Segnali dalla piccola Islanda

Le elezioni del 27 aprile in Islanda hanno chiuso un cerchio, riportando al potere i partiti che governavano al tempo della crisi finanziaria del 2008, e che allora l’opinione pubblica punì elettoralmente considerandoli responsabili del disastro.  Il paese era andato sull’orlo del fallimento in seguito a una strategia troppo spregiudicata delle banche, che avevano proposto interessi troppo elevati per attirare capitali stranieri e che avevano offerto mutui per ogni genere di esigenze dei cittadini.  Così nelle elezioni del 2009 gli elettori colpirono soprattutto il partito conservatore di centro-destra (“Partito dell’indipendenza”), che era stato al potere per diciotto anni consecutivi, e diedero la maggioranza a una coalizione di centro-sinistra (socialdemocratici e verdi).

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L’azione risanatrice del nuovo governo è stata efficace, a parere sia degli osservatori che delle autorità monetarie internazionali.  Tuttavia esso si è trovato a mettere in atto anche misure impopolari, che gli hanno fatto perdere rapidamente il gradimento dell’opinione pubblica.  In primo piano, come in molti altri paesi, si è posta la questione fiscale: le tasse erano state elevate come elemento delle misure anticrisi e la promessa di un futuro allentamento di questi vincoli fiscali è stata un’arma dell’opposizione durante la campagna elettorale, prevedibile ed efficace.

L’Islanda appare troppo poco popolata e troppo eccentrica per risultare un caso del tutto rappresentativo delle vicende europee dei nostri giorni.  E tuttavia alcuni segnali elettorali sono significativi, e pienamente consonanti con le tendenze in atto in molti paesi del continente.                                                                                                                                Il primo segnale è che i partiti di sinistra o di centro-sinistra si trovano in difficoltà quando devono gestire una situazione di crisi: vengono abbandonati dai ceti medi e, nello stesso tempo, vengono giudicati come fautori di una politica di destra da parte del loro elettorato tradizionale.

IslandaIn Spagna, alla fine dell’era di Zapatero, è avvenuto qualcosa di molto simile.                                         Il secondo segnale è che per alcuni versi i comportamenti elettorali nelle consolidate democrazie dell’Europa occidentale stanno diventando sempre di più simili a quelli che hanno prevalso nelle giovani democrazie dell’Europa centro-orientale.  Qui è assai frequente che ogni nuova elezione conduca a una severa punizione del governo in carica, a una radicale svolta di orientamento nelle preferenze dei cittadini.  Talvolta i partiti già al potere sono stati ridotti in pochi anni a una marginalità totale; talvolta hanno avuto un successo inaspettato partiti e movimenti appena creati.                                                                                                         Il terzo segnale, appunto, è che non si è avuto soltanto un travaso di voti dal centro-sinistra al cento-destra.  Anche in una società relativamente omogenea come quella islandese il panorama politico si è frammentato.

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La regressiva illusione della sovranità monetaria

Uno spettro si aggira oggi per l’Europa: quello della ‘sovranità monetaria’,  rivendicata da tanti movimenti politici nell’Europa in crisi, di orientamento differente a seconda delle situazioni nazionali. In Grecia l’idea si è diffusa nel milieu di estrema sinistra, attorno al partito Syriza che nel 2012 ha goduto di un notevole successo elettorale.  In Germania, è invece adottata da un movimento conservatore di centro-destra, Alternative für Deutschland, che oggi fa notizia perché potrebbe essere in grado di sottrarre all’attuale maggioranza governativa (alla CDU/CSU e soprattutto alla FDP) voti decisivi per il successo nelle elezioni del prossimo settembre.  Dalla Francia, consapevole della trasversalità della questione, Marine Le Pen ha fatto delle avances a Beppe Grillo.  Esse cadono nel vuoto, perché storia e cultura dei rispettivi movimenti sono assai diverse.  Il lepenismo ha stretti legami con le vicende dell’estrema destra francese, fino a risalire nella Francia di Petain, che non hanno corrispettivi nell’identità del M5S.  E il nazionalismo lepenista è in buona parte riconducibile a un filone tradizionalista che non fa certo vibrare le corde degli italiani.  Però Marine Le Pen rischia di avere ragione.  Lei e Beppe Grillo possono finire dalla stessa parte, almeno finché Beppe Grillo continua a lamentare – come ancora in occasione del 25 aprile – la perdita di “sovranità monetaria, politica, territoriale” dell’Italia.  Come se la sovranità fosse sempre un valore irrinunciabile, come se la sovranità assoluta degli stati nazionali fosse stata per l’Europa sempre un bene prezioso e non già anche l’incubo che l’ha portata sull’orlo dell’autodistruzione. 

Marine Le Pen at Place de l’Opéra, in central Paris

Parlando di “sovranità monetaria”, molti la invocano come la strada maestra per uscire dalla presente crisi. Ma la questione reale non è quella di discutere, in astratto, se la sovranità monetaria possa essere un bene o un male.  E’ quella, molto più concreta, di chiedersi se la sovranità monetaria possa esistere per gli odierni paesi europei, in un mondo globalizzato dominato dagli interventi speculativi di un capitale finanziario spregiudicato. Riandiamo per un momento con la memoria al mondo pre-euro, alla corsa affannosa a sostenere il valore della valuta italiana (o di altre monete fatte attacco di speculazione), alla stessa vicenda della corona islandese che nella crisi del 2008 ha visto crollare il suo valore in un attimo.  E rispetto al mondo pre-euro, gli speculatori sono oggi più, non meno armati: e infatti sanno muoversi con perizia nel mondo degli spread e dei titoli di stato. Il giorno che tornassero le valute nazionali, non starebbero certo a guardare.

Euro eliseoE’ ripetuta l’affermazione che una ritrovata “sovranità monetaria” consentirebbe una svalutazione regolata della moneta, in modo da ridare fiato alla competitività nazionale su scala europea e su scala mondiale.  Ma la questione è se una tale svalutazione regolata sia semplicemente possibile dinanzi agli attacchi speculativi, e se non si sia invece costretti – come in passato – a un costante affanno, a una dannosa emorragia di risorse monetarie.  A meno di sperare in un’utopistica autoregolazione delle valute, che è del tutto improbabile in un mondo in cui finanza e produzione si collocano ormai su due piani differenti.  Aggiungiamo poi la questione dell’inevitabile rincaro delle fonti energetiche e della conseguente azione depressiva sull’economia: non possiamo evitare di ribadire  quanto una tale questione sia centrale per l’Italia, vista la nostra condizione attuale di quasi totale dipendenza energetica da fonti estere.                                                                      Per la Germania, d’altra parte, la fuoriuscita dall’Euro prospettata da Alternative für Deutschland sembra comportare esattamente il problema opposto: una rivalutazione

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