Cambiare l’Italicum. Una necessità per l’Italia, un’opportunità per tutti

La nuova legge elettorale, ‘Italicum’, nell’attuale versione approvata dal Senato, può rivelarsi dannosa non solo per la democrazia italiana ma, paradossalmente, anche per i suoi sostenitori.  Non sarebbe male se essi stessi se ne convincessero, e si convincessero anche che un cambiamento della legge, più o meno spinto, non significherebbe un’interruzione del percorso verso le riforme.  Al contrario, aumenterebbe il consenso popolare. Non abbiamo bisogno di riforme tanto per fare: abbiamo bisogno di riforme fatte bene.  Un po’ di tempo dedicato oggi alla discussione significa tempo risparmiato per il futuro.  Altrimenti, prima o poi, i nodi vengono al pettine, e allora dovremo riconquistare quello oggi rischiamo di perdere per effetto di frettolosità.  Già la prima versione dell’Italicum, circa un anno fa, appariva di ostacolo, piuttosto che di aiuto, al buon funzionamento delle istituzioni e della democrazia italiana.  Da allora la situazione è cambiata in peggio: l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste partitiche e non già a coalizioni di liste aggiunge una nuova anomalia a quelle già presenti. Perché anche questo tratto della legge non trova nessuna rispondenza nel panorama politico europeo e in generale nelle democrazie funzionanti.  Anzi, oggi va in controtendenza rispetto alle soluzioni europee che, con un certo acume, cercano di non sacrificare la rappresentanza alla governabilità, in un momento molto critico per la democrazia, in cui il problema dello scollamento fra cittadini ed istituzioni è forte dappertutto. European Parliament Groups

Tre, come è noto, sono i punti che lasciano notevolmente perplessi rispetto alla legge elettorale così proposta.  I primi due, relativi al meccanismo delle preferenze e all’enormità del premio di maggioranza, appaiono francamente anticostituzionali, oltre che non opportuni dal punto di vista politico.  Il terzo – l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste e non a coalizioni non è in sé e per sé anticostituzionale, ma forse è ancora più disastroso dal punto di vista politico, soprattutto se cumulato con un premio di maggioranza enorme e non regolato.                                                                                                                      In odore di anticostituzionalità sta certamente lo strano meccanismo delle preferenze per cui i capilista sono bloccati, e il voto di preferenza lo si può dare solo agli altri componenti della lista. Il risultato netto – noto ormai a tutti – è che le preferenze degli elettori possono influire sulla composizione personale del parlamento solo se votano per il partito che prende il premio di maggioranza e vince le elezioni.  Altrimenti noi: gli altri partiti (salvo sporadiche eccezioni) porteranno in parlamento solo i capilista bloccati.  Non credo che questa possa essere configurata come una condizione di uguaglianza dei cittadini dinanzi al voto.    Ancora più anticostituzionale, a prima vista, appare il premio di maggioranza, che già nella legge precedente bocciata dalla Consulta appariva come un’anomalia che non ha uguali nei sistemi democratici occidentali.  Non esisteva una soglia minima per accedere al premio di maggioranza prima, ma non c’è nemmeno adesso.  Si afferma che, se nessuna lista arriva alla soglia del 40 per cento, avrà luogo un ballottaggio fra le due liste che al primo turno avranno raggiunto il maggior numero di voti.  Ma questo significa che, in situazioni soltanto di moderata frammentazione, una lista che al primo turno prende all’incirca il 25 per cento dei voti può alla fine vincere il 53 per cento dei seggi, cioè più che raddoppiare i voti che proporzionalmente gli spetterebbero: una sovrarappresentazione che non ha eguali nemmeno nei risultati dei tanti sistemi uninominali (a uno o a due turni), né del sistema greco (in cui il premio di maggioranza è fisso, 50 seggi: nelle recenti elezioni Syriza con il 36,3% dei voti ha preso il 49,7% dei seggi).  Aggiungiamo che, con una frammentazione solo un po’ più spinta, possono andare al ballottaggio due partiti che non raggiungono nemmeno, sommati insieme, il 50% dei voti degli elettori.             Elezioni 2013Aggiungiamo anche che l’Italia, nelle ultime elezioni del 2013, era solo un po’ meno frammentata che in queste situazioni ipotetiche  Il PD, ricordiamolo, ha preso il 26,2% (Italia ed estero, senza la Val d’Aosta, non comparabile), il M5S il 25,8% dei voti.  Certo, in presenza di questa legge i risultati sarebbero stati diversi e forse le coalizioni avrebbero fatto liste comuni.  Resta comunque il fatto – su cui riflettere con attenzione – che in un momento così critico, in cui le affermazioni anti-euro, anti-Europa, anti-interculturalità, anti-Germania, anti-Usa e così via, vengono espresse con una superficialità sconcertante, la possibilità che una lista raggiunga il ballottaggio con affermazioni di questo genere (Grillo? Salvini? ma in prospettiva ci può essere anche di peggio) non è da escludere.  E a parte il rischio, dannosissimo per l’Europa tutta, di una sua vittoria (non probabile), resta l’eventualità di dare a queste voci un proscenio immeritato, generando una tappa ulteriore del degrado culturale del paese.                   Con la finezza e l’autorevolezza che lo distinguono, Valerio Onida ha ampliato il discorso e, in termini sia costituzionali che politici, ha indivuato fra le conseguenze dell’enorme premio di maggioranza un tendenziale squilibrio fra il potere esecutivo e il potere legislativo, a tutto vantaggio dell’esecutivo e a tutto detrimento del legislativo.  E’ evidente che un Parlamento semplificato, in cui vi sia un gruppo parlamentare sovrarappresentato e tutti gli altri sottorapresentati, non è una scena favorevole a iniziative legislative inter-partitiche, inter-schieramenti e, in genere, trasversali.  E invece il Parlamento – oggi più che mai, oggi che in una condizione di crisi globale gli interessi comuni del paese e dell’Europa devono essere coltivati, oggi che la contrapposizione ideologica di destra e di sinistra si indebolisce dinanzi ad altre contrapposizioni più urgenti – deve configurarsi come un laboratorio di innovazione in cui la diversità delle idee sia fondamentale e in cui le relazioni personali possano essere molteplici, non appiattirsi regolarmente sulla contrapposizione fra governo e opposizioni.  Si apre così la strada a una riflessione su un termine che nel linguaggio politico è del tutto assente: generosità. Generosità non equivale al buonismo, ma alla capacità di aprire opportunità non solo per sé, ma anche per gli altri.  E quindi vincere sì, ma vincere con magnanimità, pensando a un rapporto equo con le minoranze (e, talvolta, persino a sovrarappresentarle piuttosto che a sottorappresentarle), perché nel corso di una legislatura si ha bisogno di tutti, anche se alcuni di questi tutti tendono colpevolmente ad autoescludersi.                                                                              BundestagQueste riflessioni, d’altra parte, sono ancora più urgenti alla luce dell’altro difetto dell’Italicum, introdotto senza necessità alcuna nella nuova versione approvata dal Senato.  Esso si presenta infatti con la specificità, che in Europa senz’altro non ha eguali, di rendere impossibili – non difficili -  i governi di coalizione, nel senso di evitare che due o più partner si rivelino altrettanto indispensabili per il governo, e che quindi si debba procedere a negoziazioni e a mediazioni fra le parti.  Nella situazione configurata dall’Italicum, la parte politica vincente potrebbe tutt’al più allargare la maggioranza ad altri partiti che hanno qualche rappresentante in Parlamento, ma vi resterebbero in forma subordinata e instabile.  Ricordiamo tra l’altro, con Onida, che la parte al governo non solo potrebbe aver vinto con il 25% circa dei voti ma, in un’età in cui la partecipazione al voto tende a ridursi piuttosto che ad ampliarsi, potrebbe persino rappresentare non più del 15% degli elettori.  Questa sarebbe la peggiore calamità per la parte al governo, perché la sottorappresentazioni delle voci contrarie in Parlamento potrebbe generare un forte aggressività nella piazza. E in un’età di continue tensioni e di populismi aggressivi questo non è uno scenario augurabile.                                                                                    Credo che per contribuire all’odierno dibattito sull’Italicum si tener presente che:               1) Analizzando gli andamenti politici delle democrazie dell’Europa occidentale dal 1945 ad oggi, le coalizioni appaiono costantemente la norma e non già l’eccezione, in varie forme: coalizioni di partiti relativamente omogenei quanto alla propria collocazione politica; coalizioni di partiti nazionali con partiti espressone di istanze regionaliste o di minoranze etniche, linguistiche, culturali; “grandi coalizioni” fra partiti tendenzialmente di centrodestra e di centrosinistra, che nell’odierno panorama europeo stanno diventando più frequenti.  Le coalizioni sono state e sono la norma in Germania (sempre, dal 1945) nei Paesi Bassi, nei paesi scandinavi, e in genere in tutti i sistemi in cui vi sia una legge elettorale proporzionale.  Lo sono state e lo sono anche in Francia della V Repubblica, perché qui la legge elettorale, basata sul collegio uninominale a doppio turno, ha reso il centrosinistra e il centrodestra necessariamente “plurali”, inclini a rappresentare nei vari collegi – e, quindi, nel Parlamento che si va a costituire – tutte le piccole forze più o meno omogenee (talvolta, persino degli indipendenti di “area”) che possono contribuire alla vittoria.  Lo sono in genere anche nei paesi dell’Europa centro-orientale dopo il 1989, anche se con la situazione non infrequente per cui  il malgoverno di un partito ad un certo momento al potere talvolta provoca una vittoria a valanga per il partito di opposizione.  E il caso dell’Ungheria  di Viktor Orban insegna che ciò può non essere un bene.                               parlamento inglese2) Le conseguenze dell’uninominale a turno unico, sul modello britannico, sono assai varie.  Di per sé, una tale legge elettorale può persino generare una grande frammentazione partitica e quindi coalizioni ancora più complicate, nel caso in cui vi siano molti partiti a forte radicamento regionale: l’India e il Pakistan sono situazioni esemplari.  Ma anche in Canada e in Irlanda (in quest’ultimo caso, vi è un sistema derivato, più complesso) l’uninominale a turno unico non comporta affatto il bipartitismo, né esclude coalizioni e governi di minoranza.  Solo nel Regno Unito e negli Stati Uniti l’uninominale a turno unico sembra sinonimo di bipartitismo.  Eppure  l’attuale governo britannico è una coalizione e che il risultato più probabile delle prossime elezioni è ancora una coalizione, forse persino a tre o più parti in gioco.  Naturalmente anche il bipartitismo americano non è deducibile dalla legge elettorale, ma da condizioni storiche non formalizzabili e non necessariamente statiche. statiche.                                  3) Il caso della Spagna è particolare.  Con un’opportuna scelta delle circoscrizioni elettorali, viene espressa la volontà di privilegiare e di sovrarappresentare i maggiori partiti nazionali.  Ma lo stesso sistema ha come suo inscindibile risultato anche quello di privilegiare i partiti a base regionale, o che rappresentano determinate minoranze etniche, linguistiche, culturali.  E in Spagna questi partiti abbondano.  Così vi sono stati casi di governi di minoranza appoggiati su partiti regionali, più o meno consistenti.  E per quanto riguarda le  elezioni imminenti, ai due partiti nazionali maggiori (Popolare e Socialista) si sono aggiunte le due novità di Podemos e di Ciudadanos.  Gli ultimi sondaggi danno questi partiti praticamente alla pari.  Difficile che chi vinca prenda tutto.                                                 Turkish_general_election_19954) Gli artifici semplificatori, più o meno comparabili con il premio di maggioranza italiano, possono sfociare anch’essi in coalizioni: la differenza è che in questo caso i sistemi sono più rigidi, e le coalizioni sono più spurie. Abbiamo già parlato del caso della Grecia, in cui  Tsipras ha dovuto cercare un partner governativo (ANEL), che non è certo della sua parte politica.  Quanto alla Turchia, in cui la pesante soglia del 10 per cento pone limiti alle possibilità elettorali e parlamentari (e, in questo momento, è senz’altro consostanziale all’autoritarismo di Erdogan), restano famose le elezioni del 1995 in cui sono entrati in Parlamento cinque partiti, con i primi tre di forza quasi uguale (19-21 per cento).                 Ma il punto centrale non è quello di una distaccata, seppur necessaria, storia e comparazione dei sistemi elettorali europei.  E’ invece l’odierno panorama politico e mentale europeo, di grande complessità e di grande mutevolezza, in cui la tradizionale opposizione fra destra e sinistra persiste ma è indebolita; in cui la destra e la sinistra scoprono di aver bisogno l’una dell’altra per poter generare innovazioni sociali, economiche e tecnologiche del tutto urgenti; in cui soprattutto esiste una grande opposizione ortogonale a quelle tradizionali, quella fra europeismo ed antieuropeismo, fra Europa aperta (con ragionevolezza) ed Europa chiusa (con risentimento) e, più precisamente, fra la necessaria federalizzazione dell’Europa o la sua catastrofica disgregazione.   E in questo scenario le coalizioni sono uno strumento di grande flessibilità.  Consentono alle parti politiche di mantenere i legami con le proprie tradizioni e le proprie identità, prendendo nel contempo coscienza della loro presente relativizzazione e mostrando disponibilità ad operare cooperativamente per obiettivi di interesse più generale.  Qui come in altri casi, l’unità e la diversità possono e devono entrare in rapporto dialettico. La differenziazione e l’integrazione sono entrambi elementi basilari del governo e della governabilità.  L’una senza l’altra può creare gravi squilibri, oggi più che mai.                                                                                                                                     Firma_della_CostituzioneLa necessaria riforma dell’Italicum non può che pensare alle coalizioni come ricchezza, non come ostacolo.  E una tale comprensione, naturalmente, può agevolare soluzioni tecniche – di per sé non troppo difficili – che affrontino gli altri due nodi: un trattamento decente della questione preferenze, e una regolazione del premio di maggioranza.  Ma la posta in gioco non è tecnica, è squisitamente politica e tocca l’essenza stessa della politica.  Perché la politica è mediazione, arte, capacità di spostare i problemi, immaginazione per trovare soluzioni favorevoli anche per (talune) parti avverse, visione progettuale che evolve giorno per giorno e svolta per svolta, attitudine alla sorpresa, apertura di nuovi spazi di possibilità, inclinazione non solo a vincere ma anche a giocare bene.  Oppure non è.  Sappiamo benissimo che, talvolta, in Italia e altrove, la pratica politica ha quasi delegittimato l’uso di termini come mediazione e anche coalizione (per non dire compromesso), dando loro il significato illegittimo di accordi al ribasso per il proprio esclusivo particulare.  Ma se ci attacchiamo ai termini, che cosa dovremmo dire allora dello scempio novecentesco fatto ai termini di ‘democrazia’ e di ‘popolare’? Sì, la politica è mediazione creativa giorno per giorno, non meccanica esecuzione quinquennale di un programma già scritto.                    E poi non dimentichiamo che la situazione europea e mondiale è sfidante, e impone la valorizzazione di tutte le forze e di tutte le competenze che vogliano andare avanti, dando all’Europa le regole, la capacità e l’inventiva per divenire un soggetto intraprendente nella politica globale e non già quello che è sempre stata, un condominio in lite perenne.  E anche nella nostra comunità nazionale, le regole devono essere tali da invogliare il cittadino ad appassionarsi alle vicende pubbliche, piuttosto che accostarsi ad essa distrattamente ogni cinque anni.  L’orizzonte di una maggiore democrazia partecipativa non è utopia, né prospettiva temuta e depotenziata dall’alto.  E’ una risorsa per fare evolvere il sistema paese in forme più adeguate al futuro che dobbiamo anticipare.

 

 

Europa 2015: il tempo delle grandi coalizioni. E del partito europeo?

L’abituale alternanza fra coalizioni di centro-sinistra e coalizioni di centro-destra che regolava la politica scandinava da decenni è stata messa in discussione, in tutti i paesi, da quelli che con una definizione generale vengono definiti partiti populisti di ‘estrema destra’.  Come in altre aree d’Europa, le questioni calde che hanno fatto crescere i loro consensi sono quelle dell’immigrazione e della sempre maggiore presenza di cittadini di religione islamica.  La variante scandinava, in particolare, si impernia sul timore di una possibile regressione rispetto a condizioni economiche e sociali che permangono comunque privilegiate in Europa e dell’eventuale rivolgimento della situazione demografica, a favore dei nuovi arrivati.  In questo quadro, le elezioni svedesi del settembre 2014 hanno visto il successo relativo di un partito di questo genere, i “democratici svedesi” (SD), che hanno ottenuto il 12,9% dei voti e hanno minacciato di far saltare il panorama politico tradizionale della nazione.  Sulla scia di questo successo elettorale, hanno rivelato una visione del mondo particolarmente gretta, sostenendo che gli ebrei svedesi non possono essere cittadini a pieno titolo, se non accettano di assimilarsi e di rinunciare in sostanza alle loro tradizioni religiose e culturali.  Affermazioni di tenore simile sono state rivolte nei confronti dei curdi immigrati, nonché degli antichi popoli nomadi della Svezia settentrionale: i vari gruppi di sami (“lapponi”) e di finni – i cosiddetti tornedaliani – che solo di recente hanno iniziato a vedere riconosciuti loro taluni diritti culturali e politici, dopo secoli di una pesante politica di assimilazione forzata condotta dal governo centrale.

WEB_INRIKESI partiti politici tradizionali non si sono limitati a dichiarazioni di condanna nei confronti di talune affermazioni degli SD. Più concretamente, si sono accordati per limitare i loro spazi di azione politica.  L’attuale governo, risultante dal voto del 2014 (una coalizione di centro-sinistra: socialdemocratici e verdi), rimane in carica anche se è un governo di minoranza, fatto non infrequente nelle democrazie scandinave.  Ma con l’opposizione di centro-destra ha concordato una serie di regole comuni, soprattutto per quanto riguarda la composizione e l’approvazione del bilancio statale, per consentire una sorta di cogestione del potere fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2018.  E anche per la legislatura successiva, fino al 2022, si dovrebbe riproporre il medesimo scenario: qualunque coalizione vinca e governa, probabilmente ancora in minoranza, adotterà le stesse regole comuni di garanzia a cui è soggetto il governo attuale.  Il messaggio è chiaro: i voti dei SD sono congelati.  Per quanto fra centro-sinistra e centro-destra vi siano evidenti differenze nelle visioni e nelle proposte, esse appaiono minori di quanto hanno in comune: l’opinione condivisa è che la società svedese é e debba restare aperta, che l’immigrazione debba essere monitorata e regolata, ma non combattuta e ostacolata in linea di principio.                                                       Per strade diverse, l’attuale quadro politico della Germania converge per aspetti importanti con quello svedese.  Anche in questo caso sono in atto trasformazioni provocate dalla presenza di un nuovo partito politico:  l’AfD, Alternative für Deutschland.  Alle origini l’AfD non si è presentato con le sembianze di un partito populista “caldo”, bensì con quelle “fredde” di un partito mosso da motivazioni e da calcoli economici, o addirittura economicisti: da un euroscetticismo venato di egoismo nazionale e accompagnato da slogan un po’ antipatici (del tipo: “non siamo lo stato sociale del mondo”), imperniato sull’idea che la Germania non dovrebbe andare in soccorso delle economie più deboli dell’Unione Europea, e dovrebbe anzi propugnare un uscita di queste dall’euro.

Germany 2013Nelle elezioni del settembre del 2013 il successo dell’AfD non è stato esaltante.  Ha ottenuto il 4,7% dei voti e così non ha mandato i suoi rappresentanti al parlamento federale (Bundestag): ricordiamo infatti che la legge elettorale tedesca prevede una soglia di sbarramento al 5%.  Migliori sono stati i suoi esiti nelle tornate elettorali del 2014: 7% alle elezioni del parlamento europeo, percentuali ancora più elevate nelle elezioni regionali in tre Länder della Germania orientale (con la punta del 12,2% nel Brandeburgo).  Le elezioni federali del 2017 sono ancora lontane, ma un ingresso dell’AfD al parlamento nazionale ora non appare impossibile.                                                                                                           Gli effetti di questi risultati elettorali sono minimizzati dal fatto che i rappresentanti degli altri partiti (e in particolare della CDU-CSU) continuano a negare ogni collaborazione a un partito che comunque sentono collocato alla loro destra.  Tuttavia, nelle elezioni parlamentari del 2013, la presenza dell’AfD ha contribuito a un evento rilevante: la scomparsa del parlamento della Germania federale, per la prima volta nella storia del dopoguerra, del partito liberale (FDP).  Anch’esso, col 4,8% dei voti, si è trovato sotto la soglia di sbarramento ed è sprofondato in una profonda crisi identitaria, da cui non sappiamo se e quando possa risollevarsi.  Naturalmente i voti all’AfD sono arrivati da tutti i partiti, non solo dalla FDP: però i voti che questi ultimi hanno perso nei confronti dei nuovi concorrenti sono risultati decisivi per la loro scomparsa dal parlamento.  Il risultato è che la CDU-CSU ha visto scomparire il suo partner di governo preferito e tradizionale.  Così la grande coalizione con i socialdemocratici (SPD), che in passato poteva risultare una scelta tattica e a breve termine, per il futuro può diventare una scelta obbligata, almeno finché restino ancora notevoli fra la CDU-CSU e il partito dei verdi (Grüne).                                     MERKELAll’inizio del 2015 il quadro politico tedesco è stato ulteriormente sollecitato dal movimento di piazza della PEGIDA, acronimo che tradotto significa “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente”.  Grandi folle, il movimento non le ha coinvolte: spesso i cortei anti-Pegida hanno ospitato più persone che quelli della Pegida stessa.  Esso presenta però talune caratteristiche indicative della condizione politica tedesca, ed europea, dei nostri giorni.  In primo luogo è sorto a Dresda, cioè nell’antica Germania orientale, indizio di un maggiore nazionalismo di fondo dell’area, derivante in buona parte proprio dall’antico regime della DDR che oggi, a mente fredda, possiamo definire nazional-comunista.  In secondo luogo, la sua origine mostra come la paura dell’immigrazione esterna all’Unione Europea sia più forte proprio laddove i cittadini hanno meno a che fare con un fenomeno del genere (a Dresda di islamici ce ne sono molto pochi) e sia meno forte nei luoghi ove i cittadini sono abituati alla sua presenza ormai multidecennale nel paesaggio quotidiano: così, in Svizzera, i cantoni più ostili all’immigrazione straniera sono i piccoli cantoni della Svizzera centrale, poco variegati etnicamente, mentre i cantoni più favorevoli sono le città stato di Zurigo e di Ginevra.  In terzo luogo, il movimento si è subito frammentato in due filoni che possiamo definire ‘nazional-conservatore’ e ‘pseudo-nazista’.  Mentre il secondo filone si è sperso nella tradizionale accozzaglia di affermazioni tipiche dell’estrema destra (gli immigrati quali “bestie” o la teoria della congiura secondo quali Stati Uniti e IS sarebbero d’accordo), il primo vorrebbe coagulare una formazione decisamente alla destra della CDU-CSU: come suoi pilastri, abbiamo lo slogan populista “più democrazia diretta”, una visione identitaria della nazione tedesca monoculturale e non multiculturale, un irrigidimento delle regole dell’immigrazione senza però sfociare in un’ideologia apertamente razziste (l’islamocritica si opporrebbe così all’islamofobia).

PegidaMolti vedono l’AfD e la PEGIDA come naturali alleati per un partito decisamente di destra e concorrente alla CDU-CSU, ricoprendo un’area che nella politica tedesca del dopoguerra non è mai entrata nel parlamento nazionale e molto raramente anche in quelli regionali.  Le opinioni nella AfD restano discordi: vanno da chi sottolinea una reale affinità a chi preferisce distanziarsi da ogni minima affermazione di ordine etnicista. Certo è, però, che i manifestanti della PEGIDA sembrano non aver dubbi: almeno nel campione qui rappresentato, l’89% di loro voterebbe senz’altro per il partito “anti-euro”.  Così la Germania sembra anch’essa sul punto di assistere a quella convergenza, in una stessa forza politica, di affermazioni economiche anti-euro e di affermazioni identitarie anti-immigrazione che già da tempo caratterizza lo scenario francese (Marine Le Pen) e quello italiano (la Lega di Matteo Salvini e anche il M5S, almeno nella persona di Beppe Grillo).  Un successo di tipo francese appare attualmente improbabile.  Però è possibile che anche un successo limitato di quest’area abbia l’esito di consolidare grande coalizione al governo, trasformandola da tattica a strategica, e più in generale di stimolare le forze politiche tedesche filoeuropeiste e fautrici di una società aperta a maggiore coraggio e a maggiore creatività.  Sapranno essere all’altezza di questa sfida?                                                                                                Se le scadenze elettorali in Svezia e in Germania non sono imminenti, lo sono invece in Gran Bretagna.  E qui gli scossoni al sistema politico tradizionale potrebbero risultare di portata ancora maggiore.  A parte le grandi coalizioni imposte dalla crisi del 1929 e dalla seconda guerra mondiale, il sistema politico inglese si è sempre basato su alternanze prolungate: fra conservatori e liberali prima; fra conservatori e laburisti in seguito.  Le eccezioni più rilevanti hanno avuto luogo nel 1974 (con un governo laburista di minoranza, peraltro ritornato in maggioranza dopo nuove elezioni nel novembre dello stesso anno) e, appunto, nel 2010: i conservatori non hanno raggiunto la maggioranza e hanno dovuto ricorrere a una coalizione con i liberaldemocratici.  Ma ora, nel 2015, è sempre più chiaro che anche le prossime elezioni non daranno una maggioranza, e che si dovrà negoziare una nuova coalizione, forse in condizioni di incertezza ancora maggiori.                              Il fatto è che il sistema elettorale inglese, uninominale a turno unico, poteva dare maggioranze nette quando gli attori principali ierano due partiti e mezzo (con i liberaldemocratici in genere fuori gioco, salvo che nel 2010).  Ma con cinque partiti e mezzo quali attori principali non è detto che funzioni altrettanto bene.  Accanto ai Continua a leggere

9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

La Svizzera, la Grecia, i difficili confini di un’Europa divisa

Il referendum che ha diviso a metà l’elettorato svizzero e che ha visto prevalere di misura la parte d’opinione pubblica propensa a contingentare ogni forma di immigrazione ha aperto in tutta quanta Europa discussioni a vasto raggio.  Prevedibilmente, i partiti nazionalisti e antieuropeisti – come quello di Marine Le Pen – hanno invitato a prendere come modello la decisione svizzera.   Ma si può anche approfittare dell’occasione per trarne lezioni assai differenti.  L’occasione, infatti, è spiazzante.  Per una volta i rapporti fra il dentro e il fuori si sono capovolti.  E’ la Svizzera che tende – moderatamente, a dire il vero – a ostacolare l’immigrazione dei cittadini dei vari stati dell’Unione Europea.  E questo potrebbe aiutarci a rammentare un tratto della storia europea anche recente, evidente ma sempre più rimosso: che in tutta l’età moderna l’Europa è stata terra di emigrazione molto più che di immigrazione.  Rivitalizzare anche in questo caso le memorie storiche dei nostri popoli e dei nostri stati potrebbe meglio aiutare ad affrontare con più consapevolezza ed equilibrio le vicende di una frontiera ben più tormentata dell’Unione Europea: quella mediterranea. 

Farmakonisi

Sono passati alcuni mesi dalla tragedia di Lampedusa, ma le situazioni drammatiche nel Mediterraneo continuano a replicarsi.  Nuove tragedie hanno luogo.  Il 24 gennaio, al largo di Farmakonisi, un’isola greca dell’Egeo, è affondata una barca di migranti provenienti dalla Turchia: 25 di loro erano afghani e 3 siriani, e tutti cercavano nella lontana Europa un approdo per sfuggire a situazioni instabili e pericolose.  Sono morte tre donne e nove bambini.  I sopravvissuti hanno accusato: i sorveglianti della guardia costiera greca avrebbero respinto la barca in piena tempesta, e persino rigettato in mare i naufraghi che cercavano scampo.  Naturalmente le autorità greche si sono affrettate a contestare i racconti dei sopravvissuti, che però sono stati presi molto sul serio dall’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalla Commissaria per gli Affari Interni dell’Unione Europea.  Le autorità greche hanno replicato sottolineando lo stress continuo a cui è sottoposta la nazione per far fronte alle ondate di immigrazione clandestina.  Ma l’eco della vicenda non si è spenta: dopo una manifestazione di protesta dei profughi afghani davanti al parlamento greco, il 20 marzo è stato tenuto un dibattito alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per discutere seriamente sulle cruciali implicazioni umane e politiche del ripetersi sempre più frequente di disastri del genere.

africa europa

La tragedia di Farmakonisi, come già quella di Lampedusa, mette in primo piano l’inadeguatezza delle regole a suo tempo stabilite dalla convenzione di Dublino: essa obbliga chi è in cerca di asilo a farne richiesta solo allo stato di primo approdo.  E ciò provoca una pressione insostenibile soprattutto sulle nazioni mediterranee: Italia, Grecia, Spagna.  Anche se è sperabile che le tensioni oggi aperte in un’altra frontiera critica dell’Unione Europea – quella con l’Ucraina e con la Moldova – non comportino significative ondate di profughi (qualche giorno fa alcuni tatari di Crimea hanno comunque chiesto asilo in Polonia), è chiaro che la convenzione di Dublino è del tutto inadeguata rispetto all’incalzare delle vicende dei nostri giorni.             Al tempo di Lampedusa, esponenti del governo tedesco si erano mostrati poco sensibili alle esigenze italiane, sostenendo che alla fine la Germania darebbe asilo a un maggior numero di profughi di quelli che vengono accolti nel nostro paese.  Ecco: è proprio di questo rimpallo di responsabilità quello di cui non abbiamo bisogno.  Né abbiamo bisogno che ogni paese e che ogni parte politica vada in ordine sparso, spesso avanzando proposte volte a blandire una parte dell’elettorato, improvvisamente conteso da nuovi partiti aggressivi e nazionalisti: così l’UKIP in Gran Bretagna e il rinnovato FN di Marine Le Pen in Francia.                                                                                                                            Dalle amare tragedie di Lampedusa e di Farmakonisi potrebbe derivare un insegnamento più costruttivo: fra le molte buone ragioni che oggi impongono un approfondimento dell’Europa politica e la rivitalizzazione della prospettiva di un’Europa federale la necessità di una visione comune in tema di immigrazione e di relazioni con il Sud del mondo è senz’altro una delle più urgenti, se non la più urgente.  L’attuale difformità e confusione delle opinioni e delle politiche getta un peso insostenibile sulle popolazioni costiere del Mediterraneo e, nello stesso tempo, dà dell’Europa una ben misera immagine nel mondo intero: come se una delle sue parti più ricche e sviluppate volesse sottrarsi alle responsabilità che le spettano per il bene comune.

globalmigrationAssumersi responsabilità non equivale certo ad ergersi a onnipotenti salvatori del mondo.  Ma significa definire regole e limiti comuni e presiedere alla loro evoluzione, nella prospettiva di aprire gradualmente nuove possibilità meno incivili alla vita associata degli individui e dei gruppi umani.  E assumersi responsabilità significa anche comprendere quanto rapidamente e quanto intensamente i flussi migratori che toccano l’Europa si siano invertiti nel giro di pochi decenni: l’Europa è sempre più simile a quelli che sono stati e ancora sono Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Argentina, tutte terre di immigrazione e di ospitalità per decine di milioni di europei che sfuggivano dalla povertà e da governi ostili o indifferenti.  Martin Schulz, presidente dell’attuale parlamento europeo, all’indomani di Lampedusa ha voluto porre l’accento proprio su questo nuovo aspetto dell’identità europea: per l’Europa d’oggi l’immigrazione non è un’emergenza, ma una condizione strutturale.  Anche e soprattutto in questo campo dobbiamo smettere di rifuggire dalla responsabilità politica e affrontare coraggiosamente il problema delle condivisione di nuove regole, con la consapevolezza che la situazione dell’Europa d’oggi è per molti versi nuova e inedita rispetto ai paesi dei nuovi mondi.  Sul piano spaziale qui non esistono frontiere da estendere, da colonizzare e da riempire, ove sistemare e qualche volta confinare i nuovi arrivati: l’Europa, anche se in calo demografico, è sufficientemente piena e la crisi economica aumenta ulteriormente i conflitti che ne derivano.  Ma proprio la crisi e la stagnazione attuali rendono per l’Europa vitale la frontiera dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica, che si alimenta di alterità in relazione, che si nutre di un sottile equilibrio fra unità e diversità. La difficile scommessa è di delineare una società in cui le relazioni fra diversità culturali siano sostenibili e generative, in cui soggetti vecchi e nuovi interagiscano e generino nuovi spazi di possibilità, invece di separarsi, di combattersi o di omologarsi.

popoli in fuga

Ma la sfida continua a non venir percepita, e non solo per la miopia di molti politici.  Il fatto è che i cittadini dell’Europa d’oggi, quasi indipendentemente dalle loro visioni ideologiche e dalla loro formazione culturale, faticano a entrare nella condizione e nell’emozione dei migranti in fuga, convinti di essere schermati per diritto dalle violenze di cui soffrono e legittimati dunque a rivolgersi a loro con simpatia, con condiscendenza o con avversione, a seconda delle opinioni soggettive.  Eppure non bisognerebbe essere grandi esperti di storia per comprendere che le sofferenze da cui oggi l’Europa è circondata da ogni parte sono le stesse sofferenze che hanno dilagato in Europa in un passato assai recente.  La storia europea dalla guerra di Crimea di metà ottocento alle guerre balcaniche di fine novecento è percorsa da un sinistro filo rosso di popoli e di individui (decine di milioni: un bilancio preciso è arduo) fuggiti, espulsi, scacciati, deportati, Continua a leggere

UK 2013: l’anno difficile di David Cameron

Gli sviluppi della guerra civile in Siria, con la cascata di dilemmi etici e geopolitici che essi comportano, hanno già esercitato un forte impatto sui sistemi politici dell’occidente.  Ciò vale anche e soprattutto per la Gran Bretagna, dove l’autorità e l’autorevolezza del primo ministro David Cameron sono state scosse dall’opposizione della Camera dei Comuni a un possibile intervento militare del Regno Unito.  A Cameron sono mancati alcuni voti sia del partner minore della coalizione, i liberal-democratici, sia del proprio stesso partito.  Di contro, il leader dell’opposizione laburista, Ed Miliband, ha segnato un punto notevole a proprio favore.                                                                                        L’anno difficile di David Cameron era iniziato con una serie di insuccessi del partito conservatore in alcune elezioni locali, dovuti soprattutto al profilarsi di un minaccioso concorrente alla destra del partito stesso: l’UKIP, United Kingdom Indipendence Party

UKIP

L’UKIP è asceso nel panorama politico britannico individuando due comodi capri espiatori per la crisi economica e sociale di questi anni: l’immigrazione e l’appartenenza all’Unione Europea.  Così oggi il partito vive un’attesa quasi messianica per il momento in cui gli elettori potranno decidere sulla futura appartenenza o meno della Gran Bretagna all’Unione, e ovviamente hanno già iniziato a premere per il “no”.  Ma forse le sue prospettive elettorali sono più legate a questioni meno epocali e tuttavia più sentite a livello quotidiano, tipo l’opposizione al divieto di fumo nei pub.  I suoi esponenti di punta si fanno scientemente notare per l’uso strategico di un eloquio politicamente scorretto.  Così il suo deputato europeo Godfrey Bloom ha suscitato indignazione definendo ‘paesi Bongo Bongo’ quelli che sono di solito definiti (o si definivano) ‘paesi in via di sviluppo’, nel contesto di un’opposizione agli aiuti pubblici destinati a questi paesi, da lui giudicati in chiave populistica quali indebita sottrazione di risorse spettanti ai cittadini britannici. La carta del politicamente scorretto, d’altra parte, è giocata ancora più sistematicamente dal leader dell’UKIP, Nigel Farage.  Anch’egli membro del parlamento europeo, si è fra l’altro fatto notare per restare ostentatamente seduto durante l’ovazione finale a un discorso di Carlo, principe di Galles, e per contestare l’elezione di Herman van Rompuy a Presidente del Consiglio Europeo definendolo una sorta di nullità ed esponente di una non nazione (il Belgio).

cameron

Mancano ancora quasi due anni alle prossime elezioni politiche, ma l’ascesa dell’UKIP ha diffuso la sensazione che il sistema politico del Regno Unito possa vivere nei tempi a venire una fase critica, dagli esiti imprevedibili.  Da parecchi mesi tutti i sondaggi danno costantemente in testa la tradizionale opposizione laburista, con margini talvolta notevoli: ma recentemente ai laburisti veniva imputata una fase di inazione e di “letargia politica” che non escludeva – anzi, a parere di molti rendeva del tutto plausibile – una rimonta decisiva dei conservatori.  Il notevole successo di Milliband nel dibattito sull’intervento in Siria ha però nuovamente confuso le carte.                                                                         All’incognita notevole del rapporto di forza fra i due principali partiti politici tradizionali, si aggiunge appunto la nuova incognita dell’ascesa dell’UKIP, che ai conservatori può sottrarre voti decisivi nei “testa a testa” con i laburisti. E non è facile ipotizzare che cosa possa scaturire, per un sistema politico tradizionalmente basato sul bipartitismo, da una competizione fra quattro partiti maggiori.  Potrebbe scaturirne una nuova semplificazione, visto che fino ad oggi la coalizione governativa con i conservatori ha portato molto discredito ai liberal-democratici, allontanandone molti elettori attuali o potenziali?  O un’età in cui le coalizioni governative non siano più l’eccezione, ma la norma?  La questione è complicata dal fatto che il populismo dell’UKIP può risultare attraente non solo per l’elettorato conservatore ma anche per una parte dell’elettorato laburista.                         La radicalizzazione degli islamici sul suolo britannico ha prodotto un’ulteriore inquietudine nell’opinione pubblica inglese, che si aggiunge alla controversia ormai quotidiana su come

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La regressiva illusione della sovranità monetaria

Uno spettro si aggira oggi per l’Europa: quello della ‘sovranità monetaria’,  rivendicata da tanti movimenti politici nell’Europa in crisi, di orientamento differente a seconda delle situazioni nazionali. In Grecia l’idea si è diffusa nel milieu di estrema sinistra, attorno al partito Syriza che nel 2012 ha goduto di un notevole successo elettorale.  In Germania, è invece adottata da un movimento conservatore di centro-destra, Alternative für Deutschland, che oggi fa notizia perché potrebbe essere in grado di sottrarre all’attuale maggioranza governativa (alla CDU/CSU e soprattutto alla FDP) voti decisivi per il successo nelle elezioni del prossimo settembre.  Dalla Francia, consapevole della trasversalità della questione, Marine Le Pen ha fatto delle avances a Beppe Grillo.  Esse cadono nel vuoto, perché storia e cultura dei rispettivi movimenti sono assai diverse.  Il lepenismo ha stretti legami con le vicende dell’estrema destra francese, fino a risalire nella Francia di Petain, che non hanno corrispettivi nell’identità del M5S.  E il nazionalismo lepenista è in buona parte riconducibile a un filone tradizionalista che non fa certo vibrare le corde degli italiani.  Però Marine Le Pen rischia di avere ragione.  Lei e Beppe Grillo possono finire dalla stessa parte, almeno finché Beppe Grillo continua a lamentare – come ancora in occasione del 25 aprile – la perdita di “sovranità monetaria, politica, territoriale” dell’Italia.  Come se la sovranità fosse sempre un valore irrinunciabile, come se la sovranità assoluta degli stati nazionali fosse stata per l’Europa sempre un bene prezioso e non già anche l’incubo che l’ha portata sull’orlo dell’autodistruzione. 

Marine Le Pen at Place de l’Opéra, in central Paris

Parlando di “sovranità monetaria”, molti la invocano come la strada maestra per uscire dalla presente crisi. Ma la questione reale non è quella di discutere, in astratto, se la sovranità monetaria possa essere un bene o un male.  E’ quella, molto più concreta, di chiedersi se la sovranità monetaria possa esistere per gli odierni paesi europei, in un mondo globalizzato dominato dagli interventi speculativi di un capitale finanziario spregiudicato. Riandiamo per un momento con la memoria al mondo pre-euro, alla corsa affannosa a sostenere il valore della valuta italiana (o di altre monete fatte attacco di speculazione), alla stessa vicenda della corona islandese che nella crisi del 2008 ha visto crollare il suo valore in un attimo.  E rispetto al mondo pre-euro, gli speculatori sono oggi più, non meno armati: e infatti sanno muoversi con perizia nel mondo degli spread e dei titoli di stato. Il giorno che tornassero le valute nazionali, non starebbero certo a guardare.

Euro eliseoE’ ripetuta l’affermazione che una ritrovata “sovranità monetaria” consentirebbe una svalutazione regolata della moneta, in modo da ridare fiato alla competitività nazionale su scala europea e su scala mondiale.  Ma la questione è se una tale svalutazione regolata sia semplicemente possibile dinanzi agli attacchi speculativi, e se non si sia invece costretti – come in passato – a un costante affanno, a una dannosa emorragia di risorse monetarie.  A meno di sperare in un’utopistica autoregolazione delle valute, che è del tutto improbabile in un mondo in cui finanza e produzione si collocano ormai su due piani differenti.  Aggiungiamo poi la questione dell’inevitabile rincaro delle fonti energetiche e della conseguente azione depressiva sull’economia: non possiamo evitare di ribadire  quanto una tale questione sia centrale per l’Italia, vista la nostra condizione attuale di quasi totale dipendenza energetica da fonti estere.                                                                      Per la Germania, d’altra parte, la fuoriuscita dall’Euro prospettata da Alternative für Deutschland sembra comportare esattamente il problema opposto: una rivalutazione

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La salute degli europei: un diritto da riconquistare

Su The Lancet, una delle più prestigiose riviste mediche internazionali, è apparsa una serie di articoli di Martin McKee, professore alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, che lancia un grido di allarme.  Il protrarsi della crisi economica-finanziaria avrebbe già provocato danni evidenti e quantificabili alla salute dei cittadini dei vari paesi europei.  Una parte di questi danni dipenderebbe dall’aumento dello stress fisico e mentale, dovuto alle condizioni di insicurezza generalizzata.  Ma una parte ancora maggiore dipenderebbe dai tagli dissennati alla spesa pubblica, quindi anche alla sanità, che in talune nazioni avrebbero già ridotto il livello dei servizi medici, di routine come di emergenza, al di sotto di ogni accettabile standard.

greek-hospital

Il caso della Grecia è il più clamoroso.  La trojka finanziaria ha imposto una forzata riduzione del budget destinato ai servizi sanitari, e i risultati insieme drammatici e grotteschi si sono fatti sentire.  I reparti di pronto soccorso dei vari ospedali di una zona sono disponibili solo a rotazione, con gravi rischi per chi non possa informarsi su quali siano aperti; gli ospedalieri invitano i parenti dei malati a comprare i farmaci e a introdurli nell’ospedale; i parenti stessi sostituiscono gli infermieri in molte operazioni di cura, e intanto questi ultimi guadagnano sempre di meno, lavorano sempre di più, hanno sempre più stress, sono sempre meno efficaci.  Chi è disoccupato da più di un anno perde l’assicurazione sanitaria, il che aggiunge problemi a problemi e vanifica del tutto il diritto alla salute: la salute stessa assume una spiccata connotazione classista.

Non possiamo arrenderci all’amarezza dello stato di cose presente.  In primo luogo è evidente che la politica fino ad oggi seguita nei confronti della Grecia non solo è errata, ma va contro i principi stessi dell’Unione Europea: è evidente che i governanti devono sempre e comunque rendere conto della salute dei cittadini, e non c’è esigenza economica che tenga.  In secondo luogo, però, non si tratta solo della Grecia: recentemente ha fatto scalpore un’inchiesta, nella stessa Gran Bretagna, che mostra l’evidente impotenza del sistema sanitario nei confronti dell’invecchiamento della società e della contemporanea mancanza di risorse.

In terzo luogo, tuttavia, dobbiamo chiederci seriamente come uscire da un tale scenario, andando avanti e non indietro.  Ammettiamo per un momento che la Grecia esca davvero dall’euro e che torni la dracma, come alcuni partiti politici oggi iniziano ad auspicare.

eurocoins

A parte i rischiosi effetti dell’inevitabile deprezzamento della moneta – leggi aumento del costo delle materie prime e inevitabili speculazioni finanziarie – crediamo davvero che l’economia della Grecia possa con questa mossa divenire così fiorente da garantire ai suoi cittadini una parità di diritti sanitari con i cittadini di stati europei più fortunati?  Invece di agitare l’obiettivo ideologico della “sovranità monetaria” non è il caso di battersi per un federalismo europeo in cui una gamma sempre più ampia di diritti possa essere condivisa da tutti, indipendentemente dalle nazioni e dalle regioni in cui si trovano a vivere?  Non dobbiamo definire standard accettabili, nella sanità come nell’educazione, sotto i quali non si può in nessun caso andare?

Evidentemente abbiamo bisogno di una profonda trasformazione dell’Unione.  Abbiamo bisogno di regole fiscali comuni, o almeno convergenti, di un budget comune che sappia redistribuire priorità e allocazioni, di una guida politica autorevole che può derivare solo dall’elezione di un governo europeo da parte del parlamento europeo democraticamente eletto.  Avanzare verso il federalismo europeo o regredire verso l’età delle sovranità conflittuali e impotenti: questo è il vero dilemma europeo dei nostri giorni.

Un’altra Europa versus nessuna Europa

L’Unione Europea ha ricevuto nel 2012 il Premio Nobel per la pace, quale riconoscimento del suo ruolo decisivo per la pace e la prosperità dei popoli europei negli ultimi decenni.  Meritatamente, ma in ritardo. 

bandiere europeeIl Premio Nobel è giunto nel momento di maggiore distacco fra le istituzioni europee e le opinioni pubbliche dei rispettivi paesi.  Pesano la mancanza di istituzioni realmente democratiche, la macchinosità dei processi decisionali, una soffocante burocratizzazione e una tendenza pedante all’eccessiva omologazione.

Tutti questi fattori, già cronici, oggi ostacolano gravemente le possibilità dell’Europa di dare risposte solide alla crisi economica e finanziaria.  La gestione caotica della crisi di Cipro oggi in corso è solo l’ultimo anello di delusioni che ha provato il cittadino europeo rispetto alle sue istituzioni.

Un problema serio è che oggi le generazioni giovanili non hanno memoria del male contro cui le prime istituzioni europee hanno voluto porre rimedio, né delle realizzazioni condivise che oggi danno qualità alla loro vita quotidiana.  I politici non sanno o non vogliono aprire i giovani alla storia, e non sanno parlare alle loro emozioni.

Così assistiamo al proliferare di forze che la storia la vogliono portare indietro, che rinfocolano vecchi etnicismi e nazionalismi e che professano una retorica rivolta direttamente contro la prassi democratica.  Il dramma ungherese non è isolato. Continua a leggere

Obama 2012. Una nazione divisa

Le tre mappe qui a sinistra, con i loro contrasti, illustrano le divisioni presenti della società americana. Tutte e tre si riferiscono ai risultati delle elezioni presidenziali del novembre 2012.

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La prima, nel riquadro piccolo, mostra gli stati vinti da Romney (repubblicani, in rosso) e quelli vinti da Obama (democratici, in blu).  Obama e Romney si sono divisi quasi esattamente il numero degli stati, ma Obama ha prevalso negli stati più popolosi, che posseggono più voti elettorali (il massimo dei voti elettorali, 55, sono posseduti dalla California).  Così la seconda immagine, che rappresenta la dimensione degli stati in proporzione alle popolazioni rispettive, spiega perché Obama abbia vinto le elezioni.  Rispetto all’immagine piccola, nell’immagine grande il blu assume dimensioni più considerevoli.  Fra l’altro Obama ha preso anche più voti popolari, sommando i voti di tutti gli elettori di tutti gli stati.

La situazione cambia considerevolmente se consideriamo le unità del secondo livello: un mosaico di contee e di città indipendenti in cui il territorio statunitense si divide.  Il fatto che in una contea la maggioranza dei voti vada a questo o a quel candidato presidenziale non influisce sul risultato elettorale.

Obama 2Ma è significativo che a questo livello di rappresentazione una marea rossa, repubblicana, appare prevalere sulle isole blu di Obama.  Il perché è presto detto.  Le contee americane sono totalmente diseguali quanto a popolazione: la più popolosa,  Le contee americane sono totalmente diseguali quanto a popolazione: la più popolosa, Los Angeles County, ha circa 9.880.000 abitanti; la più piccola, Loving County in Texas, 82 abitanti!  Così Obama ha prevalso nelle contee e nelle città più urbanizzate, anche di milioni di abitanti; Romney al contrario ha dominato nei paesaggi umani rurali e sparsamente urbanizzati.  In questa, come anche nella precedente elezione presidenziale (2008), le contrapposizioni culturali e di modi di vita che oggi modellano la società americana emergono con tutta evidenza. Continua a leggere