Cambiare l’Italicum. Una necessità per l’Italia, un’opportunità per tutti

La nuova legge elettorale, ‘Italicum’, nell’attuale versione approvata dal Senato, può rivelarsi dannosa non solo per la democrazia italiana ma, paradossalmente, anche per i suoi sostenitori.  Non sarebbe male se essi stessi se ne convincessero, e si convincessero anche che un cambiamento della legge, più o meno spinto, non significherebbe un’interruzione del percorso verso le riforme.  Al contrario, aumenterebbe il consenso popolare. Non abbiamo bisogno di riforme tanto per fare: abbiamo bisogno di riforme fatte bene.  Un po’ di tempo dedicato oggi alla discussione significa tempo risparmiato per il futuro.  Altrimenti, prima o poi, i nodi vengono al pettine, e allora dovremo riconquistare quello oggi rischiamo di perdere per effetto di frettolosità.  Già la prima versione dell’Italicum, circa un anno fa, appariva di ostacolo, piuttosto che di aiuto, al buon funzionamento delle istituzioni e della democrazia italiana.  Da allora la situazione è cambiata in peggio: l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste partitiche e non già a coalizioni di liste aggiunge una nuova anomalia a quelle già presenti. Perché anche questo tratto della legge non trova nessuna rispondenza nel panorama politico europeo e in generale nelle democrazie funzionanti.  Anzi, oggi va in controtendenza rispetto alle soluzioni europee che, con un certo acume, cercano di non sacrificare la rappresentanza alla governabilità, in un momento molto critico per la democrazia, in cui il problema dello scollamento fra cittadini ed istituzioni è forte dappertutto. European Parliament Groups

Tre, come è noto, sono i punti che lasciano notevolmente perplessi rispetto alla legge elettorale così proposta.  I primi due, relativi al meccanismo delle preferenze e all’enormità del premio di maggioranza, appaiono francamente anticostituzionali, oltre che non opportuni dal punto di vista politico.  Il terzo – l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste e non a coalizioni non è in sé e per sé anticostituzionale, ma forse è ancora più disastroso dal punto di vista politico, soprattutto se cumulato con un premio di maggioranza enorme e non regolato.                                                                                                                      In odore di anticostituzionalità sta certamente lo strano meccanismo delle preferenze per cui i capilista sono bloccati, e il voto di preferenza lo si può dare solo agli altri componenti della lista. Il risultato netto – noto ormai a tutti – è che le preferenze degli elettori possono influire sulla composizione personale del parlamento solo se votano per il partito che prende il premio di maggioranza e vince le elezioni.  Altrimenti noi: gli altri partiti (salvo sporadiche eccezioni) porteranno in parlamento solo i capilista bloccati.  Non credo che questa possa essere configurata come una condizione di uguaglianza dei cittadini dinanzi al voto.    Ancora più anticostituzionale, a prima vista, appare il premio di maggioranza, che già nella legge precedente bocciata dalla Consulta appariva come un’anomalia che non ha uguali nei sistemi democratici occidentali.  Non esisteva una soglia minima per accedere al premio di maggioranza prima, ma non c’è nemmeno adesso.  Si afferma che, se nessuna lista arriva alla soglia del 40 per cento, avrà luogo un ballottaggio fra le due liste che al primo turno avranno raggiunto il maggior numero di voti.  Ma questo significa che, in situazioni soltanto di moderata frammentazione, una lista che al primo turno prende all’incirca il 25 per cento dei voti può alla fine vincere il 53 per cento dei seggi, cioè più che raddoppiare i voti che proporzionalmente gli spetterebbero: una sovrarappresentazione che non ha eguali nemmeno nei risultati dei tanti sistemi uninominali (a uno o a due turni), né del sistema greco (in cui il premio di maggioranza è fisso, 50 seggi: nelle recenti elezioni Syriza con il 36,3% dei voti ha preso il 49,7% dei seggi).  Aggiungiamo che, con una frammentazione solo un po’ più spinta, possono andare al ballottaggio due partiti che non raggiungono nemmeno, sommati insieme, il 50% dei voti degli elettori.             Elezioni 2013Aggiungiamo anche che l’Italia, nelle ultime elezioni del 2013, era solo un po’ meno frammentata che in queste situazioni ipotetiche  Il PD, ricordiamolo, ha preso il 26,2% (Italia ed estero, senza la Val d’Aosta, non comparabile), il M5S il 25,8% dei voti.  Certo, in presenza di questa legge i risultati sarebbero stati diversi e forse le coalizioni avrebbero fatto liste comuni.  Resta comunque il fatto – su cui riflettere con attenzione – che in un momento così critico, in cui le affermazioni anti-euro, anti-Europa, anti-interculturalità, anti-Germania, anti-Usa e così via, vengono espresse con una superficialità sconcertante, la possibilità che una lista raggiunga il ballottaggio con affermazioni di questo genere (Grillo? Salvini? ma in prospettiva ci può essere anche di peggio) non è da escludere.  E a parte il rischio, dannosissimo per l’Europa tutta, di una sua vittoria (non probabile), resta l’eventualità di dare a queste voci un proscenio immeritato, generando una tappa ulteriore del degrado culturale del paese.                   Con la finezza e l’autorevolezza che lo distinguono, Valerio Onida ha ampliato il discorso e, in termini sia costituzionali che politici, ha indivuato fra le conseguenze dell’enorme premio di maggioranza un tendenziale squilibrio fra il potere esecutivo e il potere legislativo, a tutto vantaggio dell’esecutivo e a tutto detrimento del legislativo.  E’ evidente che un Parlamento semplificato, in cui vi sia un gruppo parlamentare sovrarappresentato e tutti gli altri sottorapresentati, non è una scena favorevole a iniziative legislative inter-partitiche, inter-schieramenti e, in genere, trasversali.  E invece il Parlamento – oggi più che mai, oggi che in una condizione di crisi globale gli interessi comuni del paese e dell’Europa devono essere coltivati, oggi che la contrapposizione ideologica di destra e di sinistra si indebolisce dinanzi ad altre contrapposizioni più urgenti – deve configurarsi come un laboratorio di innovazione in cui la diversità delle idee sia fondamentale e in cui le relazioni personali possano essere molteplici, non appiattirsi regolarmente sulla contrapposizione fra governo e opposizioni.  Si apre così la strada a una riflessione su un termine che nel linguaggio politico è del tutto assente: generosità. Generosità non equivale al buonismo, ma alla capacità di aprire opportunità non solo per sé, ma anche per gli altri.  E quindi vincere sì, ma vincere con magnanimità, pensando a un rapporto equo con le minoranze (e, talvolta, persino a sovrarappresentarle piuttosto che a sottorappresentarle), perché nel corso di una legislatura si ha bisogno di tutti, anche se alcuni di questi tutti tendono colpevolmente ad autoescludersi.                                                                              BundestagQueste riflessioni, d’altra parte, sono ancora più urgenti alla luce dell’altro difetto dell’Italicum, introdotto senza necessità alcuna nella nuova versione approvata dal Senato.  Esso si presenta infatti con la specificità, che in Europa senz’altro non ha eguali, di rendere impossibili – non difficili -  i governi di coalizione, nel senso di evitare che due o più partner si rivelino altrettanto indispensabili per il governo, e che quindi si debba procedere a negoziazioni e a mediazioni fra le parti.  Nella situazione configurata dall’Italicum, la parte politica vincente potrebbe tutt’al più allargare la maggioranza ad altri partiti che hanno qualche rappresentante in Parlamento, ma vi resterebbero in forma subordinata e instabile.  Ricordiamo tra l’altro, con Onida, che la parte al governo non solo potrebbe aver vinto con il 25% circa dei voti ma, in un’età in cui la partecipazione al voto tende a ridursi piuttosto che ad ampliarsi, potrebbe persino rappresentare non più del 15% degli elettori.  Questa sarebbe la peggiore calamità per la parte al governo, perché la sottorappresentazioni delle voci contrarie in Parlamento potrebbe generare un forte aggressività nella piazza. E in un’età di continue tensioni e di populismi aggressivi questo non è uno scenario augurabile.                                                                                    Credo che per contribuire all’odierno dibattito sull’Italicum si tener presente che:               1) Analizzando gli andamenti politici delle democrazie dell’Europa occidentale dal 1945 ad oggi, le coalizioni appaiono costantemente la norma e non già l’eccezione, in varie forme: coalizioni di partiti relativamente omogenei quanto alla propria collocazione politica; coalizioni di partiti nazionali con partiti espressone di istanze regionaliste o di minoranze etniche, linguistiche, culturali; “grandi coalizioni” fra partiti tendenzialmente di centrodestra e di centrosinistra, che nell’odierno panorama europeo stanno diventando più frequenti.  Le coalizioni sono state e sono la norma in Germania (sempre, dal 1945) nei Paesi Bassi, nei paesi scandinavi, e in genere in tutti i sistemi in cui vi sia una legge elettorale proporzionale.  Lo sono state e lo sono anche in Francia della V Repubblica, perché qui la legge elettorale, basata sul collegio uninominale a doppio turno, ha reso il centrosinistra e il centrodestra necessariamente “plurali”, inclini a rappresentare nei vari collegi – e, quindi, nel Parlamento che si va a costituire – tutte le piccole forze più o meno omogenee (talvolta, persino degli indipendenti di “area”) che possono contribuire alla vittoria.  Lo sono in genere anche nei paesi dell’Europa centro-orientale dopo il 1989, anche se con la situazione non infrequente per cui  il malgoverno di un partito ad un certo momento al potere talvolta provoca una vittoria a valanga per il partito di opposizione.  E il caso dell’Ungheria  di Viktor Orban insegna che ciò può non essere un bene.                               parlamento inglese2) Le conseguenze dell’uninominale a turno unico, sul modello britannico, sono assai varie.  Di per sé, una tale legge elettorale può persino generare una grande frammentazione partitica e quindi coalizioni ancora più complicate, nel caso in cui vi siano molti partiti a forte radicamento regionale: l’India e il Pakistan sono situazioni esemplari.  Ma anche in Canada e in Irlanda (in quest’ultimo caso, vi è un sistema derivato, più complesso) l’uninominale a turno unico non comporta affatto il bipartitismo, né esclude coalizioni e governi di minoranza.  Solo nel Regno Unito e negli Stati Uniti l’uninominale a turno unico sembra sinonimo di bipartitismo.  Eppure  l’attuale governo britannico è una coalizione e che il risultato più probabile delle prossime elezioni è ancora una coalizione, forse persino a tre o più parti in gioco.  Naturalmente anche il bipartitismo americano non è deducibile dalla legge elettorale, ma da condizioni storiche non formalizzabili e non necessariamente statiche. statiche.                                  3) Il caso della Spagna è particolare.  Con un’opportuna scelta delle circoscrizioni elettorali, viene espressa la volontà di privilegiare e di sovrarappresentare i maggiori partiti nazionali.  Ma lo stesso sistema ha come suo inscindibile risultato anche quello di privilegiare i partiti a base regionale, o che rappresentano determinate minoranze etniche, linguistiche, culturali.  E in Spagna questi partiti abbondano.  Così vi sono stati casi di governi di minoranza appoggiati su partiti regionali, più o meno consistenti.  E per quanto riguarda le  elezioni imminenti, ai due partiti nazionali maggiori (Popolare e Socialista) si sono aggiunte le due novità di Podemos e di Ciudadanos.  Gli ultimi sondaggi danno questi partiti praticamente alla pari.  Difficile che chi vinca prenda tutto.                                                 Turkish_general_election_19954) Gli artifici semplificatori, più o meno comparabili con il premio di maggioranza italiano, possono sfociare anch’essi in coalizioni: la differenza è che in questo caso i sistemi sono più rigidi, e le coalizioni sono più spurie. Abbiamo già parlato del caso della Grecia, in cui  Tsipras ha dovuto cercare un partner governativo (ANEL), che non è certo della sua parte politica.  Quanto alla Turchia, in cui la pesante soglia del 10 per cento pone limiti alle possibilità elettorali e parlamentari (e, in questo momento, è senz’altro consostanziale all’autoritarismo di Erdogan), restano famose le elezioni del 1995 in cui sono entrati in Parlamento cinque partiti, con i primi tre di forza quasi uguale (19-21 per cento).                 Ma il punto centrale non è quello di una distaccata, seppur necessaria, storia e comparazione dei sistemi elettorali europei.  E’ invece l’odierno panorama politico e mentale europeo, di grande complessità e di grande mutevolezza, in cui la tradizionale opposizione fra destra e sinistra persiste ma è indebolita; in cui la destra e la sinistra scoprono di aver bisogno l’una dell’altra per poter generare innovazioni sociali, economiche e tecnologiche del tutto urgenti; in cui soprattutto esiste una grande opposizione ortogonale a quelle tradizionali, quella fra europeismo ed antieuropeismo, fra Europa aperta (con ragionevolezza) ed Europa chiusa (con risentimento) e, più precisamente, fra la necessaria federalizzazione dell’Europa o la sua catastrofica disgregazione.   E in questo scenario le coalizioni sono uno strumento di grande flessibilità.  Consentono alle parti politiche di mantenere i legami con le proprie tradizioni e le proprie identità, prendendo nel contempo coscienza della loro presente relativizzazione e mostrando disponibilità ad operare cooperativamente per obiettivi di interesse più generale.  Qui come in altri casi, l’unità e la diversità possono e devono entrare in rapporto dialettico. La differenziazione e l’integrazione sono entrambi elementi basilari del governo e della governabilità.  L’una senza l’altra può creare gravi squilibri, oggi più che mai.                                                                                                                                     Firma_della_CostituzioneLa necessaria riforma dell’Italicum non può che pensare alle coalizioni come ricchezza, non come ostacolo.  E una tale comprensione, naturalmente, può agevolare soluzioni tecniche – di per sé non troppo difficili – che affrontino gli altri due nodi: un trattamento decente della questione preferenze, e una regolazione del premio di maggioranza.  Ma la posta in gioco non è tecnica, è squisitamente politica e tocca l’essenza stessa della politica.  Perché la politica è mediazione, arte, capacità di spostare i problemi, immaginazione per trovare soluzioni favorevoli anche per (talune) parti avverse, visione progettuale che evolve giorno per giorno e svolta per svolta, attitudine alla sorpresa, apertura di nuovi spazi di possibilità, inclinazione non solo a vincere ma anche a giocare bene.  Oppure non è.  Sappiamo benissimo che, talvolta, in Italia e altrove, la pratica politica ha quasi delegittimato l’uso di termini come mediazione e anche coalizione (per non dire compromesso), dando loro il significato illegittimo di accordi al ribasso per il proprio esclusivo particulare.  Ma se ci attacchiamo ai termini, che cosa dovremmo dire allora dello scempio novecentesco fatto ai termini di ‘democrazia’ e di ‘popolare’? Sì, la politica è mediazione creativa giorno per giorno, non meccanica esecuzione quinquennale di un programma già scritto.                    E poi non dimentichiamo che la situazione europea e mondiale è sfidante, e impone la valorizzazione di tutte le forze e di tutte le competenze che vogliano andare avanti, dando all’Europa le regole, la capacità e l’inventiva per divenire un soggetto intraprendente nella politica globale e non già quello che è sempre stata, un condominio in lite perenne.  E anche nella nostra comunità nazionale, le regole devono essere tali da invogliare il cittadino ad appassionarsi alle vicende pubbliche, piuttosto che accostarsi ad essa distrattamente ogni cinque anni.  L’orizzonte di una maggiore democrazia partecipativa non è utopia, né prospettiva temuta e depotenziata dall’alto.  E’ una risorsa per fare evolvere il sistema paese in forme più adeguate al futuro che dobbiamo anticipare.

 

 

9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

Legge elettorale e complessità sociale: una relazione necessaria

La proposta di una legge elettorale assai discutibile ha suscitato qualcosa di positivo: se ne discute a fondo.  Le posizioni sono variegate: chi è decisamente contrario (Eugenio Scalfari, e il gruppo di giuristi – con Stefano Rodotà – che ha promosso un appello di opposizione); chi propone miglioramenti sostanziali (Massimo Teodori); chi è favorevole con la motivazione, da me personalmente non condivisa, che l’azione sia comunque migliore dell’inazione. Tutti comprendono che la posta in gioco è notevole, e che i problemi sollevati ci accompagneranno a lungo.                                                                                 Attendiamo gli sviluppi dell’iter parlamentare per vedere se possano venir emendati alcuni fra gli aspetti più contestabili della proposta di leggi.  Tali sono le soglie di sbarramento troppo alte (come quella dell’8% per una lista che si presenta da sola, troppo vicina all’inutile e punitiva soglia in 10% della Turchia); la macchinosa distinzione tra la soglia per chi si presenta da solo e la soglia di chi è in coalizione; lo spiacevole destino che incomberebbe sugli alleati minori di un partito vincente, che rischierebbero di trovarsi esclusi dal parlamento pur contribuendo in maniera decisiva a far scattare il premio di maggioranza per il loro partner.   Ma la questione cruciale resta quella del premio di maggioranza e della logica con cui viene sostenuto: l’esigenza di governabilità sarebbe decisamente da anteporre rispetto al principio di un’equa rappresentanza. Su questo punto, salvo la sorpresa improbabile di una clamorosa bocciatura parlamentare, è difficile pensare a miglioramenti sostanziali: è una questione di tutto o niente.

scalfari rodotàE’ probabile che i più conseguenti oppositori della nuova legge riusciranno a investire nuovamente la Corte Costituzionale del quesito se il premio di maggioranza sia legittimo, anche in questa nuova formulazione.  La controversia non è banale.  Molti fautori della nuova legge sostengono che essa è un sostanziale mutamento della vecchia, perché stabilisce una soglia precisa per l’ottenimento del premio di maggioranza (37%).  Ma se nessuna delle forze in gioco raggiungesse la soglia al primo turno, potremmo avere un ballottaggio con i due contendenti situati, ai nastri di partenza, rispettivamente al 29,54% e al 29,18% dei voti (sì, questo è successo nelle elezioni del 2013, nel voto per la Camera!).  E ci ritroveremmo nella situazione per nulla equa del 2013: un 29,54% dei voti (o un 29,18%, perché ovviamente al ballottaggio non si può escludere un sorpasso) porterebbe alla fine al 55% dei seggi, con un distacco minimo nel voto popolare iniziale che si dilaterebbe a dismisura nella distribuzione finale dei seggi.  La Corte terrà ovviamente in debito conto gli aspetti giuridici e costituzionali della questione, e non possiamo anticipare i suoi pronunciamenti al riguardo.  Ma sul piano politico, è difficile negare che abbiamo a che fare con una sorta di cosmesi di un aspetto indesiderato della legge con cui si è votato nelle ultime tornate elettorali.

renzi berlusconi

E’ anche e soprattutto sul piano politico che la legge deve essere valutata, parallelamente a quello giuridico-costituzionale.  E’ una legge errata, ed espone a gravi rischi.  E’ una legge che pensa al presente, o al futuro a breve termine, perpetuando il difetto capitale della politica, dell’economia, della managerialità dei nostri giorni. Promette non stabilità, ma staticità.  Nel sistema politico non inietta flessibilità, ma rigidità.  E questo, a medio e lungo termine, può essere pericoloso.  Dinanzi a perturbazioni esterne, impreviste, un sistema flessibile è in grado di reagire e di evolvere.  Un sistema rigido, è più probabile che si spezzi.                                                                    Il problema serio è che la voluta combinazione di un premio di maggioranza decisivo e di soglie di rappresentanza troppo elevate fa trasparire un timore, condiviso dalle due forze oggi prevalenti, della possibile emergenza di minoranze influenti.  E questo timore del futuro può apportar loro seri danni.  Perché la legge prospettata dà a queste forze una rendita di posizione che a breve appare garantita, ma che proprio per questo si può rivelare illusoria e ottundente.  Perché perpetua la loro presente tentazione di percepirsi come autocentrate e come autosufficienti, invece di dedicarsi alla qualità delle loro proposte, momento dopo momento.  Perché irrigidisce il loro sguardo sull’unico obiettivo, periodico e rituale, della vittoria “tutto o niente”, invece che decentrarlo su traguardi parziali che arricchirebbero di valore il tempo della politica.    Perché le rende più sorde al gioco dell’innovazione, di pensiero e di azione, talvolta favorito proprio dalla competizione con contendenti nuovi e imprevisti.                                                                                      Parliamo, ripeto, per il futuro, e il futuro non è una replica identica del presente.  Il problema è che la logica e la retorica soggiacenti a queste scelte asserite nel nome della governabilità sono impregnate (in massima parte non consapevolmente) di una visione della storia già vecchia, e del tutto inadeguata.  Parliamo di quell’idea di “fine della storia”     che era emersa subito dopo la svolta del 1989, per essere poi smentita clamorosamente

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Il “Grande Medio Oriente”, epicentro dei conflitti

La “primavera araba” (Libia, Siria, Egitto, Yemen, Tunisia, Paesi del Golfo) ha aggravato ancora di più l’instabilità di una vasta area del mondo, che ha il suo epicentro in Medio Oriente e sulle coste orientali e meridionali del Mediterraneo.

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Negli ultimi venticinque anni, dopo il crollo dei blocchi contrapposti, si è parlato spesso di “grande Medio Oriente”.  Con tale espressione si intende un’estesissima area euro-asiatico-africana, che va dal Marocco ad occidente al Bangladesh ad oriente.  Essa comprende dunque: Maghreb, Africa Settentrionale, Levante, Mesopotamia, Anatolia, Penisola Arabica, Balcani, Caucaso, Asia Centrale, Asia Meridionale (subcontinente indiano: India, Pakistan e stati connessi). Esistono ragioni forti e di lunga data alla base dell’instabilità cronica di questa area.  Negli ultimi secoli, infatti, essa è stata in gran parte governata da grandi imperi multinazionali, che sono stati spazzati via dai tornadi storici del ventesimo secolo.

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