Da Timbuctù a Mosul: la cultura, contro l’implosione della mente umana

Timbuctù, la città situata nel Mali settentrionale ai bordi del deserto del Sahara, è una località africana ricchissima di storia.  Dal trecento al seicento è stata un centro commerciale e culturale della massima importanza, nell’ambito di tre grandi imperi che si sono succeduti nella regione: Mali, Songhai, Marocco.  Di conseguenza ha accumulato un inestimabile patrimonio, architettonico e librario.  I manoscritti qui conservati sono una fonte di conoscenza inestimabile per molti aspetti della storia africana, e in particolare per la diffusione dell’islam in Africa occidentale, che ha avuto luogo nei secoli del nostro medioevo sulla scia dei commerci trans-sahariani.  Ma quando nel 2012 un gruppo di integralisti islamici prese transitorio possesso della città, i conquistatori non persero tempo per spianare architetture sacre e per bruciare manoscritti preziosi.  Fortunatamente gran parte dei manoscritti è stata messo in salvo dall’abnegazione degli abitanti del luogo, che li hanno trafugati segretamente e poi li hanno conservati lontano dal fronte bellico, a Bamako, capitale del Mali.

TimbuktuL’attacco sconsiderato contro patrimoni culturali di enorme valore non è un misfatto nuovo, da parte dei jihadisti sedicenti islamici: il caso dei Buddha di Bamiyan, fatti saltare dai taliban afghani qualche mese prima dell’11 settembre 2001, è ancora ben presente alla nostra memoria.  Ma sconcertante è che i jihadisti di Timbuctù non potevano basarsi nemmeno sulla pseudogiustificazione secondo la quale, nella ristrettissima visione del mondo dei taliban, i Buddha apparivano esponenti di una tradizione culturale estranea, e percepita come nemica.  A Timbuctù vittime della “pulizia culturale” sono stati invece manufatti e testimonianze di uno dei più grandi centri di cultura della tradizione islamica, e non solo d’Africa.  E questo è un indizio pesante che ci fa sospettare che l’attacco non sia rivolto a una particolare cultura o a una particolare tradizione, ma alle culture e alle tradizioni in quanto tali.                                                    La conferma viene purtroppo da Mosul, la seconda città dell’Iraq che da alcuni mesi soffre una surreale occupazione da parte dell’IS.  Le devastazioni culturali operate nella zona, già particolarmente gravi, sono rivolte sia verso tutti i culti che avevano fatto dell’area un luogo straordinario di diversità religiosa, quasi senza pari nell’Eurasia intera, sia verso un patrimonio archeologico ancora più remoto, risalente all’antica Mesopotamia.  Mosul non è Ninivealtro che Ninive, la capitale dell’impero assiro: e i resti delle sue mura, che risalgono al tempo dell’apogeo dell’impero, verso il 700 a. C., sono fra i principali bersagli della distruzione.                                  Ma più gravi ancora sono le devastazioni delle menti che l’IS prospetta.   Nello scorso ottobre i jihadisti hanno riaperto l’università di Mosul, che nel mondo arabo godeva di una buona reputazione.  Hanno però abolito per decreto i seguenti campi del sapere: archeologia, arte, diritto, filosofia, politologia, scienze motorie, scienze turistiche.  E hanno proibito espressamente la discussione sui seguenti temi: cultura, democrazia, suddivisioni geografiche, etnie, libertà, nazionalità, romanzi, storia, teatro…  Per chi non segue tali divieti c’è una sola pena: la morte. Ovviamente l’unico tema permesso, anzi obbligato, diventa lo studio del Corano, nelle aberranti interpretazioni sostenute da al Baghdadi e dai suoi seguaci.  E i professori sarebbero obbligati a prendere servizio in tali condizioni, ove naturalmente è prevista una rigorosissima separazione fra i sessi.  Del destino delle scienze e delle tecniche non abbiamo notizie di prima mano.  Ma da una testimonianza che filtra dalle voci coraggiose di Mosul occupata sembra che nella scuola primaria si sia smesso di insegnare matematica e fisica e che, anche qui, l’unica materia consentita e obbligata sia il Corano.  Ci si chiede, con questo tipo di educazione, come farebbero gli integralisti del futuro a servirsi di internet e a utilizzare al meglio gli strumenti video, o anche solo a progettare e a manipolare strumenti bellici sofisticati, capacità di cui oggi si fanno tanto vanto.                                                                                                                             Non può mancare il rogo dei libri: dei libri considerati “non islamici” e quindi, praticamente, della quasi totalità dei libri.  E l’immagine del rogo dei libri non può che rogo dei libri 1933ridestare in noi la memoria della devastazione totalitaria nell’Europa recente, e in particolare dell’operato nazista.  Il rapporto dei nazisti con la cultura e persino con la scienza è stato talmente estremo da risultare autolesionista.  Resta emblematica una risposta di Hilter, poco tempo dopo la sua presa del potere, a chi gli richiedeva di impedire il licenziamento di scienziati ebrei di notevole valore: per lui, il Reich millenario avrebbe fatto a meno della fisica e della chimica.  E una delle pagine più tragicomiche delle vicende naziste è il dispregio contro le teorie fisiche più innovative del tempo – la relatività e la teoria dei quanti – in nome di una non meglio precisata “fisica ariana”: dispregio rivolto non soltanto all’ebreo Albert Einstein ma anche a Werner Heisenberg, considerato – in mancanza di meglio – un “ebreo bianco”.  Heisenberg fu poi riabilitato dal regime.  E’ ovvio che però, durante la seconda guerra mondiale, quando si trattava di lavorare alla bomba atomica tedesca, egli non si impegnasse più di tanto.  Ed è anche chiaro che durante la guerra alla grande mobilitazione scientifica degli Stati Uniti la Germania nazista seppe opporre molto poco: molti dei suoi migliori cervelli erano già da tempo espatriati in America.                                                                                                                     Anche la storia della scienza in Unione Sovietica ha le sue pagine oscure e grottesche: ricordiamo soltanto il caso Lysenko in campo biologico ed agrario.  E tuttavia, dietro questo estremismo, non dobbiamo dimenticare che il rapporto con la cultura, e con le tradizioni nazionali, dei totalitarismi nazista e stalinista è stato ambivalente.  Da un lato, entrambi hanno sicuramente individuato nella cultura un nemico da combattare con tutti i mezzi: la cultura apre le menti, e introduce crepe e differenziazioni nella cementificazione sociale a cui entrambi aspiravano.  Dall’altro, però, vi è stata anche una serie di tentativi di appropriarsi di elementi delle tradizioni culturali e istituzionali preesistenti: certo, stravolgendole, ma mostrando anche una certa soggezione a vincoli ereditati e alla necessità di mantenere un consenso popolare, oltre a quello basato sul terrore.  Se il loro obiettivo era quello di fare tabula rasa e di creare l’”uomo nuovo”, dobbiamo dire che non ci sono riusciti, anche nei moshostakovichmenti in cui il loro potere appariva saldo.  Così, la grandiosa tradizione russa della poesia, della musica, dei balletti non si è interrotta nemmeno al tempo dei più cupi abissi staliniani, anche se di volta in volta grandi esponenti di queste arti sono stati di volta in volta esiliati od uccisi.  Ma non dobbiamo dimenticare di quanto rispetto – nonostante gli scoppi di ostilità del regime – il popolo russo circondava Anna Achmatova o Dmitri Shostakovich: l’esecuzione della settima sinfonia di quest’ultimo nella Leningrado assediata dai nazisti rimane ancora una grande pagina della reazione della cultura contro la guerra e il totalitarismo.

Ed è proprio parlando dei divieti della musica, delle arti figurative, delle narrazioni, che comprendiamo l’enormità della ferita che l’IS sta infliggendo sia alle tradizioni islamiche che al mondo intero.  Così  l’IS istruisce le sue vittime nel bollare come “non islamici” quei linguaggi espressivi che sono stati al cuore di grandi tradizioni culturali islamiche, sul piano musicale come sul piano delle arti figurative. Pensiamo solo alle miniature della Persia  two loverssafavide, della Turchia ottomana o dell’India moghul per rendercene conto.                                             Ma l’operato dell’IS costituisce una calamità antropologica ben più profonda e ben più grave.  Perché nessuna civiltà presente o passata si è spinta a vietare la musica, la narrazione, la danza, e nessuna civiltà ha disprezzato gli oggetti, i monumenti, e tantomeno le tombe degli antenati.  E per una ragione evidente: che la musica, e ben prima il suono cantato; la danza, e ben prima la comunicazione corporea a molti livelli; le narrazioni immaginifiche e dense di simboli e di miti sono elementi centrali dell’intero processo di ominizzazione, prima ancora che la nostra specie Homo sapiens venisse al mondo e fosse dotata di un linguaggio di grande potere generativo, atto a veicolare informazioni e conoscenze molto dettagliate.  Perché i recenti studi sull’origine del linguaggio ci fanno capire che molto probabilmente, nell’evoluzione delle nostre capacità linguistiche, prima vengono i suoni e i corpi, poi le narrazioni, poi le informazioni e le conoscenze.  Non l’inverso.  Quanto alle arti figurative, basti pensare alle grotte di Chauvet, di Lascaux o di Altamira per comprendere la funzione centrale che esse hanno giocato nella coesione sociale di queste popolazioni ancestrali, anche se i dettagli forse ci sfuggiranno per sempre.  Come una funzione centrale nella coesione sociale hanno svolto l’edificazione di Stonehenge e di altri monumenti megalitici, che forse sono stati costruiti per un impeto collettivo e non già per ordine di un capo.                                 Di questi tempi si parla di post-umano, riferendosi alle conseguenze ambivalenti che gli sviluppi tecnologici possono avere sulle identità umane del futuro prossimo e remoto.  Ma nelle pratiche dell’IS vi è un tentativo di innescare processi di de-ominizzazione, di svuotare gli esseri umani della loro identità primaria in cui si intrecciano culture, linguaggi espressivi, esperienze sensoriali e, insieme, conflitti interiori, discordanze, contraddizioni.  Non a caso questo processo di de-ominizzazione conduce, in un circolo infernale, a comportamenti sono dis-umani, nel senso corrente come nel Continua a leggere

La morte: ultima frontiera umana

Negli ultimi decenni un campo medico che ha avuto rapidi e sorprendenti sviluppi è quello della rianimazione susseguente all’arresto cardiaco.  In condizioni tecnologiche e operative adeguate, il cuore può essere rianimato anche ore dopo l’arresto.  E in un numero fortunatamente crescente di casi il paziente non subisce danni cerebrali rilevanti e può tornare a una vita normale.  Il fatto è che le cellule del nostro corpo, anche e soprattutto le cellule cerebrali, non necessariamente muoiono subito dopo l’arresto cardiaco.  Ed esiste un tempo critico nel quale si può intervenire, con la dovuta perizia.  Particolarmente delicato risulta l’intervento subito dopo che il cuore sia tornato a battere, perché allora si deve contrastare un processo generale di degradazione che ha già preso il via.  Diventa così necessario un raffreddamento generale delle cellule corporee e l’iniezione di specifiche soluzioni liquide.                                               Già da tempo la morte ci appare un concetto complesso, dal punto di vista medico come da quello etico.  Sono ben noti i casi del cosiddetto coma irreversibile, che si ha quando la respirazione artificiale impedisce l’arresto cardiaco ma i danni cerebrali sono ormai irreparabili.  I problemi etici, coinvolgenti l’espianto degli organi, le volontà del paziente, l’intervento e il non intervento di medici e familiari sono intricatissimi, assai discussi e sempre più controversi.  Qui abbiamo però a che fare con il caso in certo senso inverso: anche in presenza di un arresto cardiaco, il cervello rimane in vita.

sam parnia

Sam Parnia è un grande esperto di quella che con un po’ di enfasi può essere definita la “medicina della risurrezione”.  Nel suo libro Erasing death ci dà un quadro assai stimolante di questo nuovo campo di ricerca e di intervento.  La tesi centrale dell’autore è che la morte è un processo, e in quanto tale dotata di molte fasi: a certe condizioni un tale processo può essere reso reversibile.  Naturalmente Parnia non nasconde le difficoltà del compito.  La rianimazione dopo l’arresto cardiaco è un intervento “che non tollera l’errore”.  L’ospedale deve essere dotato dei potenziali umano e tecnologico adeguati; le operazioni devono concatenarsi nell’adeguato ordine, con l’adeguata velocità, con l’adeguata precisione.  E naturalmente l’intervento ha limiti intrinseci.  Il cuore deve tornare a funzionare in un corpo non troppo gravemente danneggiato: cosa che purtroppo non si verifica in molti drammatici incidenti.  E anche nel caso di molte malattie tumorali o leucemiche terminali, il corpo è talmente degradato da ripresentare ben presto condizioni che condurranno a un nuovo arresto cardiaco.  Intervenire in questi casi significherebbe solo un inutile accanimento terapeutico.

titanic

Ma quello che è importante da comprendere che siamo in presenza di una frontiera umana e tecnologica mobile: quello che cent’anni fa era impossibile oggi può divenire possibile.  Parnia ci presenta il caso di una donna giapponese trovata in condizioni di ipotermia alcune ore dopo aver subito l’arresto cardiaco: essa è tornata in vita, dopo una rianimazione altrettanto lunga, perché il raffreddamento generale del corpo agevola la conservazione delle cellule e la reversibilità dei processi vitali.  Oggi avremmo potuto salvare molte delle vittime del naufragio del Titanic, avvenuto cent’anni or sono.  I primi soccorritori arrivarono due ore dopo il naufragio, e trovarono in acqua molti corpi a una temperatura bassissima, pochi gradi sopra lo zero.  Allora questi corpi furono dati senz’altro per morti, mentre oggi faremmo del nostro meglio per salvarli.  E in futuro, quando siano a disposizione organi e parti del corpo di “ricambio”, organici o bionici che siano, potremmo porre rimedio a casi in cui oggi siamo impossibilitati a intervenire.                                                                                                                                      A questo punto il discorso di Parnia prende una piega appassionata, e costruttivamente polemica.   Per troppe persone oggi il confine tra la sopravvivenza e la morte irreversibile dipende da condizioni del tutto contingenti, quali il tipo di attrezzatura e il training del personale medico degli ospedali nei quali o vicino ai quali hanno luogo i rispettivi arresti cardiaci.  Le capacità di intervento sono del tutto diseguali; non esistono normative precise e vincolanti; non esiste nemmeno un campo di ricerca interdisciplinare di scienze della rianimazione: anche in questo caso i confini disciplinari producono una frammentazione degli specialismi e delle competenze quanto mai letali.  Parnia fa riferimento al caso molto Continua a leggere