Benvenuto, ornitorinco gigante!

Quando furono scoperti i primi esemplari di ornitorinco in Australia, alla fine del settecento, l’animale apparve così bizzarro da far pensare a una falsificazione intenzionale.  In effetti, questa specie presenta una singolare mescolanza di tratti propri di mammiferi, di rettili e di uccelli, e in parte anche la recente decifrazione della sua sequenza di DNA ha confermato una sua collocazione eccentrica, per così dire di confine, nel mondo dei vertebrati.               L’ornitorinco ha un becco duro e prominente, che ricorda quello dell’anatra: ma è più flessibile di questo.  Solo i neonati posseggono denti, quale residuo vestigiale dell’evoluzione.  Gli adulti li hanno trasformati in placche cornee (cheratinose), che servono a loro per macinare il cibo.  Di conseguenza, si alimentano di piccole prede: vermi, larve d’insetti, gamberetti e gamberi d’acqua dolce.                                                

ornitorinco giganteLa scoperta di un molare fossilizzato di un ornitorinco adulto ha perciò fatto sensazione.  Questo molare sarebbe appartenuto a una specie di ornitorinco finora ignota, vissuta fra i 5 e i 15 milioni di anni fa in Australia.  La sensazione è destata in primo luogo dal fatto che dalle dimensioni del molare si possono desumere le dimensioni dell’animale, che sarebbero ragguardevoli rispetto alla specie dei nostri giorni: circa un metro e 30 centimetri di lunghezza, rispetto ai 50 centimetri degli ornitorinchi moderni.  In secondo luogo, la consistenza del molare sembra indicare una dieta carnivora più spinta e quindi un’attitudine più aggressiva rispetto ai suoi discendenti: da qui le prime rappresentazioni immaginifiche che ci dipingono un temibile animale che negli stagni australiani fa concorrenza ai coccodrilli, cibandosi di tartarughe, di rane e di pesci.  La nuova specie ha ricevuto il nome scientifico dalla dizione quasi impossibile di Obdurodon tharalkooschild, ma la stampa ha preferito battezzarla Platypus zilla, cioè “ornitorinco Godzilla”, con un duplice richiamo alle sue grandi dimensioni e alla sua (presunta) aggressività.

ornitorinchiOra i paleontologi ci ricordano che questa è un’ennesima illustrazione dell’incompletezza del materiale fossile: noi possiamo accertarci dell’esistenza solo di un numero di specie relativamente limitato rispetto alla varietà degli esseri viventi che popolavano la Terra nelle era passate.  Grandi sorprese sono sempre possibili.  Pensavamo che il ramo degli ornitorinchi fosse una sorta di scala, con una sola specie esistente di volta in volta, e invece appare probabile che esso sia un cespuglio, con più specie diverse che avrebbero convissuto in una stessa età. In attesa della scoperta di nuovi ritrovamenti fossili, non ci resta che ammirare le particolarità degli ornitorinchi dei nostri giorni, che recano ancora l’aura della meraviglia dell’età moderna, quando l’uomo europeo si rese conto che esistevano più cose in cielo e in Terra di quanto la sua mente non avesse mai potuto immaginare (Shakespeare). Così veniamo a sapere che è l’ornitorinco è uno dei pochi mammiferi ad accorgersi della Continua a leggere

Le de-estinzioni possibili. Verso Pleistocene Park?

Le due specie della rana australiana Rheobatrachus avevano una caratteristica riproduttiva assai singolare.  La femmina, dopo aver fatto fecondare le uova dal seme maschile, le inghiottiva e poi proteggeva le varie fasi di sviluppo dei girini ospitandoli nel suo ventre.  Solo quando i girini erano pienamente sviluppati, questi potevano affrontare il mondo, dopo essere stati espulsi dall’esofago e dalla bocca della madre.  Abbiamo parlato al passato perché, pochi anni dopo essere state scoperte, le due specie si sono estinte.

rana

Ma se  l’estinzione non fosse per sempre?  Se una de-estinzione fosse concepibile e realizzabile, sul piano scientifico e tecnologico?  Nel caso della rana Rheobatrachus questa speranza è abbastanza concreta.  Nell’ambito di un progetto intitolato significativamente Lazarus, filamenti del DNA della rana, opportunamente conservati, sono stati impiantati nell’uovo di una rana affine.  E da questo impianto si sono sviluppati embrioni vivi.  Anche se questi embrioni non sono sopravvissuti tanto da generare un organismo adulto, la tecnica è promettente.  Propriamente parlando, le rane così generate non potrebbero essere gli antichi organismi Rheobatracus in senso proprio, ma una sorta di ibridi fra la rana estinta e la rana vivente, fornitrice dell’uovo.  Ma dato che per definire l’identità biologica di una specie vivente ricorriamo soprattutto all’identità genetica, non è improprio parlare di una possibile de-estinzione di Rheobatracus.

Mammut

Le nuove tecniche di clonazione alimentano così la speranza di rivedere in vita specie che popolavano la Terra ancora di recente: non solo il tilacino, ma anche il piccione migratore nordamericano, il dodo, il moa, la capra dei Pirenei oppure l’uro, un antenato selvatico dei bovini.  A parte le difficoltà pratiche dell’ibridazione e della clonazione, i requisiti ineliminabili sono da un lato la conservazione del DNA della specie estinta o, almeno, il suo preciso sequenziamento in modo tale da riuscire ad integrare i frammenti di DNA a nostra disposizione; dall’altro l’esistenza di una specie più o meno strettamente imparentata che possa fornire l’indispensabile uovo.

Quanto di recente si devono essere estinte le specie, perché possano avere una speranza di de-estinzione?  Sembra che lo sguardo debba necessariamente concentrarsi sulle  specie estinte negli ultimi secoli, per responsabilità più o meno diretta della specie umana.  E tuttavia ci si chiede anche se non sia possibile riportare in vita i grandi mammiferi del pleistocene, quelli che popolavano gli habitat della Terra in piena età glaciale.  Si è così aperta una caccia ai resti di mammut, che dei mammiferi estinti dell’età glaciale è  Continua a leggere