Ricominciare dai curdi, ricominciare dagli yazidi. La diversità, patrimonio inestimabile dell’umanità

La speranza è che la comunità internazionale possa presto risarcire i curdi delle dolorose prove di questi giorni, e delle sofferenze che subiscono anche a causa del cinismo di Erdogan e compagni e, insieme, dell’impotenza di Europa e Stati Uniti.  Quando sarà il tempo di costruire un nuovo ordine per il Medio Oriente, l’Europa avrà il dovere morale di sostenere la causa di uno stato curdo.  Disgraziatamente, le incalzanti vicende dell’Iraq e della Siria hanno trovato l’occidente impreparato e assopito, moralmente e intellettualmente.  C’è voluto troppo tempo prima che l’indignazione provocata dalle stragi dell’IS spingesse alla reazione, per ora ancora inadeguata.  E, intanto, per molti curdi, yazidi, sciiti, cristiani, ostaggi occidentali o, semplicemente, sunniti non integralisti il ritardo è stato fatale.  Ed è stato tragico per molte donne di tutte queste confessioni, vendute come schiave dei nuovi oppressori.  Per tutti questi destini spezzati oggi gridiamo vendetta, anche se la vendetta dovrà essere sotto il segno della rinascita e non della distruzione ulteriore.   Ma le colpe non stanno solo nelle ambiguità e nelle disattenzioni della politica internazionale, e nelle lotte di potere in Iraq, in Siria, in Turchia, in tutto il mondo arabo.  Le colpe stanno anche nelle nebbie intellettuali e morali che ostinano a farci considerare le montagne della Mesopotamia lontane e remote, proprio come alla svolta del secolo era avvenuto nei confronti dell’Afghanistan, prima del drammatico segnale di allarme dell’11 settembre 2001.  Di queste nebbie un segno provincialissimo è stato l’uso disinvolto, anche da parte di qualche politico nostrano, dei termini di curdi, sunniti e sciiti come se costituissero tre non precisate “etnie” collocabili sullo stesso piano.  Come se le guerre balcaniche dell’ultimo decennio del novecento non ci avessero insegnato nulla, sulla questione cruciale delle identità etniche e nazionali.

kurdistan1La sempre maggior rilevanza assunta da una tale questione ci ha condotto a riscoprire la conferenza seminale dello storico francese Ernest Renan il quale, nel 1882, aveva ben compreso come le nazioni fossero sempre il risultato di una complessa costruzione storica, politica e popolare.  Spesso le nazioni sono tenute insieme da una medesima appartenenza religiosa, da una medesima lingua e da una medesima storia, ma talvolta questo non basta.  Ancora più importante è ciò che avviene nella vita quotidiana, perché i membri di una nazione risultano tali solo se sono uniti dalla volontà di vivere insieme.  La nazione è “un plebiscito di tutti i giorni”: senza un tale plebiscito le nazioni possono disgregarsi e morire.  E, al contrario, le nazioni possono nascere.  E possono esistere anche nazioni i cui membri si riconoscono tali anche se non sono omologati da una lingua o da una religione comune.  In questo senso, il caso dei curdi è esemplare.                        I curdi parlano lingue differenti, anche se appartenengono tutte al ceppo iranico delle lingue indoeuropee.  Le molte varietà dialettali si sono oggi unificate attorno alle due lingue scritte del Kurmanji (soprattutto in Turchia) e del Sorani (Iraq).  Ma milioni di curdi parlano altre lingue ancora, che non definiremmo “curde” in senso stretto: sono le lingue Zaza-Gorani, che appartengono a un ramo differente delle lingue iraniche.  Chi si occupa dell’etnogenesi del popolo curdo sostiene che questo è un indizio di ondate di migrazioni successive dalle quali, per fusione, è nata successivamente l’attuale etnia curda.                 Ancora più notevole è la varietà religiosa dei curdi, mantenuta attraverso i secoli, che è sfociata in una visione laica della convivenza, approdo prezioso e singolare in una regione oggi travolta dal fondamentalismo.                                                                                    La maggioranza dei curdi kurdssi divide fra sunniti e sciiti, come è abituale in tutto il resto dell’area.  Decisiva al proposito è stata la funzione dell’antico confine che separava l’Impero turco degli ottomani, una dinastia sunnita, dall’Impero persiano dei safavidi, una dinastia sciita: così nell’antico territorio dell’Impero ottomano (Turchia, Siria, Iraq), i curdi sono in maggioranza sunniti e in Iran sono in maggioranza sciiti.  Ma anche in Turchia vi sono molti curdi aleviti: una variante sciita che, nonostante le frequenti persecuzioni ottomane, si è diffusa anche fra i turchi stessi, interagendo in vario modo con le usanze curde e turche pre-islamiche e con quelle delle confraternite islamiche dei sufi e dei dervisci, anch’esse protagoniste delle vicende religiose dell’Anatolia e dei Balcani moderni.  Dopo la prima guerra mondiale, molti aleviti sono diventati convinti seguaci di Atatürk, in vivace polemica con la tradizionale ortodossia sunnita.                                                                                                                              Vi sono stati e vi sono curdi cristiani, anche se minoritari: anzi, nel mondo curdo vi sono state e vi sono talune conversioni al cristianesimo, fatto non frequente nell’area.  Ed è probabile che molti dei cristiani di confessione “assira”, parimenti bersaglio delle atrocità dell’IS, siano di orgine curda e siano stati poi arabizzati nel corso dei secoli.  Vi sono curdi ebrei, oggi riparati tutti quanti in Israele, ma che continuano a considerarsi curdi.  Vi sono curdi zooroastriani, persino convertitisi in età recente.

Fra le religioni dei curdi vi sono da annoverare anche lo yazidismo e lo yarsanesimo (Ahl-e-YazidiHaqq), culti sincretici che portano l’impronta delle antiche religioni dell’Asia Minore e che poi si sono trasformati in un lungo processo di convergenza con le religioni monoteistiche.  La diversità religiosa dei luoghi è ancora maggiore se consideriamo anche gli Shabak, un gruppo etnico di lingua zaza-gorani la cui religione mescola elementi sufi, yazidi e cristiani, e i Mandei, un gruppo etnico di lingua neo-aramaica che traggono direttamente la loro religione da una fede del mondo antico.  Anche questi gruppi sono stati gravemente minacciati negli ultimi anni, e ora rischiano la scomparsa nelle loro terre d’origine (come nel caso degli yazidi, l’emigrazione in Europa e in America è la loro ultima risorsa).                                                                                 Così l’attuale guerra civile dell’islam, che è nel contempo guerra dell’IS contro tutte le fedi del pianeta, minaccia di estinzione, nella maniera più cruenta, uno straordinario mosaico di diversità religiose che connette il mondo antico e il mondo moderno, l’Anatolia, il Caucaso, l’Iran e il Medio Oriente, e che è patrimonio non solo dei curdi, ma dell’umanità tutta.  Questo mosaico è sopravvissuto alle invasioni di Gengis Khan e di Tamerlano, alle spinte omologanti dell’ortodossia sunnita dei Turchi ottomani e dell’ortodossia sciita dei Persiani safavidi, allo stesso genocidio che nel corso della prima guerra mondiale vide i cristiani “assiri” cadere vittima delle isterie belliche dell’esercito turco (parallelamente al genocidio che su scala ancora più vasta ebbe come bersaglio gli armeni).  Oggi rischia di dissolversi nel 2014, a cent’anni esatti dall’anno fatale del 1914, in una coda velenosissima del secolo insieme più incivile e più civile della storia umana: un secolo che ha visto stragi, genocidi e guerre su una scala mai prima concepita e realizzata e che nello stesso tempo ha visto tante persone e tante culture unite dalla speranza di porsi sempre alle spalle l’età barbara della violenza omicida.  Siamo nel pieno delle tempeste di questo secolo, il conflitto fra civiltà e inciviltà si sta inasprendo sempre di più.                                                                  I curdi combattono per loro stessi, per il loro modo di vita e, insieme, per una prospettiva politica che dia piena cittadinanza a tutte le donne e gli uomini, indipendentemente dalla loro religione e dalla loro appartenenza etnica: prospettiva politica incarnata nella carta del Rojava (febbraio 2014), un esempio di come una decisa politica di convivenza possa farsi strada anche entro le tenebre di una guerra civile e di una guerra inter-religiosa.  Ma i curdi combattono anche per tutti noi, per difendere i nostri patrimoni di diversità, i nostri diritti alla diversità e la completa integrazione delle diversità con i diritti umani inalienabili.  Senza comprensione, connessione, ibridazione e anche conflitto delle diversità non c’è politica, non c’è cultura, non c’è spiritualità.  L’umanità cesserebbe semplicemente di esistere. Dinanzi all’imperativo di civilizzare la terra, tutti devono prendere posizione.  Anche le religioni.  Ormai un vago ecumenismo non basta più.  Ogni religione deve comprendere che la diversità religiosa è un bene per lei stessa, che la verità è una cosa troppo grande e difficile per diventare possesso territoriale di una parte, che uno dei peggiori mali umani è quando una parte si crede il tutto, e vuole parlare a nome del tutto. Siamo umani non perché possediamo la verità, ma perché andiamo in cerca della verità.  Anzi, questa ricerca della verità è una straordinaria esperienza di comprensione della stessa natura umana: tutti sono indispensabili per questa ricerca, ma tutti sono anche incompleti.  Proprio come nelle vicende quotidiane, la collaborazione e il sostegno reciproci sono indispensabili per andare avanti.                                                                                       Su questa soglia di civiltà si trovano senz’altro Papa Francesco e il Dalai Lama, insieme a molti cristiani e molti buddhisti che speriamo siano oggi molto numerosi. Ma anche l’islam, e tutte le altre religioni del pianeta, non possono non porsi il problema di accostarsi a questa soglia.                                                                                                                  Ma dobbiamo essere attenti, e anche severi, con taluni malesseri di casa nostra.  Perché spesso la nostra tradizione scientifica ha trattato le tradizioni che scientifiche non sono, e in primo luogo le tradizioni spirituali del pianeta, in maniera arrogante, o derisoria, o francamente ostile.  Spesso si è invaghita di un’idea di verità semplicistica, quasi a sua volta fondamentalista, come se nelle scoperte della scienza non fossero riflesse la biologia e le culture della nostra stessa specie, come se il procedere della conoscenza fosse in grado di dissipare tutti i misteri e tutte le interrogazioni di senso.                                     Per uscire da un secolo sempre più tragico, per cercare un approdo possibile in una “terra patria” è tempo di nuove alleanze.  E non solo politiche.

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