Sochi, Olimpiadi di frontiera. I circassi tra gli imperi

Tevfik Esenç, vissuto in Turchia fra il 1904 e il 1992, è una figura nota agli studiosi impegnati a denunciare e a contrastare la rapida estinzione delle lingue minoritarie, con una grave riduzione della diversità culturale umana, che oggi sta avendo luogo in tutto il pianeta.  Esenç era l’ultima persona in grado di parlare la sua lingua madre: l’ubykh.  Fortunatamente, egli incontrò uno dei più grandi linguisti e studiosi di mitologia del novecento, il francese Georges Dumézil.  Con lui, strinse un vivace sodalizio culturale e umano, da cui è derivata una copiosa testimonianza sulla lingua, la mitologia e la cultura di un popolo sull’orlo della definitiva scomparsa.  Una particolarità che rende l’ubykh una lingua quasi unica al mondo è il suo ricchissimo repertorio di suoni consonantici: ben 84. Altrettanto interessanti sono le sue relazioni con le altre lingue.  Appartiene infatti alla famiglia linguistica delle lingue caucasiche settentrionali (o lingue pontiche), che gli attuali studi sull’albero genealogico delle lingue umane hanno arditamente accostato da un lato al basco, e dall’altro alle lingue sino-tibetane (e quindi anche al cinese).                                                                                                                           Nel giorno dell’apertura delle Olimpiadi invernali, la storia del popolo ubykh acquista attualità per ragioni più immediate.  Perché la sua sede tradizionale era proprio Sochi, con la costa circostante.  Da lì gli ubykh furono improvvisamente scacciati nella seconda metà dell’ottocento, in uno dei tanti episodi di pulizia etnica imposta dai vincitori del momento, di cui è piena l’intera storia dell’Europa orientale e centro-orientale degli ultimi due secoli.                                                                                                      circassi                     Gli ubykh sono (erano) uno delle etnie  componenti del popolo storico dei circassi, insieme agli adyghè e ai cabardini. Da tempi remoti queste etnie erano insediate nelle regioni attorno a Sochi: il litorale nord-orientale del Mar Nero e le montagne interne del Caucaso settentrionale.  Cristianizzati nei primi secoli della nostra era, i circassi divennero islamici al tempo dell’espansione dell’Impero Ottomano (dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453).  Gli ottomani si dedicarono assiduamente al controllo del Mar Nero, sbocco fin da tempi remoti di importanti itinerari commerciali del continente eurasiatico.  Così, dal cinquecento al settecento, il Mar Nero divenne un grande “lago ottomano”: le sue coste erano annesse direttamente all’impero oppure in possesso di stati vassalli (come il khanato di Crimea).                                                                             I russi iniziarono ad affacciarsi nella regione dei circassi nella seconda metà del settecento, in seguito al conflitto plurisecolare che li oppose all’Impero Ottomano.  Questo è uno degli episodi più importanti di quel lungo processo di espansione che ha reso la Russia uno degli assoluti protagonisti dell’età moderna e contemporanea.  Un enorme problema geopolitico della Russia è sempre stato la lontananza del cuore dell’Impero dai mari e degli oceani, e con ciò dagli itinerari commerciali e militari marittimi, ancor più rilevanti dopo la svolta del 1492.  Questa è una delle motivazioni che spinse Pietro il Grande a fondare una nuova capitale, San Pietroburgo, sulle coste del Mar Baltico.  Ma il Baltico rimaneva un mare chiuso (e passibile di un blocco navale allo stretto fra Danimarca e Svezia) e lontano dalle reti di navigazione globale dei grandi imperi del tempo.

Black Sea

Nella seconda metà del settecento l’inizio del declino ottomano apre alla Russia opportunità impreviste.  Il controllo del Mar Nero diventa un obiettivo praticabile, e sembra prospettare un progetto ben più ambizioso: il ripristino dell’impero cristiano a Costantinopoli.  Già all’indomani del 1453 la Russia amava considerarsi legittima erede dell’impero bizantino, e ora non nascondeva la sua ambizione di affacciarsi sul Mediterraneo, in seguito al possesso del Bosforo e dei Dardanelli.  L’obiettivo ultimo si sarebbe rivelato irraggiungibile.  Però le coste settentrionali del Mar Nero si aprirono rapidamente al dominio dell’Impero russo: al tempo di Caterina II, fra il 1774 e il 1783, la Russia sostituì l’Impero ottomano come potenza dominante in Crimea, nel Mare di Azov e in tutta la costa dell’odierna Ucraina.  Dopo un tale successo, l’attenzione della potenza zarista si rivolse a oriente delle sue prime conquiste, e le sue mete divennero  le coste orientali del Mar Nero, insieme alle pendici e alle montagne del Caucaso.

nazione circassaIl territorio dei circassi fu investito in pieno dalla nuova ondata espansionistica russa.  Le prime annessioni coinvolsero la parte orientale della regione, nelle zone montuose abitate dai cabardini.  Dopo anni di fiera resistenza, i focolai di ribellione furono domati nel 1822.  Nel 1829 i russi riuscirono ad eliminare gli ottomani dalle coste circasse ancora in loro possesso e, fra l’altro, dal litorale di Sochi.  Tuttavia il retroterra, di non facile controllabilità, non si piegò ai nuovi dominatori: anzi, i circassi e i loro alleati effettuarono ripetuti attacchi agli avamposti che la Russia aveva costituito lungo il Mar Nero.  La guerra durò fino al 1864, parte integrante di uno scontro generale che oppose la Russia a tutti i popoli del Caucaso interno.  E questo, a sua volta, è un episodio rilevante di una “guerra fredda” che segnò l’Eurasia intera nel diciannovesimo secolo: il “grande gioco” tra Russia e Gran Bretagna per il controllo dell’Asia Centrale e Meridionale.  Anche se il fronte principale di questo conflitto era altrove, fra Afghanistan e Pakistan, il Caucaso fu un fronte per nulla marginale.  I britannici diedero vari aiuti materiali ai  ribelli caucasici (circassi compresi), e talvolta una vera e propria guerra tra le due grandi potenze mondiali fu evitata di un soffio.                           Alla fine del lungo conflitto, i russi furono impietosi con i vinti.  A interi gruppi dei popoli conquistati fu posta l’amara alternativa di venir esiliati in remote regioni dell’Impero russo oppure di trovare una nuova patria nell’Impero ottomano, quale sede naturale delle etnie di religione islamica.  La grande maggioranza delle persone coinvolte scelsero di affrontare i rischi di un viaggio per mare verso una nuova patria, in condizioni igieniche e alimentari spesso disastrose.                                                                                                                          Sochi e il litorale circostante, così spopolati, furono presto ripopolati da nuove ondate di immigrazione di gruppi etnici provenienti dalle altre regioni dell’impero: non solo slavi, ma anche greci e tedeschi.  Per la regione iniziò una nuova storia: il clima assai mite, di tipo mediterraneo, la rese luogo di villeggiatura e di cure termali prediletto prima dall’aristocrazia zarista, e in seguito dall’oligarchia sovietica.  Stalin, in particolare, qui si dedicava alle abluzioni in una fonte miracolosa.  Anche la Russia post-sovietica, con Putin alla guida, ha continuato la tradizione.  La scelta olimpica è stata conseguente a tale tradizione, ma lo stravolgimento del tessuto urbano che ha comportato ci parla piuttosto di una discontinuità forse non voluta, dovuta all’insipienza dei nuovi ricchi e degli speculatori.         Per quanto riguarda la consistenza della diaspora circassa nell’Impero ottomano, negli anni posteriori al 1864, le stime sono difficili.  Si parla di circa un milione di persone coinvolte.  Taluni ottennero in seguito il permesso di ritornare nelle loro terre, ma il più delle volte la diaspora è continuata fino ai nostri giorni.  Talvolta i popoli espulsi si sono progressivamente fusi con altre popolazioni dei luoghi in cui si sono stanziati; talvolta hanno mantenuto e ancora mantengono un’identità separata, che però è divenuta “circassa” in senso ampio, e non più relativa alle singole etnie originarie.  L’estinzione della lingua ubykh si colloca in questo contesto, perché ha subito la concorrenza sia della lingua imperiale turca, sia della lingua adyghè ad essa affine.  Ancor oggi i circassi sono una delle minoranze più importanti della nazione turca, oltre che dell’Egitto, dove però la loro ascendenza risale in parte all’età dei mamelucchi, nel tardo medioevo.                          Non tutti i circassi furono estirpati dai loro territori storici.  Quelli che vi rimasero godettero in età sovietica di quelle limitate forme di autogoverno concesse alle repubbliche autonome.  Ma il sistema sovietico, concepito per dividere e non per unire le etnie, non diede loro la possibilità di costituire un’unica repubblica circassa.  In seguito alle scelte compiute in età sovietica, oggi i circassi del Caucaso sono dispersi in tre entità separate: la repubblica autonoma di Adighezia, in cui peraltro gli adyghè sono in minoranza rispetto ai russi; la repubblica autonoma di Karachaj-Circassia, in cui i circassi sono stati uniti al popolo turco dei karachaj e peraltro risultano in netta minoranza; la repubblica autonoma di Cabardino-Balcaria, dove invece i cabardini sono in maggioranza rispetto all’altro popolo turco dei balcari.

Flag_of_Adyghea

A tutt’oggi molti circassi ambiscono ad una nazione unitaria, sia essa dentro o fuori la Russia.  Ma la loro  aspirazione naufraga nell’attuale esasperazione dei conflitti caucasici, dove l’imperialismo russo si scontra con una versione integralista dell’Islam, diffusa nei decenni scorsi sotto la forma wahabita di provenienza saudita.  Intanto, nei confronti delle etnie minoritarie, la Russia di Putin si pone in continuità con le strategie tradizionali del primo impero zarista e del secondo impero sovietico.  L’indipendenza di un popolo è sfavorita al proprio interno, ma è favorita all’esterno, quando serva ad indebolire un avversario.  Se continuiamo lungo il litorale del Mar Nero a sud di Sochi, solo pochi chilometri dopo incontriamo il confine della repubblica separatista dell’Abkhazia: un popolo affine ai circassi che si è sentito svantaggiato nella Georgia indipendente dell’ordine post-sovietico e che con l’aiuto dei russi oggi ricerca di entrare nel consesso delle nazioni riconosciute dalla comunità internazionale.      L’intreccio fra Olimpiadi e politica ha segnato tutte le edizioni moderne dei giochi.  Ma queste sono davvero Olimpiadi di frontiera; fra gli stati, gli imperi, i tempi della storia.

 

 

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