La Svizzera, la Grecia, i difficili confini di un’Europa divisa

Il referendum che ha diviso a metà l’elettorato svizzero e che ha visto prevalere di misura la parte d’opinione pubblica propensa a contingentare ogni forma di immigrazione ha aperto in tutta quanta Europa discussioni a vasto raggio.  Prevedibilmente, i partiti nazionalisti e antieuropeisti – come quello di Marine Le Pen – hanno invitato a prendere come modello la decisione svizzera.   Ma si può anche approfittare dell’occasione per trarne lezioni assai differenti.  L’occasione, infatti, è spiazzante.  Per una volta i rapporti fra il dentro e il fuori si sono capovolti.  E’ la Svizzera che tende – moderatamente, a dire il vero – a ostacolare l’immigrazione dei cittadini dei vari stati dell’Unione Europea.  E questo potrebbe aiutarci a rammentare un tratto della storia europea anche recente, evidente ma sempre più rimosso: che in tutta l’età moderna l’Europa è stata terra di emigrazione molto più che di immigrazione.  Rivitalizzare anche in questo caso le memorie storiche dei nostri popoli e dei nostri stati potrebbe meglio aiutare ad affrontare con più consapevolezza ed equilibrio le vicende di una frontiera ben più tormentata dell’Unione Europea: quella mediterranea. 

Farmakonisi

Sono passati alcuni mesi dalla tragedia di Lampedusa, ma le situazioni drammatiche nel Mediterraneo continuano a replicarsi.  Nuove tragedie hanno luogo.  Il 24 gennaio, al largo di Farmakonisi, un’isola greca dell’Egeo, è affondata una barca di migranti provenienti dalla Turchia: 25 di loro erano afghani e 3 siriani, e tutti cercavano nella lontana Europa un approdo per sfuggire a situazioni instabili e pericolose.  Sono morte tre donne e nove bambini.  I sopravvissuti hanno accusato: i sorveglianti della guardia costiera greca avrebbero respinto la barca in piena tempesta, e persino rigettato in mare i naufraghi che cercavano scampo.  Naturalmente le autorità greche si sono affrettate a contestare i racconti dei sopravvissuti, che però sono stati presi molto sul serio dall’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalla Commissaria per gli Affari Interni dell’Unione Europea.  Le autorità greche hanno replicato sottolineando lo stress continuo a cui è sottoposta la nazione per far fronte alle ondate di immigrazione clandestina.  Ma l’eco della vicenda non si è spenta: dopo una manifestazione di protesta dei profughi afghani davanti al parlamento greco, il 20 marzo è stato tenuto un dibattito alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per discutere seriamente sulle cruciali implicazioni umane e politiche del ripetersi sempre più frequente di disastri del genere.

africa europa

La tragedia di Farmakonisi, come già quella di Lampedusa, mette in primo piano l’inadeguatezza delle regole a suo tempo stabilite dalla convenzione di Dublino: essa obbliga chi è in cerca di asilo a farne richiesta solo allo stato di primo approdo.  E ciò provoca una pressione insostenibile soprattutto sulle nazioni mediterranee: Italia, Grecia, Spagna.  Anche se è sperabile che le tensioni oggi aperte in un’altra frontiera critica dell’Unione Europea – quella con l’Ucraina e con la Moldova – non comportino significative ondate di profughi (qualche giorno fa alcuni tatari di Crimea hanno comunque chiesto asilo in Polonia), è chiaro che la convenzione di Dublino è del tutto inadeguata rispetto all’incalzare delle vicende dei nostri giorni.             Al tempo di Lampedusa, esponenti del governo tedesco si erano mostrati poco sensibili alle esigenze italiane, sostenendo che alla fine la Germania darebbe asilo a un maggior numero di profughi di quelli che vengono accolti nel nostro paese.  Ecco: è proprio di questo rimpallo di responsabilità quello di cui non abbiamo bisogno.  Né abbiamo bisogno che ogni paese e che ogni parte politica vada in ordine sparso, spesso avanzando proposte volte a blandire una parte dell’elettorato, improvvisamente conteso da nuovi partiti aggressivi e nazionalisti: così l’UKIP in Gran Bretagna e il rinnovato FN di Marine Le Pen in Francia.                                                                                                                            Dalle amare tragedie di Lampedusa e di Farmakonisi potrebbe derivare un insegnamento più costruttivo: fra le molte buone ragioni che oggi impongono un approfondimento dell’Europa politica e la rivitalizzazione della prospettiva di un’Europa federale la necessità di una visione comune in tema di immigrazione e di relazioni con il Sud del mondo è senz’altro una delle più urgenti, se non la più urgente.  L’attuale difformità e confusione delle opinioni e delle politiche getta un peso insostenibile sulle popolazioni costiere del Mediterraneo e, nello stesso tempo, dà dell’Europa una ben misera immagine nel mondo intero: come se una delle sue parti più ricche e sviluppate volesse sottrarsi alle responsabilità che le spettano per il bene comune.

globalmigrationAssumersi responsabilità non equivale certo ad ergersi a onnipotenti salvatori del mondo.  Ma significa definire regole e limiti comuni e presiedere alla loro evoluzione, nella prospettiva di aprire gradualmente nuove possibilità meno incivili alla vita associata degli individui e dei gruppi umani.  E assumersi responsabilità significa anche comprendere quanto rapidamente e quanto intensamente i flussi migratori che toccano l’Europa si siano invertiti nel giro di pochi decenni: l’Europa è sempre più simile a quelli che sono stati e ancora sono Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Argentina, tutte terre di immigrazione e di ospitalità per decine di milioni di europei che sfuggivano dalla povertà e da governi ostili o indifferenti.  Martin Schulz, presidente dell’attuale parlamento europeo, all’indomani di Lampedusa ha voluto porre l’accento proprio su questo nuovo aspetto dell’identità europea: per l’Europa d’oggi l’immigrazione non è un’emergenza, ma una condizione strutturale.  Anche e soprattutto in questo campo dobbiamo smettere di rifuggire dalla responsabilità politica e affrontare coraggiosamente il problema delle condivisione di nuove regole, con la consapevolezza che la situazione dell’Europa d’oggi è per molti versi nuova e inedita rispetto ai paesi dei nuovi mondi.  Sul piano spaziale qui non esistono frontiere da estendere, da colonizzare e da riempire, ove sistemare e qualche volta confinare i nuovi arrivati: l’Europa, anche se in calo demografico, è sufficientemente piena e la crisi economica aumenta ulteriormente i conflitti che ne derivano.  Ma proprio la crisi e la stagnazione attuali rendono per l’Europa vitale la frontiera dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica, che si alimenta di alterità in relazione, che si nutre di un sottile equilibrio fra unità e diversità. La difficile scommessa è di delineare una società in cui le relazioni fra diversità culturali siano sostenibili e generative, in cui soggetti vecchi e nuovi interagiscano e generino nuovi spazi di possibilità, invece di separarsi, di combattersi o di omologarsi.

popoli in fuga

Ma la sfida continua a non venir percepita, e non solo per la miopia di molti politici.  Il fatto è che i cittadini dell’Europa d’oggi, quasi indipendentemente dalle loro visioni ideologiche e dalla loro formazione culturale, faticano a entrare nella condizione e nell’emozione dei migranti in fuga, convinti di essere schermati per diritto dalle violenze di cui soffrono e legittimati dunque a rivolgersi a loro con simpatia, con condiscendenza o con avversione, a seconda delle opinioni soggettive.  Eppure non bisognerebbe essere grandi esperti di storia per comprendere che le sofferenze da cui oggi l’Europa è circondata da ogni parte sono le stesse sofferenze che hanno dilagato in Europa in un passato assai recente.  La storia europea dalla guerra di Crimea di metà ottocento alle guerre balcaniche di fine novecento è percorsa da un sinistro filo rosso di popoli e di individui (decine di milioni: un bilancio preciso è arduo) fuggiti, espulsi, scacciati, deportati, Continua a leggere

Papa Francesco: “quasi dalla fine del mondo”

L’espressione di Papa Francesco, “sono venuti a prendere il vescovo di Roma sin quasi dalla fine del mondo” è già diventata proverbiale: alla stregua del “se sbaglio, mi correggerete” di Giovanni Paolo II nel 1978.

argentina

E l’Argentina quasi alla fine del mondo lo è certamente. Lo è anzitutto sul piano spaziale, se pensiamo che fino ad oggi i papi giunti a Roma più da lontano – nei primi secoli della cristianità – erano originari della Siria o dell’Africa Settentrionale.  Questo ci fa riflettere quanto il baricentro del cristianesimo si stia spostando, nella nostra età globale.                           Ma l’Argentina quasi alla fine del mondo lo è anche sul piano temporale: nella storia del mondo è stata una terra poco popolata, marginale, quasi inesplorata, fino a tempi assai recenti.

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