Airpocalypse: l’inquinamento e i rischi del modello di sviluppo asiatico

Nel mese di giugno 2013 abbiamo avuto un’ulteriore illustrazione del fatto che i problemi ecologici non possono conoscere confini nell’attuale mondo globalizzato.  La città stato di Singapore è stata invasa da una spessa caligine, e il livello di inquinamento atmosferico ha raggiunto quota 300, misurata in microgrammi per metro cubo di particolato fine, cioè di polveri sospese che possono penetrare nei polmoni (ricordiamo che per non influire negativamente sulla salute il limite della percentuale di particolato fine nell’aria non dovrebbe superare i 15-30 microgrammi per metro cubo nella media annuale).  Eppure Singapore si fa vanto di essere una città verde e vivibile, ed è anche impegnata in un ampio programma di estensione della rete metropolitana. La caligine proveniva però dagli incendi provocati intenzionalmente nella vicina Indonesia, in particolare nell’isola di Sumatra.  Scopo di tali incendi è di dilatare lo spazio destinato alla monocoltura della palma: ai nostri giorni l’olio di palma  è fatto oggetto di una grande richiesta su scala mondiale, per molteplici usi alimentari e cosmetici.  Soprattutto per questo motivo l’Indonesia è oggi uno dei paesi che più danneggia l’ecosistema della foresta equatoriale, minacciando la conservazione delle popolazioni tribali e delle specie endemiche: particolarmente a rischio sono la tigre di Sumatra e soprattutto l’orangutan.

Se a Singapore un inquinamento così massiccio può ancora risultare episodico o comunque stagionale, esso è divenuto una drammatica costante della vita urbana di Pechino e di molte altre metropoli della Cina, soprattutto settentrionale.  Le esigenze della produzione industriale e il riscaldamento nei mesi freddi qui producono un cocktail micidiale, soprattutto perché si basano a tutt’oggi sul carbone come materia prima principale.  Negli ultimi tempi a questi fattori primari si aggiunge il costante incremento del traffico privato che peggiora ulteriormente la situazione.  La vita quotidiana dei cittadini cinesi metropolitani è pesantemente turbata e in certi periodi dell’anno sconvolta, con gravi restrizioni alla loro mobilità e anche con la fuga più o meno temporanea dalle metropoli.  Ma nonostante tutte le precauzioni la loro salute continua a essere a grave rischio.  In prima linea sono naturalmente i soggetti generazionalmente o costituzionalmente più deboli: ma i danni complessivi sono ben più generali.  Nessuno è davvero immune.

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La gravità della situazione è stata messa in risalto da un recente studio che mette in evidenza come gli effetti disastrosi dell’inquinamento siano ancora più pronunciati nelle regioni settentrionali: qui, infatti, il maggior rigore del clima rende indispensabile il riscaldamento (in gran parte a carbone) per lunghi periodi dell’anno. Esiste al proposito un preciso confine al quale fare riferimento: il fiume Huai, a nord del quale il governo distribuisce gratis il carbone alla popolazione per il riscaldamento invernale.  Le differenze sanitarie fra le popolazioni prese in esame, rispettivamente a nord e a sud del fiume, sono impressionanti.  La vita media dei cinesi “settentrionali” è di cinque anni e mezzo inferiore a quella dei cinesi “meridionali”, e il divario è dovuto in particolar modo alla maggior diffusione delle malattie cardiache e dei cancri al polmone.  Questo significa che nel periodo 1991-2000 le popolazioni della Cina settentrionale hanno perso complessivamente 2 miliardi e 500 milioni di anni di vita rispetto ai loro concittadini della Cina meridionale, con una parallela riduzione di un ottavo nel complesso della forza lavoro.                                                                                                                          L’attuale modello di sviluppo cinese sembra ricalcare molti aspetti dell’industrializzazione forzata dell’occidente nell’ottocento e agli inizi del novecento: scarso rispetto per l’ambiente, minima tutela per il lavoratori (il welfare era al di là da venire).  Se la Cina riesca a prendere consapevolezza delle grandi falle di questo modello di sviluppo con maggiore rapidità di quanto fece allora l’occidente è tutto da vedere: la risposta può influenzare decisamente sia la situazione ambientale mondiale, sia l’evoluzione del sistema politico e sociale della stessa Cina.  Quel che è certo che il tema dell’ambiente, di per sé non direttamente politico, può diventare oggetto di serrate contese in seguito alla pressione Continua a leggere

Le de-estinzioni possibili. Verso Pleistocene Park?

Le due specie della rana australiana Rheobatrachus avevano una caratteristica riproduttiva assai singolare.  La femmina, dopo aver fatto fecondare le uova dal seme maschile, le inghiottiva e poi proteggeva le varie fasi di sviluppo dei girini ospitandoli nel suo ventre.  Solo quando i girini erano pienamente sviluppati, questi potevano affrontare il mondo, dopo essere stati espulsi dall’esofago e dalla bocca della madre.  Abbiamo parlato al passato perché, pochi anni dopo essere state scoperte, le due specie si sono estinte.

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Ma se  l’estinzione non fosse per sempre?  Se una de-estinzione fosse concepibile e realizzabile, sul piano scientifico e tecnologico?  Nel caso della rana Rheobatrachus questa speranza è abbastanza concreta.  Nell’ambito di un progetto intitolato significativamente Lazarus, filamenti del DNA della rana, opportunamente conservati, sono stati impiantati nell’uovo di una rana affine.  E da questo impianto si sono sviluppati embrioni vivi.  Anche se questi embrioni non sono sopravvissuti tanto da generare un organismo adulto, la tecnica è promettente.  Propriamente parlando, le rane così generate non potrebbero essere gli antichi organismi Rheobatracus in senso proprio, ma una sorta di ibridi fra la rana estinta e la rana vivente, fornitrice dell’uovo.  Ma dato che per definire l’identità biologica di una specie vivente ricorriamo soprattutto all’identità genetica, non è improprio parlare di una possibile de-estinzione di Rheobatracus.

Mammut

Le nuove tecniche di clonazione alimentano così la speranza di rivedere in vita specie che popolavano la Terra ancora di recente: non solo il tilacino, ma anche il piccione migratore nordamericano, il dodo, il moa, la capra dei Pirenei oppure l’uro, un antenato selvatico dei bovini.  A parte le difficoltà pratiche dell’ibridazione e della clonazione, i requisiti ineliminabili sono da un lato la conservazione del DNA della specie estinta o, almeno, il suo preciso sequenziamento in modo tale da riuscire ad integrare i frammenti di DNA a nostra disposizione; dall’altro l’esistenza di una specie più o meno strettamente imparentata che possa fornire l’indispensabile uovo.

Quanto di recente si devono essere estinte le specie, perché possano avere una speranza di de-estinzione?  Sembra che lo sguardo debba necessariamente concentrarsi sulle  specie estinte negli ultimi secoli, per responsabilità più o meno diretta della specie umana.  E tuttavia ci si chiede anche se non sia possibile riportare in vita i grandi mammiferi del pleistocene, quelli che popolavano gli habitat della Terra in piena età glaciale.  Si è così aperta una caccia ai resti di mammut, che dei mammiferi estinti dell’età glaciale è  Continua a leggere

Onore al Tilacino (Tigre di Tasmania/Lupo di Tasmania)

Nei giorni scorsi è stata decretata ufficialmente l’estinzione del tilacino.  La CITES  (“Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie in Pericolo della fauna e della flora selvatiche”) ha eliminato il tilacino dalla lista delle specie animali in pericolo.  E’ stato inserito in una lista dal significato ancora più doloroso: quella delle specie estinte.

THYLACINE

Gli ultimi avvistamenti del tilacino in natura risalgono ai primi decenni del novecento.  L’ultimo tilacino in cattività – Benjamin, forse una femmina – morì nel 1936, quando il guardiano dello zoo di Hobart dimenticò di aprire la porta del suo riparo: l’animale non sopravvisse ai freddi della notte. Da allora, molti hanno creduto di scorgere tracce o testimonianze della presenza del tilacino in natura, ma un animale vero e proprio non è stato più avvistato.

Nonostante i suoi appellativi di ‘tigre di Tasmania’ e di ‘lupo di Tasmania’, il tilacino Continua a leggere