Ucraina, le ombre di un secolo lungo: le ossessioni della Russia, le mancanze dell’Europa

Subito dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, lo storico inglese Eric Hobsbawm incarnò il comune sentire del momento in una felice espressione: il ‘secolo breve’, 1914-89, era ormai alle spalle, con tutte le sue guerre e le sue tragedie.  Ma oggi, alla vigilia della scadenza dell’anniversario del 1914, si fa strada una sensazione quasi opposta: il ‘secolo breve’ ci appare come un ‘secolo lungo’, che ancora non vuole passare e che ci tiene prigionieri.  Sì, a tutt’oggi Berlino e dintorni – la Germania, l’Europa occidentale e buona parte dell’Europa centro-orientale – restano fedeli all’unica vera invenzione politica e istituzionale degli ultimi decenni: la sovrapposizione di sovranità prospettata (e non ancora pienamente attuata) dall’Unione Europea.  Ma da tutte le parti i conflitti aperti nell’ultimo secolo, o prima ancora, continuano a congelare i popoli e le nazioni: le frettolose linee di divisione messe in atto tra Israele e paesi arabi nel 1948 e fra India e Pakistan nel 1947; la spartizione coloniale del Medio Oriente subito dopo la prima guerra mondiale; l’inimicizia radicata fra Cina e Giappone che risale almeno al 1895, quando la Cina sconfitta dovette cedere al Giappone Taiwan e lasciargli mano libera in Corea.  E la “nuova guerra fredda” che incombe dopo le intromissioni della Russia in Ucraina ci porta ancora più indietro: alla situazione internazionale nel corso dell’ottocento, quando il conflitto mondiale principale e persistente era fra Russia e Gran Bretagna.

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La concezione dei confini e della politica internazionale che oggi motiva e muove la Russia di Putin è esattamente quella della Russia imperiale dell’ottocento.  Il confine è una linea di divisione che separa un dentro e un fuori, un noi e un loro.  La politica internazionale è un gioco a somma zero in cui alle mie vittorie fanno da contrappunto le sconfitte altrui, vittorie tanto più apprezzate quando suonano come rivincite delle proprie sconfitte e delle vittorie altrui del passato.  Questa visione, naturalmente, non era solo russa, ma era condivisa da tutti gli imperi e da tutte le nazioni europee dell’ottocento.  Presiedeva alla sistemazione dei confini europei dell’Europa post-napoleonica (Congresso di Vienna, 1815), quando gli antichi universalismi dell’Impero Germanico e della Chiesa di Roma erano ormai svaniti nel nulla.  E nel corso di tutto l’ottocento si era irrigidita in Europa ed era dilagata nel mondo, coinvolgendo aree e popoli per i quali le esperienze dei confini lineari e delle sovranità assolute, esclusive e rivali erano aliene: pensiamo all’Africa, ai nativi dell’America Settentrionale o, ancora, ai popoli nomadi delle steppe dell’Asia Centrale.  In Europa, la convinzione che il successo della nazione si misuri con le sue vittorie nei giochi a somma zero ha precipitato il continente in una distruttiva “guerra civile” che ha incendiato l’intero pianeta (1914-45).  Nel mondo, le spartizioni imperiali e coloniali fra possessi territoriali e aree di influenza ostacolano ancor oggi le convivenze fra le molte etnie e religioni dei singoli stati post-coloniali (l’Africa e il Medio Oriente sono casi fin troppo drammaticamente esemplari).

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Naturalmente altre visioni, altri giochi sono possibili, e sempre più necessari.  I confini possono essere ritradotti come luoghi di sovrapposizione e di integrazione fra culture, identità e qualche volta persino sovranità, come nuclei di emergenza e di sperimentazione di nuove forme di cooperazione economica e sociale.  Gran parte delle nazioni e dei popoli europei hanno iniziato ad elaborare una tale visione non per una loro particolare lungimiranza, ma perché costretti dai risultati autodistruttivi della visione tradizionale. Mentre negli ultimi decenni l’Unione Europea ha goduto di notevole successo per la reinterpretazione dei suoi confini interni, ha però sottovalutato la possibilità di una reinterpretazione dei suoi confini esterni.  Anzi, ha trascurato l’intera questione.                Se c’è un territorio in cui le culture, le identità, la storia e le storie dell’Europa e della Russia si sovrappongono questa è l’Ucraina: frontiera nel presente per la varietà delle identità culturali dei suoi abitanti, frontiera nel passato per la molteplicità degli influssi di Roma e di Costantinopoli, di Varsavia, di Mosca e di Vienna.  Ciò è esattamente quello che vogliono negare la visione e le azioni della Russia di Putin.  Ma per potere contrastare efficacemente questa visione e queste azioni, bisogna chiedersi se non l’abbiamo negato anche noi.                                                                                                                                    Il problema cruciale, per l’Europa e per gli Stati Uniti, non è Putin, ma il consenso che le sue mosse oggi ricevono dal popolo russo: consenso che non si spiega soltanto sulla base della completa e voluta disinformazione di quanto avviene effettivamente in Ucraina.  Anzi, è probabile che Putin sia così deciso nella sua linea di condotta proprio al fine di

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Nei mari dell’estremo oriente: imperi in collisione

Il mondo abbonda di guerre e di guerre civili, in particolare nell’area che è stata definita “Medio Oriente allargato” (dal Marocco al Bangladesh) e che oggi si è estesa all’Africa settentrionale e centrale: Mali, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Sudan/Sud Sudan, Somalia sono altrettanti focolai di conflitti che rischiano di dilagare.  Ma gli sguardi dei politici e degli specialisti si rivolgono con altrettanta preoccupazione alla scena dell’Asia orientale: qui si spara non con le armi, ma con le parole e con i gesti simbolici.  E la tensione continua ad aumentare, e con essa il timore che una catena di fraintendimenti possa dar fuoco alle polveri (retoricamente, si ricorda che nel 2014 cade il centesimo anniversario di Sarajevo 1914).                                                                                      Negli ultimi mesi, l’irresponsabilità dei politici della regione è stata notevole.  Alla fine del 2013 il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha fatto una mossa da anni evitata e sconsigliata: la visita al tempio scintoista Yasukuni, dove sono onorati i soldati che hanno combattuto per il Giappone in tutto il ciclo delle sue guerre espansionistiche, dalla seconda metà dall’ottocento alla seconda guerra mondiale.  E, soprattutto, qui sono celebrati anche criminali di guerra, riconosciuti come tali nei processi posteriori al 1945.  La Cina ha reagito duramente: ha proclamato Abe persona non grata, rinviando a tempi da destinarsi le possibilità di una co-gestione di un’area così importante.

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Poche settimane dopo, il presidente delle Filippine Benigno Aquino ha denunciato con toni esasperati la politica espansionista dei governanti cinesi, paragonandola a quella condotta da Hitler nel 1938 e perciò esortando velatamente gli americani suoi alleati a reagire diversamente da quanto fecero allora gli europei.    Abe, Aquino e le loro controparti cinesi adottano retoriche ardentemente nazionaliste: i confini sacri della patria sono violati.  Vi è in effetti una contesa immediata di ordine territoriale: quella della delimitazione delle frontiere marittime della Cina, da sempre molto fluide e oggetto di ricorrenti e irrisolte controversie (a cui, del resto, ben si prestano le frontiere marittime in tutto il mondo).  La tensione fra Cina e Giappone per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale si sta trascinando da decenni, e oggi conosce una nuova intensificazione.  Ma questa non è l’unica occasione di crisi nei mari dell’Estremo Oriente.  Se vogliamo comprendere quanto sia intricata la situazione in quella sorta di “Mediterraneo” dell’Estremo Oriente dobbiamo passare dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale, e raggiungere l’arcipelago delle isole Spratly.  Queste sono un insieme di isole, atolli, barriere coralline dispersi in un’area piuttosto vasta, che affiorano a malapena dalle acque: le loro parti sommerse rendono difficile la navigazione nella zona, anche perché le mappature cartografiche sono a tutt’oggi insufficienti.  Le isole sono presenti in antiche mappe cinesi, e successivamente sono state visitate anche da navigatori delle potenze coloniali europee, ma fino a tempi assai recenti non hanno conosciuto alcun stanziamento fisso.

SpratlyOggi, però, su circa 45 di queste isole si sono insediate guarnigioni militari della Cina, di Taiwan, del Vietnam, delle Filippine, della Malaysia, tutti attori che reclamano il possesso della zona.  Qualche sporadico incidente è pure avvenuto.  Anche il Brunei, che non ha messo in atto un’occupazione militare, avanza le sue rivendicazioni.  Il mosaico a macchia di leopardo che ne risulta è surreale, davvero unico persino in un mondo abituato a ostinate contese territoriali.                                                Un altro territorio conteso della zona è dato dalle Isole Paracel, situate a settentrione delle Spratly.  Qui il conflitto è circoscritto fra Cina e Vietnam e una volta, nel 1974, è sfociato in una sanguinosa battaglia navale, quando ancora l’opponente dei cinesi era il Vietnam del sud, alleato degli Stati Uniti: ma il conflitto non è stato risolto nemmeno fra due stati ancora nominalmente comunisti.  La Cina poi rivendica ulteriori affioramenti marini, banchi sommersi a pochi metri di profondità.  Fra questi il James Shoal, che si trova a ben 1800 chilometri a sud dalla terraferma cinese e a soli 80 chilometri a nord della Malaysia (nel Borneo), che a sua volta lo rivendica.  Anche questa zona è fatta oggetto attualmente dei pattugliamenti della marina cinese.                                                                                      Ma che siano confini marittimi o terrestri, non c’è dubbio alcuno che i confini della Cina siano e siano sempre stati confini imperiali, molto più simili a quelli del mondo antico e medioevale (segnatamente: a quelli dell’Impero romano) che a quelli degli stati nazionali Continua a leggere

Tra governabilità e rappresentanza: gli spazi delle minoranze

Bethnal Green and Bow è un collegio elettorale della parte orientale di Londra, che comprende buona parte del borough di Tower Hamlets: sono luoghi ben noti a chiunque si occupi di questioni urbane per la loro ricchissima stratificazione multietnica, per gli interessanti processi di risanamento sociale ed ecologico oggi in atto e anche la presenza di ottime curry houses.   Circa metà della popolazione è di origine asiatica o nera (in particolare del Bangladesh e della Somalia) e coloro che sono ritenuti di confessione islamica superano, anche se di poco, coloro che sono ritenuti di religione cristiana.  Kidderminster è invece una città inglese della regione di Birmingham, meno visitata e mediatizzata dall’East London, e nota soprattutto per la produzione tradizionale di tappeti.  Ma un’analogia elettorale lega le due località: negli ultimi anni entrambi i collegi hanno visto l’elezione al Parlamento inglese di rappresentanti di piccoli movimenti, praticamente degli indipendenti, che hanno sconfitto sul terreno i rappresentanti dei grandi partiti nazionali.  A Kidderminster è successo due volte, nel 2001 e nel 2005, per opera di Richard Taylor, un medico che si è battuto per la difesa dell’ospedale locale, su cui gravava la minaccia di essere privato di servizi essenziali; a Bethnal Green/Bow, nel 2005, il vincitore è stato invece George Galloway, il contestato esponente pacifista e filopalestinese del movimento di estrema sinistra RESPECT, acronimo che sta per: respect, equality, socialism, peace, environmentalism, community, trade unionism.

DTGFP_Whitechapel4.jpg  Whitechapel High Street East LondonNelle elezioni del 2010 i due collegi sono rientrati nei binari della politica tradizionale: a Kidderminster hanno prevalso i conservatori, a Bethnal Green/Bow i laburisti.  Però a George Galloway è riuscito un altro colpo vincente in un turno di elezioni supplettive del 2012, nel collegio di Bradford West, e con un risultato a valanga (55,9% dei voti contro il 25% del candidato laburista).  Inoltre, ancora nel 2010, è stata eletta per la prima volta una rappresentante dei “verdi” inglesi (Green party): Caroline Lucas nel collegio elettorale di Brighton Pavillon.  Il sistema elettorale inglese con collegi elettorali a turno unico non particolarmente equo: può succedere che uno dei due partiti maggiori vinca le elezioni anche prendendo meno voti complessivi dell’altro a livello nazionale.  Per di più,  la rappresentanza del terzo partito nazionale, quello liberal democratico, è sistematicamente sottostimata: nelle elezioni del 2010 il 23% dei voti nazionali gli è valso solo 8,8% dei seggi.  Però il sistema inglese è aperto alle eccezioni, sia pur rare: la legge elettorale non vieta a chi gioca politicamente bene, individuando condizioni per lui favorevoli, di approdare a Westminster anche in condizioni di assoluta minoranza.  Senza contare, naturalmente, i vari esponenti nazionalisti o regionalisti di Galles, Scozia e Irlanda del Nord.                                       Anche la legge elettorale tedesca, assai diversa da quella britannica, possiede uno spiraglio aperto all’eccezione.  La legge elettorale tedesca è notoriamente riassunta come “proporzionale con soglia di sbarramento al 5%”.  Ma questa dizione rischia di tralasciare un aspetto importante:  il numero dei deputati è certo computato in maniera proporzionale, ma metà di loro è eletto in collegi uninominali a turno unico.  E a chi vince in un collegio uninominale, anche se appartenesse a un piccolo partito che non raggiunga la soglia nazionale del 5% del riparto dei voti, e anche se fosse un candidato indipendente, spetta in ogni caso il seggio parlamentare.

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Candidati realmente indipendenti non sono mai stati eletti, anche se molti ci hanno provato.  Però nel 2002, la PDS, cioè il partito erede dell’antico partito egemone della DDR (la SED), attraversò una profonda crisi e scese sotto la soglia del 5% a livello nazionale.  La crisi fu poi superata a partire dal 2005, quando iniziò a delinearsi la prospettiva pantedesca della Linke.  Ma nel 2002 due candidate della PDS vinsero in due collegi elettorali di Berlino: Berlin Lichtenberg e Berlin Marzahn-Hellersdorf, due sobborghi periferici dell’antica Berlino Est, in cui i post-comunisti avevano mantenuto il loro prestigio quali difensori di un’identità tedesco orientale (Ossis).  Di più: avesse la PDS vinto anche in un terzo collegio – e ci andò abbastanza vicino – avrebbe partecipato al riporto di tutti i seggi su scala nazionale, anche col solo 4% dei voti.  Perché la legge elettorale tedesca dice che al riporto proporzionale dei voti su scala nazionale prendono parte anche i partiti che acquisiscono tre “mandati diretti”, indipendentemente dal fatto che abbiano mancato la soglia del 5%.  E’ una mossa importante per lasciare una porta socchiusa a minoranze piccole, ma influenti.                                                                      Nel modello elettorale francese, uninominale a doppio turno, lo spazio per i partiti minori e anche per gli indipendenti è notevole quando siano in grado di “agganciarsi” a una delle maggiori coalizioni che si contendono il primato; molto di meno quando non lo vogliono o non lo possono.  Gli accordi di coalizione sono articolati e diversificati.  In genere un partito minore o un indipendente di una coalizione compete con concrete possibilità di vittoria in Continua a leggere

Europa 2013: la difficile arte delle coalizioni

Agli inizi dell’autunno del 2013 si sono svolte, quasi in simultanea, le elezioni in tre paesi dell’Europa Centrale: Germania, Austria, Repubblica Ceca.  Anche se i sistemi dei partiti nei paesi in questione sono diversi, gli andamenti post-elettorali si sono rivelati convergenti.  Sono seguiti mesi di laboriose trattative, e alla fine sono sorti governi di “grande coalizione”: coalizioni che mettono insieme partiti astrattamente collocati in luoghi distanti dello schieramento politico e che per aver successo devono praticare saggiamente la difficile arte della negoziazione. Soprattutto in Germania e in Austria questa non è una novità: la grande coalizione è anzi percepita come condizione possibile e normale del corretto funzionamento democratico del paese.  Ma se pensiamo anche alle “grandi coalizioni” che reggono attualmente Olanda, Belgio, Finlandia, Grecia ci rendiamo conto che lo stretto bipolarismo oggi non è così prevalente nei sistemi politici europei come lo era in un passato anche recente.  Al contrario questi mostrano una varietà di comportamenti che inizia a riflettere l’incremento delle variabili nei panorami sociali e culturali del nostro continente: una certa frammentazione dell’opinione pubblica e, insieme, l’emergenza di nuove opposizioni non più riconducibili a quella tradizionale fra sinistra e destra (che pure mantiene il suo significato).

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Per varare il governo tedesco ci sono voluti quasi tre mesi.  Ma il tempo trascorso è stato politicamente rilevante, giacché la SPD (uscita numericamente debole dai risultati elettorali) l’ha utilizzato per riequilibrare la sua immagine pubblica nei confronti della CDU/CSU che nel voto del 22 settembre aveva persino sfiorato la maggioranza assoluta dei seggi del Parlamento.   Così la SPD ha ripreso a sua volta l’iniziativa: incalzando gli altri partiti nell’agenda degli accordi sui contenuti politici e soprattutto sottoponendo all’approvazione dei propri iscritti la scelta dei vertici a favore della “Grande Coalizione”.  La mossa è stata rischiosa, ma ha pagato: il suo proponente, il presidente della SPD Sigmar Gabriel, è stato così ampiamente legittimato nel suo ruolo strategico di Vicecancelliere e di Ministro dell’Economia, con una delega aggiuntiva per la delicata questione della svolta energetica.  E, in taluni momenti, la CDU è apparsa sulla difensiva.                                                                                                                                 In Germania il partito antieuro dell’AfD non è entrato in parlamento, e non possiamo parlare di coalizione imposta dalla marea montante dei neo-nazionalismi.  Diversa la situazione in Austria dove al nazionalismo e il populismo, con venature di estrema destra, della FPO – già consolidato dal tempo di Jörg Haider, dopo il 1986 – si è aggiunto anche il (moderato) successo della tecnocrazia anti-euro del miliardario Frank Stronach.

Stronach Strache

Con circa il 23% dei voti indirizzati verso movimenti euroscettici, si è imposta la prosecuzione della coalizione già al governo prima delle elezioni: socialdemocratici (SPO) e popolari (OVP). Notiamo però che nelle elezioni di ottobre la percentuale complessiva dei consensi dei due partiti, sommati insieme, è calato di più del 4 per cento.  E’ un segno indicativo della difficoltà delle “grandi”  coalizioni nei momenti di crisi, che lasciano uno spazio crescente a forze definibili, in un modo o nell’altro, come “anti-sistema”.  Gli odierni sondaggi che riguardano le prossime elezioni olandese e belga prospettano scenari simili anche per questi paesi.                                                                                                      Partiti che possono essere considerati antisistema ne esistono anche nella Repubblica Ceca: i comunisti, ancora in parte legati al passato del “socialismo reale”, e l’estrema destra di Tomio Okamura, anti-UE e soprattutto anti-rom.  Ma qui, in una maggior frammentazione del panorama politico, si aggiunge anche la presenza di partiti, già al governo, oggi notevolmente screditati per tanti episodi recenti di corruzione: ODS

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Geografie elettorali tedesche: Berlino multicolore in una Germania bicolore

La legge elettorale tedesca, a prima vista, è riassumibile in una definizione semplice: proporzionale con la soglia di sbarramento al 5%.  Ciò vuol dire che la presenza in parlamento spetta solo ai partiti che superano tale soglia, e che solo essi ricevono un numero di seggi esattamente proporzionale ai voti ricevuti.  Dovremmo però dire, con maggior precisione:  ai voti ricevuti con la seconda scheda basata sulle circoscrizioni regionali.  Vi è però anche una prima scheda, che fa riferimento a collegi elettorali uninominali a turno unico (“all’inglese”).  Qui vince e va in parlamento chi prende più voti, foss’anche un indipendente svincolato dai partiti.  Ma la proporzione dei seggi vinti all’uninominale non deve alterare i rapporti di forza complessivi fra i partiti, che dipendono solo dalle seconda scheda.  E su questo punto sorgono notevoli complicazioni della legge elettorale, che in vista delle ultime elezioni è stata riformata proprio per regolare i rapporti tra prima scheda uninominale e seconda scheda proporzionale. Tralasciamo le complicazioni e soffermiamoci  sul fatto che le geografie elettorali tedesche che emergono dalle due rispettive schede sono diverse.  Nel voto uninominale, infatti, i due grandi partiti “popolari” (CDU/CSU e SPD) la fanno da padrone: chi vota i “piccoli” partiti nella scheda proporzionale spesso con la scheda uninominale preferisce supportare un candidato compatibile con le proprie visioni, ma che ha probabilità di essere eletto, piuttosto che il “proprio” candidato in senso stretto.  Di conseguenza è rarissimo che i “piccoli” partiti -Grüne (cioè i “verdi”), Linke e predecessori e, almeno fino a ieri, FDP – eleggano deputati attraverso i collegi uninominali. 

Nordrhein-WestfalenLe elezioni del 22 settembre 2013 non hanno fatto eccezione.  Vista attraverso l’ottica dei collegi uninominali la Germania è segnata in massima parte dal nero della CDU/CSU (che ha fatto il pieno in interi Länder, come la Baviera e il Baden-Württemberg), con varie isole rosse nelle zone metropolitane e operaie dove la SPD è tradizionalmente più forte.  Così, nella mappa accanto, vediamo la Ruhr come “cuore rosso” nella distribuzione dei collegi uninominali nella Renania Settentrionale-Westfalia.                                                                                                      Ma c’è un’eccezione rilevante: Berlino.  Nella capitale tedesca, i 12 collegi elettorali uninominali sono stati spartiti fra tutti e quattro i partiti attualmente rappresentati in parlamento. E la distribuzione del voto nelle varie parti della città è un indice significativo non solo del presente, ma anche di tutta la storia recente della capitale tedesca.  La distribuzione delle preferenze politiche non può infatti prescindere dalle particolari vicende della città, divisa per decenni sia materialmente sia ideologicamente.  D’altra parte, la politica dei nostri giorni riflette abbastanza fedelmente l’immagine per cui è nota al mondo la Berlino contemporanea: quella di un microcosmo in cui coesistono a fianco a fianco stratificazioni sociali e culturali che altrove sono in genere molto più segmentate e separate.

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Secondo la geografia elettorale del 2013, le distinzioni fra Berlino ovest e Berlino est sono evidenti. La CDU si è aggiudicata cinque collegi il cui territorio si trova esclusivamente nell’antica Berlino ovest, la Linke quattro collegi il cui territorio si trova esclusivamente nell’antica Berlino est.  Poi vi sono due collegi a territorio misto: Mitte, che comprende il vecchio centro di Berlino est e due quartieri (Tiergarten e Wedding) che appartenevano a Berlino ovest e Friedrichshain-Kreuzberg, in cui il primo quartiere apparteneva a Berlino est e il secondo a Berlino ovest.  In questi due collegi, fra l’altro, la presenza di abitanti originari di tutta la Germania, per non dire di tutta Europa, è molto elevata.  E qui le preferenze politiche sono differenti: la SPD ha vinto a Mitte, i Verdi a Friedrichshain-Kreuzberg.  Del tutto particolare è la storia di quest’ultimo collegio.  Il suo rappresentante parlamentare, Hans-Christian Ströbele, è diventato una vera e propria icona del luogo: vi   Continua a leggere

La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

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Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

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17 giugno 1953: la rivoluzione dei senza nome

La conclusione della seconda guerra mondiale e il crollo del regime nazista regalarono all’Unione Sovietica una posizione strategica di grande vantaggio, certamente imprevedibile solo pochi anni prima.  Stalin aveva coronato la marcia verso occidente iniziata da Pietro il Grande:  la Russia era diventata una potenza europea a pieno titolo, ed anzi teneva saldamente in pugno il cuore del vecchio continente.  Winston Churchill percepì lucidamente che una “cortina di ferro” stava dividendo l’Europa in due,  e la consapevolezza della gravità della situazione spinse gli alleati occidentali a resistere a tutti i costi ove i giochi non fossero ancora compiuti: a Berlino, a Vienna, a Trieste.                                           Sin dagli inizi, la scelta sovietica era chiara: al pari dell’impero interno, anche questo nuovo “impero esterno” sarebbe stato tenuto insieme con la forza, non col consenso.  Mai si tentò seriamente di ottenere un appoggio di quel popolo in nome del quale pure si pretendeva di governare.  E mai le “democrazie popolari” di nome lo furono di fatto: nei loro confronti i lavoratori mostrarono spesso opportunismo, ma mai una convinta adesione. 

16 giugnoCome è noto i paesi dell’Europa centro-orientale che entrarono a far parte del blocco sovietico furono rigidamente normalizzati e omologati, già nel periodo fra il 1945 e il 1950.  E questo non significava solo il completo smontaggio delle istituzioni democratiche e la perdita delle libertà civili, ma anche l’adozione incondizionata del modello di sviluppo sovietico: statalizzazione e collettivizzazione generalizzate, attacco alla proprietà privata, privilegio assoluto all’industria pesante e a quella degli armamenti.  Questo ebbe la conseguenza, certamente non auspicata, che i paesi dell’”impero esterno” divennero da subito un peso, piuttosto che una risorsa, per l’Unione Sovietica.  Le imposizioni economiche portarono infatti a crisi endemiche, e il conseguentemente dissanguamento dell’Unione Sovietica che cercava di sanarle con interventi episodici piuttosto che strutturali.  Nello stesso tempo, soprattutto in età staliniana, il terrore e la repressione aumentarono la passività e la diffidenza dei cittadini, creando un clima esattamente contrario all’impegno e allo spirito di collaborazione attraverso il quale, nei vuoti slogan dei regimi, si sarebbe dovuto procedere all’edificazione del socialismo.

17 giugno

La vicenda della DDR, o Germania Orientale che dir si voglia, è esemplare al proposito, anche se complicata dalla difficoltà identitaria del nuovo stato.  Evidentemente esso non si poteva basare su una nazione distinta da quella dell’”altra” Germania e i suoi governanti dovevano fare costantemente i conti con la storia passata e con le prospettive di un’eventuale riunificazione.  Ma le misure economiche furono comunque, come altrove, subitanee, drastiche e improvvide.  La goccia che fece traboccare il vaso fu una stretta sulle “norme del lavoro”.  La rigida pianificazione centralizzata imponeva una quantificazione della produttività dei lavoratori, per verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati.  Ora le esigenze produttive sarebbero state aumentate del 10 per cento, il che equivaleva direttamente a una contrazione dei salari in una situazione per altro già drammatica, con il paese vicino alla fame.  La via di uscita alla crisi economica veniva unilateralmente individuata nello sfruttamento di quelle classi popolari che nominalmente avrebbero dovuto dirigere il paese.                                                                                                            In maniera assai rapida, le manifestazioni spontanee che sorsero in tutto il paese fecero il passo decisivo: dall’economia alla politica.  Non si trattava solo di rivendicazioni economiche e salariali.  Si trattava anche e soprattutto di libere elezioni, della libertà di stampa e di opinione, del ristabilimento della democrazia.  La maturità dei lavoratori comprese che il regime doveva e poteva essere rifiutato in blocco, senza lasciargli Continua a leggere

Corea del Nord: la chiusura e la paranoia

Fra i primati negativi che detiene la Corea del Nord vi è anche quello dello stato che al mondo maggiormente perseguita i cristiani (insieme ai seguaci di tutte le altre religioni).  In un report dedicato al problema, la Corea del Nord mantiene il poco invidiabile primato anno dopo anno.  E’ l’unico paese classificato sotto la voce: ‘persecuzione assoluta’.  Basta professare pratiche religiose per subire ogni genere di vessazioni, per essere giustiziato o imprigionato nei famigerati campi di lavoro.  Ma anche senza arrivare a questi estremi, la discriminazione sociale è sistematica.  Ora, la severità della persecuzione religiosa non dipende tanto dalla tradizionale visione comunista della religione quale “oppio dei popoli”.  Dipende soprattutto dall’estremismo del culto della personalità riservata ai sommi dirigenti, esponenti della dinastia Kim: per alcuni studiosi la Corea del Nord sarebbe assimilabile a una moderna teocrazia.

Corea NordOggi, rispetto al procedere della crisi in corso, gli esperti continuano ad essere divisi.  Mentre in genere i sudcoreani tendono ad assimilare le minacce del presente a una pratica abitudinaria, alcuni esperti cinesi sottolineano che – per quanto folle possa sembrare la strategia del regime nordcoreano – esso perseguirebbe comunque un obiettivo da esso considerato razionale: la riunificazione dell’intera Corea, ad ogni prezzo.  Interrogarsi sulla natura di questo regime, per molti versi enigmatica, non è un fatto puramente accademico, perché potrebbe aiutare a comprendere le mosse dell’avversario in questa situazione così tesa.

Certamente il regime nordcoreano è nato come rappresentante del blocco comunista nell’età della guerra fredda.  Tuttavia, nella rappresentazione ufficiale, i riferimenti al comunismo sono oggi quasi del tutto cessati.  Piuttosto, è onnipresente un termine che dovrebbe esprimere un’ideologia autoctona nord-coreana, elaborazione originaria e originale della dinastia Kim: Juche.

Kim il sungAl di là dell’etimologia (sarebbe la traduzione dell’occidentale ‘soggetto’ ed enfatizzerebbe l’attivismo), l’uso corrente del termine mette in risalto  gli aspetti della ‘confidenza in se stessi’, dell”indipendenza’ e, in ultima istanza, invita a porre la Corea del Nord davanti a ogni cosa.  Naturalmente questa autosufficienza non è realizzata per nulla sul piano economico, dato che la Corea del Nord dipende integralmente dal supporto del vicino cinese.  Ma il messaggio ideologico è chiaro: autarchia e nazionalismo.  Potremmo anche parlare di ‘totalnazionalismo’, secondo un termine che era entrato in voga negli anni novanta per descrivere la conversione dell’ex partito comunista serbo all’ideologia nazionalista della “grande Serbia”.

Molto stimolante al proposito è l’opinione di Brian R. Myers il quale, nel suo libro The cleanest raceparla di ‘nazionalsocialismo’, sottolinea gli elementi esplicitamente razzisti presenti nella società nordcoreana, evidenzia la sua ossessione per la purezza in quanto contrapposta all’impurità e mette in evidenza l’influsso del Giappone imperialista Continua a leggere

Germania 1932: le elezioni degli apprendisti stregoni

Insultare, demonizzare, ridicolizzare le istituzioni e gli avversari non è il nuovo, ma il vecchio e il peggio della politica.  Ogni variazione sul tema è stata messa in atto sotto ogni cielo, soprattutto nel novecento.  Ma ancora ci stupiamo come chi ricorra a questa strategia – come Beppe Grillo e i suoi seguaci politici – non sappia riflettere sull’esito abituale della conflittualità politica esasperata.  In genere ne derivano danni rilevanti per tutta la comunità. Spesso, per di più, le dinamiche aggressive si ritorcono direttamente contro chi le aveva innescate.

Germania 1932 1La storia conta.  E contano anche gli insegnamenti della storia più tragica del ventesimo secolo – quella dell’ascesa, dell’oppressione e della catastrofe nazista – anche se non siamo in Germania nel 1932, non c’è la paura di Stalin, e non ci sono forze paramilitari per strada.

Ricorriamo a uno storico d’eccezione, Richard Evans, che ha avuto il coraggio di rivisitare integralmente la storia del Terzo Reich. Nel primo volume, dedicato all’ascesa nazista, uno dei centri del discorso è costituito dalle elezioni tedesche del luglio 1932, tenute nel precipitare della crisi economica, della violenza per bande, dell’ostilità reciproca fra tutte le forze parlamentari.  Un ruolo particolare fu allora svolto dai manifesti elettorali, sui quali Evans si sofferma nel suo volume.  Tutti i partiti, estremisti o moderati che fossero, basarono la loro retorica elettorale sulla figura di un gigante che avrebbe schiacciato ogni avversario.  E coloro che volevano la fine della repubblica di Weimar, comunisti e nazisti, dichiaravano poi la loro chiara intenzione di spazzare via il parlamento intero.

germania 1932I risultati delle elezioni non furono decisivi.  Ma diedero ai nazisti la maggioranza relativa, e bloccarono completamente l’attività parlamentare.  Le forze contrarie alla costituzione di Weimar si rinvigorirono, e sempre più voci auspicarono una soluzione autoritaria o francamente dittatoriale.  Alla fine la profezia dei manifesti si realizzò.  Prevalse la parte estrema, quella nazista, che intendeva schiacciare gli avversari nella forma più letterale e brutale possibile. Ancora nel 1932 i comunisti del KPD spesso facevano fronte comune con i nazisti nell’ostruzionismo parlamentare.  Un anno dopo i suoi esponenti erano stati messi fuori legge, arrestati, perseguitati, talvolta uccisi.  E questo accadde anche agli esponenti di tutti gli altri partiti.

Oggi quasi nulla ci accomuna alla Germania del 1932.  Con due eccezioni.  La prima è Continua a leggere