Giappone: ritorno al passato?

Park Geun-hye è stata eletta Presidente della Corea del Sud nel dicembre del 2012.  E’ la prima donna a rivestire questa carica nel suo stato e, più in generale, ad assumere un ruolo così rilevante in un’area del mondo in cui la presenza femminile in politica non è particolarmente diffusa.  Fra tanti radicalismi e irresponsabilità dei paesi vicini la sua voce risuona per autorevolezza e moderazione.  Ha proposto, ad esempio, la costituzione di una commissione comune tra giapponesi e sudcoreani per la riscrittura dei libri di storia, sull’esempio di quanto hanno fatto da tempo tedeschi e francesi, tedeschi e polacchi: la riconciliazione postbellica, che in Asia Orientale a tutt’oggi non è avvenuta, non può che fondarsi sulla diffusione nelle giovani generazioni di una memoria critica, per metterle in grado di soppesare torti e ragioni reciproche e di prendere la distanza dagli errori e dagli orrori del passato.  Non a caso, nell’Estremo Oriente dei nostri giorni, un problema educativo fondamentale è la marginalizzazione delle conoscenze storiche: una studentessa giapponese ha raccontato della compressione, nel suo corso di studi, dell’intera storia umana in un solo anno (!), da Homo erectus alla globalizzazione.

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Così il rifiuto di Park Geun-hye di più stretti rapporti con l’attuale governo giapponese per affrontare i tanti problemi dell’area è un segno forte del disagio dei sudcoreani nei confronti della politica della memoria (o dell’oblio) dei vicini: a tutt’oggi i giapponesi non sono inclini ad ammettere le atrocità da loro commesse nei decenni di dominio coloniale, 1905-45.  Anzi, le relazioni sono sempre sul punto di deteriorarsi ulteriormente, perché è ancor viva la questione delle centinaia di migliaia di donne e di ragazze – provenienti da tutte le nazioni occupate dal Giappone, ma soprattutto dalla Corea del sud – costrette a forza a prostituirsi ad uso e consumo dei militari giapponesi durante la seconda guerra mondiale.  La ferita è sempre aperta:  il governo giapponese aveva avanzato un’ammissione di colpa nel 1993, ammettendo che l’uso della forza e della coercizione non poteva essere negato.  Ma negli ultimi anni alcuni esponenti neo-nazionalisti giapponesi hanno preso le distanze da questa ammissione, insistendo ostinatamente – e senza alcuna ragione da parte loro – sulla volontarietà della prostituzione di queste comfort women, secondo l’eufemismo con cui erano state definite le vittime: lo stesso Yoshihide Suga, portavoce dell’attuale governo, ha sostenuto la possibilità di una revisione della posizione ufficiale adottata dal Giappone due decenni or sono.  Fortunatamente il primo ministro Shinzo Abe non l’ha seguito su questa strada e ha fatto sapere che nessuna revisione è all’ordine del giorno.

China South KoreaLa Corea del Sud e la Cina oggi si trovano dalla stessa parte, per fronteggiare il revisionismo giapponese che non è una frangia minoritaria di estrema destra e che anzi trova espressione insistita in persone vicine all’attuale governo.  Di questo revisionismo vi è un’espressione controllata, ma proprio per questo alquanto irritante: in guerra, soprattutto nel ventesimo secolo, di crimini ne avrebbero commessi tutti quanti e non si vedrebbero motivi particolari per scuse e per ammissioni di colpa unilaterali.  Ve ne sono però anche espressioni più spinte, che considerano i crimini di guerra giapponesi in Cina (come il massacro di Nanchino) puri e semplici prodotti della propaganda statunitense e che si dilatano in un  negazionismo nei confronti dell’Olocausto, nella distruzione di copie del Diario di Anna Frank, in un’esaltazione dello stesso Adolf Hitler.  Questo tipo di revisionismo, che in molti paesi d’Europa è legalmente sanzionato, rischia oggi di diventare in Giappone quasi moneta corrente.  I cinesi, preoccupati, fanno nel contempo notare come il nonno di Shinzo Abe, Nobusuke Kishi, che era stato a sua volta primo ministro negli anni cinquanta, si fosse macchiato di crimini di guerra durante l’occupazione giapponese della Manciuria, e della regione di Shenyang in particolare, negli anni successivi al 1931.                              Il governo di Abe oggi gode di un notevole consenso popolare in Giappone, ma questo non significa che manchino voci critiche autorevoli, anche se al momento minoritarie.  Una delle più significative è quella di Hayao Miyazaki, il grande regista autore di tanti poetici film d’animazione. Nel suo ultimo film – Si alza il vento - ha affrontato proprio il tema controverso delle relazioni tormentate e contraddittorie fra lo sviluppo delle nuove tecnologie e il loro uso bellico e distruttivo: racconta infatti la storia (romanzata, ma ispirata da una vicenda reale) dell’ingegnere aeronautico Jiro Horikoshi, che negli anni venti e trenta si dedica con passione agli sviluppi delle nuove possibilità delle macchine volanti e che vede poi utilizzate le sue creazioni per gli orrori della seconda guerra mondiale.  Il film – accolto dal generale consenso della critica occidentale – si chiude con la figura del protagonista colpito dal rimorso per la tragica deriva dell’utilizzo delle sue invenzioni.  Proprio per questo è stato attaccato dai nazionalisti giapponesi; d’altra parte è stato discusso anche da gruppi pacifisti per la scelta stessa del soggetto, in cui viene seguita con simpatia la vicenda umana di chi finisce col diventare un costruttore di macchine da guerra.

MiyazakiMiyazaki ha replicato sottolineando la complessità della questione: fortunatamente – aggiungiamo noi – l’arte ha le sue ragioni che l’ideologia militante e semplificante non può comprendere.  Ma insieme alla controversia filmica, Miyazaki ha criticato esplicitamente la prospettiva di Abe di riformare la costituzione giapponese del 1947, e di eliminare la radicale scelta pacifista che ne fa parte.  L’articolo 9 infatti stabilisce la rinuncia perpetua del Giappone alla guerra come diritto sovrano della nazione e come mezzo per risolvere le contese internazionali, aggiungendo una controversa clausola della rinuncia a una forza militare in senso proprio: controversa perché le forze militari di cui si è dotato il Giappone in questi decenni non possono che venir interpretate come forze di autodifesa (e quindi una sorta di estensione delle forze di polizia) e non come forze ad uso bellico.  Ma la questione va ben al di là della riforma (o dell’abolizione) dell’articolo 9, giacché il partito di Abe ha in realtà proposto una revisione della costituzione ben più pervasiva, mettendo in discussione l’idea dell’universalità dei diritti umani, privilegiando l’esigenza del mantenimento dell’ordine pubblico rispetto alla garanzia dei diritti individuali, restringendo la libertà di espressione e, soprattutto, adottando una concezione che mette l’idea dei doveri collettivi al di sopra dei diritti individuali.  Ciò basta per far lanciare agli oppositori a questa tendenza e a questa visione un grido d’allarme in difesa dell’intero percorso della democrazia post-bellica in Giappone.                                                                                                                                     Fra enormi differenze, la situazione dell’Asia Orientale e quella dell’Europa odierna iniziano pericolosamente a convergere in un aspetto importante: in un attacco ai valori e alle narrazioni di fondo emerse dopo il 1945, nella direzione di un ritorno al passato dei nazionalismi aggressivi.  Solo che in Europa quest’attacco proviene per ora da forze di opposizione, anche se localmente dotate di crescente consenso popolare (come il movimento di Marine Le Pen in Francia).  In Giappone vi è coinvolto, tra tanti distinguo e tante ambiguità, il governo stesso e il partito che detiene la maggioranza assoluta.  Forse sarebbe opportuno, a livello internazionale, ricordare all’opinione pubblica giapponese – e ai politici stessi – quanto la grande riduzione delle forze armate all’indomani del dopoguerra abbia favorito (come, del resto, nel caso della Germania) il “miracolo economico” dei decenni successivi e la prosperità dei nostri giorni.  Il fatto è che il Giappone fa parte del G7 e che la sua influenza a livello internazionale è intrinseca ed elevata.  Nel momento in cui la crisi di Crimea ha congelato la funzione del G8 (cioè il G7 allargato alla Russia) sarebbe opportuno un richiamo al senso di responsabilità giapponese: nel suo stesso interesse, soprattutto nel suo stesso interesse.  Una riedizione del 1914 in Asia Orientale non va a favore di nessuno.                                                        La decisione di Abe di confermare l’ammissione di colpa giapponese nei confronti delle donne obbligate a forza a prostituirsi potrebbe rivelarsi una prima inversione delle tendenze pericolose di questi ultimi anni, un primo paletto nei confronti del dilagare neo-nazionalista. E’ sperabile che a questa decisione faccia seguito il passo concreto di un incontro al vertice fra Giappone e Corea del Sud.  Visto l’improvviso indurimento delle frontiere intorno all’Europa, una distensione in Asia Orientale sarebbe un evento di risonanza e di impatto positivo ancor maggiore nel mondo intero.

 

 

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