La balcanizzazione della Siria, nella guerra civile dell’Islam

Le enormi difficoltà che dovettero affrontare le potenze vincitrici della prima guerra mondiale per costruire un “nuovo ordine” europeo sono un tema centrale della storiografia contemporanea:  gli storici hanno messo in evidenza con dovizia di analisi come buona parte dei conflitti che poi sfociarono nella seconda guerra mondiale traggano le loro radici dal clamoroso fallimento delle sistemazioni geopolitiche del 1919-20.  Oggi, alla luce dei conflitti che a quasi cent’anni di distanza continuano a moltiplicarsi nel Medio Oriente, non possiamo non concludere come altrettanto fallimentare sia stata la contemporanea sistemazione post-bellica in questa area: a tutt’oggi i popoli della regione e, insieme, l’Europa e il mondo intero, continuano a subirne le conseguenze.  In particolare, disastrosa si è rivelata l’attitudine dei vincitori di allora (e soprattutto della Gran Bretagna e della Francia) di volere annientare l’avversario. Gli smembramenti concepiti a tavolino dell’Impero Austro-Ungarico in Europa e dell’Impero Ottomano in Medio Oriente continuano a gettare un’ombra lunga sul nostro presente. 

Sykes-Picot

Nel Medio Oriente arabo antecedente al 1914, che era sotto controllo ottomano, l’ordinamento territoriale era del tutto eterogeneo rispetto a quello attuale e non esisteva nulla di simile agli odierni stati di Siria, Libano, Giordania, Iraq (e tantomeno Palestina).  In particolare, il vilayet (“provincia”) della Siria non coincideva con gli odierni confini ma costituiva una sottile striscia che da Damasco si estendeva lungo il corso del Giordano fino a comprendere buona parte, appunto, dell’attuale stato della Giordania.  Il resto del territorio siriano era diviso fra il vilayet di Aleppo, quello di Beirut (che era più esteso del Libano attuale) e il sangiaccato di Zor (che comprendeva la parte desertica orientale lungo il corso dell’Eufrate).  Quando nel 1916 Gran Bretagna e Francia decisero di spartirsi sulla carta il Medio Oriente ottomano, essi non seguirono i preesistenti confini amministrativi, bensì le proprie considerazioni di ordine imperiale e simbolico: da un lato la Gran Bretagna si sarebbe facilitata la connessione fra la parte nordafricana (Egitto) e la parte asiatica (India) del proprio impero globale; dall’altro la  Francia si sarebbe assicurata regioni che ancora ospitavano nuclei consistenti di cristiani delle più varie confessioni, asserendo una continuità con quei legami simbolici, culturali e commerciali che risalivano al medioevo e alla presenza degli stati dei principi francesi al tempo delle crociate.

French Syria states map

Quando nel dopoguerra i francesi entrarono in possesso del territorio desiderato, essi dovettero affrontare direttamente il problema del governo e della coesistenza di una pluralità di culture e di religioni.  E la loro strategia originaria fu di dividere la Siria in vari stati autonomi in qualche modo corrispondenti alle varietà identitarie della regione: ai due stati di Damasco e di Aleppo (popolati in maggioranza da arabi sunniti) si aggiungevano così il Libano (popolato in maggioranza da cristiani maroniti), il sangiaccato di Alessandretta (o Hatay, con una forte presenza turca), lo stato alawita imperniato sulla città di Latakia (gli alawiti sono sciiti, in forte contrapposizione con la maggioranza sunnita) e la regione del Gebel druso.  A loro volta, i drusi sono una religione del tutto particolare, che comprende non solo elementi delle tre religioni monoteistiche ma anche concezioni gnostiche risalenti ai primi secoli dell’era moderna.                                                                                                                   La tormentata evoluzione fra le due guerre del mandato francese della Siria è testimonianza non solo della difficoltà di controllo del territorio, ma anche delle sue fratture ed eterogeneità interne.  Il Libano e lo Hatay andarono per la loro strada: il primo divenne una repubblica autonoma nel 1926 e uno stato indipendente nel 1943; il secondo fu annesso dalla Turchia nel 1939.  Al contrario gli stati di Aleppo e di Damasco (nel 1924) e gli stati alawita e druso (nel 1936) confluirono nella nuova repubblica unitaria della Siria, che acquisì la piena indipendenza all’indomani della seconda guerra mondiale (1946).     Ma non per questo si smorzò la conflittualità ancestrale fra sunniti e sciiti: risalente alle origini stesse dell’Islam, nei secoli del dominio turco era stata ravvivata dalle continue guerre fra l’Impero Ottomano di aderenza sunnita e dall’impero persiano governato dalla dinastia sciita dei savafidi: per questo motivo gli sciiti dell’Impero Ottomano erano oggetto di diffidenza e di discriminazione quali “quinta colonna” del nemico.                                    Il movimento nazionalista siriano fra le due guerre, indipendentista e tenacemente antifrancese, era dominato dai sunniti mentre gli alawiti erano tendenzialmente filofrancesi, e non molto attratti dalla prospettiva di una Siria unitaria.  Ma gli alawiti, insieme ai drusi e ad altri gruppi (pur sunniti) socialmente marginalizzati, divennero una componente decisiva dell’esercito siriano.  Così le prospettive si capovolsero: subito dopo l’indipendenza siriana, nel 1949, un colpo di stato militare rovesciò la classe dirigente che aveva condottole rivolte contro i francesi.  E nella nuova élite militare gli alawiti riuscirono ad esercitare un’influenza che alla fine da minoranza perseguitata li portò ad essere il nucleo dell’élite politica del paese.                                                                                                            Questa è la storia che sta dietro ad Assad (Bashir) e al padre di Assad (Hafez) il quale, all’origine della sua ascesa politica, proprio in quanto appartenente alla minoranza alawita, si era scontrato con gli esponenti siriani dei fratelli musulmani. Ed è una storia che continua e che condiziona potentemente le vicende dei nostri giorni.  Al fianco di Assad si è così schierata un’internazionale sciita composta dall’Iran, dal movimento libanese Hezbollah e anche da molti cittadini iracheni che hanno passato il confine per combattere con i loro “confratelli”; e sta anche la Russia, che teme sopra ogni cosa l’infiltrazione dell’integralismo islamico ultra-sunnita nella parte settentrionale del Caucaso e nella regione del basso corso del Volga (Idel-Ural, centrata attorno al Tatarstan).  La caduta di Assad è invece auspicata dagli stati arabi del Golfo (che hanno loro stessi forti problemi con le loro rispettive minoranze sciite) e dalla Turchia di Erdogan.  Anche la posizione egiziana risente di questo grande conflitto di fondo: dato che i fratelli musulmani di Mursi erano strettamente legati al movimento anti-Assad, i militari oggi al potere si dichiarano sospettosi dinanzi a un intervento militare che possa indebolire Assad, per timore dell’ascesa di un regime a loro ostile.  E, naturalmente, per tutto l’occidente la natura composita degli oppositori di Assad continua a creare grandi problemi ed è alla base di grandi indecisioni: molti combattenti integralisti sono arrivati da ogni dove e hanno formato le loro milizie locali.                                                                                                  Attualmente la situazione militare è abbastanza conforme alle antiche fratture della storia, nel senso che una delle roccaforti del regime di Assad sta proprio nell’antico territorio alawita.  Dinanzi a questa situazione, anche nel caso (per il momento improbabile) in cui le grandi potenze internazionali riuscissero a trovare un accordo e sapessero costringere la parti in causa a negoziati costruttivi, la rinascita di una Siria unitaria non è cosa facile.  C’è chi pronostica che l’attuale divisione diventi permanente, aprendo un fronte in più in un Islam già molto diviso al suo interno e dando il via a una nuova, esasperata “balcanizzazione”.                                                                                                                  Vi è un altro protagonista nella situazione attuale della Siria: il popolo curdo.  I curdi hanno una loro forte presenza nel settore nord-orientale del paese, ai confini con le zone di popolamento curdo dell’Iraq e della Turchia.  A loro i francesi avevano negato l’autonomia, negli anni fra le due guerre.  Oggi i curdi siriani si stanno prendendo una rivincita storica, perché già controllano i loro rispettivi territori e ambiscono così almeno a un’autonomia molto spinta, sul modello di quanto è già accaduto in Iraq.  Per la Turchia questo è il peggior scenario possibile.  Proprio per questo Erdogan è uno dei più accaniti avversari di Assad e, insieme, uno dei maggiori sostenitori di una Siria riunita.

 

 

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