Da Timbuctù a Mosul: la cultura, contro l’implosione della mente umana

Timbuctù, la città situata nel Mali settentrionale ai bordi del deserto del Sahara, è una località africana ricchissima di storia.  Dal trecento al seicento è stata un centro commerciale e culturale della massima importanza, nell’ambito di tre grandi imperi che si sono succeduti nella regione: Mali, Songhai, Marocco.  Di conseguenza ha accumulato un inestimabile patrimonio, architettonico e librario.  I manoscritti qui conservati sono una fonte di conoscenza inestimabile per molti aspetti della storia africana, e in particolare per la diffusione dell’islam in Africa occidentale, che ha avuto luogo nei secoli del nostro medioevo sulla scia dei commerci trans-sahariani.  Ma quando nel 2012 un gruppo di integralisti islamici prese transitorio possesso della città, i conquistatori non persero tempo per spianare architetture sacre e per bruciare manoscritti preziosi.  Fortunatamente gran parte dei manoscritti è stata messo in salvo dall’abnegazione degli abitanti del luogo, che li hanno trafugati segretamente e poi li hanno conservati lontano dal fronte bellico, a Bamako, capitale del Mali.

TimbuktuL’attacco sconsiderato contro patrimoni culturali di enorme valore non è un misfatto nuovo, da parte dei jihadisti sedicenti islamici: il caso dei Buddha di Bamiyan, fatti saltare dai taliban afghani qualche mese prima dell’11 settembre 2001, è ancora ben presente alla nostra memoria.  Ma sconcertante è che i jihadisti di Timbuctù non potevano basarsi nemmeno sulla pseudogiustificazione secondo la quale, nella ristrettissima visione del mondo dei taliban, i Buddha apparivano esponenti di una tradizione culturale estranea, e percepita come nemica.  A Timbuctù vittime della “pulizia culturale” sono stati invece manufatti e testimonianze di uno dei più grandi centri di cultura della tradizione islamica, e non solo d’Africa.  E questo è un indizio pesante che ci fa sospettare che l’attacco non sia rivolto a una particolare cultura o a una particolare tradizione, ma alle culture e alle tradizioni in quanto tali.                                                    La conferma viene purtroppo da Mosul, la seconda città dell’Iraq che da alcuni mesi soffre una surreale occupazione da parte dell’IS.  Le devastazioni culturali operate nella zona, già particolarmente gravi, sono rivolte sia verso tutti i culti che avevano fatto dell’area un luogo straordinario di diversità religiosa, quasi senza pari nell’Eurasia intera, sia verso un patrimonio archeologico ancora più remoto, risalente all’antica Mesopotamia.  Mosul non è Ninivealtro che Ninive, la capitale dell’impero assiro: e i resti delle sue mura, che risalgono al tempo dell’apogeo dell’impero, verso il 700 a. C., sono fra i principali bersagli della distruzione.                                  Ma più gravi ancora sono le devastazioni delle menti che l’IS prospetta.   Nello scorso ottobre i jihadisti hanno riaperto l’università di Mosul, che nel mondo arabo godeva di una buona reputazione.  Hanno però abolito per decreto i seguenti campi del sapere: archeologia, arte, diritto, filosofia, politologia, scienze motorie, scienze turistiche.  E hanno proibito espressamente la discussione sui seguenti temi: cultura, democrazia, suddivisioni geografiche, etnie, libertà, nazionalità, romanzi, storia, teatro…  Per chi non segue tali divieti c’è una sola pena: la morte. Ovviamente l’unico tema permesso, anzi obbligato, diventa lo studio del Corano, nelle aberranti interpretazioni sostenute da al Baghdadi e dai suoi seguaci.  E i professori sarebbero obbligati a prendere servizio in tali condizioni, ove naturalmente è prevista una rigorosissima separazione fra i sessi.  Del destino delle scienze e delle tecniche non abbiamo notizie di prima mano.  Ma da una testimonianza che filtra dalle voci coraggiose di Mosul occupata sembra che nella scuola primaria si sia smesso di insegnare matematica e fisica e che, anche qui, l’unica materia consentita e obbligata sia il Corano.  Ci si chiede, con questo tipo di educazione, come farebbero gli integralisti del futuro a servirsi di internet e a utilizzare al meglio gli strumenti video, o anche solo a progettare e a manipolare strumenti bellici sofisticati, capacità di cui oggi si fanno tanto vanto.                                                                                                                             Non può mancare il rogo dei libri: dei libri considerati “non islamici” e quindi, praticamente, della quasi totalità dei libri.  E l’immagine del rogo dei libri non può che rogo dei libri 1933ridestare in noi la memoria della devastazione totalitaria nell’Europa recente, e in particolare dell’operato nazista.  Il rapporto dei nazisti con la cultura e persino con la scienza è stato talmente estremo da risultare autolesionista.  Resta emblematica una risposta di Hilter, poco tempo dopo la sua presa del potere, a chi gli richiedeva di impedire il licenziamento di scienziati ebrei di notevole valore: per lui, il Reich millenario avrebbe fatto a meno della fisica e della chimica.  E una delle pagine più tragicomiche delle vicende naziste è il dispregio contro le teorie fisiche più innovative del tempo – la relatività e la teoria dei quanti – in nome di una non meglio precisata “fisica ariana”: dispregio rivolto non soltanto all’ebreo Albert Einstein ma anche a Werner Heisenberg, considerato – in mancanza di meglio – un “ebreo bianco”.  Heisenberg fu poi riabilitato dal regime.  E’ ovvio che però, durante la seconda guerra mondiale, quando si trattava di lavorare alla bomba atomica tedesca, egli non si impegnasse più di tanto.  Ed è anche chiaro che durante la guerra alla grande mobilitazione scientifica degli Stati Uniti la Germania nazista seppe opporre molto poco: molti dei suoi migliori cervelli erano già da tempo espatriati in America.                                                                                                                     Anche la storia della scienza in Unione Sovietica ha le sue pagine oscure e grottesche: ricordiamo soltanto il caso Lysenko in campo biologico ed agrario.  E tuttavia, dietro questo estremismo, non dobbiamo dimenticare che il rapporto con la cultura, e con le tradizioni nazionali, dei totalitarismi nazista e stalinista è stato ambivalente.  Da un lato, entrambi hanno sicuramente individuato nella cultura un nemico da combattare con tutti i mezzi: la cultura apre le menti, e introduce crepe e differenziazioni nella cementificazione sociale a cui entrambi aspiravano.  Dall’altro, però, vi è stata anche una serie di tentativi di appropriarsi di elementi delle tradizioni culturali e istituzionali preesistenti: certo, stravolgendole, ma mostrando anche una certa soggezione a vincoli ereditati e alla necessità di mantenere un consenso popolare, oltre a quello basato sul terrore.  Se il loro obiettivo era quello di fare tabula rasa e di creare l’”uomo nuovo”, dobbiamo dire che non ci sono riusciti, anche nei moshostakovichmenti in cui il loro potere appariva saldo.  Così, la grandiosa tradizione russa della poesia, della musica, dei balletti non si è interrotta nemmeno al tempo dei più cupi abissi staliniani, anche se di volta in volta grandi esponenti di queste arti sono stati di volta in volta esiliati od uccisi.  Ma non dobbiamo dimenticare di quanto rispetto – nonostante gli scoppi di ostilità del regime – il popolo russo circondava Anna Achmatova o Dmitri Shostakovich: l’esecuzione della settima sinfonia di quest’ultimo nella Leningrado assediata dai nazisti rimane ancora una grande pagina della reazione della cultura contro la guerra e il totalitarismo.

Ed è proprio parlando dei divieti della musica, delle arti figurative, delle narrazioni, che comprendiamo l’enormità della ferita che l’IS sta infliggendo sia alle tradizioni islamiche che al mondo intero.  Così  l’IS istruisce le sue vittime nel bollare come “non islamici” quei linguaggi espressivi che sono stati al cuore di grandi tradizioni culturali islamiche, sul piano musicale come sul piano delle arti figurative. Pensiamo solo alle miniature della Persia  two loverssafavide, della Turchia ottomana o dell’India moghul per rendercene conto.                                             Ma l’operato dell’IS costituisce una calamità antropologica ben più profonda e ben più grave.  Perché nessuna civiltà presente o passata si è spinta a vietare la musica, la narrazione, la danza, e nessuna civiltà ha disprezzato gli oggetti, i monumenti, e tantomeno le tombe degli antenati.  E per una ragione evidente: che la musica, e ben prima il suono cantato; la danza, e ben prima la comunicazione corporea a molti livelli; le narrazioni immaginifiche e dense di simboli e di miti sono elementi centrali dell’intero processo di ominizzazione, prima ancora che la nostra specie Homo sapiens venisse al mondo e fosse dotata di un linguaggio di grande potere generativo, atto a veicolare informazioni e conoscenze molto dettagliate.  Perché i recenti studi sull’origine del linguaggio ci fanno capire che molto probabilmente, nell’evoluzione delle nostre capacità linguistiche, prima vengono i suoni e i corpi, poi le narrazioni, poi le informazioni e le conoscenze.  Non l’inverso.  Quanto alle arti figurative, basti pensare alle grotte di Chauvet, di Lascaux o di Altamira per comprendere la funzione centrale che esse hanno giocato nella coesione sociale di queste popolazioni ancestrali, anche se i dettagli forse ci sfuggiranno per sempre.  Come una funzione centrale nella coesione sociale hanno svolto l’edificazione di Stonehenge e di altri monumenti megalitici, che forse sono stati costruiti per un impeto collettivo e non già per ordine di un capo.                                 Di questi tempi si parla di post-umano, riferendosi alle conseguenze ambivalenti che gli sviluppi tecnologici possono avere sulle identità umane del futuro prossimo e remoto.  Ma nelle pratiche dell’IS vi è un tentativo di innescare processi di de-ominizzazione, di svuotare gli esseri umani della loro identità primaria in cui si intrecciano culture, linguaggi espressivi, esperienze sensoriali e, insieme, conflitti interiori, discordanze, contraddizioni.  Non a caso questo processo di de-ominizzazione conduce, in un circolo infernale, a comportamenti sono dis-umani, nel senso corrente come nel Continua a leggere

Europa 2015: il tempo delle grandi coalizioni. E del partito europeo?

L’abituale alternanza fra coalizioni di centro-sinistra e coalizioni di centro-destra che regolava la politica scandinava da decenni è stata messa in discussione, in tutti i paesi, da quelli che con una definizione generale vengono definiti partiti populisti di ‘estrema destra’.  Come in altre aree d’Europa, le questioni calde che hanno fatto crescere i loro consensi sono quelle dell’immigrazione e della sempre maggiore presenza di cittadini di religione islamica.  La variante scandinava, in particolare, si impernia sul timore di una possibile regressione rispetto a condizioni economiche e sociali che permangono comunque privilegiate in Europa e dell’eventuale rivolgimento della situazione demografica, a favore dei nuovi arrivati.  In questo quadro, le elezioni svedesi del settembre 2014 hanno visto il successo relativo di un partito di questo genere, i “democratici svedesi” (SD), che hanno ottenuto il 12,9% dei voti e hanno minacciato di far saltare il panorama politico tradizionale della nazione.  Sulla scia di questo successo elettorale, hanno rivelato una visione del mondo particolarmente gretta, sostenendo che gli ebrei svedesi non possono essere cittadini a pieno titolo, se non accettano di assimilarsi e di rinunciare in sostanza alle loro tradizioni religiose e culturali.  Affermazioni di tenore simile sono state rivolte nei confronti dei curdi immigrati, nonché degli antichi popoli nomadi della Svezia settentrionale: i vari gruppi di sami (“lapponi”) e di finni – i cosiddetti tornedaliani – che solo di recente hanno iniziato a vedere riconosciuti loro taluni diritti culturali e politici, dopo secoli di una pesante politica di assimilazione forzata condotta dal governo centrale.

WEB_INRIKESI partiti politici tradizionali non si sono limitati a dichiarazioni di condanna nei confronti di talune affermazioni degli SD. Più concretamente, si sono accordati per limitare i loro spazi di azione politica.  L’attuale governo, risultante dal voto del 2014 (una coalizione di centro-sinistra: socialdemocratici e verdi), rimane in carica anche se è un governo di minoranza, fatto non infrequente nelle democrazie scandinave.  Ma con l’opposizione di centro-destra ha concordato una serie di regole comuni, soprattutto per quanto riguarda la composizione e l’approvazione del bilancio statale, per consentire una sorta di cogestione del potere fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2018.  E anche per la legislatura successiva, fino al 2022, si dovrebbe riproporre il medesimo scenario: qualunque coalizione vinca e governa, probabilmente ancora in minoranza, adotterà le stesse regole comuni di garanzia a cui è soggetto il governo attuale.  Il messaggio è chiaro: i voti dei SD sono congelati.  Per quanto fra centro-sinistra e centro-destra vi siano evidenti differenze nelle visioni e nelle proposte, esse appaiono minori di quanto hanno in comune: l’opinione condivisa è che la società svedese é e debba restare aperta, che l’immigrazione debba essere monitorata e regolata, ma non combattuta e ostacolata in linea di principio.                                                       Per strade diverse, l’attuale quadro politico della Germania converge per aspetti importanti con quello svedese.  Anche in questo caso sono in atto trasformazioni provocate dalla presenza di un nuovo partito politico:  l’AfD, Alternative für Deutschland.  Alle origini l’AfD non si è presentato con le sembianze di un partito populista “caldo”, bensì con quelle “fredde” di un partito mosso da motivazioni e da calcoli economici, o addirittura economicisti: da un euroscetticismo venato di egoismo nazionale e accompagnato da slogan un po’ antipatici (del tipo: “non siamo lo stato sociale del mondo”), imperniato sull’idea che la Germania non dovrebbe andare in soccorso delle economie più deboli dell’Unione Europea, e dovrebbe anzi propugnare un uscita di queste dall’euro.

Germany 2013Nelle elezioni del settembre del 2013 il successo dell’AfD non è stato esaltante.  Ha ottenuto il 4,7% dei voti e così non ha mandato i suoi rappresentanti al parlamento federale (Bundestag): ricordiamo infatti che la legge elettorale tedesca prevede una soglia di sbarramento al 5%.  Migliori sono stati i suoi esiti nelle tornate elettorali del 2014: 7% alle elezioni del parlamento europeo, percentuali ancora più elevate nelle elezioni regionali in tre Länder della Germania orientale (con la punta del 12,2% nel Brandeburgo).  Le elezioni federali del 2017 sono ancora lontane, ma un ingresso dell’AfD al parlamento nazionale ora non appare impossibile.                                                                                                           Gli effetti di questi risultati elettorali sono minimizzati dal fatto che i rappresentanti degli altri partiti (e in particolare della CDU-CSU) continuano a negare ogni collaborazione a un partito che comunque sentono collocato alla loro destra.  Tuttavia, nelle elezioni parlamentari del 2013, la presenza dell’AfD ha contribuito a un evento rilevante: la scomparsa del parlamento della Germania federale, per la prima volta nella storia del dopoguerra, del partito liberale (FDP).  Anch’esso, col 4,8% dei voti, si è trovato sotto la soglia di sbarramento ed è sprofondato in una profonda crisi identitaria, da cui non sappiamo se e quando possa risollevarsi.  Naturalmente i voti all’AfD sono arrivati da tutti i partiti, non solo dalla FDP: però i voti che questi ultimi hanno perso nei confronti dei nuovi concorrenti sono risultati decisivi per la loro scomparsa dal parlamento.  Il risultato è che la CDU-CSU ha visto scomparire il suo partner di governo preferito e tradizionale.  Così la grande coalizione con i socialdemocratici (SPD), che in passato poteva risultare una scelta tattica e a breve termine, per il futuro può diventare una scelta obbligata, almeno finché restino ancora notevoli fra la CDU-CSU e il partito dei verdi (Grüne).                                     MERKELAll’inizio del 2015 il quadro politico tedesco è stato ulteriormente sollecitato dal movimento di piazza della PEGIDA, acronimo che tradotto significa “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente”.  Grandi folle, il movimento non le ha coinvolte: spesso i cortei anti-Pegida hanno ospitato più persone che quelli della Pegida stessa.  Esso presenta però talune caratteristiche indicative della condizione politica tedesca, ed europea, dei nostri giorni.  In primo luogo è sorto a Dresda, cioè nell’antica Germania orientale, indizio di un maggiore nazionalismo di fondo dell’area, derivante in buona parte proprio dall’antico regime della DDR che oggi, a mente fredda, possiamo definire nazional-comunista.  In secondo luogo, la sua origine mostra come la paura dell’immigrazione esterna all’Unione Europea sia più forte proprio laddove i cittadini hanno meno a che fare con un fenomeno del genere (a Dresda di islamici ce ne sono molto pochi) e sia meno forte nei luoghi ove i cittadini sono abituati alla sua presenza ormai multidecennale nel paesaggio quotidiano: così, in Svizzera, i cantoni più ostili all’immigrazione straniera sono i piccoli cantoni della Svizzera centrale, poco variegati etnicamente, mentre i cantoni più favorevoli sono le città stato di Zurigo e di Ginevra.  In terzo luogo, il movimento si è subito frammentato in due filoni che possiamo definire ‘nazional-conservatore’ e ‘pseudo-nazista’.  Mentre il secondo filone si è sperso nella tradizionale accozzaglia di affermazioni tipiche dell’estrema destra (gli immigrati quali “bestie” o la teoria della congiura secondo quali Stati Uniti e IS sarebbero d’accordo), il primo vorrebbe coagulare una formazione decisamente alla destra della CDU-CSU: come suoi pilastri, abbiamo lo slogan populista “più democrazia diretta”, una visione identitaria della nazione tedesca monoculturale e non multiculturale, un irrigidimento delle regole dell’immigrazione senza però sfociare in un’ideologia apertamente razziste (l’islamocritica si opporrebbe così all’islamofobia).

PegidaMolti vedono l’AfD e la PEGIDA come naturali alleati per un partito decisamente di destra e concorrente alla CDU-CSU, ricoprendo un’area che nella politica tedesca del dopoguerra non è mai entrata nel parlamento nazionale e molto raramente anche in quelli regionali.  Le opinioni nella AfD restano discordi: vanno da chi sottolinea una reale affinità a chi preferisce distanziarsi da ogni minima affermazione di ordine etnicista. Certo è, però, che i manifestanti della PEGIDA sembrano non aver dubbi: almeno nel campione qui rappresentato, l’89% di loro voterebbe senz’altro per il partito “anti-euro”.  Così la Germania sembra anch’essa sul punto di assistere a quella convergenza, in una stessa forza politica, di affermazioni economiche anti-euro e di affermazioni identitarie anti-immigrazione che già da tempo caratterizza lo scenario francese (Marine Le Pen) e quello italiano (la Lega di Matteo Salvini e anche il M5S, almeno nella persona di Beppe Grillo).  Un successo di tipo francese appare attualmente improbabile.  Però è possibile che anche un successo limitato di quest’area abbia l’esito di consolidare grande coalizione al governo, trasformandola da tattica a strategica, e più in generale di stimolare le forze politiche tedesche filoeuropeiste e fautrici di una società aperta a maggiore coraggio e a maggiore creatività.  Sapranno essere all’altezza di questa sfida?                                                                                                Se le scadenze elettorali in Svezia e in Germania non sono imminenti, lo sono invece in Gran Bretagna.  E qui gli scossoni al sistema politico tradizionale potrebbero risultare di portata ancora maggiore.  A parte le grandi coalizioni imposte dalla crisi del 1929 e dalla seconda guerra mondiale, il sistema politico inglese si è sempre basato su alternanze prolungate: fra conservatori e liberali prima; fra conservatori e laburisti in seguito.  Le eccezioni più rilevanti hanno avuto luogo nel 1974 (con un governo laburista di minoranza, peraltro ritornato in maggioranza dopo nuove elezioni nel novembre dello stesso anno) e, appunto, nel 2010: i conservatori non hanno raggiunto la maggioranza e hanno dovuto ricorrere a una coalizione con i liberaldemocratici.  Ma ora, nel 2015, è sempre più chiaro che anche le prossime elezioni non daranno una maggioranza, e che si dovrà negoziare una nuova coalizione, forse in condizioni di incertezza ancora maggiori.                              Il fatto è che il sistema elettorale inglese, uninominale a turno unico, poteva dare maggioranze nette quando gli attori principali ierano due partiti e mezzo (con i liberaldemocratici in genere fuori gioco, salvo che nel 2010).  Ma con cinque partiti e mezzo quali attori principali non è detto che funzioni altrettanto bene.  Accanto ai Continua a leggere

9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

1914-2014: l’età delle guerre mondiali. La nuova minaccia totalitaria

La storia è imprevedibile, e spesso scomoda.  L’anno in cui dovevamo soffermarci a riflettere sul significato profondo del centenario della catastrofe del 1914 è stato uno degli anni più densi di conflitti e di tragedie dalla fine della seconda guerra mondiale.  Come se fossero parte di un disperato invito alla vigilanza, alla difesa di conquiste che ritenevamo irreversibili e perciò scontate, si sono succeduti, alternati e intrecciati tanti scenari di guerra, attuali e potenziali, di diversa natura e dalle diverse cause.  Il monito da far nostro è che in questa età della globalizzazione non si può non andare avanti, se non si vuole andare indietro.  Sapremo imboccare con coraggio una stretta strada che ci conduca alla costruzione di una civilità planetaria, alla condivisione di regole comuni a tutte le nazioni e a tutte le culture, per un governo del mondo su scala globale?  Oppure verremo risucchiati in un’interminabile età di guerra, con antiche e nuove barbarie mescolate in un mosaico agghiacciante?  E, fra queste regole comuni, si ergono il rispetto e lo sviluppo dei diritti umani, tragicamente calpestati nell’anno di guerra 2014.
Nei primi mesi dell’anno il fronte più caldo del mondo appariva quello dell’Asia orientale, tanto da far porre la domanda se le molte tensioni intercorrenti fra i molti attori operanti sulla scena non potessero deragliare in un conflitto aperto, innescato forse da un singolo evento di importanza apparentemente minore, come a Sarajevo nel 1914.  xi jinping-shinzo abeIl fatto è, che per l’Asia orientale, il dopoguerra non è ancora finito e la riconciliazione fra Cina e Corea del Sud da un lato e il Giappone dall’altro non è avvenuta.  Ciò provoca ancora ondate di nazionalismo popolare che, in un certo senso, scavalcano i governi stessi e li spingono verso politiche nazionaliste ancora più rigide.  Le tensioni sono continuate per tutto l’anno, hanno coinvolto altri attori come il Vietnam e sono state accompagnate dalle intermittenti provocazioni dell’incognita nord-coreana.  Però i canali diplomatici restano aperti, come mostra la stretta di mano (per quanto fredda) fra i due contendenti maggiori – il giapponese Shinzo Abe e il cinese Xi Jinping – e l’attivismo internazionale di quest’ultimo.  Egli ha fra l’altro visitato il premier neoeletto dell’India, il nazionalista Narendra Modi, alla ricerca di nuove forme di cooperazione fra due potenze che nell’età della guerra fredda non si sono certo amate (e, talvolta, si sono apertamente scontrate).     I canali diplomatici restano aperti – nonostante un gioco di sanzioni e di controsanzioni – anche in un altro focolaio di crisi all’estremità opposta del continente eurasiatico: in Ucraina e nelle coste del Mar Nero. Qui il conflitto dei nostri giorni rievoca non la situazione posteriore al 1945, ma quella antecedente al 1914: l’età in cui i grandi imperi del mondo andavano in cerca di qualunque situazione potesse legittimare le loro ambizioni espansive, in genere a spese di popoli, nazioni o etnie al momento più deboli, con o senza l’accordo delle altre potenze egemoni.  E l’impero russo era pronto a cercare e a sfruttare tali situazioni, a partire del settecento, quando già aveva considerato l’odierna Ucraina un suo fronte designato di espansione, a spese sia dell’Impero Ottomano che della Polonia.

Tsar PutinIl carattere imperiale della Russia è sopravvissuto alla fine degli zar, trovando una nuova incarnazione nello stalinismo.  Così la questione delle “frontiere occidentali sicure” per l’Unione Sovietica è stata affrontata con successo, secondo la visione del Cremlino, sia nel 1939 che nel 1945:  agli inizi come alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 1939 Stalin non esitò ad accordarsi con Hitler per incorporarsi territori già appartenuti all’impero zarista: Polonia orientale, Lituania, Lettonia, Estonia, Bessarabia (attuale Moldova).  E, nel 1945, mantenne tutte queste conquiste – con ulteriori correzioni a suo favore – quasi legittimato da una pretesa morale, date le enormi devastazioni e le enormi perdite che l’Unione Sovietica dovette sopportare nella guerra antinazista.  Anche se ridotta rispetto alla disciolta Unione Sovietica, e di forma istituzionale repubblicana, ai nostri giorni la Russia autoritaria di Putin mantiene molte caratteristiche dell’impero multinazionale russo dell’età moderna, favorito in ciò dalle sue modalità storiche di espansione: dall’inglobamento coloniale di tanti piccoli popoli territorialmente contigui rispetto al cuore dell’impero, per i quali non si è mai posto – a livello centrale – il problema di un’eventuale decolonizzazione.  E fra le maggiori continuità con l’impero zarista e con l’Unione Sovietica sta l’ipersensibilità russa per la questione delle sue frontiere occidentali. Proprio perché il territorio “imperiale” si è ritirato dopo la svolta del 1989, il distacco politico dell’Ucraina viene percepito con sentimenti di inscurezza da parte dei nazionalisti russi, che oggi prevalgono nel regime e a livello popolare.   D’altra parte, è proprio la scomoda eredità sovietica ad allontanare dalla Russia buona parte dell’opinione pubblica ucraina: per loro restano imperdonabili i milioni di morti conseguenti alla carestia provocata ad arte dal regime staliniano negli anni trenta del novecento (holodomor).

Islamic StateNegli ultimi mesi passi progressi effettivi non hanno avuto luogo, nell’appianare le divergenze in questa “nuova guerra fredda”.  Ma, come del resto nelle fasi anche più acute della guerra fredda, è prevalsa la volontà di mantenere la contesa a livello diplomatico.  La necessità di scongiurare una nuova Sarajevo è per ora attentamente presidiata.                Proprio perché in un mondo così pieno di tensioni e di confliti dell’inizio l’occidente tende a ragionare inevitabilmente – e, diremmo, fortunatamente – per via politica e diplomatica, esso si è trovato spiazzato nei confronti di un avversario di nuovo tipo: un avversario che fa della violenza la sua parola d’ordine esibita ed esasperata, che è ideologicamente contrario a ogni idea di politica e di diplomazia, che proclama un conflitto da lui unilateralmente definito intenzionalmente come un conflitto di religioni.  Da parte nostra è meglio definirlo: un conflitto fra un tentativo di negazione di tutte le forme concrete delle culture del mondo (dato le inclinazioni intimamente distruttive di questo nuovo avversario) e il rispetto e la valorizzazione di queste culture.                                                                  La  voce di Edgar Morin è continuata a risuonare alta, in questi decenni: vigilare perché una terza forma di totalitarismo poteva nascere, dopo la sconfitta del nazismo e la dissoluzione dello stalinismo.  Adesso è nata, e ci ha dichiarato guerra.  La definiremo jihadista, almeno in via provvisoria, dato che fa della guerra e della violenza la sua prima ragione d’essere.  Evitiamo di aggiungere l’aggettivo islamista, per non passare indebitamente dalla parte al tutto, dall’ideologia estremista di una minoranza a una religione di portata mondiale che permane a tutt’oggi diversificata.  Però la nostra scelta terminologica non ci esime, a tempo debito, di porci la scomoda domanda: “che cosa ha a che fare l’islam con tutto ciò?”.  Su questa domanda, non potremo non tornare.             Il dilagare delle bande ultra-integraliste nella Siria e nell’Iraq devastati dalla guerra civile, l’autoproclamazione di un sedicente stato islamico (IS) e poi di un califfato, l’aggressione al popolo curdo sono giunti come un fulmine a ciel sereno all’opinione pubblica occidentale.   Improvvisamente, ci siamo trovati dinanzi a una serie di crimini di Kobaneguerra che appaiono una sintesi di quanto di più efferato sia stato prodotto nell’ultimo secolo: genocidi; conversioni imposte con la violenza; rapimenti di donne e di bambini; reclutamento di “bambini guerrieri”; stragi di civili; decapitazioni a sangue freddo di giornalisti, di giuriste impegnate nella difesa dei diritti delle donne e di incolpevoli ostaggi occidentali; distruzioni di luoghi sacri e di altre inestimabili testimonianze del passato, in atti che sono stati definiti di “pulizia culturale” (e, direi anche, di “genocidio culturale”).  Forse il tratto più conturbante è che, da parte dell’IS, l’esecrata pratica della schiavitù non solo viene massicciamente praticata, ma viene esplicitamente teorizzata, nel 2014.  Dobbiamo tornare a qualche pagina oscura dei conquistadores spagnoli delle Americhe per trovare qualcosa di analogo, e forse nemmeno allora asserito così spudoratamente.  E, in ogni caso, nemmeno i conquistadores spagnoli sono arrivati a teorizzare la schiavitù sessuale delle donne, anche se episodicamente l’avranno certo praticata.                                                                                                                           Si è potuto osservare come la violenza nei territori occupati dall’IS sia di tipo ancora più estremo di quella terroristica praticata da al-Qaeda.  Al tempo di Osama Bin Laden e dell’11 settembre 2001 la violenza poteva apparire un mezzo per produrre un fine: la sollevazione islamica mondiale.  Oggi la violenza è ancor più fine a se stessa: produce la pulizia etnica (nel senso più forte del termine) di tutti coloro che non adottano il modo di vita violentemente imposto.  Soprattutto, l’IS ha un’attitudine ben più estremista di al-Qaeda nei confronti dello stesso mondo islamico.  Mentre al-Qaeda propugnava l’unità degli islamici e esibiva un certo rispetto per le loro diverse tradizioni, oggi l’ideologia del califfato proclama eretici – e quindi vittime designate – tutti gli islamici che non aderiscono alle loro visioni, e soprattutto gli sciiti, considerati “non islamici” alla pari di tutti i cristiani, ebrei, yazidi e di tutti gli appartenenti alle altre confessioni del mondo.                          Stare davanti a violenze di questo genere è quasi intollerabile.  La prima reazione, naturale, è quella di distogliere lo sguardo, di credere che non siano vere e come ultima istanza di appellarsi alla lontananza e all’arcaismo del contesto. Questo è avvenuto, a suo tempo, nel caso dei Taliban afghani.  Ma questo è avvenuto anche nel caso dei crimini nazisti e stalinisti compiuti nel cuore dell’Europa, la notizia dei quali filtrava da frammenti di narrazioni agli inizi valutati inverosimili.  La scoperta della vera portata dell’olocausto, nel 1945, e della sistematicità dei gulag, nel 1956, è stato un grave fattore di turbamento, ma anche di crescita della vigilanza democratica europea.  Oggi dobbiamo intraprendere operazioni analoghe, cercando di ragionare sui misfatti di un nemico che è molto diverso, e in alcune conseguenze può essere perfino peggiore del nazismo e dello stalinismo.           Da qui dobbiamo comunque partire: dall’esperienza di un’Europa che ha intrapreso con coraggio la lotta contro i due totalitarismi del ventesimo secolo e che oggi deve combattere con altrettanto coraggio contro il totalitarismo del nuovo secolo.  E’ inevitabile  chiederci in quali aspetti il nemico attuale differisca da quelli affrontati a suo tempo.  Scopriamo così come il nazismo e lo stalinismo abbiano messo in moto i loro apparati mortiferi grazie a una presa di potere delle istituzioni di stati molto importanti in Europa e Continua a leggere

Ricominciare dai curdi, ricominciare dagli yazidi. La diversità, patrimonio inestimabile dell’umanità

La speranza è che la comunità internazionale possa presto risarcire i curdi delle dolorose prove di questi giorni, e delle sofferenze che subiscono anche a causa del cinismo di Erdogan e compagni e, insieme, dell’impotenza di Europa e Stati Uniti.  Quando sarà il tempo di costruire un nuovo ordine per il Medio Oriente, l’Europa avrà il dovere morale di sostenere la causa di uno stato curdo.  Disgraziatamente, le incalzanti vicende dell’Iraq e della Siria hanno trovato l’occidente impreparato e assopito, moralmente e intellettualmente.  C’è voluto troppo tempo prima che l’indignazione provocata dalle stragi dell’IS spingesse alla reazione, per ora ancora inadeguata.  E, intanto, per molti curdi, yazidi, sciiti, cristiani, ostaggi occidentali o, semplicemente, sunniti non integralisti il ritardo è stato fatale.  Ed è stato tragico per molte donne di tutte queste confessioni, vendute come schiave dei nuovi oppressori.  Per tutti questi destini spezzati oggi gridiamo vendetta, anche se la vendetta dovrà essere sotto il segno della rinascita e non della distruzione ulteriore.   Ma le colpe non stanno solo nelle ambiguità e nelle disattenzioni della politica internazionale, e nelle lotte di potere in Iraq, in Siria, in Turchia, in tutto il mondo arabo.  Le colpe stanno anche nelle nebbie intellettuali e morali che ostinano a farci considerare le montagne della Mesopotamia lontane e remote, proprio come alla svolta del secolo era avvenuto nei confronti dell’Afghanistan, prima del drammatico segnale di allarme dell’11 settembre 2001.  Di queste nebbie un segno provincialissimo è stato l’uso disinvolto, anche da parte di qualche politico nostrano, dei termini di curdi, sunniti e sciiti come se costituissero tre non precisate “etnie” collocabili sullo stesso piano.  Come se le guerre balcaniche dell’ultimo decennio del novecento non ci avessero insegnato nulla, sulla questione cruciale delle identità etniche e nazionali.

kurdistan1La sempre maggior rilevanza assunta da una tale questione ci ha condotto a riscoprire la conferenza seminale dello storico francese Ernest Renan il quale, nel 1882, aveva ben compreso come le nazioni fossero sempre il risultato di una complessa costruzione storica, politica e popolare.  Spesso le nazioni sono tenute insieme da una medesima appartenenza religiosa, da una medesima lingua e da una medesima storia, ma talvolta questo non basta.  Ancora più importante è ciò che avviene nella vita quotidiana, perché i membri di una nazione risultano tali solo se sono uniti dalla volontà di vivere insieme.  La nazione è “un plebiscito di tutti i giorni”: senza un tale plebiscito le nazioni possono disgregarsi e morire.  E, al contrario, le nazioni possono nascere.  E possono esistere anche nazioni i cui membri si riconoscono tali anche se non sono omologati da una lingua o da una religione comune.  In questo senso, il caso dei curdi è esemplare.                        I curdi parlano lingue differenti, anche se appartenengono tutte al ceppo iranico delle lingue indoeuropee.  Le molte varietà dialettali si sono oggi unificate attorno alle due lingue scritte del Kurmanji (soprattutto in Turchia) e del Sorani (Iraq).  Ma milioni di curdi parlano altre lingue ancora, che non definiremmo “curde” in senso stretto: sono le lingue Zaza-Gorani, che appartengono a un ramo differente delle lingue iraniche.  Chi si occupa dell’etnogenesi del popolo curdo sostiene che questo è un indizio di ondate di migrazioni successive dalle quali, per fusione, è nata successivamente l’attuale etnia curda.                 Ancora più notevole è la varietà religiosa dei curdi, mantenuta attraverso i secoli, che è sfociata in una visione laica della convivenza, approdo prezioso e singolare in una regione oggi travolta dal fondamentalismo.                                                                                    La maggioranza dei curdi kurdssi divide fra sunniti e sciiti, come è abituale in tutto il resto dell’area.  Decisiva al proposito è stata la funzione dell’antico confine che separava l’Impero turco degli ottomani, una dinastia sunnita, dall’Impero persiano dei safavidi, una dinastia sciita: così nell’antico territorio dell’Impero ottomano (Turchia, Siria, Iraq), i curdi sono in maggioranza sunniti e in Iran sono in maggioranza sciiti.  Ma anche in Turchia vi sono molti curdi aleviti: una variante sciita che, nonostante le frequenti persecuzioni ottomane, si è diffusa anche fra i turchi stessi, interagendo in vario modo con le usanze curde e turche pre-islamiche e con quelle delle confraternite islamiche dei sufi e dei dervisci, anch’esse protagoniste delle vicende religiose dell’Anatolia e dei Balcani moderni.  Dopo la prima guerra mondiale, molti aleviti sono diventati convinti seguaci di Atatürk, in vivace polemica con la tradizionale ortodossia sunnita.                                                                                                                              Vi sono stati e vi sono curdi cristiani, anche se minoritari: anzi, nel mondo curdo vi sono state e vi sono talune conversioni al cristianesimo, fatto non frequente nell’area.  Ed è probabile che molti dei cristiani di confessione “assira”, parimenti bersaglio delle atrocità dell’IS, siano di orgine curda e siano stati poi arabizzati nel corso dei secoli.  Vi sono curdi ebrei, oggi riparati tutti quanti in Israele, ma che continuano a considerarsi curdi.  Vi sono curdi zooroastriani, persino convertitisi in età recente.

Fra le religioni dei curdi vi sono da annoverare anche lo yazidismo e lo yarsanesimo (Ahl-e-YazidiHaqq), culti sincretici che portano l’impronta delle antiche religioni dell’Asia Minore e che poi si sono trasformati in un lungo processo di convergenza con le religioni monoteistiche.  La diversità religiosa dei luoghi è ancora maggiore se consideriamo anche gli Shabak, un gruppo etnico di lingua zaza-gorani la cui religione mescola elementi sufi, yazidi e cristiani, e i Mandei, un gruppo etnico di lingua neo-aramaica che traggono direttamente la loro religione da una fede del mondo antico.  Anche questi gruppi sono stati gravemente minacciati negli ultimi anni, e ora rischiano la scomparsa nelle loro terre d’origine (come nel caso degli yazidi, l’emigrazione in Europa e in America è la loro ultima risorsa).                                                                                 Così l’attuale guerra civile dell’islam, che è nel contempo guerra dell’IS contro tutte le fedi del pianeta, minaccia di estinzione, nella maniera più cruenta, uno straordinario mosaico di diversità religiose che connette il mondo antico e il mondo moderno, l’Anatolia, il Caucaso, l’Iran e il Medio Oriente, e che è patrimonio non solo dei curdi, ma dell’umanità tutta.  Questo mosaico è sopravvissuto alle invasioni di Gengis Khan e di Tamerlano, alle spinte Continua a leggere