Tra governabilità e rappresentanza: gli spazi delle minoranze

Bethnal Green and Bow è un collegio elettorale della parte orientale di Londra, che comprende buona parte del borough di Tower Hamlets: sono luoghi ben noti a chiunque si occupi di questioni urbane per la loro ricchissima stratificazione multietnica, per gli interessanti processi di risanamento sociale ed ecologico oggi in atto e anche la presenza di ottime curry houses.   Circa metà della popolazione è di origine asiatica o nera (in particolare del Bangladesh e della Somalia) e coloro che sono ritenuti di confessione islamica superano, anche se di poco, coloro che sono ritenuti di religione cristiana.  Kidderminster è invece una città inglese della regione di Birmingham, meno visitata e mediatizzata dall’East London, e nota soprattutto per la produzione tradizionale di tappeti.  Ma un’analogia elettorale lega le due località: negli ultimi anni entrambi i collegi hanno visto l’elezione al Parlamento inglese di rappresentanti di piccoli movimenti, praticamente degli indipendenti, che hanno sconfitto sul terreno i rappresentanti dei grandi partiti nazionali.  A Kidderminster è successo due volte, nel 2001 e nel 2005, per opera di Richard Taylor, un medico che si è battuto per la difesa dell’ospedale locale, su cui gravava la minaccia di essere privato di servizi essenziali; a Bethnal Green/Bow, nel 2005, il vincitore è stato invece George Galloway, il contestato esponente pacifista e filopalestinese del movimento di estrema sinistra RESPECT, acronimo che sta per: respect, equality, socialism, peace, environmentalism, community, trade unionism.

DTGFP_Whitechapel4.jpg  Whitechapel High Street East LondonNelle elezioni del 2010 i due collegi sono rientrati nei binari della politica tradizionale: a Kidderminster hanno prevalso i conservatori, a Bethnal Green/Bow i laburisti.  Però a George Galloway è riuscito un altro colpo vincente in un turno di elezioni supplettive del 2012, nel collegio di Bradford West, e con un risultato a valanga (55,9% dei voti contro il 25% del candidato laburista).  Inoltre, ancora nel 2010, è stata eletta per la prima volta una rappresentante dei “verdi” inglesi (Green party): Caroline Lucas nel collegio elettorale di Brighton Pavillon.  Il sistema elettorale inglese con collegi elettorali a turno unico non particolarmente equo: può succedere che uno dei due partiti maggiori vinca le elezioni anche prendendo meno voti complessivi dell’altro a livello nazionale.  Per di più,  la rappresentanza del terzo partito nazionale, quello liberal democratico, è sistematicamente sottostimata: nelle elezioni del 2010 il 23% dei voti nazionali gli è valso solo 8,8% dei seggi.  Però il sistema inglese è aperto alle eccezioni, sia pur rare: la legge elettorale non vieta a chi gioca politicamente bene, individuando condizioni per lui favorevoli, di approdare a Westminster anche in condizioni di assoluta minoranza.  Senza contare, naturalmente, i vari esponenti nazionalisti o regionalisti di Galles, Scozia e Irlanda del Nord.                                       Anche la legge elettorale tedesca, assai diversa da quella britannica, possiede uno spiraglio aperto all’eccezione.  La legge elettorale tedesca è notoriamente riassunta come “proporzionale con soglia di sbarramento al 5%”.  Ma questa dizione rischia di tralasciare un aspetto importante:  il numero dei deputati è certo computato in maniera proporzionale, ma metà di loro è eletto in collegi uninominali a turno unico.  E a chi vince in un collegio uninominale, anche se appartenesse a un piccolo partito che non raggiunga la soglia nazionale del 5% del riparto dei voti, e anche se fosse un candidato indipendente, spetta in ogni caso il seggio parlamentare.

Hellersdorf

Candidati realmente indipendenti non sono mai stati eletti, anche se molti ci hanno provato.  Però nel 2002, la PDS, cioè il partito erede dell’antico partito egemone della DDR (la SED), attraversò una profonda crisi e scese sotto la soglia del 5% a livello nazionale.  La crisi fu poi superata a partire dal 2005, quando iniziò a delinearsi la prospettiva pantedesca della Linke.  Ma nel 2002 due candidate della PDS vinsero in due collegi elettorali di Berlino: Berlin Lichtenberg e Berlin Marzahn-Hellersdorf, due sobborghi periferici dell’antica Berlino Est, in cui i post-comunisti avevano mantenuto il loro prestigio quali difensori di un’identità tedesco orientale (Ossis).  Di più: avesse la PDS vinto anche in un terzo collegio – e ci andò abbastanza vicino – avrebbe partecipato al riporto di tutti i seggi su scala nazionale, anche col solo 4% dei voti.  Perché la legge elettorale tedesca dice che al riporto proporzionale dei voti su scala nazionale prendono parte anche i partiti che acquisiscono tre “mandati diretti”, indipendentemente dal fatto che abbiano mancato la soglia del 5%.  E’ una mossa importante per lasciare una porta socchiusa a minoranze piccole, ma influenti.                                                                      Nel modello elettorale francese, uninominale a doppio turno, lo spazio per i partiti minori e anche per gli indipendenti è notevole quando siano in grado di “agganciarsi” a una delle maggiori coalizioni che si contendono il primato; molto di meno quando non lo vogliono o non lo possono.  Gli accordi di coalizione sono articolati e diversificati.  In genere un partito minore o un indipendente di una coalizione compete con concrete possibilità di vittoria in Continua a leggere

Geografie elettorali tedesche: Berlino multicolore in una Germania bicolore

La legge elettorale tedesca, a prima vista, è riassumibile in una definizione semplice: proporzionale con la soglia di sbarramento al 5%.  Ciò vuol dire che la presenza in parlamento spetta solo ai partiti che superano tale soglia, e che solo essi ricevono un numero di seggi esattamente proporzionale ai voti ricevuti.  Dovremmo però dire, con maggior precisione:  ai voti ricevuti con la seconda scheda basata sulle circoscrizioni regionali.  Vi è però anche una prima scheda, che fa riferimento a collegi elettorali uninominali a turno unico (“all’inglese”).  Qui vince e va in parlamento chi prende più voti, foss’anche un indipendente svincolato dai partiti.  Ma la proporzione dei seggi vinti all’uninominale non deve alterare i rapporti di forza complessivi fra i partiti, che dipendono solo dalle seconda scheda.  E su questo punto sorgono notevoli complicazioni della legge elettorale, che in vista delle ultime elezioni è stata riformata proprio per regolare i rapporti tra prima scheda uninominale e seconda scheda proporzionale. Tralasciamo le complicazioni e soffermiamoci  sul fatto che le geografie elettorali tedesche che emergono dalle due rispettive schede sono diverse.  Nel voto uninominale, infatti, i due grandi partiti “popolari” (CDU/CSU e SPD) la fanno da padrone: chi vota i “piccoli” partiti nella scheda proporzionale spesso con la scheda uninominale preferisce supportare un candidato compatibile con le proprie visioni, ma che ha probabilità di essere eletto, piuttosto che il “proprio” candidato in senso stretto.  Di conseguenza è rarissimo che i “piccoli” partiti -Grüne (cioè i “verdi”), Linke e predecessori e, almeno fino a ieri, FDP – eleggano deputati attraverso i collegi uninominali. 

Nordrhein-WestfalenLe elezioni del 22 settembre 2013 non hanno fatto eccezione.  Vista attraverso l’ottica dei collegi uninominali la Germania è segnata in massima parte dal nero della CDU/CSU (che ha fatto il pieno in interi Länder, come la Baviera e il Baden-Württemberg), con varie isole rosse nelle zone metropolitane e operaie dove la SPD è tradizionalmente più forte.  Così, nella mappa accanto, vediamo la Ruhr come “cuore rosso” nella distribuzione dei collegi uninominali nella Renania Settentrionale-Westfalia.                                                                                                      Ma c’è un’eccezione rilevante: Berlino.  Nella capitale tedesca, i 12 collegi elettorali uninominali sono stati spartiti fra tutti e quattro i partiti attualmente rappresentati in parlamento. E la distribuzione del voto nelle varie parti della città è un indice significativo non solo del presente, ma anche di tutta la storia recente della capitale tedesca.  La distribuzione delle preferenze politiche non può infatti prescindere dalle particolari vicende della città, divisa per decenni sia materialmente sia ideologicamente.  D’altra parte, la politica dei nostri giorni riflette abbastanza fedelmente l’immagine per cui è nota al mondo la Berlino contemporanea: quella di un microcosmo in cui coesistono a fianco a fianco stratificazioni sociali e culturali che altrove sono in genere molto più segmentate e separate.

Berlin Wahlkreise

Secondo la geografia elettorale del 2013, le distinzioni fra Berlino ovest e Berlino est sono evidenti. La CDU si è aggiudicata cinque collegi il cui territorio si trova esclusivamente nell’antica Berlino ovest, la Linke quattro collegi il cui territorio si trova esclusivamente nell’antica Berlino est.  Poi vi sono due collegi a territorio misto: Mitte, che comprende il vecchio centro di Berlino est e due quartieri (Tiergarten e Wedding) che appartenevano a Berlino ovest e Friedrichshain-Kreuzberg, in cui il primo quartiere apparteneva a Berlino est e il secondo a Berlino ovest.  In questi due collegi, fra l’altro, la presenza di abitanti originari di tutta la Germania, per non dire di tutta Europa, è molto elevata.  E qui le preferenze politiche sono differenti: la SPD ha vinto a Mitte, i Verdi a Friedrichshain-Kreuzberg.  Del tutto particolare è la storia di quest’ultimo collegio.  Il suo rappresentante parlamentare, Hans-Christian Ströbele, è diventato una vera e propria icona del luogo: vi   Continua a leggere

Joachim Gauck a Oradour sur Glane: per il mondo e per l’Europa

Il presidente tedesco Joachim Gauck sta compiendo, nell’Europa del 2013, un intenso viaggio nella memoria e nella riconciliazione.  Dopo l’abbraccio con il presidente italiano, Giorgio Napolitano, nella città martire di Sant’Anna di Stazzema, è stata la volta dell’incontro con il presidente francese, François Hollande, nella città martire di Oradour sur Glane.  Non è la ragion di stato la principale motivazione di Gauck: da allievo spirituale di uno dei più lucidi critici e martiri del nazismo, Dietrich Bönhoffer, il presidente tedesco è spinto soprattutto dalla volontà di gridare un deciso “mai più” che trascenda i confini dei popoli e delle religioni.  E tuttavia la sua presenza e le sue iniziative rendono un inestimabile servizio alla ragion di stato: non solo e non tanto a quella della Germania federale, quanto alla ragion di stato europea.  I gesti e le parole di Gauck ci ricordano come la nostra Europa sia nata all’indomani della seconda guerra mondiale per dire “mai più” alle barbarie totalitarie.  E ancor oggi, se vuole avere un futuro, l’Europa non può ridursi a un puro mercato economico o a un superstato burocratizzato e chiuso al mondo da confini rigidi e sorvegliati.  L’Europa o sarà una comunità di destino alimentata da valori che prospettino un’umanità più civile di quella ancor oggi dilaniata dai più svariati conflitti e rappresaglie locali, oppure non sarà.

Oradour

I crimini di guerra compiuti contro le popolazioni civili sono tutti efferati.  Ma certo le stragi di civili compiute dai nazisti in ritirata in molte aree d’Europa, dal 1943 al 1945, sono ai nostri occhi pagine particolarmente dolorose per la loro insensatezza.  Non hanno nessun significato militare, e sono il segno dell’accanimento di chi si rifiuta di riconoscere la fine di un folle sogno di dominazione.  Spesso, come appunto a Oradour, i soldati nazisti cercarono di proteggersi dietro a una motivazione preventiva e proprio per questo ancora più aberrante: terrorizzare per scoraggiare il possibile sorgere di un movimento partigiano.  Ma anche nei casi di una presunta risposta ad atti insurrezionali, come nel caso dell’eccidio delle Fosse Ardeatine rivendicato quale reazione all’attentato di Via Rasella, l’enormità degli effetti umani è totalmente in dissonanza con le cause conclamate e deraglia persino dalla logica della guerra, per quanto dura e inflessibile questa sia.  Siamo dinanzi all’irruzione del male in forma pura e anche a tanti decenni di distanza, e dopo tanta meritoria letteratura, la nostra comprensione continua ad avvitarsi su se stessa e a riflettere sui suoi profondi limiti.        La cronaca di quanto avvenne il 10 giugno 1944 a Oradour sur Glane, piccolo centro rurale della Francia sud-occidentale fino ad allora lontano dalla storia (e in cui la Oradour-Sur-Glane-Francerecente occupazione tedesca stava passando inavvertita) ci presenta un crescendo veramente agghiacciante proprio perché nessun abitante del luogo aveva il minimo sentore di poter correre un qualche rischio (non diciamo: un rischio fatale).  Nel momento in cui le SS concentrano la popolazione, il pasticciere parla con tutta naturalezza della necessità che i propri dolci siano sottoposti a pronta cottura, convinto di vivere un controllo di routine.  E i pochi testimoni oculari che per singoli casi fortunati hanno potuto tramandare le vicende di quel giorno ci raccontano che l’inconsapevolezza è durata fino all’ultimo, fino alle raffiche degli assassini.                        La tragedia raggiunge il suo climax infernale all’interno della chiesa, dove erano state concentrate le donne con i bambini.  Qui la strage è completa, con una sola sopravvissuta.  Chi non è vittima dell’esplosione preparata viene finito con tutti i mezzi, anche con successive esplosioni di granate lanciate sul momento, che aggiungono fuoco al fuoco e fumo al fumo.                                                                                                                 Dinanzi alla prospettiva di una sconfitta senza remissione, negli anni dal 1943 al 1945 le armate naziste estendono ai territori e alle popolazioni dell’Europa occidentale la prospettiva di “guerra di annientamento” che già avevano praticato dopo il 1941 sul fronte orientale: le popolazioni civili vengono considerate senz’altro nemiche e dai vertici viene annullata la possibilità stessa di qualche misura protettiva, di qualche limite agli eccessi più efferati. Chi abusa e travalica non solo non viene punito, ma viene considerato un buon soldato.                                                                                                                                    Il potere risanatore del tempo oggi ci ha fatto quasi dimenticare quanto profondo sia stato l’abisso in cui è scivolato il nostro continente in quegli anni.  Perché la tentazione di rispondere ai genocidi, alla pulizie etniche, alle bestialità della guerra con la vendetta pura e semplice era forte, e l’Europa è stata sull’orlo di perdersi in un interminabile labirinto di rivendicazioni.  Nella primavera del 1945, i giorni della fine non sempre sono stati i giorni del nuovo inizio, i giorni della cessazione delle ostilità belliche non sempre sono stati i

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17 giugno 1953: la rivoluzione dei senza nome

La conclusione della seconda guerra mondiale e il crollo del regime nazista regalarono all’Unione Sovietica una posizione strategica di grande vantaggio, certamente imprevedibile solo pochi anni prima.  Stalin aveva coronato la marcia verso occidente iniziata da Pietro il Grande:  la Russia era diventata una potenza europea a pieno titolo, ed anzi teneva saldamente in pugno il cuore del vecchio continente.  Winston Churchill percepì lucidamente che una “cortina di ferro” stava dividendo l’Europa in due,  e la consapevolezza della gravità della situazione spinse gli alleati occidentali a resistere a tutti i costi ove i giochi non fossero ancora compiuti: a Berlino, a Vienna, a Trieste.                                           Sin dagli inizi, la scelta sovietica era chiara: al pari dell’impero interno, anche questo nuovo “impero esterno” sarebbe stato tenuto insieme con la forza, non col consenso.  Mai si tentò seriamente di ottenere un appoggio di quel popolo in nome del quale pure si pretendeva di governare.  E mai le “democrazie popolari” di nome lo furono di fatto: nei loro confronti i lavoratori mostrarono spesso opportunismo, ma mai una convinta adesione. 

16 giugnoCome è noto i paesi dell’Europa centro-orientale che entrarono a far parte del blocco sovietico furono rigidamente normalizzati e omologati, già nel periodo fra il 1945 e il 1950.  E questo non significava solo il completo smontaggio delle istituzioni democratiche e la perdita delle libertà civili, ma anche l’adozione incondizionata del modello di sviluppo sovietico: statalizzazione e collettivizzazione generalizzate, attacco alla proprietà privata, privilegio assoluto all’industria pesante e a quella degli armamenti.  Questo ebbe la conseguenza, certamente non auspicata, che i paesi dell’”impero esterno” divennero da subito un peso, piuttosto che una risorsa, per l’Unione Sovietica.  Le imposizioni economiche portarono infatti a crisi endemiche, e il conseguentemente dissanguamento dell’Unione Sovietica che cercava di sanarle con interventi episodici piuttosto che strutturali.  Nello stesso tempo, soprattutto in età staliniana, il terrore e la repressione aumentarono la passività e la diffidenza dei cittadini, creando un clima esattamente contrario all’impegno e allo spirito di collaborazione attraverso il quale, nei vuoti slogan dei regimi, si sarebbe dovuto procedere all’edificazione del socialismo.

17 giugno

La vicenda della DDR, o Germania Orientale che dir si voglia, è esemplare al proposito, anche se complicata dalla difficoltà identitaria del nuovo stato.  Evidentemente esso non si poteva basare su una nazione distinta da quella dell’”altra” Germania e i suoi governanti dovevano fare costantemente i conti con la storia passata e con le prospettive di un’eventuale riunificazione.  Ma le misure economiche furono comunque, come altrove, subitanee, drastiche e improvvide.  La goccia che fece traboccare il vaso fu una stretta sulle “norme del lavoro”.  La rigida pianificazione centralizzata imponeva una quantificazione della produttività dei lavoratori, per verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati.  Ora le esigenze produttive sarebbero state aumentate del 10 per cento, il che equivaleva direttamente a una contrazione dei salari in una situazione per altro già drammatica, con il paese vicino alla fame.  La via di uscita alla crisi economica veniva unilateralmente individuata nello sfruttamento di quelle classi popolari che nominalmente avrebbero dovuto dirigere il paese.                                                                                                            In maniera assai rapida, le manifestazioni spontanee che sorsero in tutto il paese fecero il passo decisivo: dall’economia alla politica.  Non si trattava solo di rivendicazioni economiche e salariali.  Si trattava anche e soprattutto di libere elezioni, della libertà di stampa e di opinione, del ristabilimento della democrazia.  La maturità dei lavoratori comprese che il regime doveva e poteva essere rifiutato in blocco, senza lasciargli Continua a leggere

Germania, 2013: una stabilità sofferta

Alternative für Deutschland, il nuovo “partito antieuro” tedesco, nei sondaggi per ora non decolla.  Anzi, non si presenterà alle elezioni regionali bavaresi perché il tema dell’uscita dall’euro viene considerato di poca incidenza rispetto alle questioni locali.  Tuttavia i partiti consolidati rimangono circospetti, perché l’adesione all’AfD non è motivata tanto dalle valutazioni economiche dei loro leader, ma da una spinta alla contestazione del sistema partitico tradizionale.  A tutt’oggi è difficile che AfD superi la soglia del 5% per essere rappresentato in parlamento.  Ma ci sono altri modi in cui può influire sul futuro governo della Germania.  Il più evidente è che possa drenare dai liberali (FDP) un numero di voti sufficiente a far sì che questi ultimi non superino essi stessi la soglia di sbarramento.  E così la CDU/CSU, pur ampiamente partito di maggioranza relativa, si troverebbe senza il suo partner di coalizione designato.  Nello stesso tempo, continua ad essere dubbia la possibilità che l’opposizione (SPD e Verdi) arrivi alla maggioranza assoluta.  In tal caso il sistema politico tedesco andrebbe incontro a uno stallo, più o meno transitorio.

bundestag

Nei quasi sessantacinque anni della sua esistenza, la stabilità del sistema politico della Repubblica Federale Tedesca è stata notevole, ed è stata ben poco scossa anche dalla riunificazione.  La memoria della frammentazione parlamentare della Repubblica di Weimar aveva suggerito ai costituenti l’elaborazione della soglia elevata di sbarramento del 5% dei voti per la rappresentanza parlamentare (con l’eccezione, che a livello macroscopico si è rivelata trascurabile, della possibile conquista di mandati diretti da parte di candidati forti sul piano locale).  La semplificazione politica che ne è derivata è stata elevata e persistente: un grande partito popolare di centro-destra (CDU) e uno di centro-sinistra (SPD); un “partito mediano” più piccolo e più d’opinione, pronto a fare l’ago della bilancia (FDP); un’integrazione permanente della forte specificità bavarese (rappresentata dalla CSU) nel progetto politico della CDU.  Così l’alternanza fra centro-destra e centro-sinistra è a lungo funzionata proprio grazie a questo “bipartitismo imperfetto”, e la soluzione più anomala della “grande coalizione” è stata presente solo come opzione transitoria.                                                                                                     Col tempo, è emersa una virtù complementare del sistema politico tedesco: la sua capacità di integrare forze nuove, una volta che fossero in grado di conquistarsi una base sociale ampia e radicata nel territorio.

german elections

Così i Verdi (Grüne) sono entrati stabilmente nel parlamento nel 1983 e  dopo la riunificazione tedesca, a partire dal 1990, vi è stato posto anche per l’erede del partito egemone della Germania orientale (la SED): dapprima nelle vesti di un partito insediato solo nei Länder orientali della Germania (PDS) poi, grazie alla fusione con movimenti fuoriusciti dalla sinistra socialdemocratica, nelle vesti di partito pantedesco: die Linke (a partire dal 2005).                                                                                                                             In questo modo le possibilità di scelta per l’elettore tedesco sono aumentate e ciò ha prodotto una corrosione strutturale della base di voti dei due partiti popolari tradizionali: dal 90,8 % congiunto che avevano preso nelle elezioni del 1976, il loro share dell’elettorato tedesco è sceso progressivamente fino al 56,8% congiunto delle elezioni del 2009.  Nello stesso tempo le possibilità di scelta sono aumentate anche per i leader e i partiti politici.

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1933: la diversità distrutta

Il 10 maggio 1933 gli attivisti nazisti si mobilitarono nelle città universitarie tedesche per distruggere le opere degli autori considerati nemici della loro visione del mondo e antitedeschi senza possibilità d’appello.  La manifestazione più coreografica ebbe luogo a Berlino, in Opernplatz (oggi Bebelplatz), ove furono bruciati circa 70.000 libri e pubblicazioni varie,  in precedenza inseriti nella lista dei testi proibiti.  Lo spettro degli autori condannati era molto vasto e vario: andava da Marx a Freud.                                                                                         Il rogo dei libri si colloca in un frangente strategico della rapidissima edificazione del sistema totalitario nazista, a cui bastarono meno di sei mesi per diventare pervasivo: dalla nomina alla cancelleria di Adolf Hitler, il 30 gennaio 1933, allo scioglimento forzato di tutti i partiti politici – eccetto naturalmente quello nazista nel luglio dello stesso anno.  Solo qualche giorno prima del rogo dei libri, il 2 maggio, vi era stato un attacco sistematico del nuovo sistema di potere nazista ai sindacati, che per un momento si erano illusi di trovare una qualche forma di compromesso col regime: le loro sedi furono devastate, e molti loro esponenti incarcerati. 

rogo dei libri 1933

In quegli stessi giorni, in Germania, iniziavano ad avvenire eventi ancora più gravi.  Si calcola che la prima ondata di repressione degli avversari politici, picchiati, uccisi a freddo, incarcerati e torturati ad arbitrio del potere repressivo abbia fatto 600 vittime.  Ma la parallela repressione culturale è stata altrettanto grave e di enorme valore simbolico.  La valutazione di chi era considerato nemico del popolo tedesco era la più estesa possibile e non si limitava ad autori di tendenze politiche di sinistra, o di origine ebraica.  Era un attacco senza quartiere a tutta alla modernità e a tutto il modernismo, di cui la Germania e l’Austria negli ultimi decenni erano state terreno di cultura quanto mai creativo e cosmopolita.  L’immagine dei valori del popolo tedesco che di contro veniva propugnata era monca, intollerante, regressiva, sostanzialmente inventata: in ogni caso le molteplici radici culturali della Germania erano fatte oggetto di una “pulizia etnica” distruttiva al massimo grado.                                  Rivolto al cittadino tedesco, questo messaggio culturale sfociava direttamente in un messaggio politico altrettanto violento.  Nel Volk tanto idolatrato dai nazisti non vi era spazio per la diversità e l’individualità.  Si prospettava un’omologazione coatta dei comportamenti e delle visioni del mondo: ogni deviazione sarebbe stata inflessibilmente repressa.

vielfaltPer riflettere a ottant’anni di distanza sul significato di questi eventi, oggi la città stato di Berlino ha promosso, per tutta la durata dell’anno, una serie di manifestazioni che toccano i diversi aspetti del cruciale 1933.  Molte istituzioni hanno allestito mostre appositamente dedicate.  Ma l’iniziativa più visibile ha condotto alla presenza, in tutti gli spazi urbani, di grandi colonne rosse: ognuna di esse è dedicata a un cittadino berlinese che nel 1933 fu costretto a emigrare o, se rimasto all’interno della Germania, venne perseguitato dai nazisti con conseguenze assai varie: dalla disoccupazione alla morte.       Le colonne sono lì per ricordarci che prima che la follia nazista coinvolgesse l’intera Europa, con decine di milioni di morti, essa si diresse anzitutto contro cittadini tedeschi: perché ebrei, perché di opinioni politiche differenti, spesso semplicemente perché erano contrari alla montante violenza del regime o erano disgustati dalla sua arroganza e dalla sua rozzezza.  E sono lì per ricordarci che, oltre che la vita dei singoli cittadini, fu gravemente danneggiata anche l’identità stessa di un’intera nazione: nel decennio antecedente la Germania era all’avanguardia in tanti campi, scientifici, tecnologici, artistici (basti pensare al cinema), e ora stava precipitando in un abisso oscuro dalle prospettive oscure.                                                                                                                                      I cittadini così ricordati sono noti e meno noti, di tante occupazioni e di tante classi sociali:  Continua a leggere