La Cina, in cerca di nuovi spazi: dipendenza energetica e attivismo diplomatico

L’impetuosa crescita economica degli ultimi decenni, con tutti i sommovimenti sociali ad essa connessa, ha trasformato radicalmente la condizione e la politica energetica della Cina.  La Cina continua ad essere il quarto produttore di petrolio al mondo, ma a partire dal 1993 ha dovuto importarne quantità sempre maggiori per soddisfare la sua domanda interna.  Nel 2014 è così diventata il maggior importatore di petrolio al mondo, superando gli Stati Uniti che detenevano tradizionalmente un tale primato.  Le trasformazioni in atto esprimono l’ininterrotto dinamismo dell’economia cinese dei nostri giorni e, insieme, il riorientamento rdella politica energetica degli Stati Uniti, che attraverso la discussa tecnica del fracking hanno trovato nuove risorse interne per le proprie esigenze energetiche.  Nel giro di breve tempo gli Stati Uniti sono destinati a passare da stato importatore a stato esportatore di gas e di petrolio.

Cina oil importLa parola d’ordine dell’approvvigionamento energetico cinese è: diversificazione.  Certo, una notevole parte delle risorse di cui la Cina ha bisogno provengono pur sempre dalle riserve tradizionali del Medio Oriente, ma è notevole anche la proporzione che proviene dall’Africa e dall’America Meridionale.  In prospettiva, si aggiungono le risorse di gas e di petrolio della Siberia orientale, fatte oggetto di un accordo politico con la Russia nel 2014, nel bel mezzo della crisi internazionale per l’annessione della Crimea da parte di quest’ultima.  A prima vista, è un accordo da cui entrambi i contraenti escono vincitori: la Cina, perché riceverà le forniture energetiche ad un prezzo moderato; la Russia, perché nel momento di maggior difficoltà nei suoi rapporti con l’occidente è riuscita a mostrare di non essere isolata nel mondo e anzi, forzando un po’ i termini, di essere una nazione amica del gigante asiatico.  Per la Cina, però, i vantaggi non sono soltanto, e non sono tanto di natura contabile: sono anche e soprattutto di natura strategica.  Il gas e il petrolio arriveranno via terra, attraverso nuove condutture che la Russia si appresta a costruire, e alleggeriranno l’interminabile percorso nei mari dell’Asia Meridionale e Orientale, con le preziose risorse caricate su petroliere giganti, alle quali è a tutt’oggi affidata la massima parte degli approvvigionamenti energetici cinesi.

russia-china-gas-deal-2014A rendere inquieti i cinesi sono la lunghezza, la tortuosità e i costi del grande itinerario marittimo che fa convergere, nell’Oceano Indiano, le rotte che provengono dal Medio Oriente, dall’Africa e dal Mediterraneo (via Canale di Suez) per farle oltrepassare l’affollatissimo stretto di Malacca (un quarto delle merci mondiali passano di qui), attraversare il Mar Cinese Meridionale e raggiungere nella madrepatria i vari porti di destinazione.  Ma ancora più preoccupante è la vulnerabilità di quest’itinerario marittimo che impone la necessità di uno stretto controllo politico sul corridoio chiave di Malacca e sui diversi stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale.  Fino ad oggi la stabilità della regione è garantita soprattutto grazie alle buone relazioni che intercorrono fra la Cina da un lato e Singapore, Malaysia e Indonesia dall’altro: la presenza della pirateria in queste acque ha tuttavia condotto a molte situazioni pericolose e ha imposto un’intensa cooperazione internazionale per far fronte a tale rischio.  Di recente, tuttavia, questa stabilità è stata messa in discussione dalla crescente rivalità fra la Cina e alcuni paesi che si affacciano su questi mari (Vietnam, Filippine, e più lontano, il Giappone). Più che timori per il momento presente, i cinesi vivono un’insicurezza strategica sui tempi lunghi: una destabilizzazione dei luoghi da parte di una qualsiasi potenza ostile sarebbe disastrosa per tutta l’economia e la società cinese, mettendo in discussione le sue attuali realizzazioni.  Con in mente tali considerazioni la Cina mira così ad accompagnare il pluralismo delle fonti delle sue risorse energetiche con un pluralismo altrettanto spinto degli itinerari che dovrebbero condurre tali risorse nella madrepatria.

String-of-Pearls - Cina OccidentaleSolo in parte la Cina oggi sceglie di privilegiare itinerari esclusivamente terrestri per procurarsi le risorse energetiche di cui ha bisogno: oltre all’accordo con la Russia, ricordiamo l’acquisto da parte dei cinesi di un’importante compagnia petrolifera kazaka (Petrokazakhstan) e la costruzione di un gasdotto per condurre il gas turkmeno in Cina attraverso l’Uzbekistan e lo stesso Kazakhstan.  La strategia prevalente è però quella di accorciare il percorso via mare delle risorse energetiche e di altre merci, eliminando il lungo tratto finale (compreso il passaggio critico nello stretto di Malacca) e complementandolo con percorsi terrestri più diretti.  Questa esigenza ha condotto alla visione cinese della “catena delle perle”, che ha individuato taluni porti dell’Oceano Indiano particolarmente adatti all’interscambio fra le navi e i percorsi terrestri.  Tali sono il porto di Kyaukphyu in Myanmar (Birmania), da dove prendono il via un gasdotto e un oleodotto per lo Yunnan volti anche ad utilizzare le notevoli risorse energetiche presenti sulla costa birmana; il porto di Chittagong in Bangladesh; il porto di Hambantota in Sri Lanka.                                                             Ma il partner di gran lunga più importante, indispensabile per il successo di questa strategia cinese, è il Pakistan.  Nel 2013 la Cina si è accordata con il Pakistan per la ristrutturazione, l’ampliamento e il controllo delle operazioni del porto di Gwadar, situato sull’Oceano Indiano all’estremità occidentale del Pakistan, nella regione del Belucistan ai confini dell’Iran.  L’area è a tutt’oggi remota e isolata, anche se il suo possesso per il controllo delle vie marittime fra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano era già ambito agli inizi dell’età moderna, quando fu contesa tra il Portogallo e l’Impero Ottomano.  Ma l’approdo delle petroliere e delle navi commerciali a Gwadar per la Cina per la Cina potrebbe significare un taglio decisivo del loro percorso marittimo, ancora più consistente di quelli resi possibili dagli approdi in Bangladesh o in Myanmar.  Da Gwadar alle frontiere sud-occidentali della Cina intercorrono circa 2000 km., un tragitto ben più corto del percorso marittimo tradizionale.  E di questa linea di approvviggionamento approfitterebbero soprattutto le regioni occidentali dello stato cinese, che oggi sono ancora e più che mai percepite come una frontiera coloniale da popolare e da sviluppare.                                                                           karakoram-highway                                                                  E’ già da alcuni decenni che i cinesi hanno messo gli occhi sul corridoio pakistano, per aprirsi la strada verso l’Oceano Indiano.  Grazie al loro contributo è stata inaugurata, nel 1979, la Karakoram Highway, battezzata anche “strada dell’amicizia”: è la strada asfaltata più alta del pianeta, che supera la seconda maggiore catena montuosa del mondo ai 4693 m. del passo Khunjerab.   Nel 2010 la strada però è stata interrotta, nella valle degli Hunza nel Pakistan settentrionale, da un’enorme frana che ha prodotto un esteso lago artificiale: da allora i carichi diretti in Cina devono essere trasbordati in barca per riprendere poi il percorso stradale.  Le presenti difficoltà hanno reso ancora più attuale l’idea di un percorso ferroviario in grado di servirsi opportunamente di tunnel per superare la regione accidentata del Karakorum.  Il problema è che, perché abbia luogo una ricaduta economica positiva, non solo devono essere posate parecchie centinaia di chilometri di nuovi binari dalla Cina al Pakistan, ma deve anche essere riabilitata e ristrutturata l’intera rete ferroviaria pakistana, che oggi versa in uno stato di notevole degrado.                                                                                                             La Cina, però, si sente all’altezza della sfida.  Così nell’aprile del 2015 la visita del presidente cinese Xi Jinping in Pakistan ha condotto a una serie di accordi prospettanti non solo la realizzazione delle infrastrutture di trasporto indispensabili alla creazione del nuovo corridoio strategico fra Cina occidentale (Xinjiang) e Gwadar, ma anche la realizzazione di oleodotti e gasdotti, la cablazione con fibre ottiche, la cooperazione in campo energetico attraverso progetti basati sia sull’energia nucleare sia sulle energie rinnovabili.  E questi accordi di un peso economico estremamente ingente si accompagnano a una cooperazione militare già intensa da parecchi anni, che oggi per il Pakistan appare rendere la Cina un alleato ancora più importante del tradizionale alleato statunitense, e che in prospettiva potrebbe perfino soppiantarlo. Già negli anni della guerra fredda, del resto, Cina e Pakistan avevano spesso condiviso vedute che li opponevano a quello che entrambi consideravano un loro nemico naturale nella regione: l’India.                 Proprio per questo l’intera strategia della “catena delle perle”, e il suo asse fondamentale che è il corridoio infrastrutturale fra Cina e Pakistan, hanno destato notevole allarme nel vicino indiano, che ha sospettato una sua possibile utilizzazione militare.  A ciò la Cina ha reagito non solo con rassicurazioni formali, ma anche con mosse concrete volte alla cooperazione con la stessa India, indicandole come complementari e non come alternative all’asse Cina-Pakistan.  Le dispute di frontiera fra Cina e India permangono forti.  Ma alla fine del 2014 e agli inizi del 2015 vi sono stati due incontri fra Xi Jinping e il nuovo premier indiano, Narendra Modi, il cui risultato più importante sembra essere, per il momento, Continua a leggere

Sochi, Olimpiadi di frontiera. I circassi tra gli imperi

Tevfik Esenç, vissuto in Turchia fra il 1904 e il 1992, è una figura nota agli studiosi impegnati a denunciare e a contrastare la rapida estinzione delle lingue minoritarie, con una grave riduzione della diversità culturale umana, che oggi sta avendo luogo in tutto il pianeta.  Esenç era l’ultima persona in grado di parlare la sua lingua madre: l’ubykh.  Fortunatamente, egli incontrò uno dei più grandi linguisti e studiosi di mitologia del novecento, il francese Georges Dumézil.  Con lui, strinse un vivace sodalizio culturale e umano, da cui è derivata una copiosa testimonianza sulla lingua, la mitologia e la cultura di un popolo sull’orlo della definitiva scomparsa.  Una particolarità che rende l’ubykh una lingua quasi unica al mondo è il suo ricchissimo repertorio di suoni consonantici: ben 84. Altrettanto interessanti sono le sue relazioni con le altre lingue.  Appartiene infatti alla famiglia linguistica delle lingue caucasiche settentrionali (o lingue pontiche), che gli attuali studi sull’albero genealogico delle lingue umane hanno arditamente accostato da un lato al basco, e dall’altro alle lingue sino-tibetane (e quindi anche al cinese).                                                                                                                           Nel giorno dell’apertura delle Olimpiadi invernali, la storia del popolo ubykh acquista attualità per ragioni più immediate.  Perché la sua sede tradizionale era proprio Sochi, con la costa circostante.  Da lì gli ubykh furono improvvisamente scacciati nella seconda metà dell’ottocento, in uno dei tanti episodi di pulizia etnica imposta dai vincitori del momento, di cui è piena l’intera storia dell’Europa orientale e centro-orientale degli ultimi due secoli.                                                                                                      circassi                     Gli ubykh sono (erano) uno delle etnie  componenti del popolo storico dei circassi, insieme agli adyghè e ai cabardini. Da tempi remoti queste etnie erano insediate nelle regioni attorno a Sochi: il litorale nord-orientale del Mar Nero e le montagne interne del Caucaso settentrionale.  Cristianizzati nei primi secoli della nostra era, i circassi divennero islamici al tempo dell’espansione dell’Impero Ottomano (dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453).  Gli ottomani si dedicarono assiduamente al controllo del Mar Nero, sbocco fin da tempi remoti di importanti itinerari commerciali del continente eurasiatico.  Così, dal cinquecento al settecento, il Mar Nero divenne un grande “lago ottomano”: le sue coste erano annesse direttamente all’impero oppure in possesso di stati vassalli (come il khanato di Crimea).                                                                             I russi iniziarono ad affacciarsi nella regione dei circassi nella seconda metà del settecento, in seguito al conflitto plurisecolare che li oppose all’Impero Ottomano.  Questo è uno degli episodi più importanti di quel lungo processo di espansione che ha reso la Russia uno degli assoluti protagonisti dell’età moderna e contemporanea.  Un enorme problema geopolitico della Russia è sempre stato la lontananza del cuore dell’Impero dai mari e degli oceani, e con ciò dagli itinerari commerciali e militari marittimi, ancor più rilevanti dopo la svolta del 1492.  Questa è una delle motivazioni che spinse Pietro il Grande a fondare una nuova capitale, San Pietroburgo, sulle coste del Mar Baltico.  Ma il Baltico rimaneva un mare chiuso (e passibile di un blocco navale allo stretto fra Danimarca e Svezia) e lontano dalle reti di navigazione globale dei grandi imperi del tempo.

Black Sea

Nella seconda metà del settecento l’inizio del declino ottomano apre alla Russia opportunità impreviste.  Il controllo del Mar Nero diventa un obiettivo praticabile, e sembra prospettare un progetto ben più ambizioso: il ripristino dell’impero cristiano a Costantinopoli.  Già all’indomani del 1453 la Russia amava considerarsi legittima erede dell’impero bizantino, e ora non nascondeva la sua ambizione di affacciarsi sul Mediterraneo, in seguito al possesso del Bosforo e dei Dardanelli.  L’obiettivo ultimo si sarebbe rivelato irraggiungibile.  Però le coste settentrionali del Mar Nero si aprirono rapidamente al dominio dell’Impero russo: al tempo di Caterina II, fra il 1774 e il 1783, la Russia sostituì l’Impero ottomano come potenza dominante in Crimea, nel Mare di Azov e in tutta la costa dell’odierna Ucraina.  Dopo un tale successo, l’attenzione della potenza zarista si rivolse a oriente delle sue prime conquiste, e le sue mete divennero  le coste orientali del Mar Nero, insieme alle pendici e alle montagne del Caucaso.

nazione circassaIl territorio dei circassi fu investito in pieno dalla nuova ondata espansionistica russa.  Le prime annessioni coinvolsero la parte orientale della regione, nelle zone montuose abitate dai cabardini.  Dopo anni di fiera resistenza, i focolai di ribellione furono domati nel 1822.  Nel 1829 i russi riuscirono ad eliminare gli ottomani dalle coste circasse ancora in loro possesso e, fra l’altro, dal litorale di Sochi.  Tuttavia il retroterra, di non facile controllabilità, non si piegò ai nuovi dominatori: anzi, i circassi e i loro alleati effettuarono ripetuti attacchi agli avamposti che la Russia aveva costituito lungo il Mar Nero.  La guerra durò fino al 1864, parte integrante di uno scontro generale che oppose la Russia a tutti i popoli del Caucaso interno.  E questo, a sua volta, è un episodio rilevante di una “guerra fredda” che segnò l’Eurasia intera nel diciannovesimo secolo: il “grande gioco” tra Russia e Gran Bretagna per il controllo dell’Asia Centrale e Meridionale.  Anche se il fronte principale di questo conflitto era altrove, fra Afghanistan e Pakistan, il Caucaso fu un fronte per nulla marginale.  I britannici diedero vari aiuti materiali ai  ribelli caucasici (circassi compresi), e talvolta una vera e propria guerra tra le due grandi potenze mondiali fu evitata di un soffio.                           Alla fine del lungo conflitto, i russi furono impietosi con i vinti.  A interi gruppi dei popoli conquistati fu posta l’amara alternativa di venir esiliati in remote regioni dell’Impero russo oppure di trovare una nuova patria nell’Impero ottomano, quale sede naturale delle etnie di religione islamica.  La grande maggioranza delle persone coinvolte scelsero di affrontare Continua a leggere

Holi: una festa hindu anche per le vedove

Holi è la festa hindu dei colori.  E’ una festa che ha luogo all’inizio della primavera, e che celebra la fertilità della terra e l’abbondanza dei raccolti.  Anche se in alcuni luoghi è accompagnata da cerimonie religiose, la sua rilevanza è soprattutto sociale, dato che le persone partecipano alla festa tutte mescolate, indipendentemente da ogni appartenenza di casta o di etnia.  Il suo momento culminante è il lancio collettivo di polveri e di acque variamente colorate che ricoprono tutti i partecipanti di pigmenti multicolori, e che vedono poi l’ascesa verso il cielo dei resti della giocosa battaglia.

Holi widow

I colori della vita sono proprio quelli che il rigorismo hindu vorrebbe sottrarre alle vedove.  E infatti alle vedove fino ad oggi era vietato di prendere parte a questa festa dal coinvolgente impatto sociale.  E’ nota la difficile, e talvolta drammatica, condizione delle vedove nella società indiana tradizionale.  L’atroce usanza del sati, cioè dell’immolazione della sposa sulla pira funebre del marito, è stata legalmente bandita dagli inglesi sin dal 1829, ma in qualche caso è continuata fino ai nostri giorni.  A tutt’oggi l’esistenza delle vedove, soprattutto nelle caste più elevate, è comunque soggetta a ogni genere di vincoli e di vessazioni che le condannano a una sorta di morte sociale e che elevano di fatto il loro generale tasso di mortalità a livelli maggiori di quello delle donne sposate. Di valore simbolico pesante è, appunto, la rinuncia ai sari multicolori delle donne sposate, che spesso si accompagna anche alla rasatura del capo.

donne indianeIn India sono sorte associazioni che si danno come compito centrale quello di fornire il supporto materiale alla vita quotidiana delle vedove, che spesso rischiano di non avere nemmeno i mezzi per il loro sostentamento.  Ma il supporto materiale e quello simbolico fanno tutt’uno: e così questa primavera le vedove sono state anch’esse invitate alla celebrazione della festa Holi.  La rilevanza della notizia è stata fortunatamente ben compresa e diffusa dai media, non solo indiani.                                                                                                          La ribellione alle concezione tradizionale delle vedove nella società indiana è solo una parte di una ribellione ben più generale agli stupri, alle violenze e alle uccisioni di cui quotidianamente sono fatto oggetto le donne, anche molto giovani, in tutta la società indiana.  Oggi la reazione delle donne indiane è vigorosa, e richiede un supporto politico che ancora è lento ed esitante.  Ma la battaglia contro “gli uomini che odiano le donne” è oggi un fronte globale, uno dei tanti conflitti aperti in questa “guerra civile planetaria” dei nostri giorni.  Pensiamo solo ai folli interventi dei talebani nella stessa Asia Meridionale (Pakistan e Afghanistan) contro il diritto all’istruzione delle adolescenti, ai giornalieri “delitti d’onore” di padri, fratelli e mariti in nome di una famiglia tirannica che sono diffusi in tante parti del mondo e, insieme, alle esplosioni di violenza contro le donne che ogni giorno emergono dalle pagine dei giornali in questa stessa Italia, che si pretende tanto laica e desacralizzata. Le differenze religiose e culturali scompaiono letteralmente dinanzi allo stesso avversario e alla stessa meta di una lotta comune delle donne. Nel male e nel bene, il mondo è sempre più diventato uno: l’impegno per i diritti umani non deve conoscere divisioni e non può aver sosta.

Rohingya: la minoranza più perseguitata al mondo

Il crepuscolo degli ordini totalitari spesso si accompagna a un’intensificazione di scontri e violenze a base etnica e nazionalista.  Un regime totalitario, infatti, non aspira a procedere a una conciliazione dei conflitti preesistenti, ma piuttosto li soffoca sotto la sua coltre o, peggio ancora, li utilizza per dividere a suo vantaggio la società e la nazione.  Così, quando la morsa si allenta, il fuoco sotto la cenere divampa ulteriormente.  A maggior ragione, la conflittualità si esaspera quando la transizione verso un nuovo regime provoca insicurezza economica e politica.  Le collettività e gli individui insicuri vanno allora facilmente in cerca di comodi capri espiatori.

Milosevic

Spesso è proprio l’élite dominante nell’antico ordine a giocare la carta del nazionalismo, per acquistare nuova legittimità agli occhi della popolazione.  Si alimentano conflitti endemici a base etnica o religiosa, o se ne inventano di nuovi.  Anche nella modernità l’individuazione di un capro espiatorio è una strategia abituale per compattare una comunità.  Anche l’Europa dei nostri giorni ha ben conosciuto questa strategia, praticata fra l’altro in modo esemplare da Slobodan Milosevic nel processo disgregativo della Iugoslavia alla fine degli anni ottanta e negli anni novanta.

Negli ultimi anni il Myanmar (Birmania) è coinvolto in un processo analogo.  Proprio mentre il governo sembra aver fatto importanti passi avanti verso la democratizzazione e il rispetto dei diritti umani, la scena è dominata – nell’Arakan, lo stato più occidentale del paese – da violenze e scontri tragici e ripetuti fra la maggioranza di religione buddhista e la minoranza musulmana, avendo come bersaglio particolare l’etnia Rohingya.

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Questa si differenzia dalla maggioranza della regione non solo per motivi religiosi ma anche linguistici: mentre la gran parte delle etnie birmane parlano lingue sino-tibetane, i Rohingya parlano una lingua indoeuropea, imparentata con le lingue del vicino Bangladesh (in particolare con la parlata di Chittagong, che è una varietà differenziata del bengali).  Nella regione gruppi di musulmani vivono invero dall’ottavo secolo, in conseguenza della loro prima espansione nell’Asia meridionale.  Eppure il regime nega a tutt’oggi ai Rohingya lo statuto di cittadini del Myanmar (che si compone di 130 etnie), considerandoli immigrati recentissimi del Bangladesh.

La condizione dei musulmani in Birmania è stata storicamente precaria.  Ma si è aggravata ancora di più durante la seconda guerra mondiale, quando furono bersaglio dei simpatizzanti per gli invasori giapponesi.  Ciò condusse a massacri vicendevoli, le cui ferite non si sono affatto risanate.  Anzi, il regime militare e totalitario birmano degli ultimi decenni ha spesso favorito il riaprirsi di scontri e violenze, seguendo il copione abituale del   Continua a leggere