La politica italiana, oggi: autoinganni, coazioni a ripetere, e un dopoguerra che non è finito

Le decisioni della Corte costituzionale sulla legge elettorale sono state attente e poco invasive.  Hanno escluso gli aspetti meno sostenibili della legge elettorale antecedente, lasciando aperto un enorme spazio di possibilità per i legislatori. Pareva dunque un richiamo salutare alla capacità inventiva e all’esigenze di qualità dell’arte della politica.  Alla luce di questo richiamo, quanto è accaduto nei giorni successivi è preoccupante.  Perché gran parte dei leader politici italiani non hanno per nulla percepito questo enorme spazio di possibilità.  Al contrario, si sono mossi per presidiare nuovamente lo stesso cantuccio già occupato nel vecchio spazio.  E questo significa; una nuova legge elettorale senza preferenze e con un premio di maggioranza sempre eccessivo, una legge forse ancora più rigida della precedente per l’elevazione di certe soglie di sbarramento.  Un premio di maggioranza che porta automaticamente del 35 per cento dei voti al 50 per cento dei seggi non ha analogie in Europa.  Peggio ancora, però, è il possibile doppio turno che regolerebbe la corsa al premio di maggioranza, nel caso in cui la soglia del 35 per cento non venisse raggiunta.  In tal caso, la maggioranza assoluta dei seggi potrebbe essere ottenuta anche da partiti che, al primo turno, ottengano il 30 per cento o anche meno del consenso popolare.  Esattamente quella situazione che la Consulta, nello spirito se non nella lettera, ha giudicato insostenibile.  E non sappiamo nemmeno se questa nuova legge, una volta approvata dal Parlamento, possa superare un nuovo vaglio della Corte costituzionale.

consulta

Non tutto, naturalmente, è negativo nel percorso di riforme che si tenta di aprire: l’abolizione del bicameralismo perfetto Camera-Senato è quanto mai opportuna, e impedirà il calvario post-elettorale del 2013 e anche quello del governo Prodi dopo il 2006.  Ma, di contro, preoccupante non è tanto l’attuale proposta di legge elettorale elettorale, quanto lo sono le narrazioni e le retoriche con cui viene sostenuta.  E così, viene presentata come una svolta decisiva della politica italiana quella che è una semplice variazione sul tema, discutibile e in questa forma logora della “governabilità a tutti i costi”.  Perché questo accade, dipende da fraintendimenti in cui la politica italiana si è impantanata negli ultimi decenni e da cui non riesce a liberarsi:  che il risultato elettorale possa e debba tradursi senza eccezioni e senza intermediazioni in un particolare governo e che la legge elettorale sia di per sé in grado di garantire un sistema politico sano. Sarebbe il caso di affrontare la questione anche da altri punti di vista e di comprendere come un sistema politico non troppo conflittuale, imperniato su forti valori condivisi, sia in grado di utilizzare in maniera flessibile le leggi elettorali in vigore, e persino di sdrammatizzare il risultato stesso delle elezioni.  La logica politica tedesca in questo senso è esemplare: quando per un partito il risultato ottimale non ha luogo, su scala nazionale come su scala regionale, allora è aperta la strada per le negoziazioni.  In buona parte d’Europa la coalizioni conseguenti a risultati elettorali subottimali fanno parte della normale pratica politica, mentre in Italia le “grandi Intese” (e  la diversa terminologia adottata indica anche una diversa realtà)  sono percepite come momenti di assoluta emergenza, sono aperte al rischio della paralisi governativa e alla fine possono venir esecrate quali calamità da evitare.

coalizioni

Il problema serio è che l’attuale fissazione unilaterale sul premio di maggioranza, fra i suoi scopi dichiarati,  ha proprio quello di rendere impossibili coalizioni ampie e trasversali.  In Europa non esistono visioni comparabili. Le coalizioni ampie e trasversali non sono auspicate, anche perché spesso logorano gli appartenenti alla coalizione stesse.  Taluni sistemi elettorali le consentono di più, altri di meno.  Ma nessuno le impedisce direttamente.  Se si rendono necessarie, il richiamo a valori condivisi sui quali si possono fondare le parti in gioco può persino aiutare ad affrontare con una certa speranza una fase critica della politica nazionale, come è di recente avvenuto per il governo Di Rupo in un Belgio posto dinanzi al rischio concreto della disgregazione.                                                                                                             Per tornare all’Italia: siamo proprio certi che obbligare letteralmente al governo una parte politica anche nel caso in cui questa goda del consenso elettorale (diciamo) di circa un terzo del paese sia un buon servizio per i vincitori stessi?  E che non aumenti ulteriormente la conflittualità generale del sistema politico, e l’aggressività di chi si trovi nel ruolo comodo di condurre un’opposizione distruttiva?                                                              Intendiamoci: la situazione politica italiana del momento è grave ed anomala, con tre (non due!) blocchi che si percepiscono come rigidamente incompatibili.  Il ricorso al premio di maggioranza come strumento strategico per superare una situazione di paralisi è una mossa comprensibile, forse anche auspicabile.  Ma quello che non è accettabile è anzitutto la misura quantitativa di questo premio.  In secondo luogo, non è accettabile la totale assenza di consapevolezza sul fatto che questa può essere sì un’utile mossa

strategica al momento, ma proprio per questo deve essere intesa come provvisoria e revocabile, non come la meta finale a cui tenderebbe il nostro sistema politico.  E non è accettabile la retorica – purtroppo non episodica – con cui si afferma che in questo modo ci si adeguerebbe a quella condizione bipolare dei sistemi politici che in Europa sarebbe generalizzata. La verità è molto diversa.   In Europa il bipolarismo dei sistemi politici è nei fatti: come tale è evolutivo, può essere a tratti più o meno pronunciato, ma non è obbligatorio né sancito dalle leggi elettorali.                                                                         Le attuali azioni e reazioni del sistema politico italiano consolidano una sottovalutazione della memoria e della storia che è un tratto deprimente della vicenda recente del nostro paese.  Oggi si riflette troppo poco sui modi in cui si arrivati allo “sblocco” elettorale del sistema politico italiano nei primi anni novanta, dei limiti con cui è stato attuato, delle prospettive un po’ affrettate con cui è stato perseguito.  Il punto di partenza era dato  dall’esasperazione per una rigidità del sistema politico italiano che non aveva uguali nell’Europa occidentale del dopoguerra, per cui fattori interni e internazionali (“fattore K”) obbligavano alle sempiterne coalizioni attorno alla Democrazia Cristiana.  Da questo punto di vista – non dimentichiamolo – la fine dei blocchi in Italia ha avuto un effetto traumatico (e ambivalente, nel bene come nel male), paragonabile persino alle vicende degli scenari dell’Europa centro-orientale, più che di quelli dell’Europa occidentale.  In questo modo, correttamente, si è individuata nella possibilità dell’alternanza la direzione verso cui muoversi per sbloccare il sistema politico e in un tendenziale bipolarismo una prospettiva costruttiva che desse all’Italia un nuovo inserimento in Europa.  Soltanto che si è equivocato su un aspetto, che è essenziale: il bipolarismo europeo era (e, per quanto molto indebolito, forse lo è ancora) una condizione storica, strettamente dipendente dalle linee di sviluppo e dall’azione politica di quelle forze che maggiori consensi avevano saputo esercitare negli anni della ricostruzione.  Non era un bipolarismo normativo, non era un bipolarismo statico, non era nemmeno un bipolarismo particolarmente conflittuale: l’alternanza era garantita da un’ampia condivisione di valori comuni e anche dalla capacità di una cooperazione efficiente, ove richiesto.  Dopotutto, in Germania, la prima Grande Coalizione risale al 1966; dopotutto in Francia diversi episodi di coabitazione fra il Presidente appartenente a uno schieramento politico e un’Assemblea di colore avverso sono trascorsi senza gravi ostacoli.  Così le leggi elettorali registravano il bipolarismo, più che imporlo.                                                                                                                          Su questo fraintendimento, in Italia si è taciuto per molti anni.  E ne sono derivate deduzioni superficiali, affermazioni sbrigative o banalmente false.  Ad esempio che il bipolarismo avrebbe come sbocco tendenziale il bipartitismo, mentre in Europa – non siamo in America! – il bipartitismo è  assente (mi viene in mente Malta, come solo controesempio).  Che un sistema fortemente bipolare consenta sempre alla maggioranza governativa di procedere in maniera relativamente agevole: questo non è vero in molte fasi legislative della Spagna recente, dove numerosi partiti nazionalisti e regionalisti hanno più volte esercitato un decisivo ruolo della bilancia nel succedersi dei governi, socialisti e popolari.  O che in Europa si sa chi vince la sera stessa delle elezioni, quando in Germania sono passati quasi tre mesi prima del giuramento del nuovo governo e anche in Gran Bretagna, modello del bipolarismo, la sera delle elezioni del 2010, l’attuale maggioranza governativa dei conservatori e dei liberal-democratici non era affatto certa.  Senza contare che i sistemi politici europei si sono evoluti negli ultimi trent’anni, manifestando complessivamente: una maggior frammentazione; un maggior peso delle forze politiche regionaliste; una maggior presenza di istanze non immediatamente riconducibili all’opposizione tradizionale destra-sinistra (“verdi”, ecologisti).  E, soprattutto, oggi sono caratterizzati – negativamente – dalla presenza anche assai consistente di forze populiste e neo-nazionaliste, in genere collocabili all’estrema destra dello schieramento politico.  Purtroppo nei prossimi anni la contrapposizione di attualità maggiore promette di essere non più quella fra destra e sinistra, ma quella fra federalisti europei (o, più debolmente, “europeisti”) e neo-nazionalisti.  Certo le leggi elettorali non possono far molto dinanzi a una contrapposizione che rischia di spaccare al loro interno molte forze politiche preesistenti.  Ma è bene che il fronte europeista prenda atto di tale problema, cercando di non caricare di un’eccessiva rigidità i sistemi elettorali e le regole istituzionali.                  Per l’Italia il rischio incombente è quello di passare dall’anomalia del fattore K all’anomalia, anch’essa ben poco europea, dell’eccessivo premio di maggioranza e di un bipolarismo strutturalmente conflittuale, di un incitamento alle minoranze a combattere con ogni mezzo per raggiungere la meta del governo, conti quello che conti perché è l’unica cosa che conta.  Il rischio è di passare dalle sfinenti negoziazioni dell’età democristiana all’applicazione meccanica di un risultato elettorale, eliminando ogni spazio possibile per l’azione e la saggezza politica delle parti in gioco.  La legge oggi in discussione è stata correttamente definita Italicum, visto che dei modelli spagnolo o tedesco a cui si sarebbe ispirata è rimasto ben poco.  Ma il genio italico è ben noto per prendere il meglio dell’Europa e del mondo.  E sul piano del sistema elettorale, invece, l’Italia rischia di essere lasciata indietro in un’Europa che fino ad oggi risponde lievemente meglio al grande problema dei sistemi elettorali: conciliare il più possibile governabilità e diritti di rappresentanza, senza sacrificare il secondo aspetto a tutto privilegio del primo.  E la storia si vendica: il dilagare del termine di governabilità nel vocabolario politico italiano degli anni recenti di fatto si è accompagnato a una forte instabilità politica, perché la retorica non può sostituire la necessaria riflessione, il necessario approfondimento, la necessaria condivisione democratica di questioni cruciali per l’esistenza della nazione. L’attuale discussione sulla legge elettorale non sarà vana se in Italia si inizierà a comprendere che la democrazia stessa è un processo evolutivo e mai concluso, e che è sempre opportuno inserire una certa flessibilità – a futura memoria – nei meccanismi istituzionali stessi.  Soprattutto, le leggi elettorali, le regole istituzionali, le Costituzioni stesse sono anch’esse un prodotto della storia, e come tali invecchiano, si degradano, impongono periodiche revisioni e ricostruzioni.  E quindi, anche oggi, quando si parla della legge elettorale non dobbiamo concepirla come quella “giusta”, traguardo finale e approdo alla maturità di un sistema politico.  Dobbiamo piuttosto cominciare a pensarla come “adeguata”: a chiederci se e perché una particolare versione sia opportuna nell’attuale fase storica dell’Italia e dell’Europa, e anche iniziare a concepire sin da ora gli strumenti necessari per monitorare la sua validità e per intravvedere le direzioni verso cui orientare gli inevitabili cambiamenti futuri.                                                                   L’attuale discussione sulla legge elettorale non sarà vana se la politica italiana sarà in grado di dare un contributo, sia pure modesto, al problema che attualmente le democrazie occidentali non riescono a risolvere e forse nemmeno a porre compiutamente: come fare evolvere, dall’interno, le istituzioni e le regole democratiche in modo tale che non vengano tenute indietro dalle esigenze della società, e in modo tale che i loro inevitabili e frequenti cambiamenti non vengano sempre vissuti sotto il segno di un’affannosa emergenza.

 

 

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