USA 2013: le mille fatiche di Obama

Obama è sempre nell’occhio del ciclone.  Il presidente statunitense aveva appena raggiunto una vittoria netta, forse persino insperata, nel braccio di ferro con i Repubblicani a proposito del bilancio e del tetto sul deficit quando è stato pesantemente toccato dalla crisi di portata globale concernente le intercettazioni dei leader politici “amici”.  Ad essere coinvolta è la stessa figura personale del presidente.  Non poteva non sapere: e allora è come tutti i suoi predecessori, afferma soprattutto l’opinione pubblica tedesca, presso la quale Obama si è giocata in un attimo la notevole popolarità di cui godeva.  Quasi peggio, però, se Obama non avesse saputo o se avesse saputo troppo poco: come fidarsi di un presidente che non è in grado di porre rimedio alle deviazioni dei suoi servizi segreti?                                                                                                                     Anche sul piano interno, le opinioni attorno a Obama continuano ad oscillare.  Egli aveva saputo difendere con vigore la sua riforma sanitaria (Obamacare) dall’attacco dei Repubblicani, considerandola un passo irrinunciabile verso una maggiore equità sociale.  Ma solo pochi giorni dopo ha dovuto rigettare le critiche conseguenti a un’implementazione troppo frettolosa della riforma stessa.  Il sito a cui i cittadini dovrebbero accedere per acquistare le polizze sanitarie è macchinoso e difettoso.  Il passaggio a un sistema in linea di principio più giusto viene da molti percepito soprattutto come una noiosa incombenza burocratica. 

obama-boehnerParlavamo di una conclusione quasi sorprendente, a tutto vantaggio di Obama, della crisi del tetto del deficit.  Egli infatti è riuscito a spaccare il gruppo dei deputati repubblicani, che al loro interno non hanno saputo trovare un’unità di azione.  E, al momento del voto decisivo al Congresso, una parte dei Repubblicani ha votato con i Democratici per superare un blocco che poteva risultare distruttivo per gli Stati Uniti e autodistruttivo per il loro stesso partito.  Ma, per quanto eclatante, la vittoria di Obama è comunque provvisoria.  La speranza di superare a breve le ragioni profonde della contrapposizione fra i due partiti americani sono minime.  Il Congresso che verrà eletto nel 2014 minaccia di essere controllato dai Repubblicani alla pari di quello attuale.  E, minaccia all’interno della minaccia, il peso degli estremisti appoggiati dal Tea Party all’interno della probabile maggioranza repubblicana promette di restare elevato.  Per Obama questo significherebbe trascorrere gli anni conclusivi della sua presidenza trattando giorno per giorno, in condizioni assai tese.  E questo sarebbe un epilogo in tono minore per un mandato che era stato inaugurato all’insegna di un programma neo-roosveltiano, guidato dalla prospettiva strategica di nuovi investimenti strategici in educazione, infrastrutture, energie rinnovabili.

Edge City

Un crudo dato elettorale ci aiuta a spiegare l’attuale crisi istituzionale della superpotenza americana.  In buona parte delle circoscrizioni elettorali del Congresso un partito (Democratico o Repubblicano che sia) prevale a valanga sull’altro: con più di 20 punti di distacco.  E questo è un carattere che diventa sempre più marcato nel corso degli anni, elezione dopo elezione, e che è ancora più spinto laddove l’elettorato è in prevalenza bianco.  Il simile si aggrega al simile; il simile trova nel simile la conferma alle sue idee e questa conferma agisce da impulso per una loro ulteriore radicalizzazione.  Il rischio concreto è che questa sorta di apartheid culturale autoimposto sfoci in una perdita del senso del bene comune, in un’interruzione del plebiscito di tutti i giorni su cui la nazione dovrebbe fondarsi.  L’opposizione preconcetta e ideologica di una parte dei deputati repubblicani alla riforma sanitaria di Obama, intesa come un intervento oppressivo dello stato nelle vicende private del cittadino, è un sintomo di un processo ben più ampio e profondo.  Molti deputati, sicuri della rielezione, preferiscono interloquire unicamente con le idee e i pregiudizi dei loro elettori, dando spesso ad essi una coloritura estremista.                    Non è il nord contro il sud come al tempo di Abramo Lincoln.  I confini territoriali dei due

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Segnali dalla piccola Islanda

Le elezioni del 27 aprile in Islanda hanno chiuso un cerchio, riportando al potere i partiti che governavano al tempo della crisi finanziaria del 2008, e che allora l’opinione pubblica punì elettoralmente considerandoli responsabili del disastro.  Il paese era andato sull’orlo del fallimento in seguito a una strategia troppo spregiudicata delle banche, che avevano proposto interessi troppo elevati per attirare capitali stranieri e che avevano offerto mutui per ogni genere di esigenze dei cittadini.  Così nelle elezioni del 2009 gli elettori colpirono soprattutto il partito conservatore di centro-destra (“Partito dell’indipendenza”), che era stato al potere per diciotto anni consecutivi, e diedero la maggioranza a una coalizione di centro-sinistra (socialdemocratici e verdi).

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L’azione risanatrice del nuovo governo è stata efficace, a parere sia degli osservatori che delle autorità monetarie internazionali.  Tuttavia esso si è trovato a mettere in atto anche misure impopolari, che gli hanno fatto perdere rapidamente il gradimento dell’opinione pubblica.  In primo piano, come in molti altri paesi, si è posta la questione fiscale: le tasse erano state elevate come elemento delle misure anticrisi e la promessa di un futuro allentamento di questi vincoli fiscali è stata un’arma dell’opposizione durante la campagna elettorale, prevedibile ed efficace.

L’Islanda appare troppo poco popolata e troppo eccentrica per risultare un caso del tutto rappresentativo delle vicende europee dei nostri giorni.  E tuttavia alcuni segnali elettorali sono significativi, e pienamente consonanti con le tendenze in atto in molti paesi del continente.                                                                                                                                Il primo segnale è che i partiti di sinistra o di centro-sinistra si trovano in difficoltà quando devono gestire una situazione di crisi: vengono abbandonati dai ceti medi e, nello stesso tempo, vengono giudicati come fautori di una politica di destra da parte del loro elettorato tradizionale.

IslandaIn Spagna, alla fine dell’era di Zapatero, è avvenuto qualcosa di molto simile.                                         Il secondo segnale è che per alcuni versi i comportamenti elettorali nelle consolidate democrazie dell’Europa occidentale stanno diventando sempre di più simili a quelli che hanno prevalso nelle giovani democrazie dell’Europa centro-orientale.  Qui è assai frequente che ogni nuova elezione conduca a una severa punizione del governo in carica, a una radicale svolta di orientamento nelle preferenze dei cittadini.  Talvolta i partiti già al potere sono stati ridotti in pochi anni a una marginalità totale; talvolta hanno avuto un successo inaspettato partiti e movimenti appena creati.                                                                                                         Il terzo segnale, appunto, è che non si è avuto soltanto un travaso di voti dal centro-sinistra al cento-destra.  Anche in una società relativamente omogenea come quella islandese il panorama politico si è frammentato.

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La regressiva illusione della sovranità monetaria

Uno spettro si aggira oggi per l’Europa: quello della ‘sovranità monetaria’,  rivendicata da tanti movimenti politici nell’Europa in crisi, di orientamento differente a seconda delle situazioni nazionali. In Grecia l’idea si è diffusa nel milieu di estrema sinistra, attorno al partito Syriza che nel 2012 ha goduto di un notevole successo elettorale.  In Germania, è invece adottata da un movimento conservatore di centro-destra, Alternative für Deutschland, che oggi fa notizia perché potrebbe essere in grado di sottrarre all’attuale maggioranza governativa (alla CDU/CSU e soprattutto alla FDP) voti decisivi per il successo nelle elezioni del prossimo settembre.  Dalla Francia, consapevole della trasversalità della questione, Marine Le Pen ha fatto delle avances a Beppe Grillo.  Esse cadono nel vuoto, perché storia e cultura dei rispettivi movimenti sono assai diverse.  Il lepenismo ha stretti legami con le vicende dell’estrema destra francese, fino a risalire nella Francia di Petain, che non hanno corrispettivi nell’identità del M5S.  E il nazionalismo lepenista è in buona parte riconducibile a un filone tradizionalista che non fa certo vibrare le corde degli italiani.  Però Marine Le Pen rischia di avere ragione.  Lei e Beppe Grillo possono finire dalla stessa parte, almeno finché Beppe Grillo continua a lamentare – come ancora in occasione del 25 aprile – la perdita di “sovranità monetaria, politica, territoriale” dell’Italia.  Come se la sovranità fosse sempre un valore irrinunciabile, come se la sovranità assoluta degli stati nazionali fosse stata per l’Europa sempre un bene prezioso e non già anche l’incubo che l’ha portata sull’orlo dell’autodistruzione. 

Marine Le Pen at Place de l’Opéra, in central Paris

Parlando di “sovranità monetaria”, molti la invocano come la strada maestra per uscire dalla presente crisi. Ma la questione reale non è quella di discutere, in astratto, se la sovranità monetaria possa essere un bene o un male.  E’ quella, molto più concreta, di chiedersi se la sovranità monetaria possa esistere per gli odierni paesi europei, in un mondo globalizzato dominato dagli interventi speculativi di un capitale finanziario spregiudicato. Riandiamo per un momento con la memoria al mondo pre-euro, alla corsa affannosa a sostenere il valore della valuta italiana (o di altre monete fatte attacco di speculazione), alla stessa vicenda della corona islandese che nella crisi del 2008 ha visto crollare il suo valore in un attimo.  E rispetto al mondo pre-euro, gli speculatori sono oggi più, non meno armati: e infatti sanno muoversi con perizia nel mondo degli spread e dei titoli di stato. Il giorno che tornassero le valute nazionali, non starebbero certo a guardare.

Euro eliseoE’ ripetuta l’affermazione che una ritrovata “sovranità monetaria” consentirebbe una svalutazione regolata della moneta, in modo da ridare fiato alla competitività nazionale su scala europea e su scala mondiale.  Ma la questione è se una tale svalutazione regolata sia semplicemente possibile dinanzi agli attacchi speculativi, e se non si sia invece costretti – come in passato – a un costante affanno, a una dannosa emorragia di risorse monetarie.  A meno di sperare in un’utopistica autoregolazione delle valute, che è del tutto improbabile in un mondo in cui finanza e produzione si collocano ormai su due piani differenti.  Aggiungiamo poi la questione dell’inevitabile rincaro delle fonti energetiche e della conseguente azione depressiva sull’economia: non possiamo evitare di ribadire  quanto una tale questione sia centrale per l’Italia, vista la nostra condizione attuale di quasi totale dipendenza energetica da fonti estere.                                                                      Per la Germania, d’altra parte, la fuoriuscita dall’Euro prospettata da Alternative für Deutschland sembra comportare esattamente il problema opposto: una rivalutazione

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La salute degli europei: un diritto da riconquistare

Su The Lancet, una delle più prestigiose riviste mediche internazionali, è apparsa una serie di articoli di Martin McKee, professore alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, che lancia un grido di allarme.  Il protrarsi della crisi economica-finanziaria avrebbe già provocato danni evidenti e quantificabili alla salute dei cittadini dei vari paesi europei.  Una parte di questi danni dipenderebbe dall’aumento dello stress fisico e mentale, dovuto alle condizioni di insicurezza generalizzata.  Ma una parte ancora maggiore dipenderebbe dai tagli dissennati alla spesa pubblica, quindi anche alla sanità, che in talune nazioni avrebbero già ridotto il livello dei servizi medici, di routine come di emergenza, al di sotto di ogni accettabile standard.

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Il caso della Grecia è il più clamoroso.  La trojka finanziaria ha imposto una forzata riduzione del budget destinato ai servizi sanitari, e i risultati insieme drammatici e grotteschi si sono fatti sentire.  I reparti di pronto soccorso dei vari ospedali di una zona sono disponibili solo a rotazione, con gravi rischi per chi non possa informarsi su quali siano aperti; gli ospedalieri invitano i parenti dei malati a comprare i farmaci e a introdurli nell’ospedale; i parenti stessi sostituiscono gli infermieri in molte operazioni di cura, e intanto questi ultimi guadagnano sempre di meno, lavorano sempre di più, hanno sempre più stress, sono sempre meno efficaci.  Chi è disoccupato da più di un anno perde l’assicurazione sanitaria, il che aggiunge problemi a problemi e vanifica del tutto il diritto alla salute: la salute stessa assume una spiccata connotazione classista.

Non possiamo arrenderci all’amarezza dello stato di cose presente.  In primo luogo è evidente che la politica fino ad oggi seguita nei confronti della Grecia non solo è errata, ma va contro i principi stessi dell’Unione Europea: è evidente che i governanti devono sempre e comunque rendere conto della salute dei cittadini, e non c’è esigenza economica che tenga.  In secondo luogo, però, non si tratta solo della Grecia: recentemente ha fatto scalpore un’inchiesta, nella stessa Gran Bretagna, che mostra l’evidente impotenza del sistema sanitario nei confronti dell’invecchiamento della società e della contemporanea mancanza di risorse.

In terzo luogo, tuttavia, dobbiamo chiederci seriamente come uscire da un tale scenario, andando avanti e non indietro.  Ammettiamo per un momento che la Grecia esca davvero dall’euro e che torni la dracma, come alcuni partiti politici oggi iniziano ad auspicare.

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A parte i rischiosi effetti dell’inevitabile deprezzamento della moneta – leggi aumento del costo delle materie prime e inevitabili speculazioni finanziarie – crediamo davvero che l’economia della Grecia possa con questa mossa divenire così fiorente da garantire ai suoi cittadini una parità di diritti sanitari con i cittadini di stati europei più fortunati?  Invece di agitare l’obiettivo ideologico della “sovranità monetaria” non è il caso di battersi per un federalismo europeo in cui una gamma sempre più ampia di diritti possa essere condivisa da tutti, indipendentemente dalle nazioni e dalle regioni in cui si trovano a vivere?  Non dobbiamo definire standard accettabili, nella sanità come nell’educazione, sotto i quali non si può in nessun caso andare?

Evidentemente abbiamo bisogno di una profonda trasformazione dell’Unione.  Abbiamo bisogno di regole fiscali comuni, o almeno convergenti, di un budget comune che sappia redistribuire priorità e allocazioni, di una guida politica autorevole che può derivare solo dall’elezione di un governo europeo da parte del parlamento europeo democraticamente eletto.  Avanzare verso il federalismo europeo o regredire verso l’età delle sovranità conflittuali e impotenti: questo è il vero dilemma europeo dei nostri giorni.

Obama 2012. Una nazione divisa

Le tre mappe qui a sinistra, con i loro contrasti, illustrano le divisioni presenti della società americana. Tutte e tre si riferiscono ai risultati delle elezioni presidenziali del novembre 2012.

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La prima, nel riquadro piccolo, mostra gli stati vinti da Romney (repubblicani, in rosso) e quelli vinti da Obama (democratici, in blu).  Obama e Romney si sono divisi quasi esattamente il numero degli stati, ma Obama ha prevalso negli stati più popolosi, che posseggono più voti elettorali (il massimo dei voti elettorali, 55, sono posseduti dalla California).  Così la seconda immagine, che rappresenta la dimensione degli stati in proporzione alle popolazioni rispettive, spiega perché Obama abbia vinto le elezioni.  Rispetto all’immagine piccola, nell’immagine grande il blu assume dimensioni più considerevoli.  Fra l’altro Obama ha preso anche più voti popolari, sommando i voti di tutti gli elettori di tutti gli stati.

La situazione cambia considerevolmente se consideriamo le unità del secondo livello: un mosaico di contee e di città indipendenti in cui il territorio statunitense si divide.  Il fatto che in una contea la maggioranza dei voti vada a questo o a quel candidato presidenziale non influisce sul risultato elettorale.

Obama 2Ma è significativo che a questo livello di rappresentazione una marea rossa, repubblicana, appare prevalere sulle isole blu di Obama.  Il perché è presto detto.  Le contee americane sono totalmente diseguali quanto a popolazione: la più popolosa,  Le contee americane sono totalmente diseguali quanto a popolazione: la più popolosa, Los Angeles County, ha circa 9.880.000 abitanti; la più piccola, Loving County in Texas, 82 abitanti!  Così Obama ha prevalso nelle contee e nelle città più urbanizzate, anche di milioni di abitanti; Romney al contrario ha dominato nei paesaggi umani rurali e sparsamente urbanizzati.  In questa, come anche nella precedente elezione presidenziale (2008), le contrapposizioni culturali e di modi di vita che oggi modellano la società americana emergono con tutta evidenza. Continua a leggere