Spagna 2016, microcosmo d’Europa?

Il 2015 è stato un anno di grande incertezza e mutevolezza negli scenari politici e nelle opinioni pubbliche dei maggiori paesi dell’Europa occidentale.  Varie crisi si sono sfrangiate, connesse e amplificate a vicenda:  alle crisi dell’occupazione e dell’economia di lunga data, alla crescente disillusione nei confonti delle classi politiche nazionali ed europea si sono aggiunte la minaccia concreta del terrorismo jihadista e l’irruzione inaspettata (quanto ad estensione e a conseguenze immediate) dei profughi e dei rifugiati provenienti da fronti di crisi che l’occidente stesso ha contribuito a creare.  L’impatto di questi processi concomitanti è profondo, e contribuisce a disgregare equilibri ideologici, politici ed elettorali logori, che nei diversi paesi si erano prodotti e consolidati nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Spain-2015Così, le elezioni nazionali che si sono tenute nel 2015 nel Regno Unito, le elezioni regionali francesi, le elezioni nazionali e regionali tenute in Spagna, l’evoluzione del quadro politico tedesco hanno tutte mostrato che la tradizionale democrazia dell’alternanza (in generale: fra un centrodestra e un centrosinistra che guardano al centro, per convincere gli elettori indecisi e in grado di fare di volta in volta la differenza) vive una fase di grande difficoltà, e forse ha davvero finito il suo ciclo storico.  Che cosa possa sopravvenire al suo posto è incerto, e molto dipenderà dalla responsabilità, dalla capacità di movimento e dall’immaginazione dei singoli attori politici.  Per il momento, assistiamo a una maggiore diversificazione dei contesti politici, partitici ed elettorali delle singole nazioni, più dipendenti che in passato dalle specificità e dagli sviluppi locali, in un momento in cui le ideologie onnicomprensive non giocano più un ruolo centrale.                                                                                                                     Proprio per la presente incertezza sulle possibili ricomposizioni dei sistemi politici europei, le elezioni legislative spagnole del dicembre 2015, e le conseguenti difficoltà per la formazione del governo, assumono un significato la cui portata va ben al di là dei confini della nazione iberica.  Dal ritono della Spagna alla democrazia, nel 1977, vi  imperava un bi-partitismo di fatto, con presenze limitate della sinistra radicale e, insieme, degli esponenti dei partiti autonomisti e nazionalisti, baschi e catalani in primo luogo.  A partire dal 1983, poi, i due partiti a tutt’oggi più forti (PP e PSOE) si sono alternati regolarmente al potere, ma non sempre il loro governo si è basato su una maggioranza assoluta conseguita alle elezioni: spesso, hanno dovuto ricorrere ad accordi con gli esponenti autonomisti e nazionalisti, i quali – nella veste di “ago della bilancia” – hanno avuto un’influenza ben superiore alla loro stretta consistenza numerica.  Anzi, dal 1989 al 2008 questa è stata quasi la norma.  Felipe Gonzales (PSOE) è stato eletto primo ministro con felipe_1hl’astensione di catalani e baschi nel 1989 e con il voto favorevole degli stessi catalani e baschi nel 1993; il suo successore José Maria Aznar (PP) si è appoggiato sul voto favorevole di catalani, baschi e della coalizione delle Canarie nel 1996; infine José Zapatero (PSOE) nel 2004 ha avuto il voto favorevole di alcuni catalani, della coalizione delle Canarie, dei galiziani e degli aragonesi, insieme all’astensione dei baschi e di altri catalani; nel 2008 invece gli esponenti dei partiti autonomisti si sono quasi tutti astenuti (favorendo comunque la conferma di Zapatero)                                                                             Nel parlamento eletto a dicembre 2015, oltre a 8 esponenti di partiti baschi e a un esponente della coalizione delle Canarie, siedono 17 esponenti dei partiti catalani.  Ma, rispetto al passato, l’utilizzazione poilitica di questi ultimi voti per l’insediamento del nuovo governo è molto più difficile: i 17 deputati catalanisti appartengono infatti a due forze politiche impegnate esplicitamente nel processo unilaterale di proclamazione di indipendenza della Catalogna.  E’ inutile dire che la massima parte degli esponenti politici delle altre regioni spagnole, e soprattutto gran parte dei loro elettori, considerano l’indipendenza della Catalogna una prospettiva disastrosa, da impedire ad ogni costo.  Chi cercasse di aprire una trattativa con questi esponenti rischia una forte impopolarità, a meno di essere così abile da convincerli a rinunciare ai loro sforzi di proclamazione di un’indipendenza unilaterale (il che, sul breve periodo, è assai improbabile).   podemosMa la conseguenza più dirompente delle elezioni di dicembre 2015 è che nel parlamento spagnolo (Cortes) oggi siedono altri due partiti – Podemos e Ciudadanos – quasi di uguale consistenza rispetto alle forze tradizionali; che un’alleanza dei “nuovi” fra di loro è praticamente esclusa (rivolgendosi Podemos a un bacino elettorale molto più a sinistra che Ciudadanos); che l’alleanza rispettiva di questi partiti persino con il partito tradizionale più affine (Podemos con il PSOE, Ciudadanos con il PP) incontra altrettanti problemi; che l’idea di una grande coalizione (PP e PSOE) è rigettata dalla massima parte del PSOE, dati gli enormi casi di corruzione imputati al PP negli anni del suo governo.

Forse il dato che meglio rappresenta l’ampiezza del sommovimento elettorale del dicembre 2015, sul medio periodo, sta nel fatto che nelle elezioni del 2008 l’83,8% degli elettori spagnoli aveva dato la loro preferenza a uno dei due partiti maggiori; che nel 2011 questa percentuale era scesa al 73,4 %;  che nel dicembre 2015 è approdata a un 50,7% ben più contenuto.  La perdita complessiva del 33,1% dei consensi in sette anni Riverasegnala un’intensa disaffezione nei confronti di quadri politici considerati sempre più inadeguati.  Non a caso il travaso dei voti ha anche una precisa componente generazionale: le generazioni più giovani votano in modi differenti da quelle anziane, e hanno più fiducia in persone che considerano più vicine ai loro modi di vita e ai loro bisogni.

Per comprendere la profondità del sommovimento oggi in atto nel sistema politico spagnolo è tuttavia importante allargare lo sguardo dai risultati puri e semplici dell’evento nazionale ai risultati delle elezioni regionali che si sono svolte qualche mese prima.  Nella primavera del 2015, infatti, sono stati rieletti gli organi parlamentari di 13 delle 16 comunità autonome di cui si compone il quadro regionale spagnolo (eccettuata dunque la Catalogna, che ha votato nell’autunno, e i Paesi Baschi e la Galizia, che voteranno nel 2016). Dei governi uscenti, 10 erano basati sul PP e 3 sul PSOE, oltre al governo di minoranza della Navarra, in mano a una forza politica locale filospagnola e opposta al nazionalismo basco (UPN, Unione del Popolo Navarro).  Dopo le elezioni, al PP sono restate solo 4 regioni mentre in 9 il governo è basato sul PSOE, con la Navarra che continua a essere governata da forze politiche locali, ma questa volta di segno esattamente opposto, cioè filobasche.  Ma, soprattutto, prima del 2015, 8 dei governi regionali del PP erano basati su una maggioranza più e meno ampia, e solo in Extremadura esisteva un governo del PP di minoranza; a sua volta il PSOE aveva un governo di maggioranza in Andalusia, un governo di minoranza nelle Asturie e un governo di coalizione nelle Canarie con il partito regionalista.  Oggi, al contrario, nelle 4 regioni restate al PP i governi sono di minoranza; il PSOE ha 4 governi di minoranza, mentre ha stabilito coalizioni con i partiti regionalisti in 5 Comunità Autonome (oltre alle Canarie, in Aragona, nelle Baleari, in Cantabria e nella Comunità Valenciana).  E regiones_autonomasnei voti di insediamento dei governi di minoranza, il PP ha goduto del voto positivo di Ciudadanos nella Murcia e nella regione di Madrid, e sulla sua astensione  in Castiglia-Leon e a La Rioja; invece il PSOE ha avuto il voto favorevole di Podemos nella regione di Castiglia-La Mancha e in Estremadura, di Ciudadanos in Andalusia e nell’astenzione concomitante di Podemos e di Ciudadanos (oltre al voto favorevole di Izquierda Unida) nelle Asturie.  Aggiungiamo che Podemos ha dato il suo voto favorevole alle giunte guidate dal PSOE in Aragona, alle Baleari e nella Comunità Valenciana, e si è astenuto in Cantabria.                                    Un tratto caratteristico dell’elettorato europeo degli ultimi anni è che le grandi città votano molto diversamente da altri segmenti del territorio, e in questo la Spagna del 2015 non ha fatto eccezione.  Nelle elezioni comunali, che in genere sono state accorpate alle elezioni regionali, spiccano i casi di Madrid e di Barcellona.  Nell’assemblea uscente di Madrid, eletta nel 2011, il Partido Popular aveva una comoda maggioranza assoluta di 31 seggi su 57.  Nel 2015, ha ottenuto invece una risicata maggioranza relativa di 21 seggi, mentre 20 sono andati alla nuova formazione di Ahora Madriduna lista locale alla quale ha aderito anche Podemos, e 9 seggi ai rappresentanti del PSOE.  Il risultato è stato che, quando si è trattato di eleggere il sindaco da parte dell’assemblea risultante dalle elezioni, i voti del PSOE sono confluiti sulla candidata di Ahora Madrid, Manuela Carmena, che così è riuscita a governare la capitale spagnola.  Molto simile è la base elettorale del sindaco di Barcellona, Ada Colau: anch’essa è alla testa di barcelonauna lista locale, Barcelona en Comù, appoggiata anch’essa da Podemos, o meglio dalla sua versione catalana (Podem).  In questo caso la lista di Barcelona en Comù aveva già avuto la maggioranza semplice al momento delle elezioni.  Per essere eletta sindaco, Ada Colau è poi riuscita a far convergere sul suo nome i rappresentanti della versione catalana del PSOE (cioè il PSC) e anche qualche indipendentista di sinistra.

Il quadro della situazione post-elettorale spagnola, a tutt’oggi di non facile risoluzione, ci presenta comunque alcuni chiavi di decifrazione.  La prima è che il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico.  Ovvero:  il PP, oggi al governo, è inviso agli altri tre partiti maggiori per una sua gestione disinvolta e corrotta della cosa pubblica.  Ma questo Continua a leggere

Cambiare l’Italicum. Ciò di cui la Camera dovrebbe discutere.

I molti motivi per cui l’attuale proposta della legge elettorale in fase di approvazione possa risultare dannosa per l’Italia sono già stati discussi nei miei interventi precedenti.  E i motivi per cui la recente riformulazione della proposta di legge elettorale mantenga e forse intensifichi questi problemi, rispetto alla proposta di un anno fa, sono stati oggetto del mio ultimo intervento.  Tuttavia, è ancora opportuno sintetizzare alcune questioni da porre ai sostenitori dell’odierna formulazione, prima che essi la facciano licenziare senza gli auspicabili cambiamenti. 1) L’Italicum, troppo sbilanciato verso la governabilità a scapito della rappresentanza, non ha nessun analogo nei sistemi delle democrazie europee e occidentali, nemmeno quando queste abbiano introdotto correttivi più o meno spinti a favore della governabilità.  In particolare, sono anomali sia il premio di maggioranza, che in casi particolari diverrebbe smodato e immotivato, sia la messa fuori gioco di ogni possibile coalizione.  A tal proposito, non credo sia opportuno fare riferimento alla creatività italiana, quando si tratta piuttosto del predominio di obiettivi locali e a corto termine, a tutto scapito di una visione ampia, sia sul piano spaziale che temporale.  2) Negando l’utilità e la possibilità stessa delle coalizioni, la legge incentiva la tendenza, già esasperata nel nostro paese, a concentrarsi solo sulla vittoria della propria parte e ad eclissare la necessità di operare per il bene comune.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, data l’estrema litigiosità che ha caratterizzato e che continua a caratterizzare il quadro politico italiano degli ultimi decenni?  3) Il privilegio eccessivo della governabilità rispetto alla rappresentanza può generare un forte scollamento tra il Parlamento e il paese reale, con gravi difficoltà per chiunque sia al governo e con una pressione eccessiva della piazza sulle istituzioni.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, nell’età dei facili populismi e delle politica basata su affermazioni ad effetto?  4) L’esaltazione del principio “chi vince decide”, enfatizzando il carattere agonistico delle relazioni fra le parti in gioco e riducendo la ricerca del consenso e delle mediazioni nelle fasi intermedie di una legislatura, può produrre bruschi rovesciamenti di fronte al momento delle elezioni e condurre i nuovi vincitori a esasperare le discontinuità politiche nei confronti del governo sconfitto.  E invece di una certa continuità nelle scelte di fondo (ad esempio nell’attuazione di grandi e piccoli progetti infrastrutturali, nel sostegno alla formazione e alla ricerca, nella politica ecologica ed energetica, nelle relazioni con l’Europa, nella collocazione internazionale) oggi la democrazia italiana e le democrazie europee ne hanno senz’altro bisogno, come insegna il caso svedese.  I precedenti dei bruschi rovesciamenti di fronte spesso avvenuti di recente nei paesi dell’Europa centro-orientale non sono certo confortanti al proposito.  5) A sintesi di tutto ciò, ha luogo un implicito spostamento dalla centralità del parlamento alla centralità dell’esecutivo, senza che peraltro siano stati pensati e messi in atto gli indispensabili correttivi.              elezioni_in_italia_1946-1992Non è facile comprendere perché i sostenitori dell’attuale formulazione della legge elettorale siano inconsapevoli di questi problemi, o per lo meno sembrino di esserlo.  Ma forse sono intrappolati nella loro stessa retorica.  Dato che a loro parere la ragion d’essere principale dell’attuale governo è una rapida messa in atto delle riforme, ogni variazione alla lettera stessa delle riforme proposte – anche se si tratta di variazioni avanzate con intenti esplicitamente migliorativi -  viene percepita come un attacco al percorso delle riforme in toto e, insieme, al governo e alla sua leadership.  La discussione alla Camera dell’attuale proposta di legge elettorale dovrebbe aiutare a dissipare questa trappola retorica.  Licenziare una legge che non trova corrispondenze nel mondo democratico occidentale, di dubbia validità costituzionale, di opportunità politica altrettanto dubbia, dalle incontrollabili conseguenze future, costituirebbe una falsa partenza nel percorso delle riforme.  Proprio chi più ha a cuore riforme adeguate per un risanamento del nostro paese dovrebbe augurarsi che l’attuale formulazione della legge venga cambiata.                                                  Dobbiamo chiederci quale sia lo spazio di manovra disponibile entro l’iter frettoloso del momento, in cui la volontà dell’esecutivo prevale senz’altro sulla libera discussione nell’ambito del corpo legislativo.  A breve termine, è difficile ipotizzare una messa in discussione dell’impianto fondamentale della legge, e soprattutto del principio del premio di maggioranza su cui continua a essere imperniata, alla pari della legge del 2006.  E tuttavia si può far sì che l’applicazione di questo premio di maggioranza sia regolata in maniera meno meccanica ed esasperata.  In primo luogo, si può evitare che all’eventuale ballottaggio per l’accesso al premio di maggioranza, e quindi al governo stesso del paese, prendano parte forze politiche che al primo turno abbiano preso meno del 30% dei voti.  Nella legge può essere incorporato il principio che una parte politica acceda al ballottaggio solo se al primo turno abbia preso almeno il 30% dei voti: e notiamo che questa continua a essere una soglia bassa, perché i seggi che spetterebbero alla parte politica vincente sarebbero comunque circa il 75% in più di quelli che le spetterebbero su base strettamente proporzionale.  Il principio potrebbe così suonare: se due parti politiche superano al primo turno il 30% dei voti, entrambe accedono al ballottaggio; se una sola parte politica supera il 30% dei voti essa vince comunque al primo turno e prende il premio di maggioranza (per una sorta di “manifesta inferiorità” degli oppositori); se nessuna parte politica supera il 30% dei voti non si deve tentare di forzare la situazione, e il premio di maggioranza, che risulterebbe eccessivo, non può venire assegnato.  In tal caso, e solo in tal caso, non si può che procedere a una distribuzione proporzionale dei seggi con la soglia di sbarramento al 3%.                                                                             Evidentemente lo spirito dell’attuale legge considera quest’ultimo un caso rovinoso, da evitare in ogni modo.  Ma un’opportuna riformulazione della legge lo può rendere molto raro, praticamente impossibile.  Questa riformulazione deve rimettere in gioco le tanto biasimate coalizioni.  Si può stabilire che al ballottaggio accedano non le due liste, ma le due coalizioni che al primo turno superino il 30% dei voti.  La differenza fra le due formulazioni è importante.  Se una parte politica ambisce a governare, e per prima cosa ambisce a vincere le elezioni, deve saper “giocar bene”, deve saper intercettare almeno il 30% delle preferenze degli elettori, che in una società complessa come la nostra sono molto diversificate: per questo le coalizioni sono uno strumento flessibile che favorisce  la pluralità e la consonanza delle voci nello stesso tempo. Al contrario, i “duri e puri” del momento – populisti o dogmatici che siano – troveranno certo più difficoltà ad accedere al ballottaggio.  Una tale versione della legge richiederebbe alcuni interventi di riequilibrio: ad esempio le varie componenti della coalizione vincente (solo della coalizione vincente) devono avere una qualche rappresentanza in parlamento, anche senza raggiungere la soglia del 3%, per evitare di confinarle nello scomodo e poco equo ruolo di “portatori d’acqua” per il vincitore, senza alcuna ricompensa.  Inoltre, aumentando la probabilità che due parti in gioco possano superare la soglia dichiarata vincente del 40% dei voti, anche in questo caso si dovrebbe procedere al ballottaggio.                                                   palazzo marinoAncora più flessibilità, e ancora più spazio al gioco delle forze politiche, sarebbero offerti dalla possibilità di apparentamento non solo agli inizi della competizione elettorale, ma anche dopo il primo turno e prima del ballottaggio (proprio come avviene nell’elezione dei sindaci).  Ferma restando la necessità di accedere alla soglia del 30% per partecipare al ballottaggio, in questo caso potrebbe essere opportuno fissare la soglia della vittoria al primo turno non al 40% ma al 50% dei voti, per evitare che una parte minoritaria si associ strumentalmente a uno dei due partecipanti al ballottaggio decretandone anticipatamente la vittoria.  In ogni caso le mosse dei partiti hanno luogo sotto gli occhi dell’opinione pubblica, e quindi apparentamenti troppo disinvolti possono persino risultare controproducenti, facendo cambiare opinione a taluni elettori al momento del ballottaggio.  Per realizzare questa variante, uno scenario praticabile è il seguente.  Dopo il primo turno viene assegnato il 50 % dei seggi complessivi a tutte le liste in competizione che superano la soglia del 3%.  Dopo il ballottaggio viene assegnato l’altro 50% dei seggi: una frazione più o meno ampia di questi costituirà il premio di maggioranza della lista o delle liste coalizzate vincenti, mentre i seggi restanti completeranno il quadro proporzionale del primo turno.  Si potrebbe assegnare un piccolo premio anche alla coalizione che arriva seconda (perdendo il ballottaggio), ma forse questa è una complicazione eccessiva.                                                                               Evidentemente, in questo contesto, non regge l’obiezione che in tal modo lo spazio per mediazioni e trattative è eccessivo (a parte il fatto che in politica mediazioni e trattative sono un valore e non un disvalore).  Qui, infatti, non si tratta di rispettare alla lettera la volontà degli elettori che invece – in maniera del tutto legittima – è fortemente incanalata dagli obiettivi di governabilità che la legge persegue.  Al contrario, la possibilità di costruire coalizioni vivibili e coese è uno strumento per aumentare il consenso, per dare più senso al voto degli elettori, per fornire una maggiore legittimazione all’azione governativa della parte vincente.  Molto più pertinente è l’obiezione per cui un governo di coalizione rischia di dipendere dal voto favorevole di parti politiche piccole o addirittura di singoli deputati, come è accaduto al governo Prodi negli anni fra il 2006 e il 2008.  Una tale obiezione è molto seria.  E se la vogliamo prendere sul serio, come conseguenza della riforma della 1982legge elettorale, si dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento una procedura di sfiducia costruttiva, prendendo esempio dalla Germania.  Durante una legislatura, vi può essere un cambio di governo, e di maggioranza, solo se viena data la fiducia a un nuovo primo ministro, a un nuovo governo, a una nuova maggioranza, a un nuovo programma.  Ma un altro intervento, di portata ben più ampia, dovrebbe accompagnare l’attuale riforma elettorale.  Bisognerebbe essere molto severi e rifiutare di ammettere alle elezioni qualunque partito, movimento o lista che sostenga una qualche forma di discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini, di qualunque natura essa sia: etnica, religiosa, regionale, di genere, o di altra natura.  E se i candidati di un partito ammesso alle elezioni fanno affermazioni di questo genere, i controlli e le multe devono essere altrettanto severi (insieme all’esclusione del candidato).  Non possiamo assistere a spettacoli come quelli oggi offerti dal Fronte Nazionale francese, moderato nelle parole di Marine Le Pen, e pieno di rigurgiti anti-ebraici, anti-islamici, anti-immigrati nelle dichiarazioni della campagna elettorale di molti candidati.                                                                                                Con questi mutamenti, volti a un migliore equilibrio fra governabilità e rappresentanza, la questione delle preferenze viene sdrammatizzata, ma rimane aperta. L’attuale formulazione non è limpida: perché solo il partito vincente dovrebbe poter portare in parlamento una notevole proporzione di deputati scelti con il meccanismo delle preferenze?  Certo, la soluzione immediata sarebbe di far valere le preferenze per l’intera lista,  ricordando come nel periodo fra il 1947 e il 1992 in genere i capilista non hanno avuto grandi problemi per la loro elezione.  Ma non mancano soluzioni differenti, forse più attraenti, che qui discutiamo soprattutto per ribadire come l’innovazione istituzionale sia un’arte difficile che richiede tempo, impegno, ingegno.  Una di queste è l’elezione dei deputati in parte attraverso collegi uninominali e in parte attraverso liste plurinominali in ambito circoscrizionale, nell’ambito di una distribuzione proporzionale dei seggi.  Come è noto, è la soluzione adottata in Germania e in Nuova Zelanda, che danno agli elettori due possibilità di voto indipendenti: una al collegio e una alla lista.  Chi vince in un collegio uninominalie viene in ogni caso eletto, ma il numero dei candidati che alla fine sono eletti, per ogni lista, è calcolato solo sulla base della ripartizione proporzionale dei voti di lista: i deputati eletti  con il collegio uninominale sono compresi in questa ripartizione.  In Italia, naturalmente, si dovrebbero introdurre modifiche relative all’applicazione del premio di maggioranza.        La soluzione ha il vantaggio di scegliere una buona parte della Camera attraverso competizioni sul territorio a stretto contatto fra elettori e candidati, sul cui valore i partiti dovrebbero puntare e che possibilmente dovrebbero essere scelti attraverso le primarie (anche se le primarie non possono essere imposte per legge).  Fra l’altro, chi è orientato a scegliere un candidato per lui meritevole e che tuttavia non appartiene alla propria parte politica (quella che viene scelta nel voto di lista proporzionale) sa di non arrecare nessun danno a quest’ultima, vista che la sua scelta individuale al voto del collegio non diminuisce affatto il numero dei seggi della lista votata al proporzionale.  Lo svantaggio è che questo sistema, sia in Germania che in Nuova Zelanda, può portare a seggi aggiuntivi perché in qualche circoscrizione il numero degli eletti all’uninominale per un partito può essere superiore al numero degli eletti che gli spetterebbero su base proporzionale: ma forse, operando accortamente sulle proporzioni fra eletti attraverso il collegio ed eletti attraverso le liste e, nel contempo, sul numero e le dimensioni dei collegi e delle circoscrizioni, si può evitare una complicazione di questo genere. Per quanto riguardo gli eletti nelle liste circoscrizionali, sia in Germania che in Nuova Zelanda non si usano preferenze ma liste bloccate: nulla, però, vieta di introdurre anche in queste liste le preferenze.              Hamburg HafenUn’altra possibilità, in definitiva più semplice anche se esposta al rischio di essere considerata troppo avveniristica, è quella adottata nelle modalità di elezione del Parlamento di Amburgo, città stato (Land) della Germania federale.  L’elettore ha due voti a disposizione, uno per liste circoscrizionali e uno per liste cittadine.  Ma ciò che importa è che per ognuno dei suoi due voti l’elettore ha a disposizione 5 preferenze, che può distribuire a suo piacimento: darne 5 a un singolo candidato, darne 1 a 5 candidati, e anche con ogni altra distribuzione possibile (2-1-1-1, 2-2-1, 3-1-1, 3-2, e così via).  Il voto disgiunto è ammesso: una parte qualsivoglia delle preferenze può essere espressa anche per candidati di liste per cui non si è votato.  E, naturalmente, non c’è obbligo di utilizzare tutte le preferenze: l’elettore ne può usare 4 o 3, o anche nessuna.  E’ ben nota l’obiezione, che a suo tempo aveva portato alla riduzione e infine all’eliminazione delle preferenze dal nostro ordinamento elettorale: così operando, si favorirebbe la riconoscibilità del voto e si ripristinerebbe il malcostume del voto di scambio, purtroppo sempre in agguato nel nostro paese. Ma siamo davvero condannati alla ripetizione del sempre uguale?  Per quale motivo non potremmo prendere in considerazione una modalità di elezione che in una parte della Germania – anche le elezioni del comune di Monaco di Baviera avvengono con una modalità simile – sono pensate per avvicinare cittadini e candidati e per rivitalizzare la scadenza elettorale, rendendola qualcosa di diverso dalla riproposizione di uno stanco rituale?                            Ciò che può accadere fra pochi giorni alla Camera è imprevedibile.  Può crearsi una convergenza fra sostenitori e oppositori dell’attuale versione della legge, con il diffondersi della conspevolezza che talune migliorie e taluni interventi in tempo reale non solo non ostacolano il cammino delle riforme, ma anzi rafforzano il consenso ad esso, sul piano politico come sul piano popolare.   Nella più felice delle ipotesi, potrebbe anche aprirsi un franco dibattito sulla legge elettorale più opportuna per il nostro paese nell’attuale momento storico, liberandoci da quella coazione a ripetere che ha fatto riproporre – per l’elezione della Camera – una legge troppo simile a quella adottata nel 2006, a suo tempo ampiamente demonizzata.  E nella libertà del dibattito potremmo anche scoprire che il Mattarellum è a tutt’oggi una buona legge, anche se con taluni difetti riguardanti il turno unico dei collegi uninominali e il meccanismo di scorporo, che tende a favorire troppo chi perde le contese uninominali.  E forse potremmo anche scoprire – a memoria futura – le incontrovertibili doti di un Mattarellum a doppio turno, che faccia proprie le virtù del sistema francese con un’equa correzione proporzionale. Nella più felice delle ipotesi, dando alla Camera lo spazio e il tempo necessario per discussioni e riflessioni su un tema di tale importanza, emergerebbe una legge elettorale emendata e più valida. E si aprirebbe anche la strada per ulteriori migliorie e raffinamenti condivisi nello stesso cammino delle riforme: scaturiti ad esempio da discussioni e riflessioni su funzioni, composizione ed eventuale eleggibilità del Senato il quale, rispetto a una Camera eletta con il principio del premio di maggioranza, non potrebbe che rappresentare, per contrappeso, la varietà degli elettorati delle singole regioni (nessuno, fortunatamente, vuol ritornare al “bicameralismo perfetto” da cui abbiamo preso congedo).                                                                      Ma, purtroppo, vi è anche la peggiore delle ipotesi: una situazione di “muro contro muro”, che vedrebbe i sostenitori della legge elettorale rifiutare ogni esigenza di cambiamento, per paura di apparire deboli e cedevoli.  E questo scenario sarebbe una sconfitta per il paese.  Scheda rosaPerché una riforma di così rilevante interesse costituzionale, che dovrebbe avere il consenso di un’ampia parte del parlamento, rischia di essere approvata con un margine minimo di voti e di aprire, non già di chiudere, un percorso ulteriormente tormentato.  La costituzionalità del premio di maggioranza nella sua formulazione attuale è assai perché è troppo simile al premio di maggioranza giudicato incostituzionale dalla decisione della Consulta riguardo alla legge antecedente del 2006.  L’introduzione del ballottaggio nell’attuale proposta di legge non sposta il punto dolente.  Il ballottaggio decide soltanto a chi dare, sempre e comunque, un premio di maggioranza che può risultare enorme, illimitato, persino stravolgente della volontà degli elettori.  Abbiamo sottolineato l’improponibilità dello scenario di due parti in competizione che entrano in ballottaggio dopo aver conseguito, al primo turno, rispettivamente il 25% dei voti dell’elettorato: in tal caso il premio di maggioranza del vincitore farebbe più che raddoppiare la rappresentazione che gli spetterebbe su base proporzionale.  Ma la legge, di per sé, non esclude nemmeno scenari davvero assurdi: ballottaggi fra due liste che hanno il 20% dei voti a testa, o anche di meno.  Certo, una situazione del genere ci appare oggi molto improbabile, e deriverebbero da una frammentazione e da una litigiosità del panorama politico quasi impensabile.  Ma nella storia è accaduto anche di peggio, e vigilare è d’obbligo.  Una legge elettorale non dovrebbe mai consentire che il governo possa essere affidato, senza contrappesi adeguati, a una parte il cui sostegno nel paese potrebbe essere molto minoritario, visto anche come la partecipazione al voto sembra entrata in una fase di declino persistente e fisiologico.  Fra l’altro, in età di populismi imperanti, la possibile accessione al ballottaggio, in un futuro prossimo o meno prossimo, di qualche partito non limpidamente democratico sarebbe un salto nel buio che una democrazia dovrebbe evitare con tutte le forze (Weimar, dopotutto, ha ancora da insegnarci qualcosa).  Non sappiamo se la Corte Costituzionale dovrà nuovamente sottoporre a scrutinio la legge elettorale, né prevedere quale possa essere la sua nuova decisione.  Però, se il percorso prendesse una certa piega, ci potremmo ritrovare con una legge elettorale della Camera assai simile a quella in vigore fino al 1992: un proporzionale con la soglia al 3% al posto di un proporzionale quasi puro, che aveva soglie ancora più basse.                                           E’ chiaro come le vicende, già così intricate e tormentate, delle leggi elettorali nel sistema politico italiano recente non siano episodiche: anzi, sono pienamente sintomatiche della condizione delle istituzioni democratiche nel mondo d’oggi.  Dopo una legge elettorale rimasta stabile dal 1947 al 1992, è succeduta la formulazione di tre nuove leggi elettorali in poco più di un ventennio.  E la storia andrà avanti.  Si tratta soltanto della manifestazione di un sistema politico in cattiva salute, e dell’intervento di interessi particolari e limitati?  referendum_1958Oppure non dipende anche, e forse soprattutto, del fatto che, in un mondo ove le società, le culture, le economie, le tecnologie evolvono rapidamente e imprevedibilmente, anche le istituzioni non possono che co-evolvere con esse, senza mai rinunciare ai pilastri di base su cui è fondata la nostra democrazia.  Ora, gli ordinamenti istituzionali di molti paesi europei risalgono alla fine della seconda guerra mondiale o, come in Francia, sono stati prodotti da una grave crisi che ha imposto una transizione costituzionale d’emergenza.  Ma i decenni sulle spalle delle nostre istituzioni sono cresciuti: qui, come in altri ambiti, l’obiettivo prioritario è quello di coniugare il carattere ispiratore e irreversibile delle memorie e delle tradizioni a cui continuiamo a ispirarci con quella flessibilità che è resa necessaria dalle molteplici esigenze individuali e collettive in scenari di mutevolezza estrema.  E’ allora evidente che, fatti salvi quei principi inalienabili che la nostra Costituzione esprime a tutt’oggi in maniera esemplare, le modalità concrete di funzionamento dello stato devono essere ripensate costantemente.  Forse, quello che manca oggi a un sistema politico, e non solo a quello italiano, è la capacità di esercitare un’attenta autoosservazione del suo stato di salute e di vitalità nel corso di ogni legislatura e di ogni tappa della legislatura, di comprendere i suoi bisogni, di proporre i mutamenti più urgenti, secondo modalità istituzionalizzate e condivise.  E’ forse un compito da attribuire a un futuro Senato?  E’ forse un compito per un nuovo dialogo fra parlamento e cittadini?  E’ forse un nuovo orizzonte di democrazia partecipativa?                                                         In ogni caso, le vicende delle leggi elettorali italiane confermano l’atteggiamento che è indispensabile tenere nei confronti di ogni legge, di ogni regola, di ogni invariante.  Non esiste una legge elettorale migliore delle altre.  Ma è indispensabile dibattere su quale sia la legge elettorale contestualmente migliore: per quale luogo, per quale tempo, per quali obiettivi.  Stabilità ed evoluzione, nella democrazia come in tante altre vicende umane, non sono in contrapposizione: solo un circolo virtuoso fra le due polarità può dare senso al nostro vivere civile.  Una tale prospettiva non può che dare un senso nuovo, e forse più vitale, alle parole oggi tanto abusate di ‘riforme’ e di ‘riformismo’.  Il riformista non è colui che ambisce a una meta ultima, finale.  E’ colui che si appassiona per la soluzione che ritiene più valida al momento, pur sapendo che, un giorno non tanto lontano, si batterà lui stesso per aprire nuovi spazi e tracciare nuove frontiere.

9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere