La morte: ultima frontiera umana

Negli ultimi decenni un campo medico che ha avuto rapidi e sorprendenti sviluppi è quello della rianimazione susseguente all’arresto cardiaco.  In condizioni tecnologiche e operative adeguate, il cuore può essere rianimato anche ore dopo l’arresto.  E in un numero fortunatamente crescente di casi il paziente non subisce danni cerebrali rilevanti e può tornare a una vita normale.  Il fatto è che le cellule del nostro corpo, anche e soprattutto le cellule cerebrali, non necessariamente muoiono subito dopo l’arresto cardiaco.  Ed esiste un tempo critico nel quale si può intervenire, con la dovuta perizia.  Particolarmente delicato risulta l’intervento subito dopo che il cuore sia tornato a battere, perché allora si deve contrastare un processo generale di degradazione che ha già preso il via.  Diventa così necessario un raffreddamento generale delle cellule corporee e l’iniezione di specifiche soluzioni liquide.                                               Già da tempo la morte ci appare un concetto complesso, dal punto di vista medico come da quello etico.  Sono ben noti i casi del cosiddetto coma irreversibile, che si ha quando la respirazione artificiale impedisce l’arresto cardiaco ma i danni cerebrali sono ormai irreparabili.  I problemi etici, coinvolgenti l’espianto degli organi, le volontà del paziente, l’intervento e il non intervento di medici e familiari sono intricatissimi, assai discussi e sempre più controversi.  Qui abbiamo però a che fare con il caso in certo senso inverso: anche in presenza di un arresto cardiaco, il cervello rimane in vita.

sam parnia

Sam Parnia è un grande esperto di quella che con un po’ di enfasi può essere definita la “medicina della risurrezione”.  Nel suo libro Erasing death ci dà un quadro assai stimolante di questo nuovo campo di ricerca e di intervento.  La tesi centrale dell’autore è che la morte è un processo, e in quanto tale dotata di molte fasi: a certe condizioni un tale processo può essere reso reversibile.  Naturalmente Parnia non nasconde le difficoltà del compito.  La rianimazione dopo l’arresto cardiaco è un intervento “che non tollera l’errore”.  L’ospedale deve essere dotato dei potenziali umano e tecnologico adeguati; le operazioni devono concatenarsi nell’adeguato ordine, con l’adeguata velocità, con l’adeguata precisione.  E naturalmente l’intervento ha limiti intrinseci.  Il cuore deve tornare a funzionare in un corpo non troppo gravemente danneggiato: cosa che purtroppo non si verifica in molti drammatici incidenti.  E anche nel caso di molte malattie tumorali o leucemiche terminali, il corpo è talmente degradato da ripresentare ben presto condizioni che condurranno a un nuovo arresto cardiaco.  Intervenire in questi casi significherebbe solo un inutile accanimento terapeutico.

titanic

Ma quello che è importante da comprendere che siamo in presenza di una frontiera umana e tecnologica mobile: quello che cent’anni fa era impossibile oggi può divenire possibile.  Parnia ci presenta il caso di una donna giapponese trovata in condizioni di ipotermia alcune ore dopo aver subito l’arresto cardiaco: essa è tornata in vita, dopo una rianimazione altrettanto lunga, perché il raffreddamento generale del corpo agevola la conservazione delle cellule e la reversibilità dei processi vitali.  Oggi avremmo potuto salvare molte delle vittime del naufragio del Titanic, avvenuto cent’anni or sono.  I primi soccorritori arrivarono due ore dopo il naufragio, e trovarono in acqua molti corpi a una temperatura bassissima, pochi gradi sopra lo zero.  Allora questi corpi furono dati senz’altro per morti, mentre oggi faremmo del nostro meglio per salvarli.  E in futuro, quando siano a disposizione organi e parti del corpo di “ricambio”, organici o bionici che siano, potremmo porre rimedio a casi in cui oggi siamo impossibilitati a intervenire.                                                                                                                                      A questo punto il discorso di Parnia prende una piega appassionata, e costruttivamente polemica.   Per troppe persone oggi il confine tra la sopravvivenza e la morte irreversibile dipende da condizioni del tutto contingenti, quali il tipo di attrezzatura e il training del personale medico degli ospedali nei quali o vicino ai quali hanno luogo i rispettivi arresti cardiaci.  Le capacità di intervento sono del tutto diseguali; non esistono normative precise e vincolanti; non esiste nemmeno un campo di ricerca interdisciplinare di scienze della rianimazione: anche in questo caso i confini disciplinari producono una frammentazione degli specialismi e delle competenze quanto mai letali.  Parnia fa riferimento al caso moltomolto noto dell’arresto cardiaco subito dal calciatore congolese Fabrice Muamba nel corso di un incontro: molto probabilmente egli deve la sua sopravvivenza al fatto che allo stadio fosse presente un noto specialista della rianimazione.  Costui, compresa la gravità della situazione, insistette a far sì che Muamba fosse condotto al proprio ospedale, anche se più lontano di altri ove appariva plausibile indirizzare il ricovero di urgenza.  L’ospedale prescelto aveva il know how necessario, il che ebbe certamente un’influenza decisiva e fortunata per il ritorno in vita del calciatore.                                                                       Oggi abbiamo le capacità tecnologiche e umane per far tornare della morte, nel senso dell’arresto cardiaco, e per ridare una vita normale a un numero molto più grande di persone di quelle correntemente beneficiate dalle pratiche rianimative.  Il problema è soprattutto di ordine organizzativo, culturale, politico, economico.  Ovviamente non si investe abbastanza nel campo, dal punto di vista materiale come dal punto di vista formativo.  Anzi, non si ha nemmeno chiaro l’enorme valore umano che un avanzamento nel campo può rivestire: dopotutto l’arresto cardiaco è l’unica cosa, insieme alla nascita, che capita nella vita di tutti.  Quanti anni di vita, quante relazioni affettive positive fra le persone e i loro familiari e amici potremmo salvare, se solo fossimo più attenti a generare le giuste precondizioni per la rianimazione.  E ovviamente, anche se in secondo piano rispetto al fattore umano, ci sarebbero anche ricadute economiche notevoli: gli anni di vita salvati sarebbero anni di vita piena, dedicata alle usuali o a meno usuali attività.  Anche attraverso lo spostamento della frontiera della morte passa il fronte di una politica di civiltà. Ma c’è ancora di più.  Dalle narrazioni di chi viene rianimato emergono ricchi indizi di una coscienza vigile nel momento stesso dell’arresto cardiaco, allorché non vi sarebbero segnali di attività cerebrale.  Naturalmente la questione è controversa, perché nel momento della tentata rianimazione tutto si fa salvo che mettere alla prova in maniera “fredda” la questione dell’attività cerebrale.  Però le spiegazioni alternative, del tipo che certe visioni siano provocate dalla paura della morte che si approssima, non sono convincenti, perché in moltissimi casi gli arresti cardiaci sono improvvisi e la persona coinvolta non è affatto consapevole del rischio che corre.  Inoltre si hanno anche copiosi racconti di una percezione extracorporea della situazione, e i pazienti ricordano dettagli del lavoro di chi è impegnato a rianimarli che non avrebbero potuto percepire nel loro stato.                                                                                                                                       E’ da parecchi decenni che sono indagate le cosiddette near death experiences, in cui le persone raccontano di una ricca vita mentale e di visioni di varia natura (rispetto alla propria vita, come rispetto alla comunicazione con i defunti o all’apparizione di divinità in cui credono) che avrebbero avuto luogo in stati estremi, apparentemente di completa incoscienza.  Parnia propone ora di indagare le più specifiche actual death experiences: le esperienze di persone in condizioni di “morte reale”, cioè di arresto cardiaco.  La posta in gioco è alta.  E’ quella di un possibile cambiamento paradigmatico nella questione sempre posta, e sempre irrisolta, delle relazioni fra il cervello e la psiche umana (o, se si preferisce, l’anima).  La psiche è davvero solo un’emergenza transitoria del cervello?  Oppure è un’entità strettamente correlata al cervello, ma che è dotata di una sua esistenza autonoma?  La risposta non è affatto scontata.  Gli studi sulle after death experiences, come pure sui risvegli da stati di coma giudicati irreversibili di cui egualmente la letteratura abbonda, prospettano di rivitalizzare su nuove basi un’interrogazione antica quanto la specie umana.                                                                                                         Naturalmente le convergenze non solo con le religioni in senso stretto, ma anche con le molteplici tradizioni spirituali del pianeta sono innegabili e in certo senso benvenute.  Però Sam Parnia indica chiaramente che, ai suoi occhi, la questione si è posta scientificamente e può e deve essere indagata anche entro i limiti della ricerca scientifica.  Non è la prima e non sarà l’ultima frontiera in cui la scienza scopre di avere cose significative da dire rispetto a un territorio in passato a lei tutto ignoto.  E non è la prima e non sarà l’ultima volta in cui scienza, religione e spiritualità, che ristrette visioni diffuse in tutte le parti in gioco in varie fasi della modernità aspiravano a contrapporre, si trovano a collaborare per cercare ancora una volta di indagare i misteri umani e di capire più a fondo il senso delle nostre vite.

 

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