisca la loro condizione di “puri e duri”?  Non è impossibile, anche se fortunatamente improbabile, che in una condizione di particolare divisione il M5S, o in futuro un’altra forza analoga, raggiunga la possibilità di un ballottaggio, magari sulla soglia del 30% (che in altri sistemi elettorali basterebbe per confinarli).  E se ciò accade, in una situazione economica e sociale per nulla tranquilla, la loro retorica non rischierebbe di fare effetto?  La conflittualità italiana dei nostri giorni non è certo propizia a generare l’analogo di quella “maggioranza repubblicana” che (fino a un attimo fa!) aveva confinato i lepenisti ai margini della politica francese, e che aveva supportato Chirac contro Le Pen.  Del resto le elezioni comunali di Parma sono state un utile insegnamento.  La proposta di legge oggi discussa certo non fa nulla per sbarrare la strada a queste possibilità indesiderabili.                                              La proposta di legge contiene anche una clausola “salva Lega”.  E questa può avere effetti positivi, paradossalmente e immeritatamente.  La Lega ha deciso di giocare la carta dell’anti-Europa e dell’anti-Euro, e l’alleanza con i lepenisti può diventare strategica e duratura. In tal caso è meglio che la Lega sia dentro che fuori il Parlamento, che non possa presentarsi come una forza completamente antisistema. Solo che la clausola “salva Lega” è una clausola ad hoc, consentita dalla sua particolare collocazione territoriale.  Altre forze altrettanto populiste e anti-europeiste potrebbero sorgere.  E allora mi chiedo, e la domanda non ha risposte: è meglio che queste forze siano dentro o fuori il Parlamento?

E ancora.  Siamo proprio sicuri che il Parlamento italiano non abbia bisogno di quelli che sono stati detti movimenti one issue, nati all’origine per mettere in primo piano una questione trascurata dai partiti tradizionali (in Italia, per un momento, sono stati i radicali rispetto ai diritti civili)?  E di questioni trascurate dalla politica italiana dei nostri giorni ce ne sono, e di importanti: dall’approfondimento dell’Unione Europea in senso federalista alla possibilità di una svolta economica e sociale in senso ecologico; dalla difesa dei diritti dei cittadino in un’età in cui la privacy è calpestata alla seria riflessione sulle opportunità partecipative che possono scaturire da un uso intelligente della rete (cosa che in Italia il M5S non fa e che in Europa hanno cercato di fare i Pirati, in maniera fino ad oggi dilettantesca).  Ma  il problema è di natura ben più generale: il problema è di come integrare l’innovazione politica senza che questa finisca nel vicolo cieco dei fatti di costume.  Forse è il caso di pensare che un valore che manca alla politica è quello della generosità verso i processi in divenire e che non possono essere controllati troppo.  Generosità che non è affatto condiscendenza: è invece attenzione, rispetto e naturalmente anche attitudine critica nei confronti di possibili germi del futuro.                                         In politica “mai dire mai”.  La vigilanza è un obbligo. Per questo quei settori della società civile, e dei partiti stessi, che oggi sono perplessi rispetto alla proposta di legge non possono allentare la vigilanza.  Perché oggi alla società civile italiana, e a una parte dei politici, sembra spettare un compito paradossale, ma decisivo: salvare i politici stessi da un’ondata di antipolitica che preferiscono autoimporsi.

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