Spagna 2016, microcosmo d’Europa?

Il 2015 è stato un anno di grande incertezza e mutevolezza negli scenari politici e nelle opinioni pubbliche dei maggiori paesi dell’Europa occidentale.  Varie crisi si sono sfrangiate, connesse e amplificate a vicenda:  alle crisi dell’occupazione e dell’economia di lunga data, alla crescente disillusione nei confonti delle classi politiche nazionali ed europea si sono aggiunte la minaccia concreta del terrorismo jihadista e l’irruzione inaspettata (quanto ad estensione e a conseguenze immediate) dei profughi e dei rifugiati provenienti da fronti di crisi che l’occidente stesso ha contribuito a creare.  L’impatto di questi processi concomitanti è profondo, e contribuisce a disgregare equilibri ideologici, politici ed elettorali logori, che nei diversi paesi si erano prodotti e consolidati nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Spain-2015Così, le elezioni nazionali che si sono tenute nel 2015 nel Regno Unito, le elezioni regionali francesi, le elezioni nazionali e regionali tenute in Spagna, l’evoluzione del quadro politico tedesco hanno tutte mostrato che la tradizionale democrazia dell’alternanza (in generale: fra un centrodestra e un centrosinistra che guardano al centro, per convincere gli elettori indecisi e in grado di fare di volta in volta la differenza) vive una fase di grande difficoltà, e forse ha davvero finito il suo ciclo storico.  Che cosa possa sopravvenire al suo posto è incerto, e molto dipenderà dalla responsabilità, dalla capacità di movimento e dall’immaginazione dei singoli attori politici.  Per il momento, assistiamo a una maggiore diversificazione dei contesti politici, partitici ed elettorali delle singole nazioni, più dipendenti che in passato dalle specificità e dagli sviluppi locali, in un momento in cui le ideologie onnicomprensive non giocano più un ruolo centrale.                                                                                                                     Proprio per la presente incertezza sulle possibili ricomposizioni dei sistemi politici europei, le elezioni legislative spagnole del dicembre 2015, e le conseguenti difficoltà per la formazione del governo, assumono un significato la cui portata va ben al di là dei confini della nazione iberica.  Dal ritono della Spagna alla democrazia, nel 1977, vi  imperava un bi-partitismo di fatto, con presenze limitate della sinistra radicale e, insieme, degli esponenti dei partiti autonomisti e nazionalisti, baschi e catalani in primo luogo.  A partire dal 1983, poi, i due partiti a tutt’oggi più forti (PP e PSOE) si sono alternati regolarmente al potere, ma non sempre il loro governo si è basato su una maggioranza assoluta conseguita alle elezioni: spesso, hanno dovuto ricorrere ad accordi con gli esponenti autonomisti e nazionalisti, i quali – nella veste di “ago della bilancia” – hanno avuto un’influenza ben superiore alla loro stretta consistenza numerica.  Anzi, dal 1989 al 2008 questa è stata quasi la norma.  Felipe Gonzales (PSOE) è stato eletto primo ministro con felipe_1hl’astensione di catalani e baschi nel 1989 e con il voto favorevole degli stessi catalani e baschi nel 1993; il suo successore José Maria Aznar (PP) si è appoggiato sul voto favorevole di catalani, baschi e della coalizione delle Canarie nel 1996; infine José Zapatero (PSOE) nel 2004 ha avuto il voto favorevole di alcuni catalani, della coalizione delle Canarie, dei galiziani e degli aragonesi, insieme all’astensione dei baschi e di altri catalani; nel 2008 invece gli esponenti dei partiti autonomisti si sono quasi tutti astenuti (favorendo comunque la conferma di Zapatero)                                                                             Nel parlamento eletto a dicembre 2015, oltre a 8 esponenti di partiti baschi e a un esponente della coalizione delle Canarie, siedono 17 esponenti dei partiti catalani.  Ma, rispetto al passato, l’utilizzazione poilitica di questi ultimi voti per l’insediamento del nuovo governo è molto più difficile: i 17 deputati catalanisti appartengono infatti a due forze politiche impegnate esplicitamente nel processo unilaterale di proclamazione di indipendenza della Catalogna.  E’ inutile dire che la massima parte degli esponenti politici delle altre regioni spagnole, e soprattutto gran parte dei loro elettori, considerano l’indipendenza della Catalogna una prospettiva disastrosa, da impedire ad ogni costo.  Chi cercasse di aprire una trattativa con questi esponenti rischia una forte impopolarità, a meno di essere così abile da convincerli a rinunciare ai loro sforzi di proclamazione di un’indipendenza unilaterale (il che, sul breve periodo, è assai improbabile).   podemosMa la conseguenza più dirompente delle elezioni di dicembre 2015 è che nel parlamento spagnolo (Cortes) oggi siedono altri due partiti – Podemos e Ciudadanos – quasi di uguale consistenza rispetto alle forze tradizionali; che un’alleanza dei “nuovi” fra di loro è praticamente esclusa (rivolgendosi Podemos a un bacino elettorale molto più a sinistra che Ciudadanos); che l’alleanza rispettiva di questi partiti persino con il partito tradizionale più affine (Podemos con il PSOE, Ciudadanos con il PP) incontra altrettanti problemi; che l’idea di una grande coalizione (PP e PSOE) è rigettata dalla massima parte del PSOE, dati gli enormi casi di corruzione imputati al PP negli anni del suo governo.

Forse il dato che meglio rappresenta l’ampiezza del sommovimento elettorale del dicembre 2015, sul medio periodo, sta nel fatto che nelle elezioni del 2008 l’83,8% degli elettori spagnoli aveva dato la loro preferenza a uno dei due partiti maggiori; che nel 2011 questa percentuale era scesa al 73,4 %;  che nel dicembre 2015 è approdata a un 50,7% ben più contenuto.  La perdita complessiva del 33,1% dei consensi in sette anni Riverasegnala un’intensa disaffezione nei confronti di quadri politici considerati sempre più inadeguati.  Non a caso il travaso dei voti ha anche una precisa componente generazionale: le generazioni più giovani votano in modi differenti da quelle anziane, e hanno più fiducia in persone che considerano più vicine ai loro modi di vita e ai loro bisogni.

Per comprendere la profondità del sommovimento oggi in atto nel sistema politico spagnolo è tuttavia importante allargare lo sguardo dai risultati puri e semplici dell’evento nazionale ai risultati delle elezioni regionali che si sono svolte qualche mese prima.  Nella primavera del 2015, infatti, sono stati rieletti gli organi parlamentari di 13 delle 16 comunità autonome di cui si compone il quadro regionale spagnolo (eccettuata dunque la Catalogna, che ha votato nell’autunno, e i Paesi Baschi e la Galizia, che voteranno nel 2016). Dei governi uscenti, 10 erano basati sul PP e 3 sul PSOE, oltre al governo di minoranza della Navarra, in mano a una forza politica locale filospagnola e opposta al nazionalismo basco (UPN, Unione del Popolo Navarro).  Dopo le elezioni, al PP sono restate solo 4 regioni mentre in 9 il governo è basato sul PSOE, con la Navarra che continua a essere governata da forze politiche locali, ma questa volta di segno esattamente opposto, cioè filobasche.  Ma, soprattutto, prima del 2015, 8 dei governi regionali del PP erano basati su una maggioranza più e meno ampia, e solo in Extremadura esisteva un governo del PP di minoranza; a sua volta il PSOE aveva un governo di maggioranza in Andalusia, un governo di minoranza nelle Asturie e un governo di coalizione nelle Canarie con il partito regionalista.  Oggi, al contrario, nelle 4 regioni restate al PP i governi sono di minoranza; il PSOE ha 4 governi di minoranza, mentre ha stabilito coalizioni con i partiti regionalisti in 5 Comunità Autonome (oltre alle Canarie, in Aragona, nelle Baleari, in Cantabria e nella Comunità Valenciana).  E regiones_autonomasnei voti di insediamento dei governi di minoranza, il PP ha goduto del voto positivo di Ciudadanos nella Murcia e nella regione di Madrid, e sulla sua astensione  in Castiglia-Leon e a La Rioja; invece il PSOE ha avuto il voto favorevole di Podemos nella regione di Castiglia-La Mancha e in Estremadura, di Ciudadanos in Andalusia e nell’astenzione concomitante di Podemos e di Ciudadanos (oltre al voto favorevole di Izquierda Unida) nelle Asturie.  Aggiungiamo che Podemos ha dato il suo voto favorevole alle giunte guidate dal PSOE in Aragona, alle Baleari e nella Comunità Valenciana, e si è astenuto in Cantabria.                                    Un tratto caratteristico dell’elettorato europeo degli ultimi anni è che le grandi città votano molto diversamente da altri segmenti del territorio, e in questo la Spagna del 2015 non ha fatto eccezione.  Nelle elezioni comunali, che in genere sono state accorpate alle elezioni regionali, spiccano i casi di Madrid e di Barcellona.  Nell’assemblea uscente di Madrid, eletta nel 2011, il Partido Popular aveva una comoda maggioranza assoluta di 31 seggi su 57.  Nel 2015, ha ottenuto invece una risicata maggioranza relativa di 21 seggi, mentre 20 sono andati alla nuova formazione di Ahora Madriduna lista locale alla quale ha aderito anche Podemos, e 9 seggi ai rappresentanti del PSOE.  Il risultato è stato che, quando si è trattato di eleggere il sindaco da parte dell’assemblea risultante dalle elezioni, i voti del PSOE sono confluiti sulla candidata di Ahora Madrid, Manuela Carmena, che così è riuscita a governare la capitale spagnola.  Molto simile è la base elettorale del sindaco di Barcellona, Ada Colau: anch’essa è alla testa di barcelonauna lista locale, Barcelona en Comù, appoggiata anch’essa da Podemos, o meglio dalla sua versione catalana (Podem).  In questo caso la lista di Barcelona en Comù aveva già avuto la maggioranza semplice al momento delle elezioni.  Per essere eletta sindaco, Ada Colau è poi riuscita a far convergere sul suo nome i rappresentanti della versione catalana del PSOE (cioè il PSC) e anche qualche indipendentista di sinistra.

Il quadro della situazione post-elettorale spagnola, a tutt’oggi di non facile risoluzione, ci presenta comunque alcuni chiavi di decifrazione.  La prima è che il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico.  Ovvero:  il PP, oggi al governo, è inviso agli altri tre partiti maggiori per una sua gestione disinvolta e corrotta della cosa pubblica.  Ma questo non comporta che gli altri tre partiti possano formare agevolmente il governo, cosa che rimane esclusa per la lontananza fra Ciudadanos e Podemos, che rappresentano basi elettorali assai diverse.  Il nuovo re Felipe VI sembra aver compreso la necessità di un forte mutamento quando ha incaricato il segretario del PSOE, Pedro Sanchez, di formare il governo.  Ovvero: ha preso atto che nessuno vuole formare un governo con il PP, nonostante le proposte di grande coalizione che un po’ distrattamente Rajoy aveva proposto al PSOE e a Ciudadanos.  Meglio imperniare allora il tentativo sul PSOE, che gli esiti delle elezioni regionali avevano mostrato dotato di maggiori capacità di negoziazione.   Sanchez ha negoziato sia con Ciudadanos sia con Podemos, e ha trovato più disponibile Ciudadanos, con il quale ha firmato un accordo preliminare di governo.  Poi ha cercato di estendere l’accordo a Podemos, ma ha trovato la strada sbarrata, giacché Podemos ha rilanciato l’idea di un governo di tutte le forze di sinistra che però, per avere la maggioranza, dovrebbe scendere a patti con gli indipendentisti.

Sanchez si è presentato al dibattito parlamentare e al voto, dove le posizioni di fondo non si sono smosse, e dove la conflittualità è persino aumentata, date talune dichiarazioni bellicose sia del PP che di Podemos nei confronti del PSOE.  Il governo, che non aveva i numeri e che non ha avuto quasi nessun supporto ulteriore, è stato così bocciato sul nascere. Sembra aperta la strada verso nuove elezioni, con il rischio che esse fotocopino i risultati del dicembre 2015 (come fino ad ora sembrano indicare i sondaggi).  Ma la ripetizione sostanziale dei risultati elettorali del 2015 non è inevitabile.  Sanchez infatti conta che sia molto rischioso, per il PP e per Podemos, insistere a sommare i loro voti contrari in un’alleanza di fatto puramente tattica e negativa, che potrebbe dispiacere a taluni dei loro elettori.  Se una tale riflessione possa condurre a un cambiamento di posizione da parte di Podemos, insieme ad altre concessioni nel programma governativo, è opinabile.  Ma, nel caso di nuove elezioni, le parti che a suo tempo hanno sottoscritto un accordo programmatico per un nuovo governo possibile partirebbero con l’innegabile vantaggio di chiedere agli elettori un mandato per un programma di governo di coalizione definito e concreto.  Che poi, in una campagna elettorale senz’altro calda, essi sappiano sfruttare questo vantagglo di partenza è tutto da vedere.  In ogni caso, grazie al mandato del re, Sanchez si sta adoperando per ribaltare il risultato comunque deludente del PSOE alle ultime elezioni e di renderlo il perno di un nuovo sistema politico spagnolo.                    Della vicenda politica spagnola, oggi ancora lontana dal concludersi, si possono dare interpretazioni molto differenti, se non di segno esattamente opposto.  Quella più immediata, diretta, e a mio parere proprio per questo semplicistica e semplificatrice, è stata espressa dal primo ministro italiano, Matteo Renzi, subito dopo esser giunto a conoscenza dei risultati delle elezioni di dicembre.  In sostanza, egli considerava una fortuna per l’Italia avere approvato la nuova legge elettorale (Italicum), che rende impossibili situazioni di questo genere.  Ora, sappiamo benissimo che in Spagna una legge del genere non potrebbe mai essere introdotta, perché di fatto metterebbe fuori gioco l’influenza parlamentare dei movimenti regionalisti, autonomisti e indipendentisti, che ovviamente non gradirebbero una loro marginalizzazione. Ma, a parte questo dettaglio, ammettiamo di assistere a un ballottaggio, come comandato dall’Italicum, fra i due maggiori partiti spagnoli, nessuno dei quali arriva al 30 per cento dei voti e che sommati insieme, come abbiamo detto, oggi rappresentano solo poco più di metà dell’elettorato.  Data l’avversione degli altri partiti per il PP è possibile che da un tale ballottaggio esca vincente non il PP, bensì il PSOE, che allora vedrebbe dilatata la sua maggioranza dal 22% dei voti al 55% dei seggi.  A parte l’iniquità di una tale dilatazione, un governo monocolore fondato su questi presupposti sarebbe soggetto agli attacchi concentrici di tutti, e la conflittualità occultata in Parlamento si propagherebbe nel paese.                                        spastemAltre considerazioni sono possibili, e qualcuno sosterrebbe che una legge elettorale tipo Italicum avrebbe smorzato la diffusione dei nuovi partiti.  Non lo crediamo affatto, giacché la debolezza dei partiti tradizionali avrebbe dato ancora maggiore spinta ai partiti nuovi, speranzosi di arrivare al ballottaggio (dopotutto Podemos ha preso solo l’1,3% in meno del PSOE).  Ma se la legge avesse davvero l’effetto di bloccare sul nascere nuovi partiti e movimenti, sarebbe ancora peggio: funzionerebbe come una sorta di corsetto tale da ingessare sul breve periodo le aspirazioni di cambiamento degli elettori.  E ciò che viene frenato sul breve periodo rischia di diventare esplosivo sul lungo periodo.                                                                                                                               In definitiva, dinanzi all’indubbia crisi dei sistemi politici ed elettorali europei, si stanno prospettando due posizioni, trasversali rispetto agli stati e agli schieramenti politici.  La prima sostiene la governabilità per la governabilità, come valore primario e a tutti i costi.  La seconda ritiene che è opportuno che il risultato elettorale non si allontani troppo dalle effettive preferenze dei votanti; che queste preferenze costituiscono un quadro relativamente affidabile della complessità sociale di un paese; che in situazioni di elevata complessità sociale le coalizioni non sono un gioco a perdere ma a vincere insieme; che il successo in politica non è il risultato di una procedura meccanica e garantita ma di una capacità di negoziare e di creare relazioni costruttive; che un tormentato percorso nel presente è un antidoto per il rischio insito in scorciatoie cosmetiche e rassicuranti, ma inaffidabili per il futuro.                                                                                               Quanto sta succedendo in Ungheria, in Turchia, in Polonia, in cui una parte vuole parlare a nome del tutto, ci dovrebbere rendere molto cauti nei confronti della prima strada.  In ogni caso, la democrazia non è né la dittatura di una maggioranza, né la dittatura di una o più minoranze.

 

 

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