L’onore delle donne sudcoreane

La rinascita dell’ultranazionalismo giapponese rischia di amplificare le già gravi instabilità geopolitiche dell’Estremo Oriente.  A settant’anni dal conflitto mondiale, il Giappone non ha ancora proceduto a un univoco riconoscimento dei torti inflitti, e quindi a una vera riconciliazione con i paesi aggrediti e occupati: in particolare con la Cina, ove la memoria dell’oppressione giapponese è profondamente radicata nell’immaginario nazionale.

Sud KoreaAlcune dichiarazioni dell’attuale primo ministro giapponese, Shinzo Abe, possono aprire un altro fronte di ostilità: con la Corea del Sud.  Non ce ne sarebbe bisogno, visto che Giappone e Corea del Sud dovrebbero essere i migliori alleati contro le minacce nordcoreane.

La ferita, nella Corea del Sud, è ancora aperta.  Durante la seconda guerra mondiale decine o addirittura centinaia di migliaia di giovani donne coreane, moltissime delle quali minorenni, erano state prelevate e costrette a servire nelle cosiddette “case di conforto”, quali schiave sessuali dei soldati giapponesi.  Le testimonianze delle sopravvissute sono unanimi nel sottolineare il carattere del tutto obbligato e imposto di ciò che hanno allora subito.

I giapponesi, negli ultimi decenni, avevano fatto alcune ammissioni significative.  Ma adesso Abe riporta indietro l’orologio della storia.  Sostiene, contro l’evidenza, che le adesioni delle coreane erano “volontarie”.

In Corea del Sud, soprattutto a Seul, oggi hanno luogo manifestazioni in cui le giovani coreane dei nostri giorni si accompagnano alle poche sopravvissute del tempo delle guerra le quali, con la loro memoria, fanno capire quanto abbiano sofferto e quanto poi sia stato difficile il loro reinserimento nella vita quotidiana.  Da loro le attuali dichiarazioni giapponesi vengono  percepite come una seconda ferita, che riapre ciò che non si era mai completamente rimarginato. Fortunatamente alle coreane si accompagnano alcune attiviste giapponesi, che comprendono come la lotta sia del tutto comune, contro una società meno sessista e meno ipocrita.

Molti sono le ragioni presenti di crisi nella nazione giapponese, certamente un po’ spiazzata dall’ascesa di tante altre nazioni dell’Asia Orientale: chi era all’avanguardia pochi decenni fa, oggi fa sempre più fatica a stare al passo.  L’invecchiamento generale della società e una sua notevole rigidità di fondo non consentono una vera riforma del sistema politico: le crisi di sfiducia degli elettori, negli ultimi anni, si sono succedute l’una all’altra.  Ciò genera un clima di stagnazione, certo non favorevole all’innovazione economica e tecnologica di cui il Giappone si era fatto coraggiosamente portavoce.  I giovani giapponesi sono molto più aperti al mondo delle generazioni che li precedono, e la prospettiva di un vero ricambio generazionale, per quanto a tutt’oggi ostacolata, potrebbe ridare speranza all’antica “locomotiva” dell’Estremo Oriente.

Per il momento, però, invece di andare avanti si torna indietro, verso parole d’ordine nazionaliste tanto dannose in passato.  Questa, d’altra parte, è la tentazione che stanno manifestando tanti paesi europei dinanzi alla presente crisi.  Il Giappone non è così lontano.

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