L’Europa e il mondo, fra globale e locale

La svolta epocale del 1492 ha dato il via a uno dei tratti essenziali della storia globale nell’età moderna: un’intensa europeizzazione e, in seguito, un’occidentalizzazione del mondo. Questi processi continuano anche ai nostri giorni, pur se in maniera differente. Nel passato come nel presente l’identità europea viene costantemente reinventata dalle sue relazioni con il mondo.

Oggi, però, la posizione dell’Europa è molto diversa da quella di un secolo or sono. Non più centrale ma provinciale: è un semplice nodo, anche se molto rilevante, di una rete globale policentrica. L’Europa è così sollecitata a ricercare nuove possibilità per il suo futuro e per il futuro del mondo, riscoprendo e reinventando gli aspetti creativi della sua storia, delle sue culture, delle sue identità.                                                                                                                         European-map-with-countries-flags-and-borders-Stock-VectorNel mio libro L’Europa globale. Epistemologie delle identità, analizzo appunto la complessa storia europea e le radici profonde di quel tentativo, in atto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, di dare un’adeguata espressione politica all’identità culturale polifonica dell’Europa, spesso controversa, ma che ha comunque saputo resistere ai nazionalismi, agli autoritarismi e ai totalitarismi del ventesimo secolo.                                                    Il policentrismo europeo, nei casi più felici, ha incentivato la creazione di un tessuto di relazioni fra culture anche assai disparate: i movimenti politici, culturali e nazionali europei hanno sempre avuto una risonanza ad ampio raggio, accogliendo protagonisti di diverse origini, appartenenze etniche ed identitarie e mettendo in relazione spazi, tempi e mondi variegati e talvolta eterogenei.                                                                                                                 Oggi la rapidità dei mutamenti sociali e tecnologici in atto, insieme all’impatto profondo sul nostro continente dei conflitti e delle tensioni di un mondo sempre più interconnesso, ha messo in crisi gli equilibri faticosamente raggiunti dalla costruzione europea negli ultimi decenni.  La biforcazione è cruciale: andare avanti verso il compimento dell’unione politica almeno di alcuni paesi europei (probabilmente quelli che oggi aderiscono all’Euro) oppure essere riuscchiati all’indietro in quell’età dei nazionalismi miopi e risentiti che non accenna a chiudersi?

Di ciò parliamo nel seguente dialogo-intervista con Arianna Barazzetti

Arianna Barazzetti – Le identità certe, monolitiche ed indiscutibili sono ormai da considerarsi anacronistiche e anzi pericolose.  Quali possibilità ha l’Europa per ripensare le proprie identità e le proprie diversità durante l’era della globalizzazione?

Gianluca Bocchi – Le identità che noi consideriamo certe e monolitiche sono sempre state oggetto di costruzioni storiche, talvolta anche recenti o ancora in divenire. Spesso queste identità, che si sentono e si credono indiscutibili, celano la loro reale natura costruita e transitoria dietro meccanismi di comunicazione retorici, volti ad assicurare gli interessi a breve termine di coloro che se ne servono.  La funzione mobilitatrice di tali identità è potente, ma proprio per questo rischia di diventare estremamente distruttiva e autodistruttiva.

Nel contesto di panorami politici e sociali di lunga data, costantemente riemergenti nell’ultimo secolo, frequenti e abituali sono state e ancora sono le strategie che slobodefiniscono un’immagine compatta del nemico e che per far ciò pescano a piene mani nel campo confuso e contradditorio delle identità etniche, nazionali o religiose, molto più ricco di narrazioni alternative e complementari di quante possano emergere nel discorso nazionalista. Tali strategie, assai comode per consolidare i totalitarismi, gli autoritarismi e anche varie forme di democrazia autoritaria, finiscono col far collassare la molteplicità delle narrazioni possibili su di una sola narrazione fantasmatica.  Spesso si rivelano un disastroso boomerang, che si ritorce contro coloro che le hanno adottate.                                                                                                                                        Risulta allora prioritario e necessario un consapevole lavoro interdisciplinare, per far comprendere alle opinioni pubbliche e alle stesse classi dirigenti la grande complessità che le idee di identità e di confine hanno assunto nella storia europea. Queste idee hanno a che fare con processi storici e sociali in cui le teorie e le pratiche delle identità e dei confini si mostrano in tutta quanta la loro ambivalenza: fattori ad un tempo costruttivi e distruttivi, mobilitatori e cristallizzatori.                                                                                                   I confini, come del resto le identità, derivano da lunghi processi di costruzione che affondano sempre le proprie radici in spazi e in tempi eterogenei e differenti. Non possono essere considerati inevitabili o necessari, ma vengono in essere attraverso conflitti, compromessi, e spesso anche attraverso una notevole creatività.                                                                                                                        GalataSe trasformassimo anche sul piano propriamente epistemologico, quello che ci appare come cosa data in processo, ecco che potremmo allargare lo spazio in cui pensare tanti problemi teorici e pratici che tormentano il nostro continente.  Mentre le identità rigide e statiche sono esclusive, nel momento in cui iniziamo ad interpretare le identità stesse come realtà costruite al crocevia di diverse narrazioni, ci rendiamo conto che esse possono essere anche di tipo inclusivo, tali da condurre alla condivisione e alla sovrapposizione di territori ed etnie.
                                                                                                                                Arianna Barazzetti – Possiamo quindi sostenere che qualunque cittadino europeo porti in sé una moltitudine di mescolanze?

Gianluca Bocchi - Nei vari piani culturali, etnici, linguistici, genetici ogni cittadino europeo ha un’identità molto ricca e variegata. Se costruissimo un albero genealogico di un qualunque cittadino europeo vedremmo che gli apporti ancestrali che lo permeano provengono da ogni parte.  Le varie regioni d’Europa presentano una notevole permeabilità culturale anche nelle tradizioni popolari.  Ovviamente le élites hanno avuto un grado ancora maggiore di permeabilità culturale, che ha dato ad esse un ruolo fondamentale di tramite tra le varie culture d’Europa.  L’età degli indurimenti nazionalistici ha in parte eclissato, ma non certo dissolto, la multispazialità e la multitemporalità delle radici individuali e collettive dei cittadini del nostro continente.

Le identità europee, ad uno sguardo attento, sono quanto di più permeabile, mosso, evolutivo si possa concepire.  Anzi, una loro indagine potrebbe essere una via esemplare per comprendere il carattere processuale e inclusivo di qualunque genere di identità, a qualunque livello di generalità ci si voglia collocare.  Le identità europee non sono separate, ma si sovrappongono, anche se molti politici e intellettuali hanno frainteso completamente la loro missione e hanno cercato di rendere separato ciò che strutturalmente era ed è sovrapposto.                                                                                                 Czeslaw MiloszTutto ciò scaturisce non solo da molteplici esperienze sul campo, ma anche dalle narrazioni di vario genere provenienti da tutte le culture europee. Pensiamo soltanto alla grande letteratura dell’Europa centro-orientale: tanti romanzi, racconti, biografie degli autori che sono vissuti in quest’area così tormentata ci fanno intravvedere tante stratificazioni e sovrapposizioni culturali caratteristiche di questa o quella città, di questa o di quella regione.  Il più delle volte, le vicende tumultuose di un ventesimo secolo così drammatico ha attentato a queste stratificazioni e a queste sovrapposizioni, senza tuttavia cancellare del tutto la loro memoria.

La grande contrapposizione che così si palesa è quella tra una visione processuale e una visione statica delle identità, tra un’idea di identità flessibile e un’idea rigida.  La contrapposizione fra queste due visioni riguarda anche e soprattutto la relazione con la storia. La visione processuale delle identità è infatti in accordo con i processi storici e sociali che hanno sempre fatto dell’Europa un luogo di incontro e, nello stesso tempo, di confronto e di scontro fra identità molteplici, in un’ambivalenza di integrazioni e di separazioni che non può essere sciolta e semplificata.  Al contrario, una visione delle identità rigide ed esclusive conduce spesso a narrazioni fantasmatiche, tendenziose e ingannevoli, atte a immaginare una storia a senso unico per trovare nel passato ipotetici sostegni ai vincitori del momento.  Queste narrazioni sono certo mobilitatrici di energie, ma queste energie sono soprattutto distruttive e autodistruttive, basate su motivazioni contestabili che quando sono smascherate lasciano un paesaggio devastato, sul piano materiale non meno che sul piano simbolico.

Arianna Barazzetti – Il mito nazionale, dal punto di vista storico, è un agente che ha promosso e sostenuto un passaggio dal locale al globale attraverso il quale si è formata l’Europa moderna.  Quali implicazioni profonde ha avuto un tale processo?

Gianluca Bocchi – L’onnipresenza delle comunità locali è un aspetto di grande rilevanza nella storia europea, che oggi deve essere compreso e ripensato. Nella gran parte della storia europea la massima parte dei cittadini vivevano in comunità locali basate sull’agricoltura, immote e chiuse su se stesse. Questo aspetto del paesaggio umano d’Europa non esaurisce certo la complessità della sua storia: accanto ad esso appaiono anche comunità cittadine molto aperte e creative, come nel caso dei Comuni Lega_anseaticaitaliani, delle Fiandre o della Lega Anseatica, che avevano già la funzione ante litteram delle città moderne: al loro interno vi erano culture plurali, e grazie alle reti commerciali di cui facevano parte esercitavano la funzione di tramite fra culture anche molto lontane l’una dall’altra. Ma in ogni caso, fino ad età moderna inoltrata, la massima parte delle comunità locali in Europa e nel mondo erano caratterizzate dal contatto fisico immediato: non solo nei villaggi contadini ma anche nelle città le comunicazioni tra individui erano in genere molto dirette.

E direttamente comunicavano anche le élites culturali del continente, in una sorta di repubblica delle lettere dai valori condivisi: oggi ci stupiamo della mobilità di queste élites pronte a tenere ricchissimi epistolari o anche a muoversi in cerca delle innovazioni più interessanti senza curarsi troppo dei confini politici ed etnici.

Ma, a parte la rilevante eccezione delle reti cittadine, la gran parte delle comunità locali comunicavano ben poco l’una con l’altra: ogni compagine politica europea possedeva una serie interminabile di barriere interne, trapassate dalle élites ma non dalla massima parte della popolazione.

E’ solo con la nascita di un vero e proprio sistema mondo sul piano economico, che ha avuto origine nell’età delle esplorazioni geografiche condotte dagli europei, che i governanti dei vari stati nazionali del nostro continente comprendono la necessità di mettere in relazione tutte le comunità locali di cui i loro domini erano composti.

Avviene allora una transizione paragonabile a quella che avvenne nel mondo greco, dal tempo della polis all’età ellenistica. Nell’età classica i greci erano concentrati in tante città stato, dove il contatto fisico era fondamentale.  Dopo l’avventura di Alessandro Magno, in età ellenistica, la civiltà greca si diffonde e si disperde, arrivando sino in India e in Egitto: ormai sono coinvolte milioni di persone.  In qualche modo la traiettoria di sviluppo degli stati nazionali europei dell’età moderna è simile.  Per quanto le comunità di partenza siano eterogenee – un villaggio agricolo è molto differente da Parigi – sempre più impellente è l’esigenza e la necessità di far convergere e quasi di fondere insieme tutte queste comunità. E’ un’esigenza posta anzitutto dalle mutate condizioni dell’economia mondiale: le monarchie assolute dell’età moderna avevano bisogno di vasti mercati fatti di consumatori e questo, al di là della loro stessa volontà, ha iniziato a trasformare gli antichi sudditi in cittadini, sempre più dotati di diritti che con il tempo diventano inalienabili.

Nel processo sono coinvolte appunto milioni di persone.  Ciò che non può essere realizzato con il contatto fisico, viene reso possibile sollecitando l’immaginario.  Anche se le differenze di classe e di cultura permangono sostanziali, vi è una notevole convergenza delle visioni del mondo attraverso l’adesione a narrazioni nazionali comuni.  L’idea di nazione diventa sempre più pervasiva proprio grazie a queste narrazioni, che sono basate su un repertorio ricchissimo di miti, di monumenti, di simboli, di eroi.

Human_migrationMa oggi il potere coesivo di queste narrazioni viene sempre più messo in discussione e assistiamo così a una sorta di sgretolamento delle fondazioni delle comunità dell’Europa moderna.  Al di là di ogni retorica e di interventi più o meno nostalgici, i confini appaiono sempre più vulnerabili e permeabili.  Le migrazioni sfuggono a ogni confine, anche e soprattutto perché le migrazioni nascono con il mondo stesso, e sono antecedenti a ogni tipo di confine.

Arianna Barazzetti – Le migrazioni che hanno luogo ai nostri giorni possona dare nuova forza all’idea di confine, ai miti nazionali e ai localismi chiusi e intolleranti?

Gianluca Bocchi – Con la messa in discussione delle nazioni dall’alto dei processi globali (soprattutto, ma non solo, di ordine economico), i confini non possono più funzionare. Possiamo costruire tutti i muri e i reticolati che vogliamo contro i rifugiati e i migranti: però i muri e i reticolati non possono far nulla contro il riscaldamento globale, non possono agevolare la transizione energetica, non aiutano l’innovazione sociale del tutto necessaria per rispondere alle sfide dell’automazione e della maggiore durata di vita delle donne e degli uomini. Del nostro mondo, vi sono sempre più aspetti essenziali che sfuggono a qualunque confine. E poi – lo ripetiamo – non dobbiamo mai dimenticare che le migrazioni sono nate con l’umanità, e che sono primarie e diremmo più flessibili rispetto a ogni pratica confinaria.

Nell’Europa dell’età moderna i confini si sono induriti e sono stati addirittura sacralizzati, e caricati di significati emotivi pronti a contribuire alle detonazioni belliche. L’Unione Europea ha faticato molto a infrangere un tale quadro ma, negli ultimi decenni, la sdrammatizzazione (non l’abolizione) dei confini ha certo contribuito non solo a innescare feconde dinamiche locali transfrontaliere, ma anche a plasmare in senso positivo la mente delle giovani generazioni, che hanno goduto di una mobilità senza pari, anche e soprattutto mentale.  E allora non possiamo che chiederci quali sarebbero le vittime di un Schengen-1nuovo irrigidimento dei confini: lo sarebbero solo i rifugiati e i migranti? O, insieme e forse soprattutto, non lo sarebbero gli europei stessi?

L’inevitabile apertura delle nazioni al mondo ha paradossalmente messo in discussione anche e soprattutto le modaità con cui le nazioni stesse avevano omologato o assorbito le comunità locali. La narrazione prevalente negli ultimi secoli era quella di considerare le comunità locali come il passato, e le comunità nazionali come il presente e il futuro.  Al contrario, molte comunità locali mantengono una capacità di mobilitazione assai pronunciata per cui, senza un plebiscito di tutti i giorni che rinsaldi i legami tra queste comunità locali e le nazioni di cui fanno parte, queste ultime sono a rischio di disgregazione più o meno pronunciato.

Chiaramente un serio problema sorge quando la rinascita delle comunità locali si degrada in localismo. Il localismo indica e comporta la chiusura delle comunità su se stesse, il che è un peccato esattamente parallelo a quello del nazionalismo, che comporta la chiusura delle nazioni su stesse. Il localismo contrasta lo stesso processo da cui le comunità locali oggi sono state rivitalizzate, perché nell’età globale esse sono diventate elementi di reti che le interconnettono alle più diverse aree del mondo.

Arianna Barazzetti – Come si situano oggi le comunità locali all’interno del complesso reticolato globale?

G. B. – Come abbiamo detto il richiamo alle comunità locali oggi è ambivalente.  Accanto al rischio di chiusura si stanno definendo anche nuove possibilità interessanti per la politica, la cultura e anche per l’economia.                                                                         In primo luogo, in un mondo dove moltissimi contatti sociali sono ormai demandati alle reti informatiche o comunque a mezzi di comunicazione “freddi”, possiamo prospettare un sano recupero dei valori del corpo e della fisicità, ritrovando aspetti centrali nella vita della polis tradizionale.  In secondo luogo, vi è una richiesta emergente di maggiore qualità della vita, ispirata anche dalla questione ambientale ma non soltanto da questa e, insieme, vi è una riscoperta delle proprie radici, del proprio genius loci, non più quale fuga passatistica ma quale punto di partenza per l’innovazione.  La posta in gioco è un circolo virtuoso fra conservazione e innovazione che ovviamente è compito della politica alimentare.

ISprawln tali termini si situano ad esempio le questioni urbane contemporanee.  Le città europee moderne hanno attributo un grande valore alla reciproca accessibilità, sia dei loro cittadini l’uno con l’altro sia fra di loro e il mondo esterno.  Oggi questa valorizzazione dell’accessibilità interna ed esterna deve diventare un fulcro della vita di tutte le comunità locali.  Vi è una simbiosi sempre maggiore fra città e “contado”, e la scelta è se questa simbiosi porti a un degrado ambientale e sociale o, sperabilmente, ci spinga a promuovere l’elevazione della qualità della vita individuale e collettiva.

In questo frangente si mostra uno dei maggiori difetti degli stati nazionali moderni e contemporanei, ancora più esasperato nell’ultimo secolo, che è l’eccesso di burocratizzazione.  Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni avrebbero potuto aiutare a bloccare questo eccesso, e invece rischiano di incentivarlo, oltre a innescare – se utilizzate con scarsa consapevolezza – processi di astrazione e di spersonalizzazione non necessari e non auspicati.  Ecco perché, da parte di molte istanze, vi è un’esigenza di progetti bottom up, che partano dal basso e che completino i tradizionali progetti top down.

Naturalmente, questa interpretazione del locale come risorsa non è da tutti condivisa: anzi il richiamo del locale può diventare preda di nuove forze autoritarie che giocano una seconda carta, il localismo accanto al nazionalismo.

11-de-setembreOggi si torna a parlare di secessionismo per importanti regioni d’Europa, quali la Scozia nei confronti del Regno Unito e della Catalogna nei confronti della Spagna.  Qui non si tratta però di localismo, ma di vere e proprie “nazioni interrotte” che nel corso dei secoli hanno subito gravi torti storici.  Tuttavia le attuali indipendenze di queste nazioni correrebbero il rischio di recidere legami sedimentati, e di alimentare una chiusura nazionalistica.  Ma, certamente, i governi centrali del Regno Unito e della Spagna ancora sottovalutano le ferite inferte a queste nazioni nel passato e sono a tutt’oggi incapaci di trasformare la loro forza identitaria in risorse costruttive per la comunità tutta.  Questa oggi è certamente una fonte di crisi per l’Europa nel suo complesso.

Arianna Barazzetti – Città e luoghi di frontiera, quali vincoli e quali possibilità esprimono?

Gianluca Bocchi -  Fino all’età moderna la gran parte delle società europee, piccole, immote e in massima parte contadine, erano in genere molto omogenee e sottoposte a un grande controllo sociale.  Le città iniziano a fare eccezione già nel secondo medioevo: per le città passano Medieval_Citymolti flussi migratori, si innesca una certa mobilità sociale, i vincoli del controllo sociale si allentano relativamente.  Le città saranno successivamente i luoghi chiave delle unificazioni culturali delle rispettive nazioni, e trasmetteranno i loro valori innovativi nei territori circostanti.                                                                                                                       Ma oggi la tarda modernità si è impigliata in un nuovo tipo di omologazione dei cittadini, dovuto alla burocratizzazione.  Per cui l’interrogativo su quali possano essere i cittadini del futuro non ha una risposta scontata.  Ci chiediamo con apprensione se i processi tecnologici in atto finiscano col generare nuove forme di omologazione e di controllo sociale, o se invece la cittadinanza del futuro possa essere basata su un’interazione costruttiva tra diversità considerate feconde e basilari.  Riusciremo a vivere insieme in quanto diversi, come fra l’altro Alain Touraine ha chiesto con grande acume?

Dinanzi a questa sfida dei nostri giorni le grandi città assomigliano sempre più ai luoghi di frontiera in quanto entrambi questi generi di luoghi sono attraversati da flussi continui, che li rendono difficilmente normalizzabili.  Per le grandi città questo è evidente: su di esse converge ogni tipo di immigrazione (e anche di emigrazione), da vicino, da lontano, dal proprio paese, dal resto d’Europa, dal resto del mondo…  Ma anche i luoghi di frontiera, che spesso sono storicamente multietnici perché tracciare frontiere etniche in Europa è rheinsempre stato molto difficile, sono plasmati da flussi bidirezionali, che possono essere giornalieri, settimanali, mensili, annuali, occasionali, ciclici, stabili…  E’ da notare che in genere questi flussi transfrontalieri apportano un guadagno per l’economia e per la cultura delle fasce di frontiera di entrambe le nazioni confinanti.

Oggi abbiamo dunque la necessità che si inneschi un circolo virtuoso fra i valori nazionali e quelli locali.  Indubbiamente la rinascita delle dimensioni regionali e locali mette in crisi le omologazioni spesso imposte dagli stati nazionali, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di un nuovo patriottismo che integri le comunità locali e le metta in relazione evolutiva, altrimenti le comunità locali non farebbero altro che ripetere su una scala in miniatura gli errori degli stati nazionali moderni.  E’ chiaro che dinanzi agli impetuosi cambiamenti apportati dai processi di globalizzazione la reazione psicologica di chiudersi su se stessi rischia di essere sfruttata in forma miope e autodistruttiva da chi cavalca l’onda del populismo. Ai politici che non vogliono rassegnarsi a questa degradazione spetta oggi una notevole dose di responsabilità, e diciamo anche di cultura, per aiutare i propri cittadini a rielaborare le loro sensazioni di incertezza e a vedere nuove possibilità per il loro stesso futuro.

Creare contesti favorevoli perché le tante diversità di cui oggi si compone l’Europa possano non solo interagire, ma costruire insieme è oggi più che mai un compito politico importante a tutti i livelli territoriali, da quelli nazionali a quelli locali.  E’ una necessità ineludibile, se vogliamo che il nostro continente rimanga un laboratorio di creatività e di innovazione, riannodandosi con ciò alle pagine migliori della sua storia e combattendo la tentazione di riproporre la via distruttiva delle sue pagine oscure.


Cambiare l’Italicum. Ciò di cui la Camera dovrebbe discutere.

I molti motivi per cui l’attuale proposta della legge elettorale in fase di approvazione possa risultare dannosa per l’Italia sono già stati discussi nei miei interventi precedenti.  E i motivi per cui la recente riformulazione della proposta di legge elettorale mantenga e forse intensifichi questi problemi, rispetto alla proposta di un anno fa, sono stati oggetto del mio ultimo intervento.  Tuttavia, è ancora opportuno sintetizzare alcune questioni da porre ai sostenitori dell’odierna formulazione, prima che essi la facciano licenziare senza gli auspicabili cambiamenti. 1) L’Italicum, troppo sbilanciato verso la governabilità a scapito della rappresentanza, non ha nessun analogo nei sistemi delle democrazie europee e occidentali, nemmeno quando queste abbiano introdotto correttivi più o meno spinti a favore della governabilità.  In particolare, sono anomali sia il premio di maggioranza, che in casi particolari diverrebbe smodato e immotivato, sia la messa fuori gioco di ogni possibile coalizione.  A tal proposito, non credo sia opportuno fare riferimento alla creatività italiana, quando si tratta piuttosto del predominio di obiettivi locali e a corto termine, a tutto scapito di una visione ampia, sia sul piano spaziale che temporale.  2) Negando l’utilità e la possibilità stessa delle coalizioni, la legge incentiva la tendenza, già esasperata nel nostro paese, a concentrarsi solo sulla vittoria della propria parte e ad eclissare la necessità di operare per il bene comune.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, data l’estrema litigiosità che ha caratterizzato e che continua a caratterizzare il quadro politico italiano degli ultimi decenni?  3) Il privilegio eccessivo della governabilità rispetto alla rappresentanza può generare un forte scollamento tra il Parlamento e il paese reale, con gravi difficoltà per chiunque sia al governo e con una pressione eccessiva della piazza sulle istituzioni.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, nell’età dei facili populismi e delle politica basata su affermazioni ad effetto?  4) L’esaltazione del principio “chi vince decide”, enfatizzando il carattere agonistico delle relazioni fra le parti in gioco e riducendo la ricerca del consenso e delle mediazioni nelle fasi intermedie di una legislatura, può produrre bruschi rovesciamenti di fronte al momento delle elezioni e condurre i nuovi vincitori a esasperare le discontinuità politiche nei confronti del governo sconfitto.  E invece di una certa continuità nelle scelte di fondo (ad esempio nell’attuazione di grandi e piccoli progetti infrastrutturali, nel sostegno alla formazione e alla ricerca, nella politica ecologica ed energetica, nelle relazioni con l’Europa, nella collocazione internazionale) oggi la democrazia italiana e le democrazie europee ne hanno senz’altro bisogno, come insegna il caso svedese.  I precedenti dei bruschi rovesciamenti di fronte spesso avvenuti di recente nei paesi dell’Europa centro-orientale non sono certo confortanti al proposito.  5) A sintesi di tutto ciò, ha luogo un implicito spostamento dalla centralità del parlamento alla centralità dell’esecutivo, senza che peraltro siano stati pensati e messi in atto gli indispensabili correttivi.              elezioni_in_italia_1946-1992Non è facile comprendere perché i sostenitori dell’attuale formulazione della legge elettorale siano inconsapevoli di questi problemi, o per lo meno sembrino di esserlo.  Ma forse sono intrappolati nella loro stessa retorica.  Dato che a loro parere la ragion d’essere principale dell’attuale governo è una rapida messa in atto delle riforme, ogni variazione alla lettera stessa delle riforme proposte – anche se si tratta di variazioni avanzate con intenti esplicitamente migliorativi -  viene percepita come un attacco al percorso delle riforme in toto e, insieme, al governo e alla sua leadership.  La discussione alla Camera dell’attuale proposta di legge elettorale dovrebbe aiutare a dissipare questa trappola retorica.  Licenziare una legge che non trova corrispondenze nel mondo democratico occidentale, di dubbia validità costituzionale, di opportunità politica altrettanto dubbia, dalle incontrollabili conseguenze future, costituirebbe una falsa partenza nel percorso delle riforme.  Proprio chi più ha a cuore riforme adeguate per un risanamento del nostro paese dovrebbe augurarsi che l’attuale formulazione della legge venga cambiata.                                                  Dobbiamo chiederci quale sia lo spazio di manovra disponibile entro l’iter frettoloso del momento, in cui la volontà dell’esecutivo prevale senz’altro sulla libera discussione nell’ambito del corpo legislativo.  A breve termine, è difficile ipotizzare una messa in discussione dell’impianto fondamentale della legge, e soprattutto del principio del premio di maggioranza su cui continua a essere imperniata, alla pari della legge del 2006.  E tuttavia si può far sì che l’applicazione di questo premio di maggioranza sia regolata in maniera meno meccanica ed esasperata.  In primo luogo, si può evitare che all’eventuale ballottaggio per l’accesso al premio di maggioranza, e quindi al governo stesso del paese, prendano parte forze politiche che al primo turno abbiano preso meno del 30% dei voti.  Nella legge può essere incorporato il principio che una parte politica acceda al ballottaggio solo se al primo turno abbia preso almeno il 30% dei voti: e notiamo che questa continua a essere una soglia bassa, perché i seggi che spetterebbero alla parte politica vincente sarebbero comunque circa il 75% in più di quelli che le spetterebbero su base strettamente proporzionale.  Il principio potrebbe così suonare: se due parti politiche superano al primo turno il 30% dei voti, entrambe accedono al ballottaggio; se una sola parte politica supera il 30% dei voti essa vince comunque al primo turno e prende il premio di maggioranza (per una sorta di “manifesta inferiorità” degli oppositori); se nessuna parte politica supera il 30% dei voti non si deve tentare di forzare la situazione, e il premio di maggioranza, che risulterebbe eccessivo, non può venire assegnato.  In tal caso, e solo in tal caso, non si può che procedere a una distribuzione proporzionale dei seggi con la soglia di sbarramento al 3%.                                                                             Evidentemente lo spirito dell’attuale legge considera quest’ultimo un caso rovinoso, da evitare in ogni modo.  Ma un’opportuna riformulazione della legge lo può rendere molto raro, praticamente impossibile.  Questa riformulazione deve rimettere in gioco le tanto biasimate coalizioni.  Si può stabilire che al ballottaggio accedano non le due liste, ma le due coalizioni che al primo turno superino il 30% dei voti.  La differenza fra le due formulazioni è importante.  Se una parte politica ambisce a governare, e per prima cosa ambisce a vincere le elezioni, deve saper “giocar bene”, deve saper intercettare almeno il 30% delle preferenze degli elettori, che in una società complessa come la nostra sono molto diversificate: per questo le coalizioni sono uno strumento flessibile che favorisce  la pluralità e la consonanza delle voci nello stesso tempo. Al contrario, i “duri e puri” del momento – populisti o dogmatici che siano – troveranno certo più difficoltà ad accedere al ballottaggio.  Una tale versione della legge richiederebbe alcuni interventi di riequilibrio: ad esempio le varie componenti della coalizione vincente (solo della coalizione vincente) devono avere una qualche rappresentanza in parlamento, anche senza raggiungere la soglia del 3%, per evitare di confinarle nello scomodo e poco equo ruolo di “portatori d’acqua” per il vincitore, senza alcuna ricompensa.  Inoltre, aumentando la probabilità che due parti in gioco possano superare la soglia dichiarata vincente del 40% dei voti, anche in questo caso si dovrebbe procedere al ballottaggio.                                                   palazzo marinoAncora più flessibilità, e ancora più spazio al gioco delle forze politiche, sarebbero offerti dalla possibilità di apparentamento non solo agli inizi della competizione elettorale, ma anche dopo il primo turno e prima del ballottaggio (proprio come avviene nell’elezione dei sindaci).  Ferma restando la necessità di accedere alla soglia del 30% per partecipare al ballottaggio, in questo caso potrebbe essere opportuno fissare la soglia della vittoria al primo turno non al 40% ma al 50% dei voti, per evitare che una parte minoritaria si associ strumentalmente a uno dei due partecipanti al ballottaggio decretandone anticipatamente la vittoria.  In ogni caso le mosse dei partiti hanno luogo sotto gli occhi dell’opinione pubblica, e quindi apparentamenti troppo disinvolti possono persino risultare controproducenti, facendo cambiare opinione a taluni elettori al momento del ballottaggio.  Per realizzare questa variante, uno scenario praticabile è il seguente.  Dopo il primo turno viene assegnato il 50 % dei seggi complessivi a tutte le liste in competizione che superano la soglia del 3%.  Dopo il ballottaggio viene assegnato l’altro 50% dei seggi: una frazione più o meno ampia di questi costituirà il premio di maggioranza della lista o delle liste coalizzate vincenti, mentre i seggi restanti completeranno il quadro proporzionale del primo turno.  Si potrebbe assegnare un piccolo premio anche alla coalizione che arriva seconda (perdendo il ballottaggio), ma forse questa è una complicazione eccessiva.                                                                               Evidentemente, in questo contesto, non regge l’obiezione che in tal modo lo spazio per mediazioni e trattative è eccessivo (a parte il fatto che in politica mediazioni e trattative sono un valore e non un disvalore).  Qui, infatti, non si tratta di rispettare alla lettera la volontà degli elettori che invece – in maniera del tutto legittima – è fortemente incanalata dagli obiettivi di governabilità che la legge persegue.  Al contrario, la possibilità di costruire coalizioni vivibili e coese è uno strumento per aumentare il consenso, per dare più senso al voto degli elettori, per fornire una maggiore legittimazione all’azione governativa della parte vincente.  Molto più pertinente è l’obiezione per cui un governo di coalizione rischia di dipendere dal voto favorevole di parti politiche piccole o addirittura di singoli deputati, come è accaduto al governo Prodi negli anni fra il 2006 e il 2008.  Una tale obiezione è molto seria.  E se la vogliamo prendere sul serio, come conseguenza della riforma della 1982legge elettorale, si dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento una procedura di sfiducia costruttiva, prendendo esempio dalla Germania.  Durante una legislatura, vi può essere un cambio di governo, e di maggioranza, solo se viena data la fiducia a un nuovo primo ministro, a un nuovo governo, a una nuova maggioranza, a un nuovo programma.  Ma un altro intervento, di portata ben più ampia, dovrebbe accompagnare l’attuale riforma elettorale.  Bisognerebbe essere molto severi e rifiutare di ammettere alle elezioni qualunque partito, movimento o lista che sostenga una qualche forma di discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini, di qualunque natura essa sia: etnica, religiosa, regionale, di genere, o di altra natura.  E se i candidati di un partito ammesso alle elezioni fanno affermazioni di questo genere, i controlli e le multe devono essere altrettanto severi (insieme all’esclusione del candidato).  Non possiamo assistere a spettacoli come quelli oggi offerti dal Fronte Nazionale francese, moderato nelle parole di Marine Le Pen, e pieno di rigurgiti anti-ebraici, anti-islamici, anti-immigrati nelle dichiarazioni della campagna elettorale di molti candidati.                                                                                                Con questi mutamenti, volti a un migliore equilibrio fra governabilità e rappresentanza, la questione delle preferenze viene sdrammatizzata, ma rimane aperta. L’attuale formulazione non è limpida: perché solo il partito vincente dovrebbe poter portare in parlamento una notevole proporzione di deputati scelti con il meccanismo delle preferenze?  Certo, la soluzione immediata sarebbe di far valere le preferenze per l’intera lista,  ricordando come nel periodo fra il 1947 e il 1992 in genere i capilista non hanno avuto grandi problemi per la loro elezione.  Ma non mancano soluzioni differenti, forse più attraenti, che qui discutiamo soprattutto per ribadire come l’innovazione istituzionale sia un’arte difficile che richiede tempo, impegno, ingegno.  Una di queste è l’elezione dei deputati in parte attraverso collegi uninominali e in parte attraverso liste plurinominali in ambito circoscrizionale, nell’ambito di una distribuzione proporzionale dei seggi.  Come è noto, è la soluzione adottata in Germania e in Nuova Zelanda, che danno agli elettori due possibilità di voto indipendenti: una al collegio e una alla lista.  Chi vince in un collegio uninominalie viene in ogni caso eletto, ma il numero dei candidati che alla fine sono eletti, per ogni lista, è calcolato solo sulla base della ripartizione proporzionale dei voti di lista: i deputati eletti  con il collegio uninominale sono compresi in questa ripartizione.  In Italia, naturalmente, si dovrebbero introdurre modifiche relative all’applicazione del premio di maggioranza.        La soluzione ha il vantaggio di scegliere una buona parte della Camera attraverso competizioni sul territorio a stretto contatto fra elettori e candidati, sul cui valore i partiti dovrebbero puntare e che possibilmente dovrebbero essere scelti attraverso le primarie (anche se le primarie non possono essere imposte per legge).  Fra l’altro, chi è orientato a scegliere un candidato per lui meritevole e che tuttavia non appartiene alla propria parte politica (quella che viene scelta nel voto di lista proporzionale) sa di non arrecare nessun danno a quest’ultima, vista che la sua scelta individuale al voto del collegio non diminuisce affatto il numero dei seggi della lista votata al proporzionale.  Lo svantaggio è che questo sistema, sia in Germania che in Nuova Zelanda, può portare a seggi aggiuntivi perché in qualche circoscrizione il numero degli eletti all’uninominale per un partito può essere superiore al numero degli eletti che gli spetterebbero su base proporzionale: ma forse, operando accortamente sulle proporzioni fra eletti attraverso il collegio ed eletti attraverso le liste e, nel contempo, sul numero e le dimensioni dei collegi e delle circoscrizioni, si può evitare una complicazione di questo genere. Per quanto riguardo gli eletti nelle liste circoscrizionali, sia in Germania che in Nuova Zelanda non si usano preferenze ma liste bloccate: nulla, però, vieta di introdurre anche in queste liste le preferenze.              Hamburg HafenUn’altra possibilità, in definitiva più semplice anche se esposta al rischio di essere considerata troppo avveniristica, è quella adottata nelle modalità di elezione del Parlamento di Amburgo, città stato (Land) della Germania federale.  L’elettore ha due voti a disposizione, uno per liste circoscrizionali e uno per liste cittadine.  Ma ciò che importa è che per ognuno dei suoi due voti l’elettore ha a disposizione 5 preferenze, che può distribuire a suo piacimento: darne 5 a un singolo candidato, darne 1 a 5 candidati, e anche con ogni altra distribuzione possibile (2-1-1-1, 2-2-1, 3-1-1, 3-2, e così via).  Il voto disgiunto è ammesso: una parte qualsivoglia delle preferenze può essere espressa anche per candidati di liste per cui non si è votato.  E, naturalmente, non c’è obbligo di utilizzare tutte le preferenze: l’elettore ne può usare 4 o 3, o anche nessuna.  E’ ben nota l’obiezione, che a suo tempo aveva portato alla riduzione e infine all’eliminazione delle preferenze dal nostro ordinamento elettorale: così operando, si favorirebbe la riconoscibilità del voto e si ripristinerebbe il malcostume del voto di scambio, purtroppo sempre in agguato nel nostro paese. Ma siamo davvero condannati alla ripetizione del sempre uguale?  Per quale motivo non potremmo prendere in considerazione una modalità di elezione che in una parte della Germania – anche le elezioni del comune di Monaco di Baviera avvengono con una modalità simile – sono pensate per avvicinare cittadini e candidati e per rivitalizzare la scadenza elettorale, rendendola qualcosa di diverso dalla riproposizione di uno stanco rituale?                            Ciò che può accadere fra pochi giorni alla Camera è imprevedibile.  Può crearsi una convergenza fra sostenitori e oppositori dell’attuale versione della legge, con il diffondersi della conspevolezza che talune migliorie e taluni interventi in tempo reale non solo non ostacolano il cammino delle riforme, ma anzi rafforzano il consenso ad esso, sul piano politico come sul piano popolare.   Nella più felice delle ipotesi, potrebbe anche aprirsi un franco dibattito sulla legge elettorale più opportuna per il nostro paese nell’attuale momento storico, liberandoci da quella coazione a ripetere che ha fatto riproporre – per l’elezione della Camera – una legge troppo simile a quella adottata nel 2006, a suo tempo ampiamente demonizzata.  E nella libertà del dibattito potremmo anche scoprire che il Mattarellum è a tutt’oggi una buona legge, anche se con taluni difetti riguardanti il turno unico dei collegi uninominali e il meccanismo di scorporo, che tende a favorire troppo chi perde le contese uninominali.  E forse potremmo anche scoprire – a memoria futura – le incontrovertibili doti di un Mattarellum a doppio turno, che faccia proprie le virtù del sistema francese con un’equa correzione proporzionale. Nella più felice delle ipotesi, dando alla Camera lo spazio e il tempo necessario per discussioni e riflessioni su un tema di tale importanza, emergerebbe una legge elettorale emendata e più valida. E si aprirebbe anche la strada per ulteriori migliorie e raffinamenti condivisi nello stesso cammino delle riforme: scaturiti ad esempio da discussioni e riflessioni su funzioni, composizione ed eventuale eleggibilità del Senato il quale, rispetto a una Camera eletta con il principio del premio di maggioranza, non potrebbe che rappresentare, per contrappeso, la varietà degli elettorati delle singole regioni (nessuno, fortunatamente, vuol ritornare al “bicameralismo perfetto” da cui abbiamo preso congedo).                                                                      Ma, purtroppo, vi è anche la peggiore delle ipotesi: una situazione di “muro contro muro”, che vedrebbe i sostenitori della legge elettorale rifiutare ogni esigenza di cambiamento, per paura di apparire deboli e cedevoli.  E questo scenario sarebbe una sconfitta per il paese.  Scheda rosaPerché una riforma di così rilevante interesse costituzionale, che dovrebbe avere il consenso di un’ampia parte del parlamento, rischia di essere approvata con un margine minimo di voti e di aprire, non già di chiudere, un percorso ulteriormente tormentato.  La costituzionalità del premio di maggioranza nella sua formulazione attuale è assai perché è troppo simile al premio di maggioranza giudicato incostituzionale dalla decisione della Consulta riguardo alla legge antecedente del 2006.  L’introduzione del ballottaggio nell’attuale proposta di legge non sposta il punto dolente.  Il ballottaggio decide soltanto a chi dare, sempre e comunque, un premio di maggioranza che può risultare enorme, illimitato, persino stravolgente della volontà degli elettori.  Abbiamo sottolineato l’improponibilità dello scenario di due parti in competizione che entrano in ballottaggio dopo aver conseguito, al primo turno, rispettivamente il 25% dei voti dell’elettorato: in tal caso il premio di maggioranza del vincitore farebbe più che raddoppiare la rappresentazione che gli spetterebbe su base proporzionale.  Ma la legge, di per sé, non esclude nemmeno scenari davvero assurdi: ballottaggi fra due liste che hanno il 20% dei voti a testa, o anche di meno.  Certo, una situazione del genere ci appare oggi molto improbabile, e deriverebbero da una frammentazione e da una litigiosità del panorama politico quasi impensabile.  Ma nella storia è accaduto anche di peggio, e vigilare è d’obbligo.  Una legge elettorale non dovrebbe mai consentire che il governo possa essere affidato, senza contrappesi adeguati, a una parte il cui sostegno nel paese potrebbe essere molto minoritario, visto anche come la partecipazione al voto sembra entrata in una fase di declino persistente e fisiologico.  Fra l’altro, in età di populismi imperanti, la possibile accessione al ballottaggio, in un futuro prossimo o meno prossimo, di qualche partito non limpidamente democratico sarebbe un salto nel buio che una democrazia dovrebbe evitare con tutte le forze (Weimar, dopotutto, ha ancora da insegnarci qualcosa).  Non sappiamo se la Corte Costituzionale dovrà nuovamente sottoporre a scrutinio la legge elettorale, né prevedere quale possa essere la sua nuova decisione.  Però, se il percorso prendesse una certa piega, ci potremmo ritrovare con una legge elettorale della Camera assai simile a quella in vigore fino al 1992: un proporzionale con la soglia al 3% al posto di un proporzionale quasi puro, che aveva soglie ancora più basse.                                           E’ chiaro come le vicende, già così intricate e tormentate, delle leggi elettorali nel sistema politico italiano recente non siano episodiche: anzi, sono pienamente sintomatiche della condizione delle istituzioni democratiche nel mondo d’oggi.  Dopo una legge elettorale rimasta stabile dal 1947 al 1992, è succeduta la formulazione di tre nuove leggi elettorali in poco più di un ventennio.  E la storia andrà avanti.  Si tratta soltanto della manifestazione di un sistema politico in cattiva salute, e dell’intervento di interessi particolari e limitati?  referendum_1958Oppure non dipende anche, e forse soprattutto, del fatto che, in un mondo ove le società, le culture, le economie, le tecnologie evolvono rapidamente e imprevedibilmente, anche le istituzioni non possono che co-evolvere con esse, senza mai rinunciare ai pilastri di base su cui è fondata la nostra democrazia.  Ora, gli ordinamenti istituzionali di molti paesi europei risalgono alla fine della seconda guerra mondiale o, come in Francia, sono stati prodotti da una grave crisi che ha imposto una transizione costituzionale d’emergenza.  Ma i decenni sulle spalle delle nostre istituzioni sono cresciuti: qui, come in altri ambiti, l’obiettivo prioritario è quello di coniugare il carattere ispiratore e irreversibile delle memorie e delle tradizioni a cui continuiamo a ispirarci con quella flessibilità che è resa necessaria dalle molteplici esigenze individuali e collettive in scenari di mutevolezza estrema.  E’ allora evidente che, fatti salvi quei principi inalienabili che la nostra Costituzione esprime a tutt’oggi in maniera esemplare, le modalità concrete di funzionamento dello stato devono essere ripensate costantemente.  Forse, quello che manca oggi a un sistema politico, e non solo a quello italiano, è la capacità di esercitare un’attenta autoosservazione del suo stato di salute e di vitalità nel corso di ogni legislatura e di ogni tappa della legislatura, di comprendere i suoi bisogni, di proporre i mutamenti più urgenti, secondo modalità istituzionalizzate e condivise.  E’ forse un compito da attribuire a un futuro Senato?  E’ forse un compito per un nuovo dialogo fra parlamento e cittadini?  E’ forse un nuovo orizzonte di democrazia partecipativa?                                                         In ogni caso, le vicende delle leggi elettorali italiane confermano l’atteggiamento che è indispensabile tenere nei confronti di ogni legge, di ogni regola, di ogni invariante.  Non esiste una legge elettorale migliore delle altre.  Ma è indispensabile dibattere su quale sia la legge elettorale contestualmente migliore: per quale luogo, per quale tempo, per quali obiettivi.  Stabilità ed evoluzione, nella democrazia come in tante altre vicende umane, non sono in contrapposizione: solo un circolo virtuoso fra le due polarità può dare senso al nostro vivere civile.  Una tale prospettiva non può che dare un senso nuovo, e forse più vitale, alle parole oggi tanto abusate di ‘riforme’ e di ‘riformismo’.  Il riformista non è colui che ambisce a una meta ultima, finale.  E’ colui che si appassiona per la soluzione che ritiene più valida al momento, pur sapendo che, un giorno non tanto lontano, si batterà lui stesso per aprire nuovi spazi e tracciare nuove frontiere.

Cambiare l’Italicum. Una necessità per l’Italia, un’opportunità per tutti

La nuova legge elettorale, ‘Italicum’, nell’attuale versione approvata dal Senato, può rivelarsi dannosa non solo per la democrazia italiana ma, paradossalmente, anche per i suoi sostenitori.  Non sarebbe male se essi stessi se ne convincessero, e si convincessero anche che un cambiamento della legge, più o meno spinto, non significherebbe un’interruzione del percorso verso le riforme.  Al contrario, aumenterebbe il consenso popolare. Non abbiamo bisogno di riforme tanto per fare: abbiamo bisogno di riforme fatte bene.  Un po’ di tempo dedicato oggi alla discussione significa tempo risparmiato per il futuro.  Altrimenti, prima o poi, i nodi vengono al pettine, e allora dovremo riconquistare quello oggi rischiamo di perdere per effetto di frettolosità.  Già la prima versione dell’Italicum, circa un anno fa, appariva di ostacolo, piuttosto che di aiuto, al buon funzionamento delle istituzioni e della democrazia italiana.  Da allora la situazione è cambiata in peggio: l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste partitiche e non già a coalizioni di liste aggiunge una nuova anomalia a quelle già presenti. Perché anche questo tratto della legge non trova nessuna rispondenza nel panorama politico europeo e in generale nelle democrazie funzionanti.  Anzi, oggi va in controtendenza rispetto alle soluzioni europee che, con un certo acume, cercano di non sacrificare la rappresentanza alla governabilità, in un momento molto critico per la democrazia, in cui il problema dello scollamento fra cittadini ed istituzioni è forte dappertutto. European Parliament Groups

Tre, come è noto, sono i punti che lasciano notevolmente perplessi rispetto alla legge elettorale così proposta.  I primi due, relativi al meccanismo delle preferenze e all’enormità del premio di maggioranza, appaiono francamente anticostituzionali, oltre che non opportuni dal punto di vista politico.  Il terzo – l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste e non a coalizioni non è in sé e per sé anticostituzionale, ma forse è ancora più disastroso dal punto di vista politico, soprattutto se cumulato con un premio di maggioranza enorme e non regolato.                                                                                                                      In odore di anticostituzionalità sta certamente lo strano meccanismo delle preferenze per cui i capilista sono bloccati, e il voto di preferenza lo si può dare solo agli altri componenti della lista. Il risultato netto – noto ormai a tutti – è che le preferenze degli elettori possono influire sulla composizione personale del parlamento solo se votano per il partito che prende il premio di maggioranza e vince le elezioni.  Altrimenti noi: gli altri partiti (salvo sporadiche eccezioni) porteranno in parlamento solo i capilista bloccati.  Non credo che questa possa essere configurata come una condizione di uguaglianza dei cittadini dinanzi al voto.    Ancora più anticostituzionale, a prima vista, appare il premio di maggioranza, che già nella legge precedente bocciata dalla Consulta appariva come un’anomalia che non ha uguali nei sistemi democratici occidentali.  Non esisteva una soglia minima per accedere al premio di maggioranza prima, ma non c’è nemmeno adesso.  Si afferma che, se nessuna lista arriva alla soglia del 40 per cento, avrà luogo un ballottaggio fra le due liste che al primo turno avranno raggiunto il maggior numero di voti.  Ma questo significa che, in situazioni soltanto di moderata frammentazione, una lista che al primo turno prende all’incirca il 25 per cento dei voti può alla fine vincere il 53 per cento dei seggi, cioè più che raddoppiare i voti che proporzionalmente gli spetterebbero: una sovrarappresentazione che non ha eguali nemmeno nei risultati dei tanti sistemi uninominali (a uno o a due turni), né del sistema greco (in cui il premio di maggioranza è fisso, 50 seggi: nelle recenti elezioni Syriza con il 36,3% dei voti ha preso il 49,7% dei seggi).  Aggiungiamo che, con una frammentazione solo un po’ più spinta, possono andare al ballottaggio due partiti che non raggiungono nemmeno, sommati insieme, il 50% dei voti degli elettori.             Elezioni 2013Aggiungiamo anche che l’Italia, nelle ultime elezioni del 2013, era solo un po’ meno frammentata che in queste situazioni ipotetiche  Il PD, ricordiamolo, ha preso il 26,2% (Italia ed estero, senza la Val d’Aosta, non comparabile), il M5S il 25,8% dei voti.  Certo, in presenza di questa legge i risultati sarebbero stati diversi e forse le coalizioni avrebbero fatto liste comuni.  Resta comunque il fatto – su cui riflettere con attenzione – che in un momento così critico, in cui le affermazioni anti-euro, anti-Europa, anti-interculturalità, anti-Germania, anti-Usa e così via, vengono espresse con una superficialità sconcertante, la possibilità che una lista raggiunga il ballottaggio con affermazioni di questo genere (Grillo? Salvini? ma in prospettiva ci può essere anche di peggio) non è da escludere.  E a parte il rischio, dannosissimo per l’Europa tutta, di una sua vittoria (non probabile), resta l’eventualità di dare a queste voci un proscenio immeritato, generando una tappa ulteriore del degrado culturale del paese.                   Con la finezza e l’autorevolezza che lo distinguono, Valerio Onida ha ampliato il discorso e, in termini sia costituzionali che politici, ha indivuato fra le conseguenze dell’enorme premio di maggioranza un tendenziale squilibrio fra il potere esecutivo e il potere legislativo, a tutto vantaggio dell’esecutivo e a tutto detrimento del legislativo.  E’ evidente che un Parlamento semplificato, in cui vi sia un gruppo parlamentare sovrarappresentato e tutti gli altri sottorapresentati, non è una scena favorevole a iniziative legislative inter-partitiche, inter-schieramenti e, in genere, trasversali.  E invece il Parlamento – oggi più che mai, oggi che in una condizione di crisi globale gli interessi comuni del paese e dell’Europa devono essere coltivati, oggi che la contrapposizione ideologica di destra e di sinistra si indebolisce dinanzi ad altre contrapposizioni più urgenti – deve configurarsi come un laboratorio di innovazione in cui la diversità delle idee sia fondamentale e in cui le relazioni personali possano essere molteplici, non appiattirsi regolarmente sulla contrapposizione fra governo e opposizioni.  Si apre così la strada a una riflessione su un termine che nel linguaggio politico è del tutto assente: generosità. Generosità non equivale al buonismo, ma alla capacità di aprire opportunità non solo per sé, ma anche per gli altri.  E quindi vincere sì, ma vincere con magnanimità, pensando a un rapporto equo con le minoranze (e, talvolta, persino a sovrarappresentarle piuttosto che a sottorappresentarle), perché nel corso di una legislatura si ha bisogno di tutti, anche se alcuni di questi tutti tendono colpevolmente ad autoescludersi.                                                                              BundestagQueste riflessioni, d’altra parte, sono ancora più urgenti alla luce dell’altro difetto dell’Italicum, introdotto senza necessità alcuna nella nuova versione approvata dal Senato.  Esso si presenta infatti con la specificità, che in Europa senz’altro non ha eguali, di rendere impossibili – non difficili -  i governi di coalizione, nel senso di evitare che due o più partner si rivelino altrettanto indispensabili per il governo, e che quindi si debba procedere a negoziazioni e a mediazioni fra le parti.  Nella situazione configurata dall’Italicum, la parte politica vincente potrebbe tutt’al più allargare la maggioranza ad altri partiti che hanno qualche rappresentante in Parlamento, ma vi resterebbero in forma subordinata e instabile.  Ricordiamo tra l’altro, con Onida, che la parte al governo non solo potrebbe aver vinto con il 25% circa dei voti ma, in un’età in cui la partecipazione al voto tende a ridursi piuttosto che ad ampliarsi, potrebbe persino rappresentare non più del 15% degli elettori.  Questa sarebbe la peggiore calamità per la parte al governo, perché la sottorappresentazioni delle voci contrarie in Parlamento potrebbe generare un forte aggressività nella piazza. E in un’età di continue tensioni e di populismi aggressivi questo non è uno scenario augurabile.                                                                                    Credo che per contribuire all’odierno dibattito sull’Italicum si tener presente che:               1) Analizzando gli andamenti politici delle democrazie dell’Europa occidentale dal 1945 ad oggi, le coalizioni appaiono costantemente la norma e non già l’eccezione, in varie forme: coalizioni di partiti relativamente omogenei quanto alla propria collocazione politica; coalizioni di partiti nazionali con partiti espressone di istanze regionaliste o di minoranze etniche, linguistiche, culturali; “grandi coalizioni” fra partiti tendenzialmente di centrodestra e di centrosinistra, che nell’odierno panorama europeo stanno diventando più frequenti.  Le coalizioni sono state e sono la norma in Germania (sempre, dal 1945) nei Paesi Bassi, nei paesi scandinavi, e in genere in tutti i sistemi in cui vi sia una legge elettorale proporzionale.  Lo sono state e lo sono anche in Francia della V Repubblica, perché qui la legge elettorale, basata sul collegio uninominale a doppio turno, ha reso il centrosinistra e il centrodestra necessariamente “plurali”, inclini a rappresentare nei vari collegi – e, quindi, nel Parlamento che si va a costituire – tutte le piccole forze più o meno omogenee (talvolta, persino degli indipendenti di “area”) che possono contribuire alla vittoria.  Lo sono in genere anche nei paesi dell’Europa centro-orientale dopo il 1989, anche se con la situazione non infrequente per cui  il malgoverno di un partito ad un certo momento al potere talvolta provoca una vittoria a valanga per il partito di opposizione.  E il caso dell’Ungheria  di Viktor Orban insegna che ciò può non essere un bene.                               parlamento inglese2) Le conseguenze dell’uninominale a turno unico, sul modello britannico, sono assai varie.  Di per sé, una tale legge elettorale può persino generare una grande frammentazione partitica e quindi coalizioni ancora più complicate, nel caso in cui vi siano molti partiti a forte radicamento regionale: l’India e il Pakistan sono situazioni esemplari.  Ma anche in Canada e in Irlanda (in quest’ultimo caso, vi è un sistema derivato, più complesso) l’uninominale a turno unico non comporta affatto il bipartitismo, né esclude coalizioni e governi di minoranza.  Solo nel Regno Unito e negli Stati Uniti l’uninominale a turno unico sembra sinonimo di bipartitismo.  Eppure  l’attuale governo britannico è una coalizione e che il risultato più probabile delle prossime elezioni è ancora una coalizione, forse persino a tre o più parti in gioco.  Naturalmente anche il bipartitismo americano non è deducibile dalla legge elettorale, ma da condizioni storiche non formalizzabili e non necessariamente statiche. statiche.                                  3) Il caso della Spagna è particolare.  Con un’opportuna scelta delle circoscrizioni elettorali, viene espressa la volontà di privilegiare e di sovrarappresentare i maggiori partiti nazionali.  Ma lo stesso sistema ha come suo inscindibile risultato anche quello di privilegiare i partiti a base regionale, o che rappresentano determinate minoranze etniche, linguistiche, culturali.  E in Spagna questi partiti abbondano.  Così vi sono stati casi di governi di minoranza appoggiati su partiti regionali, più o meno consistenti.  E per quanto riguarda le  elezioni imminenti, ai due partiti nazionali maggiori (Popolare e Socialista) si sono aggiunte le due novità di Podemos e di Ciudadanos.  Gli ultimi sondaggi danno questi partiti praticamente alla pari.  Difficile che chi vinca prenda tutto.                                                 Turkish_general_election_19954) Gli artifici semplificatori, più o meno comparabili con il premio di maggioranza italiano, possono sfociare anch’essi in coalizioni: la differenza è che in questo caso i sistemi sono più rigidi, e le coalizioni sono più spurie. Abbiamo già parlato del caso della Grecia, in cui  Tsipras ha dovuto cercare un partner governativo (ANEL), che non è certo della sua parte politica.  Quanto alla Turchia, in cui la pesante soglia del 10 per cento pone limiti alle possibilità elettorali e parlamentari (e, in questo momento, è senz’altro consostanziale all’autoritarismo di Erdogan), restano famose le elezioni del 1995 in cui sono entrati in Parlamento cinque partiti, con i primi tre di forza quasi uguale (19-21 per cento).                 Ma il punto centrale non è quello di una distaccata, seppur necessaria, storia e comparazione dei sistemi elettorali europei.  E’ invece l’odierno panorama politico e mentale europeo, di grande complessità e di grande mutevolezza, in cui la tradizionale opposizione fra destra e sinistra persiste ma è indebolita; in cui la destra e la sinistra scoprono di aver bisogno l’una dell’altra per poter generare innovazioni sociali, economiche e tecnologiche del tutto urgenti; in cui soprattutto esiste una grande opposizione ortogonale a quelle tradizionali, quella fra europeismo ed antieuropeismo, fra Europa aperta (con ragionevolezza) ed Europa chiusa (con risentimento) e, più precisamente, fra la necessaria federalizzazione dell’Europa o la sua catastrofica disgregazione.   E in questo scenario le coalizioni sono uno strumento di grande flessibilità.  Consentono alle parti politiche di mantenere i legami con le proprie tradizioni e le proprie identità, prendendo nel contempo coscienza della loro presente relativizzazione e mostrando disponibilità ad operare cooperativamente per obiettivi di interesse più generale.  Qui come in altri casi, l’unità e la diversità possono e devono entrare in rapporto dialettico. La differenziazione e l’integrazione sono entrambi elementi basilari del governo e della governabilità.  L’una senza l’altra può creare gravi squilibri, oggi più che mai.                                                                                                                                     Firma_della_CostituzioneLa necessaria riforma dell’Italicum non può che pensare alle coalizioni come ricchezza, non come ostacolo.  E una tale comprensione, naturalmente, può agevolare soluzioni tecniche – di per sé non troppo difficili – che affrontino gli altri due nodi: un trattamento decente della questione preferenze, e una regolazione del premio di maggioranza.  Ma la posta in gioco non è tecnica, è squisitamente politica e tocca l’essenza stessa della politica.  Perché la politica è mediazione, arte, capacità di spostare i problemi, immaginazione per trovare soluzioni favorevoli anche per (talune) parti avverse, visione progettuale che evolve giorno per giorno e svolta per svolta, attitudine alla sorpresa, apertura di nuovi spazi di possibilità, inclinazione non solo a vincere ma anche a giocare bene.  Oppure non è.  Sappiamo benissimo che, talvolta, in Italia e altrove, la pratica politica ha quasi delegittimato l’uso di termini come mediazione e anche coalizione (per non dire compromesso), dando loro il significato illegittimo di accordi al ribasso per il proprio esclusivo particulare.  Ma se ci attacchiamo ai termini, che cosa dovremmo dire allora dello scempio novecentesco fatto ai termini di ‘democrazia’ e di ‘popolare’? Sì, la politica è mediazione creativa giorno per giorno, non meccanica esecuzione quinquennale di un programma già scritto.                    E poi non dimentichiamo che la situazione europea e mondiale è sfidante, e impone la valorizzazione di tutte le forze e di tutte le competenze che vogliano andare avanti, dando all’Europa le regole, la capacità e l’inventiva per divenire un soggetto intraprendente nella politica globale e non già quello che è sempre stata, un condominio in lite perenne.  E anche nella nostra comunità nazionale, le regole devono essere tali da invogliare il cittadino ad appassionarsi alle vicende pubbliche, piuttosto che accostarsi ad essa distrattamente ogni cinque anni.  L’orizzonte di una maggiore democrazia partecipativa non è utopia, né prospettiva temuta e depotenziata dall’alto.  E’ una risorsa per fare evolvere il sistema paese in forme più adeguate al futuro che dobbiamo anticipare.

 

 

9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

Ucraina, le ombre di un secolo lungo: le ossessioni della Russia, le mancanze dell’Europa

Subito dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, lo storico inglese Eric Hobsbawm incarnò il comune sentire del momento in una felice espressione: il ‘secolo breve’, 1914-89, era ormai alle spalle, con tutte le sue guerre e le sue tragedie.  Ma oggi, alla vigilia della scadenza dell’anniversario del 1914, si fa strada una sensazione quasi opposta: il ‘secolo breve’ ci appare come un ‘secolo lungo’, che ancora non vuole passare e che ci tiene prigionieri.  Sì, a tutt’oggi Berlino e dintorni – la Germania, l’Europa occidentale e buona parte dell’Europa centro-orientale – restano fedeli all’unica vera invenzione politica e istituzionale degli ultimi decenni: la sovrapposizione di sovranità prospettata (e non ancora pienamente attuata) dall’Unione Europea.  Ma da tutte le parti i conflitti aperti nell’ultimo secolo, o prima ancora, continuano a congelare i popoli e le nazioni: le frettolose linee di divisione messe in atto tra Israele e paesi arabi nel 1948 e fra India e Pakistan nel 1947; la spartizione coloniale del Medio Oriente subito dopo la prima guerra mondiale; l’inimicizia radicata fra Cina e Giappone che risale almeno al 1895, quando la Cina sconfitta dovette cedere al Giappone Taiwan e lasciargli mano libera in Corea.  E la “nuova guerra fredda” che incombe dopo le intromissioni della Russia in Ucraina ci porta ancora più indietro: alla situazione internazionale nel corso dell’ottocento, quando il conflitto mondiale principale e persistente era fra Russia e Gran Bretagna.

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La concezione dei confini e della politica internazionale che oggi motiva e muove la Russia di Putin è esattamente quella della Russia imperiale dell’ottocento.  Il confine è una linea di divisione che separa un dentro e un fuori, un noi e un loro.  La politica internazionale è un gioco a somma zero in cui alle mie vittorie fanno da contrappunto le sconfitte altrui, vittorie tanto più apprezzate quando suonano come rivincite delle proprie sconfitte e delle vittorie altrui del passato.  Questa visione, naturalmente, non era solo russa, ma era condivisa da tutti gli imperi e da tutte le nazioni europee dell’ottocento.  Presiedeva alla sistemazione dei confini europei dell’Europa post-napoleonica (Congresso di Vienna, 1815), quando gli antichi universalismi dell’Impero Germanico e della Chiesa di Roma erano ormai svaniti nel nulla.  E nel corso di tutto l’ottocento si era irrigidita in Europa ed era dilagata nel mondo, coinvolgendo aree e popoli per i quali le esperienze dei confini lineari e delle sovranità assolute, esclusive e rivali erano aliene: pensiamo all’Africa, ai nativi dell’America Settentrionale o, ancora, ai popoli nomadi delle steppe dell’Asia Centrale.  In Europa, la convinzione che il successo della nazione si misuri con le sue vittorie nei giochi a somma zero ha precipitato il continente in una distruttiva “guerra civile” che ha incendiato l’intero pianeta (1914-45).  Nel mondo, le spartizioni imperiali e coloniali fra possessi territoriali e aree di influenza ostacolano ancor oggi le convivenze fra le molte etnie e religioni dei singoli stati post-coloniali (l’Africa e il Medio Oriente sono casi fin troppo drammaticamente esemplari).

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Naturalmente altre visioni, altri giochi sono possibili, e sempre più necessari.  I confini possono essere ritradotti come luoghi di sovrapposizione e di integrazione fra culture, identità e qualche volta persino sovranità, come nuclei di emergenza e di sperimentazione di nuove forme di cooperazione economica e sociale.  Gran parte delle nazioni e dei popoli europei hanno iniziato ad elaborare una tale visione non per una loro particolare lungimiranza, ma perché costretti dai risultati autodistruttivi della visione tradizionale. Mentre negli ultimi decenni l’Unione Europea ha goduto di notevole successo per la reinterpretazione dei suoi confini interni, ha però sottovalutato la possibilità di una reinterpretazione dei suoi confini esterni.  Anzi, ha trascurato l’intera questione.                Se c’è un territorio in cui le culture, le identità, la storia e le storie dell’Europa e della Russia si sovrappongono questa è l’Ucraina: frontiera nel presente per la varietà delle identità culturali dei suoi abitanti, frontiera nel passato per la molteplicità degli influssi di Roma e di Costantinopoli, di Varsavia, di Mosca e di Vienna.  Ciò è esattamente quello che vogliono negare la visione e le azioni della Russia di Putin.  Ma per potere contrastare efficacemente questa visione e queste azioni, bisogna chiedersi se non l’abbiamo negato anche noi.                                                                                                                                    Il problema cruciale, per l’Europa e per gli Stati Uniti, non è Putin, ma il consenso che le sue mosse oggi ricevono dal popolo russo: consenso che non si spiega soltanto sulla base della completa e voluta disinformazione di quanto avviene effettivamente in Ucraina.  Anzi, è probabile che Putin sia così deciso nella sua linea di condotta proprio al fine di

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La politica italiana, oggi: autoinganni, coazioni a ripetere, e un dopoguerra che non è finito

Le decisioni della Corte costituzionale sulla legge elettorale sono state attente e poco invasive.  Hanno escluso gli aspetti meno sostenibili della legge elettorale antecedente, lasciando aperto un enorme spazio di possibilità per i legislatori. Pareva dunque un richiamo salutare alla capacità inventiva e all’esigenze di qualità dell’arte della politica.  Alla luce di questo richiamo, quanto è accaduto nei giorni successivi è preoccupante.  Perché gran parte dei leader politici italiani non hanno per nulla percepito questo enorme spazio di possibilità.  Al contrario, si sono mossi per presidiare nuovamente lo stesso cantuccio già occupato nel vecchio spazio.  E questo significa; una nuova legge elettorale senza preferenze e con un premio di maggioranza sempre eccessivo, una legge forse ancora più rigida della precedente per l’elevazione di certe soglie di sbarramento.  Un premio di maggioranza che porta automaticamente del 35 per cento dei voti al 50 per cento dei seggi non ha analogie in Europa.  Peggio ancora, però, è il possibile doppio turno che regolerebbe la corsa al premio di maggioranza, nel caso in cui la soglia del 35 per cento non venisse raggiunta.  In tal caso, la maggioranza assoluta dei seggi potrebbe essere ottenuta anche da partiti che, al primo turno, ottengano il 30 per cento o anche meno del consenso popolare.  Esattamente quella situazione che la Consulta, nello spirito se non nella lettera, ha giudicato insostenibile.  E non sappiamo nemmeno se questa nuova legge, una volta approvata dal Parlamento, possa superare un nuovo vaglio della Corte costituzionale.

consulta

Non tutto, naturalmente, è negativo nel percorso di riforme che si tenta di aprire: l’abolizione del bicameralismo perfetto Camera-Senato è quanto mai opportuna, e impedirà il calvario post-elettorale del 2013 e anche quello del governo Prodi dopo il 2006.  Ma, di contro, preoccupante non è tanto l’attuale proposta di legge elettorale elettorale, quanto lo sono le narrazioni e le retoriche con cui viene sostenuta.  E così, viene presentata come una svolta decisiva della politica italiana quella che è una semplice variazione sul tema, discutibile e in questa forma logora della “governabilità a tutti i costi”.  Perché questo accade, dipende da fraintendimenti in cui la politica italiana si è impantanata negli ultimi decenni e da cui non riesce a liberarsi:  che il risultato elettorale possa e debba tradursi senza eccezioni e senza intermediazioni in un particolare governo e che la legge elettorale sia di per sé in grado di garantire un sistema politico sano. Sarebbe il caso di affrontare la questione anche da altri punti di vista e di comprendere come un sistema politico non troppo conflittuale, imperniato su forti valori condivisi, sia in grado di utilizzare in maniera flessibile le leggi elettorali in vigore, e persino di sdrammatizzare il risultato stesso delle elezioni.  La logica politica tedesca in questo senso è esemplare: quando per un partito il risultato ottimale non ha luogo, su scala nazionale come su scala regionale, allora è aperta la strada per le negoziazioni.  In buona parte d’Europa la coalizioni conseguenti a risultati elettorali subottimali fanno parte della normale pratica politica, mentre in Italia le “grandi Intese” (e  la diversa terminologia adottata indica anche una diversa realtà)  sono percepite come momenti di assoluta emergenza, sono aperte al rischio della paralisi governativa e alla fine possono venir esecrate quali calamità da evitare.

coalizioni

Il problema serio è che l’attuale fissazione unilaterale sul premio di maggioranza, fra i suoi scopi dichiarati,  ha proprio quello di rendere impossibili coalizioni ampie e trasversali.  In Europa non esistono visioni comparabili. Le coalizioni ampie e trasversali non sono auspicate, anche perché spesso logorano gli appartenenti alla coalizione stesse.  Taluni sistemi elettorali le consentono di più, altri di meno.  Ma nessuno le impedisce direttamente.  Se si rendono necessarie, il richiamo a valori condivisi sui quali si possono fondare le parti in gioco può persino aiutare ad affrontare con una certa speranza una fase critica della politica nazionale, come è di recente avvenuto per il governo Di Rupo in un Belgio posto dinanzi al rischio concreto della disgregazione.                                                                                                             Per tornare all’Italia: siamo proprio certi che obbligare letteralmente al governo una parte politica anche nel caso in cui questa goda del consenso elettorale (diciamo) di circa un terzo del paese sia un buon servizio per i vincitori stessi?  E che non aumenti ulteriormente la conflittualità generale del sistema politico, e l’aggressività di chi si trovi nel ruolo comodo di condurre un’opposizione distruttiva?                                                              Intendiamoci: la situazione politica italiana del momento è grave ed anomala, con tre (non due!) blocchi che si percepiscono come rigidamente incompatibili.  Il ricorso al premio di maggioranza come strumento strategico per superare una situazione di paralisi è una mossa comprensibile, forse anche auspicabile.  Ma quello che non è accettabile è anzitutto la misura quantitativa di questo premio.  In secondo luogo, non è accettabile la totale assenza di consapevolezza sul fatto che questa può essere sì un’utile mossa

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17 giugno 1953: la rivoluzione dei senza nome

La conclusione della seconda guerra mondiale e il crollo del regime nazista regalarono all’Unione Sovietica una posizione strategica di grande vantaggio, certamente imprevedibile solo pochi anni prima.  Stalin aveva coronato la marcia verso occidente iniziata da Pietro il Grande:  la Russia era diventata una potenza europea a pieno titolo, ed anzi teneva saldamente in pugno il cuore del vecchio continente.  Winston Churchill percepì lucidamente che una “cortina di ferro” stava dividendo l’Europa in due,  e la consapevolezza della gravità della situazione spinse gli alleati occidentali a resistere a tutti i costi ove i giochi non fossero ancora compiuti: a Berlino, a Vienna, a Trieste.                                           Sin dagli inizi, la scelta sovietica era chiara: al pari dell’impero interno, anche questo nuovo “impero esterno” sarebbe stato tenuto insieme con la forza, non col consenso.  Mai si tentò seriamente di ottenere un appoggio di quel popolo in nome del quale pure si pretendeva di governare.  E mai le “democrazie popolari” di nome lo furono di fatto: nei loro confronti i lavoratori mostrarono spesso opportunismo, ma mai una convinta adesione. 

16 giugnoCome è noto i paesi dell’Europa centro-orientale che entrarono a far parte del blocco sovietico furono rigidamente normalizzati e omologati, già nel periodo fra il 1945 e il 1950.  E questo non significava solo il completo smontaggio delle istituzioni democratiche e la perdita delle libertà civili, ma anche l’adozione incondizionata del modello di sviluppo sovietico: statalizzazione e collettivizzazione generalizzate, attacco alla proprietà privata, privilegio assoluto all’industria pesante e a quella degli armamenti.  Questo ebbe la conseguenza, certamente non auspicata, che i paesi dell’”impero esterno” divennero da subito un peso, piuttosto che una risorsa, per l’Unione Sovietica.  Le imposizioni economiche portarono infatti a crisi endemiche, e il conseguentemente dissanguamento dell’Unione Sovietica che cercava di sanarle con interventi episodici piuttosto che strutturali.  Nello stesso tempo, soprattutto in età staliniana, il terrore e la repressione aumentarono la passività e la diffidenza dei cittadini, creando un clima esattamente contrario all’impegno e allo spirito di collaborazione attraverso il quale, nei vuoti slogan dei regimi, si sarebbe dovuto procedere all’edificazione del socialismo.

17 giugno

La vicenda della DDR, o Germania Orientale che dir si voglia, è esemplare al proposito, anche se complicata dalla difficoltà identitaria del nuovo stato.  Evidentemente esso non si poteva basare su una nazione distinta da quella dell’”altra” Germania e i suoi governanti dovevano fare costantemente i conti con la storia passata e con le prospettive di un’eventuale riunificazione.  Ma le misure economiche furono comunque, come altrove, subitanee, drastiche e improvvide.  La goccia che fece traboccare il vaso fu una stretta sulle “norme del lavoro”.  La rigida pianificazione centralizzata imponeva una quantificazione della produttività dei lavoratori, per verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati.  Ora le esigenze produttive sarebbero state aumentate del 10 per cento, il che equivaleva direttamente a una contrazione dei salari in una situazione per altro già drammatica, con il paese vicino alla fame.  La via di uscita alla crisi economica veniva unilateralmente individuata nello sfruttamento di quelle classi popolari che nominalmente avrebbero dovuto dirigere il paese.                                                                                                            In maniera assai rapida, le manifestazioni spontanee che sorsero in tutto il paese fecero il passo decisivo: dall’economia alla politica.  Non si trattava solo di rivendicazioni economiche e salariali.  Si trattava anche e soprattutto di libere elezioni, della libertà di stampa e di opinione, del ristabilimento della democrazia.  La maturità dei lavoratori comprese che il regime doveva e poteva essere rifiutato in blocco, senza lasciargli Continua a leggere

Iran: le voci del popolo fra le crepe della teocrazia

Nessuno può definire l’Iran una democrazia, nemmeno adottando una definizione molto generosa: le offese ai diritti umani, le repressioni, gli arresti arbitrari sono costanti e negli ultimi tempi si sono persino intensificati.  Tuttavia in Iran hanno luogo elezioni dall’apparenza democratica: diversi candidati  si sfidano per ottenere un seggio parlamentare o, cosa ancora più importante, la carica di Presidente della Repubblica.  Sono elezioni a “sovranità limitata”, per un intreccio di motivi. Il primo è che sia il parlamento sia il Presidente della Repubblica hanno un potere decisionale subordinato a quello esercitato dalle vette della teocrazia islamica: la “Guida Suprema”, che è attualmente l’ayatollah Ali Khamenei, e il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, composto da dodici membri nominati direttamente o indirettamente dalla Guida Suprema.  Il secondo è che lo stesso Consiglio dei Guardiani della Costituzione può rifiutare a suo arbitrio le candidature di persone giudicate non conformi ai valori della Repubblica islamica.  Così ogni competizione elettorale è pesantemente condizionata sin dai suoi primi passi.                                                             Nonostante queste strette maglie di controllo, il riformatore Mir-Hossein Mousavi aveva avuto un grande successo popolare nelle elezioni presidenziali del 2009.  Per sottrargli una vittoria che appariva a portata di mano, il regime ricorse allora  a brogli sistematici volti a favorire la conferma del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad.  Il popolo iraniano ha mostrato grande coraggio nel protestare e nel tentare di innescare una “rivoluzione verde”, che è stata pesantemente stroncata.  Lo stesso Mousavi è a tutt’oggi agli arresti domiciliari.

iran 2009Così le elezioni presidenziali del 2013 si profilavano come un evento insignificante, facilmente controllabile da un regime indurito e repressivo.  E invece le sorprese si sono susseguite.  La prima è stata il fallimento della “strategia Putin” che contava di seguire Ahmadinejad, il presidente uscente, per dare continuità al suo potere.  In Iran il Presidente della Repubblica non può ricoprire la carica per più di due mandati consecutivi.  Così Ahmadinejad ha favorito la candidatura di un suo caro amico, Esfandiar Mashaei, la quale è stata però rigettata dal severo Consiglio dei Guardiani della Costituzione.  Mashaei è un personaggio controverso, giudicato eretico dagli ayatollah per le sue affermazioni di carattere escatologico e millenaristico: egli sarebbe in contatto diretto con l’”Imam nascosto”, la figura chiave della teologia sciita che dovrebbe palesarsi alla fine dei tempi per instaurare il regno della giustizia.  Nello stesso tempo, la teocrazia islamica ha imputato sia a Mashaei sia allo stesso Ahmadinejad lo slittamento verso un nazionalismo iranico che occulterebbe i valori rigidamente religiosi su cui la teocrazia stessa è basata.  Il blocco di potere su cui si erano basate le elezioni presidenziali del 2009 è venuto meno.

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Altrettanto sorprendente è stato il rifiuto, da parte del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, della candidatura di Akbar Hashemi Rafsanjani: il compagno della prima ora di Khomeini che già nel passato era stato due volte Presidente della Repubblica, il pragmatico dalla linea mediana che nel corso dei decenni del regime islamico ha accumulato un notevolissimo potere e una ricchezza ancora più notevole.  Egli non ha mai goduto di particolari simpatie popolari, e tuttavia nel 2009 si era schierato a fianco dei riformisti a guida della “rivoluzione verde”.  Khamenei ha forse esercitato una sorta di vendetta nei confronti di questo personaggio chiave, che a sua volta – insieme ai suoi figli altrettanto influenti – nella campagna elettorale ha appoggiato apertamente l’unica candidatura definibile come moderata o riformista: quella del religioso Hassan Rohani.

Hassan Rohani, come è noto, ha vinto al primo turno le elezioni, che hanno goduto di una partecipazione popolare elevata.  La sua fama di moderato e di riformista sembra toccare soprattutto la politica estera, e infatti le sue prime dichiarazioni dopo la vittoria sono state  Continua a leggere

Segnali dalla piccola Islanda

Le elezioni del 27 aprile in Islanda hanno chiuso un cerchio, riportando al potere i partiti che governavano al tempo della crisi finanziaria del 2008, e che allora l’opinione pubblica punì elettoralmente considerandoli responsabili del disastro.  Il paese era andato sull’orlo del fallimento in seguito a una strategia troppo spregiudicata delle banche, che avevano proposto interessi troppo elevati per attirare capitali stranieri e che avevano offerto mutui per ogni genere di esigenze dei cittadini.  Così nelle elezioni del 2009 gli elettori colpirono soprattutto il partito conservatore di centro-destra (“Partito dell’indipendenza”), che era stato al potere per diciotto anni consecutivi, e diedero la maggioranza a una coalizione di centro-sinistra (socialdemocratici e verdi).

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L’azione risanatrice del nuovo governo è stata efficace, a parere sia degli osservatori che delle autorità monetarie internazionali.  Tuttavia esso si è trovato a mettere in atto anche misure impopolari, che gli hanno fatto perdere rapidamente il gradimento dell’opinione pubblica.  In primo piano, come in molti altri paesi, si è posta la questione fiscale: le tasse erano state elevate come elemento delle misure anticrisi e la promessa di un futuro allentamento di questi vincoli fiscali è stata un’arma dell’opposizione durante la campagna elettorale, prevedibile ed efficace.

L’Islanda appare troppo poco popolata e troppo eccentrica per risultare un caso del tutto rappresentativo delle vicende europee dei nostri giorni.  E tuttavia alcuni segnali elettorali sono significativi, e pienamente consonanti con le tendenze in atto in molti paesi del continente.                                                                                                                                Il primo segnale è che i partiti di sinistra o di centro-sinistra si trovano in difficoltà quando devono gestire una situazione di crisi: vengono abbandonati dai ceti medi e, nello stesso tempo, vengono giudicati come fautori di una politica di destra da parte del loro elettorato tradizionale.

IslandaIn Spagna, alla fine dell’era di Zapatero, è avvenuto qualcosa di molto simile.                                         Il secondo segnale è che per alcuni versi i comportamenti elettorali nelle consolidate democrazie dell’Europa occidentale stanno diventando sempre di più simili a quelli che hanno prevalso nelle giovani democrazie dell’Europa centro-orientale.  Qui è assai frequente che ogni nuova elezione conduca a una severa punizione del governo in carica, a una radicale svolta di orientamento nelle preferenze dei cittadini.  Talvolta i partiti già al potere sono stati ridotti in pochi anni a una marginalità totale; talvolta hanno avuto un successo inaspettato partiti e movimenti appena creati.                                                                                                         Il terzo segnale, appunto, è che non si è avuto soltanto un travaso di voti dal centro-sinistra al cento-destra.  Anche in una società relativamente omogenea come quella islandese il panorama politico si è frammentato.

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Kosovo: per uscire dal lungo ventesimo secolo

La negoziazione è stata lunga, faticosa, talvolta sull’orlo del fallimento.  Ma alla fine la Serbia e il Kosovo sembrano riusciti, sotto gli auspici dell’Unione Europea, a risolvere positivamente la controversia concernente i diritti all’autogoverno della minoranza serba nel Kosovo settentrionale.  Sulla base dell’accordo, i comuni qui abitati dalla comunità serba vengono uniti in un’entità dall’ampia autonomia, garantita dalla costituzione kosovara:  per quanto riguarda le questioni interne i serbi risultano assai tutelati da eventuali intromissioni da parte del governo centrale.

L’accordo equivale dunque al riconoscimento di fatto, da parte serba, dell’indipendenza del Kosovo.  Comporta un vero e proprio capovolgimento della politica ufficiale tradizionalmente tenuta dei serbi sulla questione, che avevano persino iscritto il possesso imprescindibile del Kosovo nella loro costituzione.  Il primo ministro serbo, Ivica Dačić, si era accinto già da tempo a questo passo, convinto che fosse un prezzo ragionevole da pagare per la futura accessione all’Unione Europea.  Dačić è riuscito a convincere buona parte delle forze politiche rappresentate in parlamento, e non s’è lasciato smuovere dalle minacce ricevute dall’estrema destra ultranazionalista.                                                     

Serbia KosovoDiventa concreta la possibilità che l’accordo concluda una vera e propria “guerra dei cent’anni”, fatta di tensioni continue e poi sfociata in conflitto aperto nel 1999.  Sarebbe un passo ulteriore verso la riconciliazione dei popoli dell’Europa centro-orientale, e dei Balcani in particolare.

Il Kosovo era stato assegnato alla Serbia esattamente cent’anni fa, col trattato di Londra del 30 maggio 1913, in conseguenza della sistemazione conseguente alla prima guerra balcanica, che aveva visto l’Impero Ottomano quasi del tutto espulso dal suolo europeo.  Come altri territori balcanici dell’Impero Ottomano, il Kosovo era fortemente multietnico.  Gli albanesi costituivano comunque la maggioranza (circa i 2/3 della popolazione), e i serbi erano la minoranza di gran lunga più importante.

kosovo je srbija

Ma i serbi valutavano l’occupazione militare del Kosovo, poi confermata dal trattato di pace, come il compimento del loro processo di rinascita nazionale, che pochi decenni prima li aveva condotti all’indipendenza.  Il Kosovo era stato uno dei centri del regno serbo medievale, e nel Kosovo avevano sede santuari e monumenti su cui era fondata l’identità simbolica della nazione.  Proprio per questo il possesso serbo del Kosovo non solo è stato tenacemente difeso, con varie strategie, da tutti i governi e i regimi che da allora si sono avvicendati ma è stato anche un’occasione, per questi stessi governi, di ottenere un diffuso supporto popolare.  Tuttavia essi non sono riusciti a incidere sul dato demografico: i ricorrenti tentativi di espulsione degli albanesi, attraverso il ricorso alla forza come pure attraverso discriminazioni più sottili, non hanno dato gli esiti prospettati.

Così la storia si è ritorta contro i serbi: una volta trovatisi in minoranza in uno stato Continua a leggere