Nei mari dell’estremo oriente: imperi in collisione

Il mondo abbonda di guerre e di guerre civili, in particolare nell’area che è stata definita “Medio Oriente allargato” (dal Marocco al Bangladesh) e che oggi si è estesa all’Africa settentrionale e centrale: Mali, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Sudan/Sud Sudan, Somalia sono altrettanti focolai di conflitti che rischiano di dilagare.  Ma gli sguardi dei politici e degli specialisti si rivolgono con altrettanta preoccupazione alla scena dell’Asia orientale: qui si spara non con le armi, ma con le parole e con i gesti simbolici.  E la tensione continua ad aumentare, e con essa il timore che una catena di fraintendimenti possa dar fuoco alle polveri (retoricamente, si ricorda che nel 2014 cade il centesimo anniversario di Sarajevo 1914).                                                                                      Negli ultimi mesi, l’irresponsabilità dei politici della regione è stata notevole.  Alla fine del 2013 il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha fatto una mossa da anni evitata e sconsigliata: la visita al tempio scintoista Yasukuni, dove sono onorati i soldati che hanno combattuto per il Giappone in tutto il ciclo delle sue guerre espansionistiche, dalla seconda metà dall’ottocento alla seconda guerra mondiale.  E, soprattutto, qui sono celebrati anche criminali di guerra, riconosciuti come tali nei processi posteriori al 1945.  La Cina ha reagito duramente: ha proclamato Abe persona non grata, rinviando a tempi da destinarsi le possibilità di una co-gestione di un’area così importante.

shinzo abe

Poche settimane dopo, il presidente delle Filippine Benigno Aquino ha denunciato con toni esasperati la politica espansionista dei governanti cinesi, paragonandola a quella condotta da Hitler nel 1938 e perciò esortando velatamente gli americani suoi alleati a reagire diversamente da quanto fecero allora gli europei.    Abe, Aquino e le loro controparti cinesi adottano retoriche ardentemente nazionaliste: i confini sacri della patria sono violati.  Vi è in effetti una contesa immediata di ordine territoriale: quella della delimitazione delle frontiere marittime della Cina, da sempre molto fluide e oggetto di ricorrenti e irrisolte controversie (a cui, del resto, ben si prestano le frontiere marittime in tutto il mondo).  La tensione fra Cina e Giappone per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale si sta trascinando da decenni, e oggi conosce una nuova intensificazione.  Ma questa non è l’unica occasione di crisi nei mari dell’Estremo Oriente.  Se vogliamo comprendere quanto sia intricata la situazione in quella sorta di “Mediterraneo” dell’Estremo Oriente dobbiamo passare dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale, e raggiungere l’arcipelago delle isole Spratly.  Queste sono un insieme di isole, atolli, barriere coralline dispersi in un’area piuttosto vasta, che affiorano a malapena dalle acque: le loro parti sommerse rendono difficile la navigazione nella zona, anche perché le mappature cartografiche sono a tutt’oggi insufficienti.  Le isole sono presenti in antiche mappe cinesi, e successivamente sono state visitate anche da navigatori delle potenze coloniali europee, ma fino a tempi assai recenti non hanno conosciuto alcun stanziamento fisso.

SpratlyOggi, però, su circa 45 di queste isole si sono insediate guarnigioni militari della Cina, di Taiwan, del Vietnam, delle Filippine, della Malaysia, tutti attori che reclamano il possesso della zona.  Qualche sporadico incidente è pure avvenuto.  Anche il Brunei, che non ha messo in atto un’occupazione militare, avanza le sue rivendicazioni.  Il mosaico a macchia di leopardo che ne risulta è surreale, davvero unico persino in un mondo abituato a ostinate contese territoriali.                                                Un altro territorio conteso della zona è dato dalle Isole Paracel, situate a settentrione delle Spratly.  Qui il conflitto è circoscritto fra Cina e Vietnam e una volta, nel 1974, è sfociato in una sanguinosa battaglia navale, quando ancora l’opponente dei cinesi era il Vietnam del sud, alleato degli Stati Uniti: ma il conflitto non è stato risolto nemmeno fra due stati ancora nominalmente comunisti.  La Cina poi rivendica ulteriori affioramenti marini, banchi sommersi a pochi metri di profondità.  Fra questi il James Shoal, che si trova a ben 1800 chilometri a sud dalla terraferma cinese e a soli 80 chilometri a nord della Malaysia (nel Borneo), che a sua volta lo rivendica.  Anche questa zona è fatta oggetto attualmente dei pattugliamenti della marina cinese.                                                                                      Ma che siano confini marittimi o terrestri, non c’è dubbio alcuno che i confini della Cina siano e siano sempre stati confini imperiali, molto più simili a quelli del mondo antico e medioevale (segnatamente: a quelli dell’Impero romano) che a quelli degli stati nazionalidell’Europa moderna.   E questo significa confini fluidi, caratterizzati da una vasta ed elastica fascia di sovrapposizione di identità e di culture, abitata da popoli alleati che in varie forme simboliche e materiali riconoscevano la sovranità ultima dell’impero pur mantenendo una sostanziale indipendenza nelle questioni di politica interna.  L’analogia più stringente è con le pratiche analoghe dell’Impero ottomano nell’età della sua massima fioritura.  E anche, evidentemente, con le relazioni di vassallaggio nell’Europa medioevale, ove i feudatari riconoscevano quella che in termini correnti è definita la suzerainty del monarca, e non già una loro sovereignty: il primo è un concetto gerarchico e divisibile, il secondo assoluto e indivisibile.                                                                                                      Le varie dinastie che si sono succedute in Cina hanno costantemente cercato di instaurare relazioni di questo genere nei confronti di molti popoli nomadi dell’Asia Centrale e Settentrionale, utilizzati dall’impero come sorta di intermediari fra di sé e altri popoli esplicitamente ostili e bellicosi.  Questo modello di relazioni si è esteso e replicato in tutte le altre aree di confine: regione himalayana, Asia sud-orientale (Indocina), Corea e anche rispetto a talune entità politiche insulari dei mari orientali (come il sultanato delle isole Sulu fra Borneo e Filippine).                                                                                                   Questa modalità di esercizio generalizzato di una sovranità formale si è poi concretizzato nel sistema tributario caratteristico delle dinastie Ming e soprattutto Qing, dal trecento all’ottocento.  In tal caso il rapporto asimmetrico fra l’impero sovrano e i popoli nominalmente sudditi ha assunto un importante componente simmetrica: i doni di alto pregio che un’entità politica tributaria doveva fornire all’impero venivano controbilanciati con un’apertura di possibilità commerciali, condizionata e limitata spazialmente e temporalmente ma comunque reciprocamente vantaggiosa.  Non a caso anche le potenze occidentali, nel loro primo affacciarsi in Cina nell’età moderna, sia autoimposero la condizione di tributari per realizzare i loro obiettivi economici.                                           Nel settecento, la grande ondata espansionistica della dinastia Qing rivolta verso estesissime regioni dell’Asia Centrale e Settentrionale (Xinjiang, Tibet, Mongolia) condusse sotto il diretto dominio cinese molti di quei popoli che in passato si erano trovati nella condizione di tributari.  Ma il sistema degli stati tributari quale apparato di interfaccia strategico tra la Cina e il mondo esterno sopravvisse e anzi seguì l’espansione interna.  Agli inizi dell’ottocento i confini meridionali e orientali della Cina sono puntellati da una vasta “cintura protettiva” di stati nominalmente vassalli: Nepal, Sikkim, Birmania, Siam (cioè l’odierna Thailandia), Laos, Annam (Vietnam settentrionale), Corea e le isole Ryukyu (situate tra Taiwan e il Giappone, e i cui abitanti parlano lingue affini – ma non identiche – al giapponese).  E’ significativo come l’espansione coloniale inglese e francese nel corso dell’ottocento, parallelamente alla richiesta di un sempre maggiore intervento economico nel territorio imperiale vero e proprio, abbia progressivamente staccato dall’orbita cinese molti di questi stati: talvolta annettendoli direttamente, talvolta lasciando loro una sovranità puramente nominale, talvolta adottando la forma ibrida del protettorato, talvolta contentandosi di accordi vantaggiosi.                                                                               Ancora negli ultimi decenni, i cinesi hanno espresso la frustrazione di vedere ad un tratto rivolta contro di loro tutta una strategia di governo dei confini imperiali di cui per molti secoli erano stati maestri.  Ma ancor più frustrazione, i cinesi hanno provato nella direzione del mare.  Repentinamente, alla fine dell’ottocento, il Giappone ha staccato dall’orbita cinese gli stati vassalli delle Ryukyu e della Corea, e ha conquistato anche l’isola di Taiwan.  Laddove si trovavano frontiere fluide, viene tracciata una linea netta di separazione con un impero ostile e aggressivo.  La frustrazione si tramuterà in trauma quando, a partire dal 1931, i giapponesi prenderanno il via da questa frontiera per cercare di conquistare la Cina stessa.  Ancor oggi questo trauma è vivo nella popolazione: alcune mosse e dichiarazioni cinesi che da lontano possono essere considerate avventate sono in realtà messaggi rivolti all’interno, di buona efficacia.                                              Frustrazioni e traumi storici non sono gli unici fattori della politica internazionale, ma non possono essere nemmeno sottovalutati. La Cina, in un’età con nuove esigenze economiche impellenti (leggi rotte petrolifere) cerca di ricostruire al meglio un apparato protettivo simile a quello di cui aveva goduto per secoli.  Solo che oggi adotta anch’essa in pieno il linguaggio della politica internazionale degli ultimi due secoli, quello del possesso territoriale esclusivo, che è lo stesso linguaggio adottato nei suoi confronti dai giapponesi, dai russi e in parte dai colonialisti europei.                                                                                     A quasi settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nell’Asia orientale non c’è stato un reale processo di riconciliazione, comparabile a quelli avvenuti in molte parti d’Europa.  Al contrario, le rivalità economiche rischiano di essere esasperate da un sottofondo di sensazioni non espresse, o espresse molto demagogicamente.  La domanda è se e quando l’Asia orientale possa uscire dal ventesimo secolo.

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