La Turchia: crocevia dei destini eurasiatici

Oggi la Turchia è al centro degli interessi dell’opinione pubblica internazionale.  Le ragioni sono molteplici: il suo stretto coinvolgimento nella guerra civile in Siria, della quale la Turchia è vittima e parte attiva nello stesso tempo; la speranza di una progressiva soluzione della questione curda, che aveva condotto a un intermittente guerra civile interna; il lento procedere dei negoziati di adesione all’Unione Europea, rispetto alla quale i governi e i politici europei continuano ad essere quanto mai divisi; l’altrettanto lento consolidamento di uno stato di diritto secondo i canoni e i valori occidentali, talvolta frenato da comportamenti assai dubbi delle autorità giudiziarie e poliziesche.  Questa nuova centralità della Turchia nelle relazioni internazionali non è nuova e risale già al tempo della fine della guerra fredda.  Ma è indubbio che gli avvenimenti recenti nelle coste orientali e meridionali del Mediterraneo, e nel mondo arabo in genere, l’abbiano portata ancor di più in primo piano.

turchia siriaNon è tanto la posizione geografica a rendere la Turchia così cruciale nell’intero contesto eurasiatico, quanto le sue vicende storiche, recenti e remote. In quanto discendente dell’Impero Ottomano, essa ha intessuto profondi legami con i popoli del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale, dei Balcani.  D’altra parte il popolo turco è il risultato della fusione degli antichi popoli sedentari che abitavano l’Impero bizantino con i popoli nomadi che nel medioevo irruppero in Asia minore da oriente, e che avevano come sede originaria le regioni della Mongolia occidentale.  Sul piano etnolinguistico, i turchi sono imparentati con gli azeri del Caucaso, con gli uiguri del Xinjiang cinese, con gli jakuti della Siberia, con molti popoli dell’Asia Centrale: kazaki, uzbeki, kirghisi, turkmeni.  Da quando l’Asia centrale è diventata la sede delle ambizioni e dei conflitti mascherati delle grandi potenze globali, la Turchia ha opportunamente rinsaldato le relazioni culturali e politiche con tutti questi popoli.

califfato ottomano

L’influenza culturale turca nel mondo islamico è salda e di lunga data.  Nel suo processo di espansione, l’Impero Ottomano nel cinquecento aveva conquistato i luoghi sacri dell’Islam nella penisola arabica: per questo il sultano si era conferito anche il titolo di califfo, cioè di guida spirituale per tutti i musulmani.  E il califfato durò per secoli, e fu abolito soltanto all’indomani della prima guerra mondiale, quando  la Turchia era ormai diventata una repubblica.                                      Lo stretto laicismo di Atatürk aveva posto fra parentesi l’identità islamica della Turchia.  Tuttavia il forte nazionalismo che ne è derivato, mettendo in primo piano l’identità etnica dei turchi, aveva nuovamente privilegiato l’islam come religione della maggioranza della nazione, soprattutto in contrapposizione alle minoranze cristiane.  Il quadro è poi notevolmente mutato con l’ascesa del partito islamico “moderato” di Erdogan.  L’ambizione del nuovo governo è diventata quella di mostrare all’intero mondo islamico la piena compatibilità fra islam e democrazia, cercando altresì (con molti tentennamenti e regressioni) di rafforzare l’immagine della Turchia come stato di diritto all’occidentale.  Proprio per questo la primavera araba è stata percepita dal governo turco come un

occasione decisiva per recuperare un ruolo cardine in tutto il Mediterraneo: si è parlato al proposito di “neo-ottomanesimo”.  E in effetti i rapporti commerciali, culturali e scientifici che la Turchia ha intrecciato negli ultimi anni con il mondo arabo vanno ben al di là delle stesse coste del Mediterraneo, e coinvolgono strettamente i Paesi del Golfo Persico (come gli Emirati Arabi).

La presenza di un governo amico in Siria sarebbe dunque per la Turchia imperativo per consolidare il suo progetto di porsi come “polo attrattore” per la ricomposizione politica e culturale del Medio Oriente e dell’intero mondo arabo.  Per questo fino ad oggi la Turchia è stata favorevole a un supporto incondizionato dell’opposizione siriana nella guerra civile, puntando su una sua vittoria rapida.  L’attuale, sanguinosa situazione di stallo gioca contro questa sua strategia.  Anche il governo turco sa benissimo che le forze di opposizione al governo di Assad sono oggi sgretolate.  Esse comprendono non solo democratici (laici o islamici moderati), ma anche alleati al regime dell’Iran e fondamentalisti di varia natura, più o meno legati a Al-Qaeda.  E il pericolo fondamentalista spiega anche, almeno in parte, l’accanimento con cui la Russia continua ad appoggiare il regime di Assad, data la serietà della minaccia islamista nelle regioni caucasiche.

Negli ultimi giorni, dal governo turco si sono levate voci in controtendenza che celatamente auspicano un governo siriano di transizione condiviso da sostenitori e avversari dell’attuale regime.  E’ una soluzione del tutto improbabile al momento, data l’inflessibilità delle parti in gioco.  Ma forse è una soluzione che può trovare un progressivo sostegno negli attori politici internazionali: sia la Turchia sia gli Stati Uniti sono consapevoli dell’inutilità, e anzi della pericolosità, di un effettivo intervento militare nel teatro della guerra civile e proprio per questo il governo americano si è sforzato di mettere tra parentesi molte delle serie divergenze che sulla questione lo allontanavano dal governo russo.  Ma la domanda, del tutto aperta, è: quali oppositori al regime di Assad potrebbero garantire la transizione?

 

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