Il “Grande Medio Oriente”, epicentro dei conflitti

La “primavera araba” (Libia, Siria, Egitto, Yemen, Tunisia, Paesi del Golfo) ha aggravato ancora di più l’instabilità di una vasta area del mondo, che ha il suo epicentro in Medio Oriente e sulle coste orientali e meridionali del Mediterraneo.

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Negli ultimi venticinque anni, dopo il crollo dei blocchi contrapposti, si è parlato spesso di “grande Medio Oriente”.  Con tale espressione si intende un’estesissima area euro-asiatico-africana, che va dal Marocco ad occidente al Bangladesh ad oriente.  Essa comprende dunque: Maghreb, Africa Settentrionale, Levante, Mesopotamia, Anatolia, Penisola Arabica, Balcani, Caucaso, Asia Centrale, Asia Meridionale (subcontinente indiano: India, Pakistan e stati connessi). Esistono ragioni forti e di lunga data alla base dell’instabilità cronica di questa area.  Negli ultimi secoli, infatti, essa è stata in gran parte governata da grandi imperi multinazionali, che sono stati spazzati via dai tornadi storici del ventesimo secolo.

 Si tratta, in primo luogo, dell’Impero Ottomano, che al momento della sua massima estensione (nel seicento) estendeva la sua sovranità su buona parte dei popoli arabi e esercitava il suo controllo anche sui luoghi sacri dell’Islam.  Si tratta, in secondo luogo, dell’Impero Russo zarista, che nella sua rapida estensione verso oriente, ha inglobato la gran parte delle terre delle tradizionali popolazioni nomadi dell’Asia Centrale.  Si tratta, in terzo luogo, degli imperi coloniali europei e, in particolare, dell’Impero Britannico.  Quest’ultimo, nel corso dell’età moderna, si è anzitutto sviluppato come “impero a rete”, volto al controllo soprattutto di porti e avamposti dal particolare valore commerciale e militare, piuttosto che di territori estesi.  Tuttavia la sua natura, nell’ottocento, è cambiata radicalmente.  Il suo coinvolgimento sempre più intenso nelle vicende del subcontinente indiano, a partire dagli avamposti originari di Bombay, Calcutta e Madras, lo ha portato all’inedita unificazione politica di tutta l’Asia Meridionale.  E, per quanto riguarda l’area in questione, la sovranità britannica si estese anche all’Egitto, il territorio più popoloso e ricco di risorse dell’Impero Ottomano.

La disgregazione dell’Impero Ottomano, che già nei decenni precedenti aveva perso quasi tutti i territori europei, ha il suo punto culminante nell’armistizio del 1918, prodotto dalla sua sconfitta nella prima guerra mondiale.  Allora gli furono staccati  i territori del Medio Oriente, divenuti oggetto di un complicato gioco di promesse, contese e spartizioni fra Gran Bretagna, Francia, nonché dinastie e movimenti arabi.  La Gran Bretagna ambiva ad affermarsi come nuova potenza egemone, mettendo in relazione la sua nuova presenza mediorientale con l’Impero delle Indie, ma dovette a sua volta cedere il passo all’indomani della seconda guerra mondiale.  Il 1947 vede la spartizione del subcontinente indiano fra India e Pakistan, il 1948 la proclamazione dello stato di Israele e quindi la spartizione fattuale della Palestina.  Entrambi gli eventi non sono affatto i pilastri di un nuovo ordine, ma aprono la strada a un nuovo groviglio di conflitti che si trascinano fino ai giorni nostri.   

Quanto alla Russia, nel ventesimo secolo si è disgregata ben due volte.  Dopo il crollo dell’Impero zarista, nel 1917, al nuovo regime sovietico riuscì l’impresa non solo di rimettere insieme tutti gli antichi territori posseduti ma anche di estendere la sua sfera di influenza europea (“impero esterno”) ben al di là di quanto la Russia non era stata capace in passato.  Tuttavia, dopo la perdita della sfera di influenza europea nel 1989, l’Unione Sovietica ha cessato di esistere come stato alla fine del 1991.  Fra le tante conseguenze geopolitiche comportate, la più grave è forse lo sviluppo di un’area di instabilità cronica nell’Asia Centrale.  I nuovi stati, retti ancora da oligarchie direttamente legate al passato sovietico, hanno mantenuto gli antichi confini che avevano quando erano repubbliche federate all’interno dell’URSS.  E questi erano e sono confini ben poco vivibili, perché progettati in età staliniana secondo il principio del divide et impera: per indebolire, e non per rafforzare, la coesione nazionale delle singole repubbliche, che secondo la politica imperiale dominante non avrebbero mai potuto diventare indipendenti.  Particolarmente arbitraria è stata così la delimitazione fra Uzbekistan e Tagikistan.

Sia in Medio Oriente che in Asia Centrale gli stati sorti nel ventesimo secolo mancano di coesione interna e sono segnati da profonde divisioni etniche, sociali e religiose: soprattutto, le minoranze non hanno visto migliorate le loro condizioni rispetto all’età degli imperi multinazionali.  Conflitti interni si aggiungono a conflitti esterni, nel senso che la collaborazione regionale ha sempre segnato il passo, persino fra stati che si rifanno alle comuni lingua e cultura araba.

 

 

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