Rohingya: la minoranza più perseguitata al mondo

Il crepuscolo degli ordini totalitari spesso si accompagna a un’intensificazione di scontri e violenze a base etnica e nazionalista.  Un regime totalitario, infatti, non aspira a procedere a una conciliazione dei conflitti preesistenti, ma piuttosto li soffoca sotto la sua coltre o, peggio ancora, li utilizza per dividere a suo vantaggio la società e la nazione.  Così, quando la morsa si allenta, il fuoco sotto la cenere divampa ulteriormente.  A maggior ragione, la conflittualità si esaspera quando la transizione verso un nuovo regime provoca insicurezza economica e politica.  Le collettività e gli individui insicuri vanno allora facilmente in cerca di comodi capri espiatori.

Milosevic

Spesso è proprio l’élite dominante nell’antico ordine a giocare la carta del nazionalismo, per acquistare nuova legittimità agli occhi della popolazione.  Si alimentano conflitti endemici a base etnica o religiosa, o se ne inventano di nuovi.  Anche nella modernità l’individuazione di un capro espiatorio è una strategia abituale per compattare una comunità.  Anche l’Europa dei nostri giorni ha ben conosciuto questa strategia, praticata fra l’altro in modo esemplare da Slobodan Milosevic nel processo disgregativo della Iugoslavia alla fine degli anni ottanta e negli anni novanta.

Negli ultimi anni il Myanmar (Birmania) è coinvolto in un processo analogo.  Proprio mentre il governo sembra aver fatto importanti passi avanti verso la democratizzazione e il rispetto dei diritti umani, la scena è dominata – nell’Arakan, lo stato più occidentale del paese – da violenze e scontri tragici e ripetuti fra la maggioranza di religione buddhista e la minoranza musulmana, avendo come bersaglio particolare l’etnia Rohingya.

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Questa si differenzia dalla maggioranza della regione non solo per motivi religiosi ma anche linguistici: mentre la gran parte delle etnie birmane parlano lingue sino-tibetane, i Rohingya parlano una lingua indoeuropea, imparentata con le lingue del vicino Bangladesh (in particolare con la parlata di Chittagong, che è una varietà differenziata del bengali).  Nella regione gruppi di musulmani vivono invero dall’ottavo secolo, in conseguenza della loro prima espansione nell’Asia meridionale.  Eppure il regime nega a tutt’oggi ai Rohingya lo statuto di cittadini del Myanmar (che si compone di 130 etnie), considerandoli immigrati recentissimi del Bangladesh.

La condizione dei musulmani in Birmania è stata storicamente precaria.  Ma si è aggravata ancora di più durante la seconda guerra mondiale, quando furono bersaglio dei simpatizzanti per gli invasori giapponesi.  Ciò condusse a massacri vicendevoli, le cui ferite non si sono affatto risanate.  Anzi, il regime militare e totalitario birmano degli ultimi decenni ha spesso favorito il riaprirsi di scontri e violenze, seguendo il copione abituale del  divide et impera.  Apparentemente si è trattato di eventi spontanei, ma gli osservatori esterni hanno spesso segnalato la presenza di agenti provocatori nei sostenitori degli scontri antiislamici.

Nel 2012  la relativa democratizzazione del paese non ha portato a una distensione ma, al contrario, a un aggravarsi del conflitto. E in questo stesso 2013, conflitti cruenti sono scoppiati non solo sul suolo birmano, ma anche in un campo profughi, a Sumatra in Indonesia, dove erano alloggiati sia pescatori buddhisti detenuti per violazione della acque territoriali sia Rohingya profughi diretti in buona parte verso l’Australia.

Per i nostri occhi di occidentali, è abbastanza sconcertante che talvolta a guidare i moti antiislamici siano monaci buddhisti dotati di grande influenza sulla popolazione, che dovrebbero essere fattori di moderazione e di pacificazione.  E altrettanto sconcertante è che alcuni oppositori al regime, impegnati per la transizione del paese verso la democrazia, non vogliano prendere in considerazione la questione o si mostrino apertamente ostili ai Rohingya, giudicati “non birmani”.

Pacificazione, convivenza e rispetto dei diritti umani non sono strade facili da mettere in pratica.  Spesso le chiusure etniche e nazionaliste si diffondono nei terreni più inaspettati.  E anche in questi terreni ricomincia l’eterna lotta tra chiusura e apertura.

 

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