La Cina, in cerca di nuovi spazi: dipendenza energetica e attivismo diplomatico

L’impetuosa crescita economica degli ultimi decenni, con tutti i sommovimenti sociali ad essa connessa, ha trasformato radicalmente la condizione e la politica energetica della Cina.  La Cina continua ad essere il quarto produttore di petrolio al mondo, ma a partire dal 1993 ha dovuto importarne quantità sempre maggiori per soddisfare la sua domanda interna.  Nel 2014 è così diventata il maggior importatore di petrolio al mondo, superando gli Stati Uniti che detenevano tradizionalmente un tale primato.  Le trasformazioni in atto esprimono l’ininterrotto dinamismo dell’economia cinese dei nostri giorni e, insieme, il riorientamento rdella politica energetica degli Stati Uniti, che attraverso la discussa tecnica del fracking hanno trovato nuove risorse interne per le proprie esigenze energetiche.  Nel giro di breve tempo gli Stati Uniti sono destinati a passare da stato importatore a stato esportatore di gas e di petrolio.

Cina oil importLa parola d’ordine dell’approvvigionamento energetico cinese è: diversificazione.  Certo, una notevole parte delle risorse di cui la Cina ha bisogno provengono pur sempre dalle riserve tradizionali del Medio Oriente, ma è notevole anche la proporzione che proviene dall’Africa e dall’America Meridionale.  In prospettiva, si aggiungono le risorse di gas e di petrolio della Siberia orientale, fatte oggetto di un accordo politico con la Russia nel 2014, nel bel mezzo della crisi internazionale per l’annessione della Crimea da parte di quest’ultima.  A prima vista, è un accordo da cui entrambi i contraenti escono vincitori: la Cina, perché riceverà le forniture energetiche ad un prezzo moderato; la Russia, perché nel momento di maggior difficoltà nei suoi rapporti con l’occidente è riuscita a mostrare di non essere isolata nel mondo e anzi, forzando un po’ i termini, di essere una nazione amica del gigante asiatico.  Per la Cina, però, i vantaggi non sono soltanto, e non sono tanto di natura contabile: sono anche e soprattutto di natura strategica.  Il gas e il petrolio arriveranno via terra, attraverso nuove condutture che la Russia si appresta a costruire, e alleggeriranno l’interminabile percorso nei mari dell’Asia Meridionale e Orientale, con le preziose risorse caricate su petroliere giganti, alle quali è a tutt’oggi affidata la massima parte degli approvvigionamenti energetici cinesi.

russia-china-gas-deal-2014A rendere inquieti i cinesi sono la lunghezza, la tortuosità e i costi del grande itinerario marittimo che fa convergere, nell’Oceano Indiano, le rotte che provengono dal Medio Oriente, dall’Africa e dal Mediterraneo (via Canale di Suez) per farle oltrepassare l’affollatissimo stretto di Malacca (un quarto delle merci mondiali passano di qui), attraversare il Mar Cinese Meridionale e raggiungere nella madrepatria i vari porti di destinazione.  Ma ancora più preoccupante è la vulnerabilità di quest’itinerario marittimo che impone la necessità di uno stretto controllo politico sul corridoio chiave di Malacca e sui diversi stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale.  Fino ad oggi la stabilità della regione è garantita soprattutto grazie alle buone relazioni che intercorrono fra la Cina da un lato e Singapore, Malaysia e Indonesia dall’altro: la presenza della pirateria in queste acque ha tuttavia condotto a molte situazioni pericolose e ha imposto un’intensa cooperazione internazionale per far fronte a tale rischio.  Di recente, tuttavia, questa stabilità è stata messa in discussione dalla crescente rivalità fra la Cina e alcuni paesi che si affacciano su questi mari (Vietnam, Filippine, e più lontano, il Giappone). Più che timori per il momento presente, i cinesi vivono un’insicurezza strategica sui tempi lunghi: una destabilizzazione dei luoghi da parte di una qualsiasi potenza ostile sarebbe disastrosa per tutta l’economia e la società cinese, mettendo in discussione le sue attuali realizzazioni.  Con in mente tali considerazioni la Cina mira così ad accompagnare il pluralismo delle fonti delle sue risorse energetiche con un pluralismo altrettanto spinto degli itinerari che dovrebbero condurre tali risorse nella madrepatria.

String-of-Pearls - Cina OccidentaleSolo in parte la Cina oggi sceglie di privilegiare itinerari esclusivamente terrestri per procurarsi le risorse energetiche di cui ha bisogno: oltre all’accordo con la Russia, ricordiamo l’acquisto da parte dei cinesi di un’importante compagnia petrolifera kazaka (Petrokazakhstan) e la costruzione di un gasdotto per condurre il gas turkmeno in Cina attraverso l’Uzbekistan e lo stesso Kazakhstan.  La strategia prevalente è però quella di accorciare il percorso via mare delle risorse energetiche e di altre merci, eliminando il lungo tratto finale (compreso il passaggio critico nello stretto di Malacca) e complementandolo con percorsi terrestri più diretti.  Questa esigenza ha condotto alla visione cinese della “catena delle perle”, che ha individuato taluni porti dell’Oceano Indiano particolarmente adatti all’interscambio fra le navi e i percorsi terrestri.  Tali sono il porto di Kyaukphyu in Myanmar (Birmania), da dove prendono il via un gasdotto e un oleodotto per lo Yunnan volti anche ad utilizzare le notevoli risorse energetiche presenti sulla costa birmana; il porto di Chittagong in Bangladesh; il porto di Hambantota in Sri Lanka.                                                             Ma il partner di gran lunga più importante, indispensabile per il successo di questa strategia cinese, è il Pakistan.  Nel 2013 la Cina si è accordata con il Pakistan per la ristrutturazione, l’ampliamento e il controllo delle operazioni del porto di Gwadar, situato sull’Oceano Indiano all’estremità occidentale del Pakistan, nella regione del Belucistan ai confini dell’Iran.  L’area è a tutt’oggi remota e isolata, anche se il suo possesso per il controllo delle vie marittime fra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano era già ambito agli inizi dell’età moderna, quando fu contesa tra il Portogallo e l’Impero Ottomano.  Ma l’approdo delle petroliere e delle navi commerciali a Gwadar per la Cina per la Cina potrebbe significare un taglio decisivo del loro percorso marittimo, ancora più consistente di quelli resi possibili dagli approdi in Bangladesh o in Myanmar.  Da Gwadar alle frontiere sud-occidentali della Cina intercorrono circa 2000 km., un tragitto ben più corto del percorso marittimo tradizionale.  E di questa linea di approvviggionamento approfitterebbero soprattutto le regioni occidentali dello stato cinese, che oggi sono ancora e più che mai percepite come una frontiera coloniale da popolare e da sviluppare.                                                                           karakoram-highway                                                                  E’ già da alcuni decenni che i cinesi hanno messo gli occhi sul corridoio pakistano, per aprirsi la strada verso l’Oceano Indiano.  Grazie al loro contributo è stata inaugurata, nel 1979, la Karakoram Highway, battezzata anche “strada dell’amicizia”: è la strada asfaltata più alta del pianeta, che supera la seconda maggiore catena montuosa del mondo ai 4693 m. del passo Khunjerab.   Nel 2010 la strada però è stata interrotta, nella valle degli Hunza nel Pakistan settentrionale, da un’enorme frana che ha prodotto un esteso lago artificiale: da allora i carichi diretti in Cina devono essere trasbordati in barca per riprendere poi il percorso stradale.  Le presenti difficoltà hanno reso ancora più attuale l’idea di un percorso ferroviario in grado di servirsi opportunamente di tunnel per superare la regione accidentata del Karakorum.  Il problema è che, perché abbia luogo una ricaduta economica positiva, non solo devono essere posate parecchie centinaia di chilometri di nuovi binari dalla Cina al Pakistan, ma deve anche essere riabilitata e ristrutturata l’intera rete ferroviaria pakistana, che oggi versa in uno stato di notevole degrado.                                                                                                             La Cina, però, si sente all’altezza della sfida.  Così nell’aprile del 2015 la visita del presidente cinese Xi Jinping in Pakistan ha condotto a una serie di accordi prospettanti non solo la realizzazione delle infrastrutture di trasporto indispensabili alla creazione del nuovo corridoio strategico fra Cina occidentale (Xinjiang) e Gwadar, ma anche la realizzazione di oleodotti e gasdotti, la cablazione con fibre ottiche, la cooperazione in campo energetico attraverso progetti basati sia sull’energia nucleare sia sulle energie rinnovabili.  E questi accordi di un peso economico estremamente ingente si accompagnano a una cooperazione militare già intensa da parecchi anni, che oggi per il Pakistan appare rendere la Cina un alleato ancora più importante del tradizionale alleato statunitense, e che in prospettiva potrebbe perfino soppiantarlo. Già negli anni della guerra fredda, del resto, Cina e Pakistan avevano spesso condiviso vedute che li opponevano a quello che entrambi consideravano un loro nemico naturale nella regione: l’India.                 Proprio per questo l’intera strategia della “catena delle perle”, e il suo asse fondamentale che è il corridoio infrastrutturale fra Cina e Pakistan, hanno destato notevole allarme nel vicino indiano, che ha sospettato una sua possibile utilizzazione militare.  A ciò la Cina ha reagito non solo con rassicurazioni formali, ma anche con mosse concrete volte alla cooperazione con la stessa India, indicandole come complementari e non come alternative all’asse Cina-Pakistan.  Le dispute di frontiera fra Cina e India permangono forti.  Ma alla fine del 2014 e agli inizi del 2015 vi sono stati due incontri fra Xi Jinping e il nuovo premier indiano, Narendra Modi, il cui risultato più importante sembra essere, per il momento, Continua a leggere

1914-2014: l’età delle guerre mondiali. La nuova minaccia totalitaria

La storia è imprevedibile, e spesso scomoda.  L’anno in cui dovevamo soffermarci a riflettere sul significato profondo del centenario della catastrofe del 1914 è stato uno degli anni più densi di conflitti e di tragedie dalla fine della seconda guerra mondiale.  Come se fossero parte di un disperato invito alla vigilanza, alla difesa di conquiste che ritenevamo irreversibili e perciò scontate, si sono succeduti, alternati e intrecciati tanti scenari di guerra, attuali e potenziali, di diversa natura e dalle diverse cause.  Il monito da far nostro è che in questa età della globalizzazione non si può non andare avanti, se non si vuole andare indietro.  Sapremo imboccare con coraggio una stretta strada che ci conduca alla costruzione di una civilità planetaria, alla condivisione di regole comuni a tutte le nazioni e a tutte le culture, per un governo del mondo su scala globale?  Oppure verremo risucchiati in un’interminabile età di guerra, con antiche e nuove barbarie mescolate in un mosaico agghiacciante?  E, fra queste regole comuni, si ergono il rispetto e lo sviluppo dei diritti umani, tragicamente calpestati nell’anno di guerra 2014.
Nei primi mesi dell’anno il fronte più caldo del mondo appariva quello dell’Asia orientale, tanto da far porre la domanda se le molte tensioni intercorrenti fra i molti attori operanti sulla scena non potessero deragliare in un conflitto aperto, innescato forse da un singolo evento di importanza apparentemente minore, come a Sarajevo nel 1914.  xi jinping-shinzo abeIl fatto è, che per l’Asia orientale, il dopoguerra non è ancora finito e la riconciliazione fra Cina e Corea del Sud da un lato e il Giappone dall’altro non è avvenuta.  Ciò provoca ancora ondate di nazionalismo popolare che, in un certo senso, scavalcano i governi stessi e li spingono verso politiche nazionaliste ancora più rigide.  Le tensioni sono continuate per tutto l’anno, hanno coinvolto altri attori come il Vietnam e sono state accompagnate dalle intermittenti provocazioni dell’incognita nord-coreana.  Però i canali diplomatici restano aperti, come mostra la stretta di mano (per quanto fredda) fra i due contendenti maggiori – il giapponese Shinzo Abe e il cinese Xi Jinping – e l’attivismo internazionale di quest’ultimo.  Egli ha fra l’altro visitato il premier neoeletto dell’India, il nazionalista Narendra Modi, alla ricerca di nuove forme di cooperazione fra due potenze che nell’età della guerra fredda non si sono certo amate (e, talvolta, si sono apertamente scontrate).     I canali diplomatici restano aperti – nonostante un gioco di sanzioni e di controsanzioni – anche in un altro focolaio di crisi all’estremità opposta del continente eurasiatico: in Ucraina e nelle coste del Mar Nero. Qui il conflitto dei nostri giorni rievoca non la situazione posteriore al 1945, ma quella antecedente al 1914: l’età in cui i grandi imperi del mondo andavano in cerca di qualunque situazione potesse legittimare le loro ambizioni espansive, in genere a spese di popoli, nazioni o etnie al momento più deboli, con o senza l’accordo delle altre potenze egemoni.  E l’impero russo era pronto a cercare e a sfruttare tali situazioni, a partire del settecento, quando già aveva considerato l’odierna Ucraina un suo fronte designato di espansione, a spese sia dell’Impero Ottomano che della Polonia.

Tsar PutinIl carattere imperiale della Russia è sopravvissuto alla fine degli zar, trovando una nuova incarnazione nello stalinismo.  Così la questione delle “frontiere occidentali sicure” per l’Unione Sovietica è stata affrontata con successo, secondo la visione del Cremlino, sia nel 1939 che nel 1945:  agli inizi come alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 1939 Stalin non esitò ad accordarsi con Hitler per incorporarsi territori già appartenuti all’impero zarista: Polonia orientale, Lituania, Lettonia, Estonia, Bessarabia (attuale Moldova).  E, nel 1945, mantenne tutte queste conquiste – con ulteriori correzioni a suo favore – quasi legittimato da una pretesa morale, date le enormi devastazioni e le enormi perdite che l’Unione Sovietica dovette sopportare nella guerra antinazista.  Anche se ridotta rispetto alla disciolta Unione Sovietica, e di forma istituzionale repubblicana, ai nostri giorni la Russia autoritaria di Putin mantiene molte caratteristiche dell’impero multinazionale russo dell’età moderna, favorito in ciò dalle sue modalità storiche di espansione: dall’inglobamento coloniale di tanti piccoli popoli territorialmente contigui rispetto al cuore dell’impero, per i quali non si è mai posto – a livello centrale – il problema di un’eventuale decolonizzazione.  E fra le maggiori continuità con l’impero zarista e con l’Unione Sovietica sta l’ipersensibilità russa per la questione delle sue frontiere occidentali. Proprio perché il territorio “imperiale” si è ritirato dopo la svolta del 1989, il distacco politico dell’Ucraina viene percepito con sentimenti di inscurezza da parte dei nazionalisti russi, che oggi prevalgono nel regime e a livello popolare.   D’altra parte, è proprio la scomoda eredità sovietica ad allontanare dalla Russia buona parte dell’opinione pubblica ucraina: per loro restano imperdonabili i milioni di morti conseguenti alla carestia provocata ad arte dal regime staliniano negli anni trenta del novecento (holodomor).

Islamic StateNegli ultimi mesi passi progressi effettivi non hanno avuto luogo, nell’appianare le divergenze in questa “nuova guerra fredda”.  Ma, come del resto nelle fasi anche più acute della guerra fredda, è prevalsa la volontà di mantenere la contesa a livello diplomatico.  La necessità di scongiurare una nuova Sarajevo è per ora attentamente presidiata.                Proprio perché in un mondo così pieno di tensioni e di confliti dell’inizio l’occidente tende a ragionare inevitabilmente – e, diremmo, fortunatamente – per via politica e diplomatica, esso si è trovato spiazzato nei confronti di un avversario di nuovo tipo: un avversario che fa della violenza la sua parola d’ordine esibita ed esasperata, che è ideologicamente contrario a ogni idea di politica e di diplomazia, che proclama un conflitto da lui unilateralmente definito intenzionalmente come un conflitto di religioni.  Da parte nostra è meglio definirlo: un conflitto fra un tentativo di negazione di tutte le forme concrete delle culture del mondo (dato le inclinazioni intimamente distruttive di questo nuovo avversario) e il rispetto e la valorizzazione di queste culture.                                                                  La  voce di Edgar Morin è continuata a risuonare alta, in questi decenni: vigilare perché una terza forma di totalitarismo poteva nascere, dopo la sconfitta del nazismo e la dissoluzione dello stalinismo.  Adesso è nata, e ci ha dichiarato guerra.  La definiremo jihadista, almeno in via provvisoria, dato che fa della guerra e della violenza la sua prima ragione d’essere.  Evitiamo di aggiungere l’aggettivo islamista, per non passare indebitamente dalla parte al tutto, dall’ideologia estremista di una minoranza a una religione di portata mondiale che permane a tutt’oggi diversificata.  Però la nostra scelta terminologica non ci esime, a tempo debito, di porci la scomoda domanda: “che cosa ha a che fare l’islam con tutto ciò?”.  Su questa domanda, non potremo non tornare.             Il dilagare delle bande ultra-integraliste nella Siria e nell’Iraq devastati dalla guerra civile, l’autoproclamazione di un sedicente stato islamico (IS) e poi di un califfato, l’aggressione al popolo curdo sono giunti come un fulmine a ciel sereno all’opinione pubblica occidentale.   Improvvisamente, ci siamo trovati dinanzi a una serie di crimini di Kobaneguerra che appaiono una sintesi di quanto di più efferato sia stato prodotto nell’ultimo secolo: genocidi; conversioni imposte con la violenza; rapimenti di donne e di bambini; reclutamento di “bambini guerrieri”; stragi di civili; decapitazioni a sangue freddo di giornalisti, di giuriste impegnate nella difesa dei diritti delle donne e di incolpevoli ostaggi occidentali; distruzioni di luoghi sacri e di altre inestimabili testimonianze del passato, in atti che sono stati definiti di “pulizia culturale” (e, direi anche, di “genocidio culturale”).  Forse il tratto più conturbante è che, da parte dell’IS, l’esecrata pratica della schiavitù non solo viene massicciamente praticata, ma viene esplicitamente teorizzata, nel 2014.  Dobbiamo tornare a qualche pagina oscura dei conquistadores spagnoli delle Americhe per trovare qualcosa di analogo, e forse nemmeno allora asserito così spudoratamente.  E, in ogni caso, nemmeno i conquistadores spagnoli sono arrivati a teorizzare la schiavitù sessuale delle donne, anche se episodicamente l’avranno certo praticata.                                                                                                                           Si è potuto osservare come la violenza nei territori occupati dall’IS sia di tipo ancora più estremo di quella terroristica praticata da al-Qaeda.  Al tempo di Osama Bin Laden e dell’11 settembre 2001 la violenza poteva apparire un mezzo per produrre un fine: la sollevazione islamica mondiale.  Oggi la violenza è ancor più fine a se stessa: produce la pulizia etnica (nel senso più forte del termine) di tutti coloro che non adottano il modo di vita violentemente imposto.  Soprattutto, l’IS ha un’attitudine ben più estremista di al-Qaeda nei confronti dello stesso mondo islamico.  Mentre al-Qaeda propugnava l’unità degli islamici e esibiva un certo rispetto per le loro diverse tradizioni, oggi l’ideologia del califfato proclama eretici – e quindi vittime designate – tutti gli islamici che non aderiscono alle loro visioni, e soprattutto gli sciiti, considerati “non islamici” alla pari di tutti i cristiani, ebrei, yazidi e di tutti gli appartenenti alle altre confessioni del mondo.                          Stare davanti a violenze di questo genere è quasi intollerabile.  La prima reazione, naturale, è quella di distogliere lo sguardo, di credere che non siano vere e come ultima istanza di appellarsi alla lontananza e all’arcaismo del contesto. Questo è avvenuto, a suo tempo, nel caso dei Taliban afghani.  Ma questo è avvenuto anche nel caso dei crimini nazisti e stalinisti compiuti nel cuore dell’Europa, la notizia dei quali filtrava da frammenti di narrazioni agli inizi valutati inverosimili.  La scoperta della vera portata dell’olocausto, nel 1945, e della sistematicità dei gulag, nel 1956, è stato un grave fattore di turbamento, ma anche di crescita della vigilanza democratica europea.  Oggi dobbiamo intraprendere operazioni analoghe, cercando di ragionare sui misfatti di un nemico che è molto diverso, e in alcune conseguenze può essere perfino peggiore del nazismo e dello stalinismo.           Da qui dobbiamo comunque partire: dall’esperienza di un’Europa che ha intrapreso con coraggio la lotta contro i due totalitarismi del ventesimo secolo e che oggi deve combattere con altrettanto coraggio contro il totalitarismo del nuovo secolo.  E’ inevitabile  chiederci in quali aspetti il nemico attuale differisca da quelli affrontati a suo tempo.  Scopriamo così come il nazismo e lo stalinismo abbiano messo in moto i loro apparati mortiferi grazie a una presa di potere delle istituzioni di stati molto importanti in Europa e Continua a leggere

Giappone: ritorno al passato?

Park Geun-hye è stata eletta Presidente della Corea del Sud nel dicembre del 2012.  E’ la prima donna a rivestire questa carica nel suo stato e, più in generale, ad assumere un ruolo così rilevante in un’area del mondo in cui la presenza femminile in politica non è particolarmente diffusa.  Fra tanti radicalismi e irresponsabilità dei paesi vicini la sua voce risuona per autorevolezza e moderazione.  Ha proposto, ad esempio, la costituzione di una commissione comune tra giapponesi e sudcoreani per la riscrittura dei libri di storia, sull’esempio di quanto hanno fatto da tempo tedeschi e francesi, tedeschi e polacchi: la riconciliazione postbellica, che in Asia Orientale a tutt’oggi non è avvenuta, non può che fondarsi sulla diffusione nelle giovani generazioni di una memoria critica, per metterle in grado di soppesare torti e ragioni reciproche e di prendere la distanza dagli errori e dagli orrori del passato.  Non a caso, nell’Estremo Oriente dei nostri giorni, un problema educativo fondamentale è la marginalizzazione delle conoscenze storiche: una studentessa giapponese ha raccontato della compressione, nel suo corso di studi, dell’intera storia umana in un solo anno (!), da Homo erectus alla globalizzazione.

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Così il rifiuto di Park Geun-hye di più stretti rapporti con l’attuale governo giapponese per affrontare i tanti problemi dell’area è un segno forte del disagio dei sudcoreani nei confronti della politica della memoria (o dell’oblio) dei vicini: a tutt’oggi i giapponesi non sono inclini ad ammettere le atrocità da loro commesse nei decenni di dominio coloniale, 1905-45.  Anzi, le relazioni sono sempre sul punto di deteriorarsi ulteriormente, perché è ancor viva la questione delle centinaia di migliaia di donne e di ragazze – provenienti da tutte le nazioni occupate dal Giappone, ma soprattutto dalla Corea del sud – costrette a forza a prostituirsi ad uso e consumo dei militari giapponesi durante la seconda guerra mondiale.  La ferita è sempre aperta:  il governo giapponese aveva avanzato un’ammissione di colpa nel 1993, ammettendo che l’uso della forza e della coercizione non poteva essere negato.  Ma negli ultimi anni alcuni esponenti neo-nazionalisti giapponesi hanno preso le distanze da questa ammissione, insistendo ostinatamente – e senza alcuna ragione da parte loro – sulla volontarietà della prostituzione di queste comfort women, secondo l’eufemismo con cui erano state definite le vittime: lo stesso Yoshihide Suga, portavoce dell’attuale governo, ha sostenuto la possibilità di una revisione della posizione ufficiale adottata dal Giappone due decenni or sono.  Fortunatamente il primo ministro Shinzo Abe non l’ha seguito su questa strada e ha fatto sapere che nessuna revisione è all’ordine del giorno.

China South KoreaLa Corea del Sud e la Cina oggi si trovano dalla stessa parte, per fronteggiare il revisionismo giapponese che non è una frangia minoritaria di estrema destra e che anzi trova espressione insistita in persone vicine all’attuale governo.  Di questo revisionismo vi è un’espressione controllata, ma proprio per questo alquanto irritante: in guerra, soprattutto nel ventesimo secolo, di crimini ne avrebbero commessi tutti quanti e non si vedrebbero motivi particolari per scuse e per ammissioni di colpa unilaterali.  Ve ne sono però anche espressioni più spinte, che considerano i crimini di guerra giapponesi in Cina (come il massacro di Nanchino) puri e semplici prodotti della propaganda statunitense e che si dilatano in un  negazionismo nei confronti dell’Olocausto, nella distruzione di copie del Diario di Anna Frank, in un’esaltazione dello stesso Adolf Hitler.  Questo tipo di revisionismo, che in molti paesi d’Europa è legalmente sanzionato, rischia oggi di diventare in Giappone quasi moneta corrente.  I cinesi, preoccupati, fanno nel contempo notare come il nonno di Shinzo Abe, Nobusuke Kishi, che era stato a sua volta primo ministro negli anni cinquanta, si fosse macchiato di crimini di guerra durante l’occupazione giapponese della Manciuria, e della regione di Shenyang in particolare, negli anni successivi al 1931.                              Il governo di Abe oggi gode di un notevole consenso popolare in Giappone, ma questo non significa che manchino voci critiche autorevoli, anche se al momento minoritarie.  Una delle più significative è quella di Hayao Miyazaki, il grande regista autore di tanti poetici film d’animazione. Nel suo ultimo film – Si alza il vento - ha affrontato proprio il tema Continua a leggere

Nei mari dell’estremo oriente: imperi in collisione

Il mondo abbonda di guerre e di guerre civili, in particolare nell’area che è stata definita “Medio Oriente allargato” (dal Marocco al Bangladesh) e che oggi si è estesa all’Africa settentrionale e centrale: Mali, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Sudan/Sud Sudan, Somalia sono altrettanti focolai di conflitti che rischiano di dilagare.  Ma gli sguardi dei politici e degli specialisti si rivolgono con altrettanta preoccupazione alla scena dell’Asia orientale: qui si spara non con le armi, ma con le parole e con i gesti simbolici.  E la tensione continua ad aumentare, e con essa il timore che una catena di fraintendimenti possa dar fuoco alle polveri (retoricamente, si ricorda che nel 2014 cade il centesimo anniversario di Sarajevo 1914).                                                                                      Negli ultimi mesi, l’irresponsabilità dei politici della regione è stata notevole.  Alla fine del 2013 il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha fatto una mossa da anni evitata e sconsigliata: la visita al tempio scintoista Yasukuni, dove sono onorati i soldati che hanno combattuto per il Giappone in tutto il ciclo delle sue guerre espansionistiche, dalla seconda metà dall’ottocento alla seconda guerra mondiale.  E, soprattutto, qui sono celebrati anche criminali di guerra, riconosciuti come tali nei processi posteriori al 1945.  La Cina ha reagito duramente: ha proclamato Abe persona non grata, rinviando a tempi da destinarsi le possibilità di una co-gestione di un’area così importante.

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Poche settimane dopo, il presidente delle Filippine Benigno Aquino ha denunciato con toni esasperati la politica espansionista dei governanti cinesi, paragonandola a quella condotta da Hitler nel 1938 e perciò esortando velatamente gli americani suoi alleati a reagire diversamente da quanto fecero allora gli europei.    Abe, Aquino e le loro controparti cinesi adottano retoriche ardentemente nazionaliste: i confini sacri della patria sono violati.  Vi è in effetti una contesa immediata di ordine territoriale: quella della delimitazione delle frontiere marittime della Cina, da sempre molto fluide e oggetto di ricorrenti e irrisolte controversie (a cui, del resto, ben si prestano le frontiere marittime in tutto il mondo).  La tensione fra Cina e Giappone per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale si sta trascinando da decenni, e oggi conosce una nuova intensificazione.  Ma questa non è l’unica occasione di crisi nei mari dell’Estremo Oriente.  Se vogliamo comprendere quanto sia intricata la situazione in quella sorta di “Mediterraneo” dell’Estremo Oriente dobbiamo passare dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale, e raggiungere l’arcipelago delle isole Spratly.  Queste sono un insieme di isole, atolli, barriere coralline dispersi in un’area piuttosto vasta, che affiorano a malapena dalle acque: le loro parti sommerse rendono difficile la navigazione nella zona, anche perché le mappature cartografiche sono a tutt’oggi insufficienti.  Le isole sono presenti in antiche mappe cinesi, e successivamente sono state visitate anche da navigatori delle potenze coloniali europee, ma fino a tempi assai recenti non hanno conosciuto alcun stanziamento fisso.

SpratlyOggi, però, su circa 45 di queste isole si sono insediate guarnigioni militari della Cina, di Taiwan, del Vietnam, delle Filippine, della Malaysia, tutti attori che reclamano il possesso della zona.  Qualche sporadico incidente è pure avvenuto.  Anche il Brunei, che non ha messo in atto un’occupazione militare, avanza le sue rivendicazioni.  Il mosaico a macchia di leopardo che ne risulta è surreale, davvero unico persino in un mondo abituato a ostinate contese territoriali.                                                Un altro territorio conteso della zona è dato dalle Isole Paracel, situate a settentrione delle Spratly.  Qui il conflitto è circoscritto fra Cina e Vietnam e una volta, nel 1974, è sfociato in una sanguinosa battaglia navale, quando ancora l’opponente dei cinesi era il Vietnam del sud, alleato degli Stati Uniti: ma il conflitto non è stato risolto nemmeno fra due stati ancora nominalmente comunisti.  La Cina poi rivendica ulteriori affioramenti marini, banchi sommersi a pochi metri di profondità.  Fra questi il James Shoal, che si trova a ben 1800 chilometri a sud dalla terraferma cinese e a soli 80 chilometri a nord della Malaysia (nel Borneo), che a sua volta lo rivendica.  Anche questa zona è fatta oggetto attualmente dei pattugliamenti della marina cinese.                                                                                      Ma che siano confini marittimi o terrestri, non c’è dubbio alcuno che i confini della Cina siano e siano sempre stati confini imperiali, molto più simili a quelli del mondo antico e medioevale (segnatamente: a quelli dell’Impero romano) che a quelli degli stati nazionali Continua a leggere

Airpocalypse: l’inquinamento e i rischi del modello di sviluppo asiatico

Nel mese di giugno 2013 abbiamo avuto un’ulteriore illustrazione del fatto che i problemi ecologici non possono conoscere confini nell’attuale mondo globalizzato.  La città stato di Singapore è stata invasa da una spessa caligine, e il livello di inquinamento atmosferico ha raggiunto quota 300, misurata in microgrammi per metro cubo di particolato fine, cioè di polveri sospese che possono penetrare nei polmoni (ricordiamo che per non influire negativamente sulla salute il limite della percentuale di particolato fine nell’aria non dovrebbe superare i 15-30 microgrammi per metro cubo nella media annuale).  Eppure Singapore si fa vanto di essere una città verde e vivibile, ed è anche impegnata in un ampio programma di estensione della rete metropolitana. La caligine proveniva però dagli incendi provocati intenzionalmente nella vicina Indonesia, in particolare nell’isola di Sumatra.  Scopo di tali incendi è di dilatare lo spazio destinato alla monocoltura della palma: ai nostri giorni l’olio di palma  è fatto oggetto di una grande richiesta su scala mondiale, per molteplici usi alimentari e cosmetici.  Soprattutto per questo motivo l’Indonesia è oggi uno dei paesi che più danneggia l’ecosistema della foresta equatoriale, minacciando la conservazione delle popolazioni tribali e delle specie endemiche: particolarmente a rischio sono la tigre di Sumatra e soprattutto l’orangutan.

Se a Singapore un inquinamento così massiccio può ancora risultare episodico o comunque stagionale, esso è divenuto una drammatica costante della vita urbana di Pechino e di molte altre metropoli della Cina, soprattutto settentrionale.  Le esigenze della produzione industriale e il riscaldamento nei mesi freddi qui producono un cocktail micidiale, soprattutto perché si basano a tutt’oggi sul carbone come materia prima principale.  Negli ultimi tempi a questi fattori primari si aggiunge il costante incremento del traffico privato che peggiora ulteriormente la situazione.  La vita quotidiana dei cittadini cinesi metropolitani è pesantemente turbata e in certi periodi dell’anno sconvolta, con gravi restrizioni alla loro mobilità e anche con la fuga più o meno temporanea dalle metropoli.  Ma nonostante tutte le precauzioni la loro salute continua a essere a grave rischio.  In prima linea sono naturalmente i soggetti generazionalmente o costituzionalmente più deboli: ma i danni complessivi sono ben più generali.  Nessuno è davvero immune.

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La gravità della situazione è stata messa in risalto da un recente studio che mette in evidenza come gli effetti disastrosi dell’inquinamento siano ancora più pronunciati nelle regioni settentrionali: qui, infatti, il maggior rigore del clima rende indispensabile il riscaldamento (in gran parte a carbone) per lunghi periodi dell’anno. Esiste al proposito un preciso confine al quale fare riferimento: il fiume Huai, a nord del quale il governo distribuisce gratis il carbone alla popolazione per il riscaldamento invernale.  Le differenze sanitarie fra le popolazioni prese in esame, rispettivamente a nord e a sud del fiume, sono impressionanti.  La vita media dei cinesi “settentrionali” è di cinque anni e mezzo inferiore a quella dei cinesi “meridionali”, e il divario è dovuto in particolar modo alla maggior diffusione delle malattie cardiache e dei cancri al polmone.  Questo significa che nel periodo 1991-2000 le popolazioni della Cina settentrionale hanno perso complessivamente 2 miliardi e 500 milioni di anni di vita rispetto ai loro concittadini della Cina meridionale, con una parallela riduzione di un ottavo nel complesso della forza lavoro.                                                                                                                          L’attuale modello di sviluppo cinese sembra ricalcare molti aspetti dell’industrializzazione forzata dell’occidente nell’ottocento e agli inizi del novecento: scarso rispetto per l’ambiente, minima tutela per il lavoratori (il welfare era al di là da venire).  Se la Cina riesca a prendere consapevolezza delle grandi falle di questo modello di sviluppo con maggiore rapidità di quanto fece allora l’occidente è tutto da vedere: la risposta può influenzare decisamente sia la situazione ambientale mondiale, sia l’evoluzione del sistema politico e sociale della stessa Cina.  Quel che è certo che il tema dell’ambiente, di per sé non direttamente politico, può diventare oggetto di serrate contese in seguito alla pressione Continua a leggere

Un mondo polverizzato: i fronti dell’Estremo Oriente

Negli ultimi anni un’altra area calda si è aggiunta all’area, già di per sé molto calda ed estesa, in cui sono proliferati i conflitti negli ultimi decenni.  L’Estremo Oriente oggi si concatena con il “grande Medio Oriente”, creando un mosaico di ardua decifrazione e di difficile governo.  L’Estremo Oriente non è solo il teatro della paranoia della Corea del Nord e delle tensioni latenti fra Corea del Sud e Giappone.  E’ anche e soprattutto il teatro dello scontro fra la consapevolezza cinese del suo nuovo ruolo di grande potenza globale, da un lato, e l’insicurezza e il neo-nazionalismo giapponesi dall’altro.

Senkaku islands

Lo scontro è affiorato in tutta evidenza nel settembre 2012, per una controversia apparentemente minore: il possesso delle isole Senkaku (versione giapponese) o Diaoyu (versione cinese), un arcipelago disabitato – attualmente in possesso giapponese – che si trova nel Mar Cinese Orientale e che è rivendicato sia dalla Cina popolare sia da Taiwan (nella prossimità delle cui coste si trova).  Non sono preziose tanto le isole, quanto il tratto di mare che le circonda: sia per la questione dei diritti di pesca sia, soprattutto, per la scoperta di importanti giacimenti di petrolio e di gas naturale.  Ma lo scenario è di portata ancora più ampia, e coinvolge importanti aspetti simbolici e economici della politica internazionale cinese.

Cina navi

Per sostenere la crescita economica cinese, la questione delle risorse energetiche è vitale.  E la Cina dipende sempre più dall’importazione di gas e di petrolio, che si procura in molte aree del mondo. Il controllo del Mar Cinese (quello orientale, come pure quello meridionale) è dunque vitale per garantire la sicurezza delle petroliere, provenienti dal Medio Oriente o dall’Africa, che doppiano Singapore e che portano il prezioso carico nella madrepatria.  Non a caso la Cina ha contenziosi aperti un po’ con tutti i paesi della zona, per gruppi di isole dallo scarso valore intrinseco ma dall’alto valore strategico.

Ma il conflitto sino-giapponese è ben più radicato, e l’ostilità verso il Giappone è diffusa non tanto nei governanti quanto nella stessa opinione pubblica cinese.  Il fatto è che i cinesi hanno a tutt’oggi una viva memoria dell’aggressione subita da parte del Giappone negli anni trenta e quaranta del novecento (prima e durante la seconda guerra mondiale), e delle atrocità commesse sul suo suolo dagli invasori.

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Nell’Estremo Oriente, le cose sono andate molto diversamente che nell’Europa del dopoguerra. Il Giappone non ha preso appieno le distanze dai crimini di guerra a suo tempo connessi, e una riconciliazione fra Cina e Giappone è mancata.  Spesso, anzi, i politici giapponesi dichiaratamente  Continua a leggere

Corea del Nord: la chiusura e la paranoia

Fra i primati negativi che detiene la Corea del Nord vi è anche quello dello stato che al mondo maggiormente perseguita i cristiani (insieme ai seguaci di tutte le altre religioni).  In un report dedicato al problema, la Corea del Nord mantiene il poco invidiabile primato anno dopo anno.  E’ l’unico paese classificato sotto la voce: ‘persecuzione assoluta’.  Basta professare pratiche religiose per subire ogni genere di vessazioni, per essere giustiziato o imprigionato nei famigerati campi di lavoro.  Ma anche senza arrivare a questi estremi, la discriminazione sociale è sistematica.  Ora, la severità della persecuzione religiosa non dipende tanto dalla tradizionale visione comunista della religione quale “oppio dei popoli”.  Dipende soprattutto dall’estremismo del culto della personalità riservata ai sommi dirigenti, esponenti della dinastia Kim: per alcuni studiosi la Corea del Nord sarebbe assimilabile a una moderna teocrazia.

Corea NordOggi, rispetto al procedere della crisi in corso, gli esperti continuano ad essere divisi.  Mentre in genere i sudcoreani tendono ad assimilare le minacce del presente a una pratica abitudinaria, alcuni esperti cinesi sottolineano che – per quanto folle possa sembrare la strategia del regime nordcoreano – esso perseguirebbe comunque un obiettivo da esso considerato razionale: la riunificazione dell’intera Corea, ad ogni prezzo.  Interrogarsi sulla natura di questo regime, per molti versi enigmatica, non è un fatto puramente accademico, perché potrebbe aiutare a comprendere le mosse dell’avversario in questa situazione così tesa.

Certamente il regime nordcoreano è nato come rappresentante del blocco comunista nell’età della guerra fredda.  Tuttavia, nella rappresentazione ufficiale, i riferimenti al comunismo sono oggi quasi del tutto cessati.  Piuttosto, è onnipresente un termine che dovrebbe esprimere un’ideologia autoctona nord-coreana, elaborazione originaria e originale della dinastia Kim: Juche.

Kim il sungAl di là dell’etimologia (sarebbe la traduzione dell’occidentale ‘soggetto’ ed enfatizzerebbe l’attivismo), l’uso corrente del termine mette in risalto  gli aspetti della ‘confidenza in se stessi’, dell”indipendenza’ e, in ultima istanza, invita a porre la Corea del Nord davanti a ogni cosa.  Naturalmente questa autosufficienza non è realizzata per nulla sul piano economico, dato che la Corea del Nord dipende integralmente dal supporto del vicino cinese.  Ma il messaggio ideologico è chiaro: autarchia e nazionalismo.  Potremmo anche parlare di ‘totalnazionalismo’, secondo un termine che era entrato in voga negli anni novanta per descrivere la conversione dell’ex partito comunista serbo all’ideologia nazionalista della “grande Serbia”.

Molto stimolante al proposito è l’opinione di Brian R. Myers il quale, nel suo libro The cleanest raceparla di ‘nazionalsocialismo’, sottolinea gli elementi esplicitamente razzisti presenti nella società nordcoreana, evidenzia la sua ossessione per la purezza in quanto contrapposta all’impurità e mette in evidenza l’influsso del Giappone imperialista Continua a leggere

L’onore delle donne sudcoreane

La rinascita dell’ultranazionalismo giapponese rischia di amplificare le già gravi instabilità geopolitiche dell’Estremo Oriente.  A settant’anni dal conflitto mondiale, il Giappone non ha ancora proceduto a un univoco riconoscimento dei torti inflitti, e quindi a una vera riconciliazione con i paesi aggrediti e occupati: in particolare con la Cina, ove la memoria dell’oppressione giapponese è profondamente radicata nell’immaginario nazionale.

Sud KoreaAlcune dichiarazioni dell’attuale primo ministro giapponese, Shinzo Abe, possono aprire un altro fronte di ostilità: con la Corea del Sud.  Non ce ne sarebbe bisogno, visto che Giappone e Corea del Sud dovrebbero essere i migliori alleati contro le minacce nordcoreane.

La ferita, nella Corea del Sud, è ancora aperta.  Durante la seconda guerra mondiale decine o addirittura centinaia di migliaia di giovani donne coreane, moltissime delle quali minorenni, erano state prelevate e costrette a servire nelle cosiddette “case di conforto”, quali schiave sessuali dei soldati giapponesi.  Le testimonianze delle sopravvissute sono unanimi nel sottolineare il carattere del tutto obbligato e imposto di ciò che hanno allora subito.

I giapponesi, negli ultimi decenni, avevano fatto alcune ammissioni significative.  Ma adesso Abe riporta indietro l’orologio della storia.  Sostiene, contro l’evidenza, che le  Continua a leggere

Corea del Nord: la globalizzazione del rischio e della follia

Le voci di guerra che giungono dalla Corea del Nord sono estreme, ripetute e dettagliate: minacce di attacchi atomici preventivi alla Corea del Sud e agli Stati Uniti; indicazione delle basi americane di Guam, di Okinawa e delle Hawaii come possibili bersagli militari; filmati di propaganda che dipingono una guerra lampo nella parte meridionale della penisola.

soldati nordcoreani

Certo, notevoli sono le ragioni di propaganda politica interna, per sfruttare l’effetto coesivo di un presunto assedio da parte del mondo esterno.  Certo, si può scorgere anche un incipiente senso di isolamento, nel momento in cui l’alleato tradizionale – la Cina – ha aderito anch’esso alle sanzioni dell’ONU.  Ma resta il fatto che gli Stati Uniti hanno preso le minacce molto sul serio.  Nuovi missili a funzione difensiva dovranno essere collocati nella parte occidentale del paese.  E intanto la NATO si affretta a precisare che il riorientamento dell’apparato difensivo statunitense non danneggerà l’Europa: nel giro di pochi anni anche il territorio europeo sarà schermato dal rischio di possibili attacchi missilistici.  Dalle nostre parti l’avversario da tenere sotto controllo si chiama soprattutto Iran. Continua a leggere

Augusto Midana, ti vogliamo ancora

Alle olimpiadi di Londra si sono disputate 18 gare di lotta: 7 hanno riguardato le categorie di peso della lotta libera; 7 le categorie di peso della lotta greco-romana; 4 le categorie femminili (solo lotta libera).  In tutto sono state assegnate 72 medaglie: la lotta, come gli sport di combattimento in genere (pugilato, judo, taekwondo), assegna alle Olimpiadi due medaglie di bronzo per competizione.

Augusto Midana

La distribuzione delle medaglie per nazione per nazione è stata la seguente: Russia 4/2/5; Giappone 4/0/2; Iran 3/1/2; Azerbaigian 2/2/3; USA 2/0/2; Cuba 1/0/1; Uzbekistan e Corea del Sud 1/0/0; Georgia 0/3/3; Ungheria 0/1/2; Armenia, Canada e India 0/1/1; Bulgaria, Cina, Egitto, Estonia, Portorico e Ucraina 0/1/0; Kazakhstan 0/0/3; Svezia 0/0/2; Colombia, Francia, Lituania, Mongolia, Corea del Nord, Polonia, Spagna e Turchia 0/0/1.

La geopolitica della lotta, Stati Uniti a parte, è centrata sull’Eurasia centrale in senso ampio.  Notiamo anche la presenza, nel medagliere di Londra, di stati importanti come India, Egitto e Turchia: anche qui la lotta costituisce uno degli sport più importanti.  La Turchia a Londra non è andata particolarmente bene, ma dobbiamo ricordare il trionfo dei lottatori turchi a Roma 1960: 7 medaglie d’oro e 2 d’argento.

Negli ultimi anni, alle Olimpiadi vi è stata l’introduzione di sport assai popolari soprattutto Continua a leggere