Spagna 2016, microcosmo d’Europa?

Il 2015 è stato un anno di grande incertezza e mutevolezza negli scenari politici e nelle opinioni pubbliche dei maggiori paesi dell’Europa occidentale.  Varie crisi si sono sfrangiate, connesse e amplificate a vicenda:  alle crisi dell’occupazione e dell’economia di lunga data, alla crescente disillusione nei confonti delle classi politiche nazionali ed europea si sono aggiunte la minaccia concreta del terrorismo jihadista e l’irruzione inaspettata (quanto ad estensione e a conseguenze immediate) dei profughi e dei rifugiati provenienti da fronti di crisi che l’occidente stesso ha contribuito a creare.  L’impatto di questi processi concomitanti è profondo, e contribuisce a disgregare equilibri ideologici, politici ed elettorali logori, che nei diversi paesi si erano prodotti e consolidati nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Spain-2015Così, le elezioni nazionali che si sono tenute nel 2015 nel Regno Unito, le elezioni regionali francesi, le elezioni nazionali e regionali tenute in Spagna, l’evoluzione del quadro politico tedesco hanno tutte mostrato che la tradizionale democrazia dell’alternanza (in generale: fra un centrodestra e un centrosinistra che guardano al centro, per convincere gli elettori indecisi e in grado di fare di volta in volta la differenza) vive una fase di grande difficoltà, e forse ha davvero finito il suo ciclo storico.  Che cosa possa sopravvenire al suo posto è incerto, e molto dipenderà dalla responsabilità, dalla capacità di movimento e dall’immaginazione dei singoli attori politici.  Per il momento, assistiamo a una maggiore diversificazione dei contesti politici, partitici ed elettorali delle singole nazioni, più dipendenti che in passato dalle specificità e dagli sviluppi locali, in un momento in cui le ideologie onnicomprensive non giocano più un ruolo centrale.                                                                                                                     Proprio per la presente incertezza sulle possibili ricomposizioni dei sistemi politici europei, le elezioni legislative spagnole del dicembre 2015, e le conseguenti difficoltà per la formazione del governo, assumono un significato la cui portata va ben al di là dei confini della nazione iberica.  Dal ritono della Spagna alla democrazia, nel 1977, vi  imperava un bi-partitismo di fatto, con presenze limitate della sinistra radicale e, insieme, degli esponenti dei partiti autonomisti e nazionalisti, baschi e catalani in primo luogo.  A partire dal 1983, poi, i due partiti a tutt’oggi più forti (PP e PSOE) si sono alternati regolarmente al potere, ma non sempre il loro governo si è basato su una maggioranza assoluta conseguita alle elezioni: spesso, hanno dovuto ricorrere ad accordi con gli esponenti autonomisti e nazionalisti, i quali – nella veste di “ago della bilancia” – hanno avuto un’influenza ben superiore alla loro stretta consistenza numerica.  Anzi, dal 1989 al 2008 questa è stata quasi la norma.  Felipe Gonzales (PSOE) è stato eletto primo ministro con felipe_1hl’astensione di catalani e baschi nel 1989 e con il voto favorevole degli stessi catalani e baschi nel 1993; il suo successore José Maria Aznar (PP) si è appoggiato sul voto favorevole di catalani, baschi e della coalizione delle Canarie nel 1996; infine José Zapatero (PSOE) nel 2004 ha avuto il voto favorevole di alcuni catalani, della coalizione delle Canarie, dei galiziani e degli aragonesi, insieme all’astensione dei baschi e di altri catalani; nel 2008 invece gli esponenti dei partiti autonomisti si sono quasi tutti astenuti (favorendo comunque la conferma di Zapatero)                                                                             Nel parlamento eletto a dicembre 2015, oltre a 8 esponenti di partiti baschi e a un esponente della coalizione delle Canarie, siedono 17 esponenti dei partiti catalani.  Ma, rispetto al passato, l’utilizzazione poilitica di questi ultimi voti per l’insediamento del nuovo governo è molto più difficile: i 17 deputati catalanisti appartengono infatti a due forze politiche impegnate esplicitamente nel processo unilaterale di proclamazione di indipendenza della Catalogna.  E’ inutile dire che la massima parte degli esponenti politici delle altre regioni spagnole, e soprattutto gran parte dei loro elettori, considerano l’indipendenza della Catalogna una prospettiva disastrosa, da impedire ad ogni costo.  Chi cercasse di aprire una trattativa con questi esponenti rischia una forte impopolarità, a meno di essere così abile da convincerli a rinunciare ai loro sforzi di proclamazione di un’indipendenza unilaterale (il che, sul breve periodo, è assai improbabile).   podemosMa la conseguenza più dirompente delle elezioni di dicembre 2015 è che nel parlamento spagnolo (Cortes) oggi siedono altri due partiti – Podemos e Ciudadanos – quasi di uguale consistenza rispetto alle forze tradizionali; che un’alleanza dei “nuovi” fra di loro è praticamente esclusa (rivolgendosi Podemos a un bacino elettorale molto più a sinistra che Ciudadanos); che l’alleanza rispettiva di questi partiti persino con il partito tradizionale più affine (Podemos con il PSOE, Ciudadanos con il PP) incontra altrettanti problemi; che l’idea di una grande coalizione (PP e PSOE) è rigettata dalla massima parte del PSOE, dati gli enormi casi di corruzione imputati al PP negli anni del suo governo.

Forse il dato che meglio rappresenta l’ampiezza del sommovimento elettorale del dicembre 2015, sul medio periodo, sta nel fatto che nelle elezioni del 2008 l’83,8% degli elettori spagnoli aveva dato la loro preferenza a uno dei due partiti maggiori; che nel 2011 questa percentuale era scesa al 73,4 %;  che nel dicembre 2015 è approdata a un 50,7% ben più contenuto.  La perdita complessiva del 33,1% dei consensi in sette anni Riverasegnala un’intensa disaffezione nei confronti di quadri politici considerati sempre più inadeguati.  Non a caso il travaso dei voti ha anche una precisa componente generazionale: le generazioni più giovani votano in modi differenti da quelle anziane, e hanno più fiducia in persone che considerano più vicine ai loro modi di vita e ai loro bisogni.

Per comprendere la profondità del sommovimento oggi in atto nel sistema politico spagnolo è tuttavia importante allargare lo sguardo dai risultati puri e semplici dell’evento nazionale ai risultati delle elezioni regionali che si sono svolte qualche mese prima.  Nella primavera del 2015, infatti, sono stati rieletti gli organi parlamentari di 13 delle 16 comunità autonome di cui si compone il quadro regionale spagnolo (eccettuata dunque la Catalogna, che ha votato nell’autunno, e i Paesi Baschi e la Galizia, che voteranno nel 2016). Dei governi uscenti, 10 erano basati sul PP e 3 sul PSOE, oltre al governo di minoranza della Navarra, in mano a una forza politica locale filospagnola e opposta al nazionalismo basco (UPN, Unione del Popolo Navarro).  Dopo le elezioni, al PP sono restate solo 4 regioni mentre in 9 il governo è basato sul PSOE, con la Navarra che continua a essere governata da forze politiche locali, ma questa volta di segno esattamente opposto, cioè filobasche.  Ma, soprattutto, prima del 2015, 8 dei governi regionali del PP erano basati su una maggioranza più e meno ampia, e solo in Extremadura esisteva un governo del PP di minoranza; a sua volta il PSOE aveva un governo di maggioranza in Andalusia, un governo di minoranza nelle Asturie e un governo di coalizione nelle Canarie con il partito regionalista.  Oggi, al contrario, nelle 4 regioni restate al PP i governi sono di minoranza; il PSOE ha 4 governi di minoranza, mentre ha stabilito coalizioni con i partiti regionalisti in 5 Comunità Autonome (oltre alle Canarie, in Aragona, nelle Baleari, in Cantabria e nella Comunità Valenciana).  E regiones_autonomasnei voti di insediamento dei governi di minoranza, il PP ha goduto del voto positivo di Ciudadanos nella Murcia e nella regione di Madrid, e sulla sua astensione  in Castiglia-Leon e a La Rioja; invece il PSOE ha avuto il voto favorevole di Podemos nella regione di Castiglia-La Mancha e in Estremadura, di Ciudadanos in Andalusia e nell’astenzione concomitante di Podemos e di Ciudadanos (oltre al voto favorevole di Izquierda Unida) nelle Asturie.  Aggiungiamo che Podemos ha dato il suo voto favorevole alle giunte guidate dal PSOE in Aragona, alle Baleari e nella Comunità Valenciana, e si è astenuto in Cantabria.                                    Un tratto caratteristico dell’elettorato europeo degli ultimi anni è che le grandi città votano molto diversamente da altri segmenti del territorio, e in questo la Spagna del 2015 non ha fatto eccezione.  Nelle elezioni comunali, che in genere sono state accorpate alle elezioni regionali, spiccano i casi di Madrid e di Barcellona.  Nell’assemblea uscente di Madrid, eletta nel 2011, il Partido Popular aveva una comoda maggioranza assoluta di 31 seggi su 57.  Nel 2015, ha ottenuto invece una risicata maggioranza relativa di 21 seggi, mentre 20 sono andati alla nuova formazione di Ahora Madriduna lista locale alla quale ha aderito anche Podemos, e 9 seggi ai rappresentanti del PSOE.  Il risultato è stato che, quando si è trattato di eleggere il sindaco da parte dell’assemblea risultante dalle elezioni, i voti del PSOE sono confluiti sulla candidata di Ahora Madrid, Manuela Carmena, che così è riuscita a governare la capitale spagnola.  Molto simile è la base elettorale del sindaco di Barcellona, Ada Colau: anch’essa è alla testa di barcelonauna lista locale, Barcelona en Comù, appoggiata anch’essa da Podemos, o meglio dalla sua versione catalana (Podem).  In questo caso la lista di Barcelona en Comù aveva già avuto la maggioranza semplice al momento delle elezioni.  Per essere eletta sindaco, Ada Colau è poi riuscita a far convergere sul suo nome i rappresentanti della versione catalana del PSOE (cioè il PSC) e anche qualche indipendentista di sinistra.

Il quadro della situazione post-elettorale spagnola, a tutt’oggi di non facile risoluzione, ci presenta comunque alcuni chiavi di decifrazione.  La prima è che il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico.  Ovvero:  il PP, oggi al governo, è inviso agli altri tre partiti maggiori per una sua gestione disinvolta e corrotta della cosa pubblica.  Ma questo Continua a leggere

L’Europa e il mondo, fra globale e locale

La svolta epocale del 1492 ha dato il via a uno dei tratti essenziali della storia globale nell’età moderna: un’intensa europeizzazione e, in seguito, un’occidentalizzazione del mondo. Questi processi continuano anche ai nostri giorni, pur se in maniera differente. Nel passato come nel presente l’identità europea viene costantemente reinventata dalle sue relazioni con il mondo.

Oggi, però, la posizione dell’Europa è molto diversa da quella di un secolo or sono. Non più centrale ma provinciale: è un semplice nodo, anche se molto rilevante, di una rete globale policentrica. L’Europa è così sollecitata a ricercare nuove possibilità per il suo futuro e per il futuro del mondo, riscoprendo e reinventando gli aspetti creativi della sua storia, delle sue culture, delle sue identità.                                                                                                                         European-map-with-countries-flags-and-borders-Stock-VectorNel mio libro L’Europa globale. Epistemologie delle identità, analizzo appunto la complessa storia europea e le radici profonde di quel tentativo, in atto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, di dare un’adeguata espressione politica all’identità culturale polifonica dell’Europa, spesso controversa, ma che ha comunque saputo resistere ai nazionalismi, agli autoritarismi e ai totalitarismi del ventesimo secolo.                                                    Il policentrismo europeo, nei casi più felici, ha incentivato la creazione di un tessuto di relazioni fra culture anche assai disparate: i movimenti politici, culturali e nazionali europei hanno sempre avuto una risonanza ad ampio raggio, accogliendo protagonisti di diverse origini, appartenenze etniche ed identitarie e mettendo in relazione spazi, tempi e mondi variegati e talvolta eterogenei.                                                                                                                 Oggi la rapidità dei mutamenti sociali e tecnologici in atto, insieme all’impatto profondo sul nostro continente dei conflitti e delle tensioni di un mondo sempre più interconnesso, ha messo in crisi gli equilibri faticosamente raggiunti dalla costruzione europea negli ultimi decenni.  La biforcazione è cruciale: andare avanti verso il compimento dell’unione politica almeno di alcuni paesi europei (probabilmente quelli che oggi aderiscono all’Euro) oppure essere riuscchiati all’indietro in quell’età dei nazionalismi miopi e risentiti che non accenna a chiudersi?

Di ciò parliamo nel seguente dialogo-intervista con Arianna Barazzetti

Arianna Barazzetti – Le identità certe, monolitiche ed indiscutibili sono ormai da considerarsi anacronistiche e anzi pericolose.  Quali possibilità ha l’Europa per ripensare le proprie identità e le proprie diversità durante l’era della globalizzazione?

Gianluca Bocchi – Le identità che noi consideriamo certe e monolitiche sono sempre state oggetto di costruzioni storiche, talvolta anche recenti o ancora in divenire. Spesso queste identità, che si sentono e si credono indiscutibili, celano la loro reale natura costruita e transitoria dietro meccanismi di comunicazione retorici, volti ad assicurare gli interessi a breve termine di coloro che se ne servono.  La funzione mobilitatrice di tali identità è potente, ma proprio per questo rischia di diventare estremamente distruttiva e autodistruttiva.

Nel contesto di panorami politici e sociali di lunga data, costantemente riemergenti nell’ultimo secolo, frequenti e abituali sono state e ancora sono le strategie che slobodefiniscono un’immagine compatta del nemico e che per far ciò pescano a piene mani nel campo confuso e contradditorio delle identità etniche, nazionali o religiose, molto più ricco di narrazioni alternative e complementari di quante possano emergere nel discorso nazionalista. Tali strategie, assai comode per consolidare i totalitarismi, gli autoritarismi e anche varie forme di democrazia autoritaria, finiscono col far collassare la molteplicità delle narrazioni possibili su di una sola narrazione fantasmatica.  Spesso si rivelano un disastroso boomerang, che si ritorce contro coloro che le hanno adottate.                                                                                                                                        Risulta allora prioritario e necessario un consapevole lavoro interdisciplinare, per far comprendere alle opinioni pubbliche e alle stesse classi dirigenti la grande complessità che le idee di identità e di confine hanno assunto nella storia europea. Queste idee hanno a che fare con processi storici e sociali in cui le teorie e le pratiche delle identità e dei confini si mostrano in tutta quanta la loro ambivalenza: fattori ad un tempo costruttivi e distruttivi, mobilitatori e cristallizzatori.                                                                                                   I confini, come del resto le identità, derivano da lunghi processi di costruzione che affondano sempre le proprie radici in spazi e in tempi eterogenei e differenti. Non possono essere considerati inevitabili o necessari, ma vengono in essere attraverso conflitti, compromessi, e spesso anche attraverso una notevole creatività.                                                                                                                        GalataSe trasformassimo anche sul piano propriamente epistemologico, quello che ci appare come cosa data in processo, ecco che potremmo allargare lo spazio in cui pensare tanti problemi teorici e pratici che tormentano il nostro continente.  Mentre le identità rigide e statiche sono esclusive, nel momento in cui iniziamo ad interpretare le identità stesse come realtà costruite al crocevia di diverse narrazioni, ci rendiamo conto che esse possono essere anche di tipo inclusivo, tali da condurre alla condivisione e alla sovrapposizione di territori ed etnie.
                                                                                                                                Arianna Barazzetti – Possiamo quindi sostenere che qualunque cittadino europeo porti in sé una moltitudine di mescolanze?

Gianluca Bocchi - Nei vari piani culturali, etnici, linguistici, genetici ogni cittadino europeo ha un’identità molto ricca e variegata. Se costruissimo un albero genealogico di un qualunque cittadino europeo vedremmo che gli apporti ancestrali che lo permeano provengono da ogni parte.  Le varie regioni d’Europa presentano una notevole permeabilità culturale anche nelle tradizioni popolari.  Ovviamente le élites hanno avuto un grado ancora maggiore di permeabilità culturale, che ha dato ad esse un ruolo fondamentale di tramite tra le varie culture d’Europa.  L’età degli indurimenti nazionalistici ha in parte eclissato, ma non certo dissolto, la multispazialità e la multitemporalità delle radici individuali e collettive dei cittadini del nostro continente.

Le identità europee, ad uno sguardo attento, sono quanto di più permeabile, mosso, evolutivo si possa concepire.  Anzi, una loro indagine potrebbe essere una via esemplare per comprendere il carattere processuale e inclusivo di qualunque genere di identità, a qualunque livello di generalità ci si voglia collocare.  Le identità europee non sono separate, ma si sovrappongono, anche se molti politici e intellettuali hanno frainteso completamente la loro missione e hanno cercato di rendere separato ciò che strutturalmente era ed è sovrapposto.                                                                                                 Czeslaw MiloszTutto ciò scaturisce non solo da molteplici esperienze sul campo, ma anche dalle narrazioni di vario genere provenienti da tutte le culture europee. Pensiamo soltanto alla grande letteratura dell’Europa centro-orientale: tanti romanzi, racconti, biografie degli autori che sono vissuti in quest’area così tormentata ci fanno intravvedere tante stratificazioni e sovrapposizioni culturali caratteristiche di questa o quella città, di questa o di quella regione.  Il più delle volte, le vicende tumultuose di un ventesimo secolo così drammatico ha attentato a queste stratificazioni e a queste sovrapposizioni, senza tuttavia cancellare del tutto la loro memoria.

La grande contrapposizione che così si palesa è quella tra una visione processuale e una visione statica delle identità, tra un’idea di identità flessibile e un’idea rigida.  La contrapposizione fra queste due visioni riguarda anche e soprattutto la relazione con la storia. La visione processuale delle identità è infatti in accordo con i processi storici e sociali che hanno sempre fatto dell’Europa un luogo di incontro e, nello stesso tempo, di confronto e di scontro fra identità molteplici, in un’ambivalenza di integrazioni e di separazioni che non può essere sciolta e semplificata.  Al contrario, una visione delle identità rigide ed esclusive conduce spesso a narrazioni fantasmatiche, tendenziose e ingannevoli, atte a immaginare una storia a senso unico per trovare nel passato ipotetici sostegni ai vincitori del momento.  Queste narrazioni sono certo mobilitatrici di energie, ma queste energie sono soprattutto distruttive e autodistruttive, basate su motivazioni contestabili che quando sono smascherate lasciano un paesaggio devastato, sul piano materiale non meno che sul piano simbolico.

Arianna Barazzetti – Il mito nazionale, dal punto di vista storico, è un agente che ha promosso e sostenuto un passaggio dal locale al globale attraverso il quale si è formata l’Europa moderna.  Quali implicazioni profonde ha avuto un tale processo?

Gianluca Bocchi – L’onnipresenza delle comunità locali è un aspetto di grande rilevanza nella storia europea, che oggi deve essere compreso e ripensato. Nella gran parte della storia europea la massima parte dei cittadini vivevano in comunità locali basate sull’agricoltura, immote e chiuse su se stesse. Questo aspetto del paesaggio umano d’Europa non esaurisce certo la complessità della sua storia: accanto ad esso appaiono anche comunità cittadine molto aperte e creative, come nel caso dei Comuni Lega_anseaticaitaliani, delle Fiandre o della Lega Anseatica, che avevano già la funzione ante litteram delle città moderne: al loro interno vi erano culture plurali, e grazie alle reti commerciali di cui facevano parte esercitavano la funzione di tramite fra culture anche molto lontane l’una dall’altra. Ma in ogni caso, fino ad età moderna inoltrata, la massima parte delle comunità locali in Europa e nel mondo erano caratterizzate dal contatto fisico immediato: non solo nei villaggi contadini ma anche nelle città le comunicazioni tra individui erano in genere molto dirette.

E direttamente comunicavano anche le élites culturali del continente, in una sorta di repubblica delle lettere dai valori condivisi: oggi ci stupiamo della mobilità di queste élites pronte a tenere ricchissimi epistolari o anche a muoversi in cerca delle innovazioni più interessanti senza curarsi troppo dei confini politici ed etnici.

Ma, a parte la rilevante eccezione delle reti cittadine, la gran parte delle comunità locali comunicavano ben poco l’una con l’altra: ogni compagine politica europea possedeva una serie interminabile di barriere interne, trapassate dalle élites ma non dalla massima parte della popolazione.

E’ solo con la nascita di un vero e proprio sistema mondo sul piano economico, che ha avuto origine nell’età delle esplorazioni geografiche condotte dagli europei, che i governanti dei vari stati nazionali del nostro continente comprendono la necessità di mettere in relazione tutte le comunità locali di cui i loro domini erano composti.

Avviene allora una transizione paragonabile a quella che avvenne nel mondo greco, dal tempo della polis all’età ellenistica. Nell’età classica i greci erano concentrati in tante città stato, dove il contatto fisico era fondamentale.  Dopo l’avventura di Alessandro Magno, in età ellenistica, la civiltà greca si diffonde e si disperde, arrivando sino in India e in Egitto: ormai sono coinvolte milioni di persone.  In qualche modo la traiettoria di sviluppo degli stati nazionali europei dell’età moderna è simile.  Per quanto le comunità di partenza siano eterogenee – un villaggio agricolo è molto differente da Parigi – sempre più impellente è l’esigenza e la necessità di far convergere e quasi di fondere insieme tutte queste comunità. E’ un’esigenza posta anzitutto dalle mutate condizioni dell’economia mondiale: le monarchie assolute dell’età moderna avevano bisogno di vasti mercati fatti di consumatori e questo, al di là della loro stessa volontà, ha iniziato a trasformare gli antichi sudditi in cittadini, sempre più dotati di diritti che con il tempo diventano inalienabili.

Nel processo sono coinvolte appunto milioni di persone.  Ciò che non può essere realizzato con il contatto fisico, viene reso possibile sollecitando l’immaginario.  Anche se le differenze di classe e di cultura permangono sostanziali, vi è una notevole convergenza delle visioni del mondo attraverso l’adesione a narrazioni nazionali comuni.  L’idea di nazione diventa sempre più pervasiva proprio grazie a queste narrazioni, che sono basate su un repertorio ricchissimo di miti, di monumenti, di simboli, di eroi.

Human_migrationMa oggi il potere coesivo di queste narrazioni viene sempre più messo in discussione e assistiamo così a una sorta di sgretolamento delle fondazioni delle comunità dell’Europa moderna.  Al di là di ogni retorica e di interventi più o meno nostalgici, i confini appaiono sempre più vulnerabili e permeabili.  Le migrazioni sfuggono a ogni confine, anche e soprattutto perché le migrazioni nascono con il mondo stesso, e sono antecedenti a ogni tipo di confine.

Arianna Barazzetti – Le migrazioni che hanno luogo ai nostri giorni possona dare nuova forza all’idea di confine, ai miti nazionali e ai localismi chiusi e intolleranti?

Gianluca Bocchi – Con la messa in discussione delle nazioni dall’alto dei processi globali (soprattutto, ma non solo, di ordine economico), i confini non possono più funzionare. Possiamo costruire tutti i muri e i reticolati che vogliamo contro i rifugiati e i migranti: però i muri e i reticolati non possono far nulla contro il riscaldamento globale, non possono agevolare la transizione energetica, non aiutano l’innovazione sociale del tutto necessaria per rispondere alle sfide dell’automazione e della maggiore durata di vita delle donne e degli uomini. Del nostro mondo, vi sono sempre più aspetti essenziali che sfuggono a qualunque confine. E poi – lo ripetiamo – non dobbiamo mai dimenticare che le migrazioni sono nate con l’umanità, e che sono primarie e diremmo più flessibili rispetto a ogni pratica confinaria.

Nell’Europa dell’età moderna i confini si sono induriti e sono stati addirittura sacralizzati, e caricati di significati emotivi pronti a contribuire alle detonazioni belliche. L’Unione Europea ha faticato molto a infrangere un tale quadro ma, negli ultimi decenni, la sdrammatizzazione (non l’abolizione) dei confini ha certo contribuito non solo a innescare feconde dinamiche locali transfrontaliere, ma anche a plasmare in senso positivo la mente delle giovani generazioni, che hanno goduto di una mobilità senza pari, anche e soprattutto mentale.  E allora non possiamo che chiederci quali sarebbero le vittime di un Schengen-1nuovo irrigidimento dei confini: lo sarebbero solo i rifugiati e i migranti? O, insieme e forse soprattutto, non lo sarebbero gli europei stessi?

L’inevitabile apertura delle nazioni al mondo ha paradossalmente messo in discussione anche e soprattutto le modaità con cui le nazioni stesse avevano omologato o assorbito le comunità locali. La narrazione prevalente negli ultimi secoli era quella di considerare le comunità locali come il passato, e le comunità nazionali come il presente e il futuro.  Al contrario, molte comunità locali mantengono una capacità di mobilitazione assai pronunciata per cui, senza un plebiscito di tutti i giorni che rinsaldi i legami tra queste comunità locali e le nazioni di cui fanno parte, queste ultime sono a rischio di disgregazione più o meno pronunciato.

Chiaramente un serio problema sorge quando la rinascita delle comunità locali si degrada in localismo. Il localismo indica e comporta la chiusura delle comunità su se stesse, il che è un peccato esattamente parallelo a quello del nazionalismo, che comporta la chiusura delle nazioni su stesse. Il localismo contrasta lo stesso processo da cui le comunità locali oggi sono state rivitalizzate, perché nell’età globale esse sono diventate elementi di reti che le interconnettono alle più diverse aree del mondo.

Arianna Barazzetti – Come si situano oggi le comunità locali all’interno del complesso reticolato globale?

G. B. – Come abbiamo detto il richiamo alle comunità locali oggi è ambivalente.  Accanto al rischio di chiusura si stanno definendo anche nuove possibilità interessanti per la politica, la cultura e anche per l’economia.                                                                         In primo luogo, in un mondo dove moltissimi contatti sociali sono ormai demandati alle reti informatiche o comunque a mezzi di comunicazione “freddi”, possiamo prospettare un sano recupero dei valori del corpo e della fisicità, ritrovando aspetti centrali nella vita della polis tradizionale.  In secondo luogo, vi è una richiesta emergente di maggiore qualità della vita, ispirata anche dalla questione ambientale ma non soltanto da questa e, insieme, vi è una riscoperta delle proprie radici, del proprio genius loci, non più quale fuga passatistica ma quale punto di partenza per l’innovazione.  La posta in gioco è un circolo virtuoso fra conservazione e innovazione che ovviamente è compito della politica alimentare.

ISprawln tali termini si situano ad esempio le questioni urbane contemporanee.  Le città europee moderne hanno attributo un grande valore alla reciproca accessibilità, sia dei loro cittadini l’uno con l’altro sia fra di loro e il mondo esterno.  Oggi questa valorizzazione dell’accessibilità interna ed esterna deve diventare un fulcro della vita di tutte le comunità locali.  Vi è una simbiosi sempre maggiore fra città e “contado”, e la scelta è se questa simbiosi porti a un degrado ambientale e sociale o, sperabilmente, ci spinga a promuovere l’elevazione della qualità della vita individuale e collettiva.

In questo frangente si mostra uno dei maggiori difetti degli stati nazionali moderni e contemporanei, ancora più esasperato nell’ultimo secolo, che è l’eccesso di burocratizzazione.  Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni avrebbero potuto aiutare a bloccare questo eccesso, e invece rischiano di incentivarlo, oltre a innescare – se utilizzate con scarsa consapevolezza – processi di astrazione e di spersonalizzazione non necessari e non auspicati.  Ecco perché, da parte di molte istanze, vi è un’esigenza di progetti bottom up, che partano dal basso e che completino i tradizionali progetti top down.

Naturalmente, questa interpretazione del locale come risorsa non è da tutti condivisa: anzi il richiamo del locale può diventare preda di nuove forze autoritarie che giocano una seconda carta, il localismo accanto al nazionalismo.

11-de-setembreOggi si torna a parlare di secessionismo per importanti regioni d’Europa, quali la Scozia nei confronti del Regno Unito e della Catalogna nei confronti della Spagna.  Qui non si tratta però di localismo, ma di vere e proprie “nazioni interrotte” che nel corso dei secoli hanno subito gravi torti storici.  Tuttavia le attuali indipendenze di queste nazioni correrebbero il rischio di recidere legami sedimentati, e di alimentare una chiusura nazionalistica.  Ma, certamente, i governi centrali del Regno Unito e della Spagna ancora sottovalutano le ferite inferte a queste nazioni nel passato e sono a tutt’oggi incapaci di trasformare la loro forza identitaria in risorse costruttive per la comunità tutta.  Questa oggi è certamente una fonte di crisi per l’Europa nel suo complesso.

Arianna Barazzetti – Città e luoghi di frontiera, quali vincoli e quali possibilità esprimono?

Gianluca Bocchi -  Fino all’età moderna la gran parte delle società europee, piccole, immote e in massima parte contadine, erano in genere molto omogenee e sottoposte a un grande controllo sociale.  Le città iniziano a fare eccezione già nel secondo medioevo: per le città passano Medieval_Citymolti flussi migratori, si innesca una certa mobilità sociale, i vincoli del controllo sociale si allentano relativamente.  Le città saranno successivamente i luoghi chiave delle unificazioni culturali delle rispettive nazioni, e trasmetteranno i loro valori innovativi nei territori circostanti.                                                                                                                       Ma oggi la tarda modernità si è impigliata in un nuovo tipo di omologazione dei cittadini, dovuto alla burocratizzazione.  Per cui l’interrogativo su quali possano essere i cittadini del futuro non ha una risposta scontata.  Ci chiediamo con apprensione se i processi tecnologici in atto finiscano col generare nuove forme di omologazione e di controllo sociale, o se invece la cittadinanza del futuro possa essere basata su un’interazione costruttiva tra diversità considerate feconde e basilari.  Riusciremo a vivere insieme in quanto diversi, come fra l’altro Alain Touraine ha chiesto con grande acume?

Dinanzi a questa sfida dei nostri giorni le grandi città assomigliano sempre più ai luoghi di frontiera in quanto entrambi questi generi di luoghi sono attraversati da flussi continui, che li rendono difficilmente normalizzabili.  Per le grandi città questo è evidente: su di esse converge ogni tipo di immigrazione (e anche di emigrazione), da vicino, da lontano, dal proprio paese, dal resto d’Europa, dal resto del mondo…  Ma anche i luoghi di frontiera, che spesso sono storicamente multietnici perché tracciare frontiere etniche in Europa è rheinsempre stato molto difficile, sono plasmati da flussi bidirezionali, che possono essere giornalieri, settimanali, mensili, annuali, occasionali, ciclici, stabili…  E’ da notare che in genere questi flussi transfrontalieri apportano un guadagno per l’economia e per la cultura delle fasce di frontiera di entrambe le nazioni confinanti.

Oggi abbiamo dunque la necessità che si inneschi un circolo virtuoso fra i valori nazionali e quelli locali.  Indubbiamente la rinascita delle dimensioni regionali e locali mette in crisi le omologazioni spesso imposte dagli stati nazionali, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di un nuovo patriottismo che integri le comunità locali e le metta in relazione evolutiva, altrimenti le comunità locali non farebbero altro che ripetere su una scala in miniatura gli errori degli stati nazionali moderni.  E’ chiaro che dinanzi agli impetuosi cambiamenti apportati dai processi di globalizzazione la reazione psicologica di chiudersi su se stessi rischia di essere sfruttata in forma miope e autodistruttiva da chi cavalca l’onda del populismo. Ai politici che non vogliono rassegnarsi a questa degradazione spetta oggi una notevole dose di responsabilità, e diciamo anche di cultura, per aiutare i propri cittadini a rielaborare le loro sensazioni di incertezza e a vedere nuove possibilità per il loro stesso futuro.

Creare contesti favorevoli perché le tante diversità di cui oggi si compone l’Europa possano non solo interagire, ma costruire insieme è oggi più che mai un compito politico importante a tutti i livelli territoriali, da quelli nazionali a quelli locali.  E’ una necessità ineludibile, se vogliamo che il nostro continente rimanga un laboratorio di creatività e di innovazione, riannodandosi con ciò alle pagine migliori della sua storia e combattendo la tentazione di riproporre la via distruttiva delle sue pagine oscure.


La Cina, in cerca di nuovi spazi: dipendenza energetica e attivismo diplomatico

L’impetuosa crescita economica degli ultimi decenni, con tutti i sommovimenti sociali ad essa connessa, ha trasformato radicalmente la condizione e la politica energetica della Cina.  La Cina continua ad essere il quarto produttore di petrolio al mondo, ma a partire dal 1993 ha dovuto importarne quantità sempre maggiori per soddisfare la sua domanda interna.  Nel 2014 è così diventata il maggior importatore di petrolio al mondo, superando gli Stati Uniti che detenevano tradizionalmente un tale primato.  Le trasformazioni in atto esprimono l’ininterrotto dinamismo dell’economia cinese dei nostri giorni e, insieme, il riorientamento rdella politica energetica degli Stati Uniti, che attraverso la discussa tecnica del fracking hanno trovato nuove risorse interne per le proprie esigenze energetiche.  Nel giro di breve tempo gli Stati Uniti sono destinati a passare da stato importatore a stato esportatore di gas e di petrolio.

Cina oil importLa parola d’ordine dell’approvvigionamento energetico cinese è: diversificazione.  Certo, una notevole parte delle risorse di cui la Cina ha bisogno provengono pur sempre dalle riserve tradizionali del Medio Oriente, ma è notevole anche la proporzione che proviene dall’Africa e dall’America Meridionale.  In prospettiva, si aggiungono le risorse di gas e di petrolio della Siberia orientale, fatte oggetto di un accordo politico con la Russia nel 2014, nel bel mezzo della crisi internazionale per l’annessione della Crimea da parte di quest’ultima.  A prima vista, è un accordo da cui entrambi i contraenti escono vincitori: la Cina, perché riceverà le forniture energetiche ad un prezzo moderato; la Russia, perché nel momento di maggior difficoltà nei suoi rapporti con l’occidente è riuscita a mostrare di non essere isolata nel mondo e anzi, forzando un po’ i termini, di essere una nazione amica del gigante asiatico.  Per la Cina, però, i vantaggi non sono soltanto, e non sono tanto di natura contabile: sono anche e soprattutto di natura strategica.  Il gas e il petrolio arriveranno via terra, attraverso nuove condutture che la Russia si appresta a costruire, e alleggeriranno l’interminabile percorso nei mari dell’Asia Meridionale e Orientale, con le preziose risorse caricate su petroliere giganti, alle quali è a tutt’oggi affidata la massima parte degli approvvigionamenti energetici cinesi.

russia-china-gas-deal-2014A rendere inquieti i cinesi sono la lunghezza, la tortuosità e i costi del grande itinerario marittimo che fa convergere, nell’Oceano Indiano, le rotte che provengono dal Medio Oriente, dall’Africa e dal Mediterraneo (via Canale di Suez) per farle oltrepassare l’affollatissimo stretto di Malacca (un quarto delle merci mondiali passano di qui), attraversare il Mar Cinese Meridionale e raggiungere nella madrepatria i vari porti di destinazione.  Ma ancora più preoccupante è la vulnerabilità di quest’itinerario marittimo che impone la necessità di uno stretto controllo politico sul corridoio chiave di Malacca e sui diversi stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale.  Fino ad oggi la stabilità della regione è garantita soprattutto grazie alle buone relazioni che intercorrono fra la Cina da un lato e Singapore, Malaysia e Indonesia dall’altro: la presenza della pirateria in queste acque ha tuttavia condotto a molte situazioni pericolose e ha imposto un’intensa cooperazione internazionale per far fronte a tale rischio.  Di recente, tuttavia, questa stabilità è stata messa in discussione dalla crescente rivalità fra la Cina e alcuni paesi che si affacciano su questi mari (Vietnam, Filippine, e più lontano, il Giappone). Più che timori per il momento presente, i cinesi vivono un’insicurezza strategica sui tempi lunghi: una destabilizzazione dei luoghi da parte di una qualsiasi potenza ostile sarebbe disastrosa per tutta l’economia e la società cinese, mettendo in discussione le sue attuali realizzazioni.  Con in mente tali considerazioni la Cina mira così ad accompagnare il pluralismo delle fonti delle sue risorse energetiche con un pluralismo altrettanto spinto degli itinerari che dovrebbero condurre tali risorse nella madrepatria.

String-of-Pearls - Cina OccidentaleSolo in parte la Cina oggi sceglie di privilegiare itinerari esclusivamente terrestri per procurarsi le risorse energetiche di cui ha bisogno: oltre all’accordo con la Russia, ricordiamo l’acquisto da parte dei cinesi di un’importante compagnia petrolifera kazaka (Petrokazakhstan) e la costruzione di un gasdotto per condurre il gas turkmeno in Cina attraverso l’Uzbekistan e lo stesso Kazakhstan.  La strategia prevalente è però quella di accorciare il percorso via mare delle risorse energetiche e di altre merci, eliminando il lungo tratto finale (compreso il passaggio critico nello stretto di Malacca) e complementandolo con percorsi terrestri più diretti.  Questa esigenza ha condotto alla visione cinese della “catena delle perle”, che ha individuato taluni porti dell’Oceano Indiano particolarmente adatti all’interscambio fra le navi e i percorsi terrestri.  Tali sono il porto di Kyaukphyu in Myanmar (Birmania), da dove prendono il via un gasdotto e un oleodotto per lo Yunnan volti anche ad utilizzare le notevoli risorse energetiche presenti sulla costa birmana; il porto di Chittagong in Bangladesh; il porto di Hambantota in Sri Lanka.                                                             Ma il partner di gran lunga più importante, indispensabile per il successo di questa strategia cinese, è il Pakistan.  Nel 2013 la Cina si è accordata con il Pakistan per la ristrutturazione, l’ampliamento e il controllo delle operazioni del porto di Gwadar, situato sull’Oceano Indiano all’estremità occidentale del Pakistan, nella regione del Belucistan ai confini dell’Iran.  L’area è a tutt’oggi remota e isolata, anche se il suo possesso per il controllo delle vie marittime fra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano era già ambito agli inizi dell’età moderna, quando fu contesa tra il Portogallo e l’Impero Ottomano.  Ma l’approdo delle petroliere e delle navi commerciali a Gwadar per la Cina per la Cina potrebbe significare un taglio decisivo del loro percorso marittimo, ancora più consistente di quelli resi possibili dagli approdi in Bangladesh o in Myanmar.  Da Gwadar alle frontiere sud-occidentali della Cina intercorrono circa 2000 km., un tragitto ben più corto del percorso marittimo tradizionale.  E di questa linea di approvviggionamento approfitterebbero soprattutto le regioni occidentali dello stato cinese, che oggi sono ancora e più che mai percepite come una frontiera coloniale da popolare e da sviluppare.                                                                           karakoram-highway                                                                  E’ già da alcuni decenni che i cinesi hanno messo gli occhi sul corridoio pakistano, per aprirsi la strada verso l’Oceano Indiano.  Grazie al loro contributo è stata inaugurata, nel 1979, la Karakoram Highway, battezzata anche “strada dell’amicizia”: è la strada asfaltata più alta del pianeta, che supera la seconda maggiore catena montuosa del mondo ai 4693 m. del passo Khunjerab.   Nel 2010 la strada però è stata interrotta, nella valle degli Hunza nel Pakistan settentrionale, da un’enorme frana che ha prodotto un esteso lago artificiale: da allora i carichi diretti in Cina devono essere trasbordati in barca per riprendere poi il percorso stradale.  Le presenti difficoltà hanno reso ancora più attuale l’idea di un percorso ferroviario in grado di servirsi opportunamente di tunnel per superare la regione accidentata del Karakorum.  Il problema è che, perché abbia luogo una ricaduta economica positiva, non solo devono essere posate parecchie centinaia di chilometri di nuovi binari dalla Cina al Pakistan, ma deve anche essere riabilitata e ristrutturata l’intera rete ferroviaria pakistana, che oggi versa in uno stato di notevole degrado.                                                                                                             La Cina, però, si sente all’altezza della sfida.  Così nell’aprile del 2015 la visita del presidente cinese Xi Jinping in Pakistan ha condotto a una serie di accordi prospettanti non solo la realizzazione delle infrastrutture di trasporto indispensabili alla creazione del nuovo corridoio strategico fra Cina occidentale (Xinjiang) e Gwadar, ma anche la realizzazione di oleodotti e gasdotti, la cablazione con fibre ottiche, la cooperazione in campo energetico attraverso progetti basati sia sull’energia nucleare sia sulle energie rinnovabili.  E questi accordi di un peso economico estremamente ingente si accompagnano a una cooperazione militare già intensa da parecchi anni, che oggi per il Pakistan appare rendere la Cina un alleato ancora più importante del tradizionale alleato statunitense, e che in prospettiva potrebbe perfino soppiantarlo. Già negli anni della guerra fredda, del resto, Cina e Pakistan avevano spesso condiviso vedute che li opponevano a quello che entrambi consideravano un loro nemico naturale nella regione: l’India.                 Proprio per questo l’intera strategia della “catena delle perle”, e il suo asse fondamentale che è il corridoio infrastrutturale fra Cina e Pakistan, hanno destato notevole allarme nel vicino indiano, che ha sospettato una sua possibile utilizzazione militare.  A ciò la Cina ha reagito non solo con rassicurazioni formali, ma anche con mosse concrete volte alla cooperazione con la stessa India, indicandole come complementari e non come alternative all’asse Cina-Pakistan.  Le dispute di frontiera fra Cina e India permangono forti.  Ma alla fine del 2014 e agli inizi del 2015 vi sono stati due incontri fra Xi Jinping e il nuovo premier indiano, Narendra Modi, il cui risultato più importante sembra essere, per il momento, Continua a leggere

Cambiare l’Italicum. Una necessità per l’Italia, un’opportunità per tutti

La nuova legge elettorale, ‘Italicum’, nell’attuale versione approvata dal Senato, può rivelarsi dannosa non solo per la democrazia italiana ma, paradossalmente, anche per i suoi sostenitori.  Non sarebbe male se essi stessi se ne convincessero, e si convincessero anche che un cambiamento della legge, più o meno spinto, non significherebbe un’interruzione del percorso verso le riforme.  Al contrario, aumenterebbe il consenso popolare. Non abbiamo bisogno di riforme tanto per fare: abbiamo bisogno di riforme fatte bene.  Un po’ di tempo dedicato oggi alla discussione significa tempo risparmiato per il futuro.  Altrimenti, prima o poi, i nodi vengono al pettine, e allora dovremo riconquistare quello oggi rischiamo di perdere per effetto di frettolosità.  Già la prima versione dell’Italicum, circa un anno fa, appariva di ostacolo, piuttosto che di aiuto, al buon funzionamento delle istituzioni e della democrazia italiana.  Da allora la situazione è cambiata in peggio: l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste partitiche e non già a coalizioni di liste aggiunge una nuova anomalia a quelle già presenti. Perché anche questo tratto della legge non trova nessuna rispondenza nel panorama politico europeo e in generale nelle democrazie funzionanti.  Anzi, oggi va in controtendenza rispetto alle soluzioni europee che, con un certo acume, cercano di non sacrificare la rappresentanza alla governabilità, in un momento molto critico per la democrazia, in cui il problema dello scollamento fra cittadini ed istituzioni è forte dappertutto. European Parliament Groups

Tre, come è noto, sono i punti che lasciano notevolmente perplessi rispetto alla legge elettorale così proposta.  I primi due, relativi al meccanismo delle preferenze e all’enormità del premio di maggioranza, appaiono francamente anticostituzionali, oltre che non opportuni dal punto di vista politico.  Il terzo – l’attribuzione del premio di maggioranza a singole liste e non a coalizioni non è in sé e per sé anticostituzionale, ma forse è ancora più disastroso dal punto di vista politico, soprattutto se cumulato con un premio di maggioranza enorme e non regolato.                                                                                                                      In odore di anticostituzionalità sta certamente lo strano meccanismo delle preferenze per cui i capilista sono bloccati, e il voto di preferenza lo si può dare solo agli altri componenti della lista. Il risultato netto – noto ormai a tutti – è che le preferenze degli elettori possono influire sulla composizione personale del parlamento solo se votano per il partito che prende il premio di maggioranza e vince le elezioni.  Altrimenti noi: gli altri partiti (salvo sporadiche eccezioni) porteranno in parlamento solo i capilista bloccati.  Non credo che questa possa essere configurata come una condizione di uguaglianza dei cittadini dinanzi al voto.    Ancora più anticostituzionale, a prima vista, appare il premio di maggioranza, che già nella legge precedente bocciata dalla Consulta appariva come un’anomalia che non ha uguali nei sistemi democratici occidentali.  Non esisteva una soglia minima per accedere al premio di maggioranza prima, ma non c’è nemmeno adesso.  Si afferma che, se nessuna lista arriva alla soglia del 40 per cento, avrà luogo un ballottaggio fra le due liste che al primo turno avranno raggiunto il maggior numero di voti.  Ma questo significa che, in situazioni soltanto di moderata frammentazione, una lista che al primo turno prende all’incirca il 25 per cento dei voti può alla fine vincere il 53 per cento dei seggi, cioè più che raddoppiare i voti che proporzionalmente gli spetterebbero: una sovrarappresentazione che non ha eguali nemmeno nei risultati dei tanti sistemi uninominali (a uno o a due turni), né del sistema greco (in cui il premio di maggioranza è fisso, 50 seggi: nelle recenti elezioni Syriza con il 36,3% dei voti ha preso il 49,7% dei seggi).  Aggiungiamo che, con una frammentazione solo un po’ più spinta, possono andare al ballottaggio due partiti che non raggiungono nemmeno, sommati insieme, il 50% dei voti degli elettori.             Elezioni 2013Aggiungiamo anche che l’Italia, nelle ultime elezioni del 2013, era solo un po’ meno frammentata che in queste situazioni ipotetiche  Il PD, ricordiamolo, ha preso il 26,2% (Italia ed estero, senza la Val d’Aosta, non comparabile), il M5S il 25,8% dei voti.  Certo, in presenza di questa legge i risultati sarebbero stati diversi e forse le coalizioni avrebbero fatto liste comuni.  Resta comunque il fatto – su cui riflettere con attenzione – che in un momento così critico, in cui le affermazioni anti-euro, anti-Europa, anti-interculturalità, anti-Germania, anti-Usa e così via, vengono espresse con una superficialità sconcertante, la possibilità che una lista raggiunga il ballottaggio con affermazioni di questo genere (Grillo? Salvini? ma in prospettiva ci può essere anche di peggio) non è da escludere.  E a parte il rischio, dannosissimo per l’Europa tutta, di una sua vittoria (non probabile), resta l’eventualità di dare a queste voci un proscenio immeritato, generando una tappa ulteriore del degrado culturale del paese.                   Con la finezza e l’autorevolezza che lo distinguono, Valerio Onida ha ampliato il discorso e, in termini sia costituzionali che politici, ha indivuato fra le conseguenze dell’enorme premio di maggioranza un tendenziale squilibrio fra il potere esecutivo e il potere legislativo, a tutto vantaggio dell’esecutivo e a tutto detrimento del legislativo.  E’ evidente che un Parlamento semplificato, in cui vi sia un gruppo parlamentare sovrarappresentato e tutti gli altri sottorapresentati, non è una scena favorevole a iniziative legislative inter-partitiche, inter-schieramenti e, in genere, trasversali.  E invece il Parlamento – oggi più che mai, oggi che in una condizione di crisi globale gli interessi comuni del paese e dell’Europa devono essere coltivati, oggi che la contrapposizione ideologica di destra e di sinistra si indebolisce dinanzi ad altre contrapposizioni più urgenti – deve configurarsi come un laboratorio di innovazione in cui la diversità delle idee sia fondamentale e in cui le relazioni personali possano essere molteplici, non appiattirsi regolarmente sulla contrapposizione fra governo e opposizioni.  Si apre così la strada a una riflessione su un termine che nel linguaggio politico è del tutto assente: generosità. Generosità non equivale al buonismo, ma alla capacità di aprire opportunità non solo per sé, ma anche per gli altri.  E quindi vincere sì, ma vincere con magnanimità, pensando a un rapporto equo con le minoranze (e, talvolta, persino a sovrarappresentarle piuttosto che a sottorappresentarle), perché nel corso di una legislatura si ha bisogno di tutti, anche se alcuni di questi tutti tendono colpevolmente ad autoescludersi.                                                                              BundestagQueste riflessioni, d’altra parte, sono ancora più urgenti alla luce dell’altro difetto dell’Italicum, introdotto senza necessità alcuna nella nuova versione approvata dal Senato.  Esso si presenta infatti con la specificità, che in Europa senz’altro non ha eguali, di rendere impossibili – non difficili -  i governi di coalizione, nel senso di evitare che due o più partner si rivelino altrettanto indispensabili per il governo, e che quindi si debba procedere a negoziazioni e a mediazioni fra le parti.  Nella situazione configurata dall’Italicum, la parte politica vincente potrebbe tutt’al più allargare la maggioranza ad altri partiti che hanno qualche rappresentante in Parlamento, ma vi resterebbero in forma subordinata e instabile.  Ricordiamo tra l’altro, con Onida, che la parte al governo non solo potrebbe aver vinto con il 25% circa dei voti ma, in un’età in cui la partecipazione al voto tende a ridursi piuttosto che ad ampliarsi, potrebbe persino rappresentare non più del 15% degli elettori.  Questa sarebbe la peggiore calamità per la parte al governo, perché la sottorappresentazioni delle voci contrarie in Parlamento potrebbe generare un forte aggressività nella piazza. E in un’età di continue tensioni e di populismi aggressivi questo non è uno scenario augurabile.                                                                                    Credo che per contribuire all’odierno dibattito sull’Italicum si tener presente che:               1) Analizzando gli andamenti politici delle democrazie dell’Europa occidentale dal 1945 ad oggi, le coalizioni appaiono costantemente la norma e non già l’eccezione, in varie forme: coalizioni di partiti relativamente omogenei quanto alla propria collocazione politica; coalizioni di partiti nazionali con partiti espressone di istanze regionaliste o di minoranze etniche, linguistiche, culturali; “grandi coalizioni” fra partiti tendenzialmente di centrodestra e di centrosinistra, che nell’odierno panorama europeo stanno diventando più frequenti.  Le coalizioni sono state e sono la norma in Germania (sempre, dal 1945) nei Paesi Bassi, nei paesi scandinavi, e in genere in tutti i sistemi in cui vi sia una legge elettorale proporzionale.  Lo sono state e lo sono anche in Francia della V Repubblica, perché qui la legge elettorale, basata sul collegio uninominale a doppio turno, ha reso il centrosinistra e il centrodestra necessariamente “plurali”, inclini a rappresentare nei vari collegi – e, quindi, nel Parlamento che si va a costituire – tutte le piccole forze più o meno omogenee (talvolta, persino degli indipendenti di “area”) che possono contribuire alla vittoria.  Lo sono in genere anche nei paesi dell’Europa centro-orientale dopo il 1989, anche se con la situazione non infrequente per cui  il malgoverno di un partito ad un certo momento al potere talvolta provoca una vittoria a valanga per il partito di opposizione.  E il caso dell’Ungheria  di Viktor Orban insegna che ciò può non essere un bene.                               parlamento inglese2) Le conseguenze dell’uninominale a turno unico, sul modello britannico, sono assai varie.  Di per sé, una tale legge elettorale può persino generare una grande frammentazione partitica e quindi coalizioni ancora più complicate, nel caso in cui vi siano molti partiti a forte radicamento regionale: l’India e il Pakistan sono situazioni esemplari.  Ma anche in Canada e in Irlanda (in quest’ultimo caso, vi è un sistema derivato, più complesso) l’uninominale a turno unico non comporta affatto il bipartitismo, né esclude coalizioni e governi di minoranza.  Solo nel Regno Unito e negli Stati Uniti l’uninominale a turno unico sembra sinonimo di bipartitismo.  Eppure  l’attuale governo britannico è una coalizione e che il risultato più probabile delle prossime elezioni è ancora una coalizione, forse persino a tre o più parti in gioco.  Naturalmente anche il bipartitismo americano non è deducibile dalla legge elettorale, ma da condizioni storiche non formalizzabili e non necessariamente statiche. statiche.                                  3) Il caso della Spagna è particolare.  Con un’opportuna scelta delle circoscrizioni elettorali, viene espressa la volontà di privilegiare e di sovrarappresentare i maggiori partiti nazionali.  Ma lo stesso sistema ha come suo inscindibile risultato anche quello di privilegiare i partiti a base regionale, o che rappresentano determinate minoranze etniche, linguistiche, culturali.  E in Spagna questi partiti abbondano.  Così vi sono stati casi di governi di minoranza appoggiati su partiti regionali, più o meno consistenti.  E per quanto riguarda le  elezioni imminenti, ai due partiti nazionali maggiori (Popolare e Socialista) si sono aggiunte le due novità di Podemos e di Ciudadanos.  Gli ultimi sondaggi danno questi partiti praticamente alla pari.  Difficile che chi vinca prenda tutto.                                                 Turkish_general_election_19954) Gli artifici semplificatori, più o meno comparabili con il premio di maggioranza italiano, possono sfociare anch’essi in coalizioni: la differenza è che in questo caso i sistemi sono più rigidi, e le coalizioni sono più spurie. Abbiamo già parlato del caso della Grecia, in cui  Tsipras ha dovuto cercare un partner governativo (ANEL), che non è certo della sua parte politica.  Quanto alla Turchia, in cui la pesante soglia del 10 per cento pone limiti alle possibilità elettorali e parlamentari (e, in questo momento, è senz’altro consostanziale all’autoritarismo di Erdogan), restano famose le elezioni del 1995 in cui sono entrati in Parlamento cinque partiti, con i primi tre di forza quasi uguale (19-21 per cento).                 Ma il punto centrale non è quello di una distaccata, seppur necessaria, storia e comparazione dei sistemi elettorali europei.  E’ invece l’odierno panorama politico e mentale europeo, di grande complessità e di grande mutevolezza, in cui la tradizionale opposizione fra destra e sinistra persiste ma è indebolita; in cui la destra e la sinistra scoprono di aver bisogno l’una dell’altra per poter generare innovazioni sociali, economiche e tecnologiche del tutto urgenti; in cui soprattutto esiste una grande opposizione ortogonale a quelle tradizionali, quella fra europeismo ed antieuropeismo, fra Europa aperta (con ragionevolezza) ed Europa chiusa (con risentimento) e, più precisamente, fra la necessaria federalizzazione dell’Europa o la sua catastrofica disgregazione.   E in questo scenario le coalizioni sono uno strumento di grande flessibilità.  Consentono alle parti politiche di mantenere i legami con le proprie tradizioni e le proprie identità, prendendo nel contempo coscienza della loro presente relativizzazione e mostrando disponibilità ad operare cooperativamente per obiettivi di interesse più generale.  Qui come in altri casi, l’unità e la diversità possono e devono entrare in rapporto dialettico. La differenziazione e l’integrazione sono entrambi elementi basilari del governo e della governabilità.  L’una senza l’altra può creare gravi squilibri, oggi più che mai.                                                                                                                                     Firma_della_CostituzioneLa necessaria riforma dell’Italicum non può che pensare alle coalizioni come ricchezza, non come ostacolo.  E una tale comprensione, naturalmente, può agevolare soluzioni tecniche – di per sé non troppo difficili – che affrontino gli altri due nodi: un trattamento decente della questione preferenze, e una regolazione del premio di maggioranza.  Ma la posta in gioco non è tecnica, è squisitamente politica e tocca l’essenza stessa della politica.  Perché la politica è mediazione, arte, capacità di spostare i problemi, immaginazione per trovare soluzioni favorevoli anche per (talune) parti avverse, visione progettuale che evolve giorno per giorno e svolta per svolta, attitudine alla sorpresa, apertura di nuovi spazi di possibilità, inclinazione non solo a vincere ma anche a giocare bene.  Oppure non è.  Sappiamo benissimo che, talvolta, in Italia e altrove, la pratica politica ha quasi delegittimato l’uso di termini come mediazione e anche coalizione (per non dire compromesso), dando loro il significato illegittimo di accordi al ribasso per il proprio esclusivo particulare.  Ma se ci attacchiamo ai termini, che cosa dovremmo dire allora dello scempio novecentesco fatto ai termini di ‘democrazia’ e di ‘popolare’? Sì, la politica è mediazione creativa giorno per giorno, non meccanica esecuzione quinquennale di un programma già scritto.                    E poi non dimentichiamo che la situazione europea e mondiale è sfidante, e impone la valorizzazione di tutte le forze e di tutte le competenze che vogliano andare avanti, dando all’Europa le regole, la capacità e l’inventiva per divenire un soggetto intraprendente nella politica globale e non già quello che è sempre stata, un condominio in lite perenne.  E anche nella nostra comunità nazionale, le regole devono essere tali da invogliare il cittadino ad appassionarsi alle vicende pubbliche, piuttosto che accostarsi ad essa distrattamente ogni cinque anni.  L’orizzonte di una maggiore democrazia partecipativa non è utopia, né prospettiva temuta e depotenziata dall’alto.  E’ una risorsa per fare evolvere il sistema paese in forme più adeguate al futuro che dobbiamo anticipare.

 

 

1914-2014: l’età delle guerre mondiali. La nuova minaccia totalitaria

La storia è imprevedibile, e spesso scomoda.  L’anno in cui dovevamo soffermarci a riflettere sul significato profondo del centenario della catastrofe del 1914 è stato uno degli anni più densi di conflitti e di tragedie dalla fine della seconda guerra mondiale.  Come se fossero parte di un disperato invito alla vigilanza, alla difesa di conquiste che ritenevamo irreversibili e perciò scontate, si sono succeduti, alternati e intrecciati tanti scenari di guerra, attuali e potenziali, di diversa natura e dalle diverse cause.  Il monito da far nostro è che in questa età della globalizzazione non si può non andare avanti, se non si vuole andare indietro.  Sapremo imboccare con coraggio una stretta strada che ci conduca alla costruzione di una civilità planetaria, alla condivisione di regole comuni a tutte le nazioni e a tutte le culture, per un governo del mondo su scala globale?  Oppure verremo risucchiati in un’interminabile età di guerra, con antiche e nuove barbarie mescolate in un mosaico agghiacciante?  E, fra queste regole comuni, si ergono il rispetto e lo sviluppo dei diritti umani, tragicamente calpestati nell’anno di guerra 2014.
Nei primi mesi dell’anno il fronte più caldo del mondo appariva quello dell’Asia orientale, tanto da far porre la domanda se le molte tensioni intercorrenti fra i molti attori operanti sulla scena non potessero deragliare in un conflitto aperto, innescato forse da un singolo evento di importanza apparentemente minore, come a Sarajevo nel 1914.  xi jinping-shinzo abeIl fatto è, che per l’Asia orientale, il dopoguerra non è ancora finito e la riconciliazione fra Cina e Corea del Sud da un lato e il Giappone dall’altro non è avvenuta.  Ciò provoca ancora ondate di nazionalismo popolare che, in un certo senso, scavalcano i governi stessi e li spingono verso politiche nazionaliste ancora più rigide.  Le tensioni sono continuate per tutto l’anno, hanno coinvolto altri attori come il Vietnam e sono state accompagnate dalle intermittenti provocazioni dell’incognita nord-coreana.  Però i canali diplomatici restano aperti, come mostra la stretta di mano (per quanto fredda) fra i due contendenti maggiori – il giapponese Shinzo Abe e il cinese Xi Jinping – e l’attivismo internazionale di quest’ultimo.  Egli ha fra l’altro visitato il premier neoeletto dell’India, il nazionalista Narendra Modi, alla ricerca di nuove forme di cooperazione fra due potenze che nell’età della guerra fredda non si sono certo amate (e, talvolta, si sono apertamente scontrate).     I canali diplomatici restano aperti – nonostante un gioco di sanzioni e di controsanzioni – anche in un altro focolaio di crisi all’estremità opposta del continente eurasiatico: in Ucraina e nelle coste del Mar Nero. Qui il conflitto dei nostri giorni rievoca non la situazione posteriore al 1945, ma quella antecedente al 1914: l’età in cui i grandi imperi del mondo andavano in cerca di qualunque situazione potesse legittimare le loro ambizioni espansive, in genere a spese di popoli, nazioni o etnie al momento più deboli, con o senza l’accordo delle altre potenze egemoni.  E l’impero russo era pronto a cercare e a sfruttare tali situazioni, a partire del settecento, quando già aveva considerato l’odierna Ucraina un suo fronte designato di espansione, a spese sia dell’Impero Ottomano che della Polonia.

Tsar PutinIl carattere imperiale della Russia è sopravvissuto alla fine degli zar, trovando una nuova incarnazione nello stalinismo.  Così la questione delle “frontiere occidentali sicure” per l’Unione Sovietica è stata affrontata con successo, secondo la visione del Cremlino, sia nel 1939 che nel 1945:  agli inizi come alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 1939 Stalin non esitò ad accordarsi con Hitler per incorporarsi territori già appartenuti all’impero zarista: Polonia orientale, Lituania, Lettonia, Estonia, Bessarabia (attuale Moldova).  E, nel 1945, mantenne tutte queste conquiste – con ulteriori correzioni a suo favore – quasi legittimato da una pretesa morale, date le enormi devastazioni e le enormi perdite che l’Unione Sovietica dovette sopportare nella guerra antinazista.  Anche se ridotta rispetto alla disciolta Unione Sovietica, e di forma istituzionale repubblicana, ai nostri giorni la Russia autoritaria di Putin mantiene molte caratteristiche dell’impero multinazionale russo dell’età moderna, favorito in ciò dalle sue modalità storiche di espansione: dall’inglobamento coloniale di tanti piccoli popoli territorialmente contigui rispetto al cuore dell’impero, per i quali non si è mai posto – a livello centrale – il problema di un’eventuale decolonizzazione.  E fra le maggiori continuità con l’impero zarista e con l’Unione Sovietica sta l’ipersensibilità russa per la questione delle sue frontiere occidentali. Proprio perché il territorio “imperiale” si è ritirato dopo la svolta del 1989, il distacco politico dell’Ucraina viene percepito con sentimenti di inscurezza da parte dei nazionalisti russi, che oggi prevalgono nel regime e a livello popolare.   D’altra parte, è proprio la scomoda eredità sovietica ad allontanare dalla Russia buona parte dell’opinione pubblica ucraina: per loro restano imperdonabili i milioni di morti conseguenti alla carestia provocata ad arte dal regime staliniano negli anni trenta del novecento (holodomor).

Islamic StateNegli ultimi mesi passi progressi effettivi non hanno avuto luogo, nell’appianare le divergenze in questa “nuova guerra fredda”.  Ma, come del resto nelle fasi anche più acute della guerra fredda, è prevalsa la volontà di mantenere la contesa a livello diplomatico.  La necessità di scongiurare una nuova Sarajevo è per ora attentamente presidiata.                Proprio perché in un mondo così pieno di tensioni e di confliti dell’inizio l’occidente tende a ragionare inevitabilmente – e, diremmo, fortunatamente – per via politica e diplomatica, esso si è trovato spiazzato nei confronti di un avversario di nuovo tipo: un avversario che fa della violenza la sua parola d’ordine esibita ed esasperata, che è ideologicamente contrario a ogni idea di politica e di diplomazia, che proclama un conflitto da lui unilateralmente definito intenzionalmente come un conflitto di religioni.  Da parte nostra è meglio definirlo: un conflitto fra un tentativo di negazione di tutte le forme concrete delle culture del mondo (dato le inclinazioni intimamente distruttive di questo nuovo avversario) e il rispetto e la valorizzazione di queste culture.                                                                  La  voce di Edgar Morin è continuata a risuonare alta, in questi decenni: vigilare perché una terza forma di totalitarismo poteva nascere, dopo la sconfitta del nazismo e la dissoluzione dello stalinismo.  Adesso è nata, e ci ha dichiarato guerra.  La definiremo jihadista, almeno in via provvisoria, dato che fa della guerra e della violenza la sua prima ragione d’essere.  Evitiamo di aggiungere l’aggettivo islamista, per non passare indebitamente dalla parte al tutto, dall’ideologia estremista di una minoranza a una religione di portata mondiale che permane a tutt’oggi diversificata.  Però la nostra scelta terminologica non ci esime, a tempo debito, di porci la scomoda domanda: “che cosa ha a che fare l’islam con tutto ciò?”.  Su questa domanda, non potremo non tornare.             Il dilagare delle bande ultra-integraliste nella Siria e nell’Iraq devastati dalla guerra civile, l’autoproclamazione di un sedicente stato islamico (IS) e poi di un califfato, l’aggressione al popolo curdo sono giunti come un fulmine a ciel sereno all’opinione pubblica occidentale.   Improvvisamente, ci siamo trovati dinanzi a una serie di crimini di Kobaneguerra che appaiono una sintesi di quanto di più efferato sia stato prodotto nell’ultimo secolo: genocidi; conversioni imposte con la violenza; rapimenti di donne e di bambini; reclutamento di “bambini guerrieri”; stragi di civili; decapitazioni a sangue freddo di giornalisti, di giuriste impegnate nella difesa dei diritti delle donne e di incolpevoli ostaggi occidentali; distruzioni di luoghi sacri e di altre inestimabili testimonianze del passato, in atti che sono stati definiti di “pulizia culturale” (e, direi anche, di “genocidio culturale”).  Forse il tratto più conturbante è che, da parte dell’IS, l’esecrata pratica della schiavitù non solo viene massicciamente praticata, ma viene esplicitamente teorizzata, nel 2014.  Dobbiamo tornare a qualche pagina oscura dei conquistadores spagnoli delle Americhe per trovare qualcosa di analogo, e forse nemmeno allora asserito così spudoratamente.  E, in ogni caso, nemmeno i conquistadores spagnoli sono arrivati a teorizzare la schiavitù sessuale delle donne, anche se episodicamente l’avranno certo praticata.                                                                                                                           Si è potuto osservare come la violenza nei territori occupati dall’IS sia di tipo ancora più estremo di quella terroristica praticata da al-Qaeda.  Al tempo di Osama Bin Laden e dell’11 settembre 2001 la violenza poteva apparire un mezzo per produrre un fine: la sollevazione islamica mondiale.  Oggi la violenza è ancor più fine a se stessa: produce la pulizia etnica (nel senso più forte del termine) di tutti coloro che non adottano il modo di vita violentemente imposto.  Soprattutto, l’IS ha un’attitudine ben più estremista di al-Qaeda nei confronti dello stesso mondo islamico.  Mentre al-Qaeda propugnava l’unità degli islamici e esibiva un certo rispetto per le loro diverse tradizioni, oggi l’ideologia del califfato proclama eretici – e quindi vittime designate – tutti gli islamici che non aderiscono alle loro visioni, e soprattutto gli sciiti, considerati “non islamici” alla pari di tutti i cristiani, ebrei, yazidi e di tutti gli appartenenti alle altre confessioni del mondo.                          Stare davanti a violenze di questo genere è quasi intollerabile.  La prima reazione, naturale, è quella di distogliere lo sguardo, di credere che non siano vere e come ultima istanza di appellarsi alla lontananza e all’arcaismo del contesto. Questo è avvenuto, a suo tempo, nel caso dei Taliban afghani.  Ma questo è avvenuto anche nel caso dei crimini nazisti e stalinisti compiuti nel cuore dell’Europa, la notizia dei quali filtrava da frammenti di narrazioni agli inizi valutati inverosimili.  La scoperta della vera portata dell’olocausto, nel 1945, e della sistematicità dei gulag, nel 1956, è stato un grave fattore di turbamento, ma anche di crescita della vigilanza democratica europea.  Oggi dobbiamo intraprendere operazioni analoghe, cercando di ragionare sui misfatti di un nemico che è molto diverso, e in alcune conseguenze può essere perfino peggiore del nazismo e dello stalinismo.           Da qui dobbiamo comunque partire: dall’esperienza di un’Europa che ha intrapreso con coraggio la lotta contro i due totalitarismi del ventesimo secolo e che oggi deve combattere con altrettanto coraggio contro il totalitarismo del nuovo secolo.  E’ inevitabile  chiederci in quali aspetti il nemico attuale differisca da quelli affrontati a suo tempo.  Scopriamo così come il nazismo e lo stalinismo abbiano messo in moto i loro apparati mortiferi grazie a una presa di potere delle istituzioni di stati molto importanti in Europa e Continua a leggere

La Svizzera, la Grecia, i difficili confini di un’Europa divisa

Il referendum che ha diviso a metà l’elettorato svizzero e che ha visto prevalere di misura la parte d’opinione pubblica propensa a contingentare ogni forma di immigrazione ha aperto in tutta quanta Europa discussioni a vasto raggio.  Prevedibilmente, i partiti nazionalisti e antieuropeisti – come quello di Marine Le Pen – hanno invitato a prendere come modello la decisione svizzera.   Ma si può anche approfittare dell’occasione per trarne lezioni assai differenti.  L’occasione, infatti, è spiazzante.  Per una volta i rapporti fra il dentro e il fuori si sono capovolti.  E’ la Svizzera che tende – moderatamente, a dire il vero – a ostacolare l’immigrazione dei cittadini dei vari stati dell’Unione Europea.  E questo potrebbe aiutarci a rammentare un tratto della storia europea anche recente, evidente ma sempre più rimosso: che in tutta l’età moderna l’Europa è stata terra di emigrazione molto più che di immigrazione.  Rivitalizzare anche in questo caso le memorie storiche dei nostri popoli e dei nostri stati potrebbe meglio aiutare ad affrontare con più consapevolezza ed equilibrio le vicende di una frontiera ben più tormentata dell’Unione Europea: quella mediterranea. 

Farmakonisi

Sono passati alcuni mesi dalla tragedia di Lampedusa, ma le situazioni drammatiche nel Mediterraneo continuano a replicarsi.  Nuove tragedie hanno luogo.  Il 24 gennaio, al largo di Farmakonisi, un’isola greca dell’Egeo, è affondata una barca di migranti provenienti dalla Turchia: 25 di loro erano afghani e 3 siriani, e tutti cercavano nella lontana Europa un approdo per sfuggire a situazioni instabili e pericolose.  Sono morte tre donne e nove bambini.  I sopravvissuti hanno accusato: i sorveglianti della guardia costiera greca avrebbero respinto la barca in piena tempesta, e persino rigettato in mare i naufraghi che cercavano scampo.  Naturalmente le autorità greche si sono affrettate a contestare i racconti dei sopravvissuti, che però sono stati presi molto sul serio dall’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalla Commissaria per gli Affari Interni dell’Unione Europea.  Le autorità greche hanno replicato sottolineando lo stress continuo a cui è sottoposta la nazione per far fronte alle ondate di immigrazione clandestina.  Ma l’eco della vicenda non si è spenta: dopo una manifestazione di protesta dei profughi afghani davanti al parlamento greco, il 20 marzo è stato tenuto un dibattito alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per discutere seriamente sulle cruciali implicazioni umane e politiche del ripetersi sempre più frequente di disastri del genere.

africa europa

La tragedia di Farmakonisi, come già quella di Lampedusa, mette in primo piano l’inadeguatezza delle regole a suo tempo stabilite dalla convenzione di Dublino: essa obbliga chi è in cerca di asilo a farne richiesta solo allo stato di primo approdo.  E ciò provoca una pressione insostenibile soprattutto sulle nazioni mediterranee: Italia, Grecia, Spagna.  Anche se è sperabile che le tensioni oggi aperte in un’altra frontiera critica dell’Unione Europea – quella con l’Ucraina e con la Moldova – non comportino significative ondate di profughi (qualche giorno fa alcuni tatari di Crimea hanno comunque chiesto asilo in Polonia), è chiaro che la convenzione di Dublino è del tutto inadeguata rispetto all’incalzare delle vicende dei nostri giorni.             Al tempo di Lampedusa, esponenti del governo tedesco si erano mostrati poco sensibili alle esigenze italiane, sostenendo che alla fine la Germania darebbe asilo a un maggior numero di profughi di quelli che vengono accolti nel nostro paese.  Ecco: è proprio di questo rimpallo di responsabilità quello di cui non abbiamo bisogno.  Né abbiamo bisogno che ogni paese e che ogni parte politica vada in ordine sparso, spesso avanzando proposte volte a blandire una parte dell’elettorato, improvvisamente conteso da nuovi partiti aggressivi e nazionalisti: così l’UKIP in Gran Bretagna e il rinnovato FN di Marine Le Pen in Francia.                                                                                                                            Dalle amare tragedie di Lampedusa e di Farmakonisi potrebbe derivare un insegnamento più costruttivo: fra le molte buone ragioni che oggi impongono un approfondimento dell’Europa politica e la rivitalizzazione della prospettiva di un’Europa federale la necessità di una visione comune in tema di immigrazione e di relazioni con il Sud del mondo è senz’altro una delle più urgenti, se non la più urgente.  L’attuale difformità e confusione delle opinioni e delle politiche getta un peso insostenibile sulle popolazioni costiere del Mediterraneo e, nello stesso tempo, dà dell’Europa una ben misera immagine nel mondo intero: come se una delle sue parti più ricche e sviluppate volesse sottrarsi alle responsabilità che le spettano per il bene comune.

globalmigrationAssumersi responsabilità non equivale certo ad ergersi a onnipotenti salvatori del mondo.  Ma significa definire regole e limiti comuni e presiedere alla loro evoluzione, nella prospettiva di aprire gradualmente nuove possibilità meno incivili alla vita associata degli individui e dei gruppi umani.  E assumersi responsabilità significa anche comprendere quanto rapidamente e quanto intensamente i flussi migratori che toccano l’Europa si siano invertiti nel giro di pochi decenni: l’Europa è sempre più simile a quelli che sono stati e ancora sono Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Argentina, tutte terre di immigrazione e di ospitalità per decine di milioni di europei che sfuggivano dalla povertà e da governi ostili o indifferenti.  Martin Schulz, presidente dell’attuale parlamento europeo, all’indomani di Lampedusa ha voluto porre l’accento proprio su questo nuovo aspetto dell’identità europea: per l’Europa d’oggi l’immigrazione non è un’emergenza, ma una condizione strutturale.  Anche e soprattutto in questo campo dobbiamo smettere di rifuggire dalla responsabilità politica e affrontare coraggiosamente il problema delle condivisione di nuove regole, con la consapevolezza che la situazione dell’Europa d’oggi è per molti versi nuova e inedita rispetto ai paesi dei nuovi mondi.  Sul piano spaziale qui non esistono frontiere da estendere, da colonizzare e da riempire, ove sistemare e qualche volta confinare i nuovi arrivati: l’Europa, anche se in calo demografico, è sufficientemente piena e la crisi economica aumenta ulteriormente i conflitti che ne derivano.  Ma proprio la crisi e la stagnazione attuali rendono per l’Europa vitale la frontiera dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica, che si alimenta di alterità in relazione, che si nutre di un sottile equilibrio fra unità e diversità. La difficile scommessa è di delineare una società in cui le relazioni fra diversità culturali siano sostenibili e generative, in cui soggetti vecchi e nuovi interagiscano e generino nuovi spazi di possibilità, invece di separarsi, di combattersi o di omologarsi.

popoli in fuga

Ma la sfida continua a non venir percepita, e non solo per la miopia di molti politici.  Il fatto è che i cittadini dell’Europa d’oggi, quasi indipendentemente dalle loro visioni ideologiche e dalla loro formazione culturale, faticano a entrare nella condizione e nell’emozione dei migranti in fuga, convinti di essere schermati per diritto dalle violenze di cui soffrono e legittimati dunque a rivolgersi a loro con simpatia, con condiscendenza o con avversione, a seconda delle opinioni soggettive.  Eppure non bisognerebbe essere grandi esperti di storia per comprendere che le sofferenze da cui oggi l’Europa è circondata da ogni parte sono le stesse sofferenze che hanno dilagato in Europa in un passato assai recente.  La storia europea dalla guerra di Crimea di metà ottocento alle guerre balcaniche di fine novecento è percorsa da un sinistro filo rosso di popoli e di individui (decine di milioni: un bilancio preciso è arduo) fuggiti, espulsi, scacciati, deportati, Continua a leggere

Ucraina, le ombre di un secolo lungo: le ossessioni della Russia, le mancanze dell’Europa

Subito dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, lo storico inglese Eric Hobsbawm incarnò il comune sentire del momento in una felice espressione: il ‘secolo breve’, 1914-89, era ormai alle spalle, con tutte le sue guerre e le sue tragedie.  Ma oggi, alla vigilia della scadenza dell’anniversario del 1914, si fa strada una sensazione quasi opposta: il ‘secolo breve’ ci appare come un ‘secolo lungo’, che ancora non vuole passare e che ci tiene prigionieri.  Sì, a tutt’oggi Berlino e dintorni – la Germania, l’Europa occidentale e buona parte dell’Europa centro-orientale – restano fedeli all’unica vera invenzione politica e istituzionale degli ultimi decenni: la sovrapposizione di sovranità prospettata (e non ancora pienamente attuata) dall’Unione Europea.  Ma da tutte le parti i conflitti aperti nell’ultimo secolo, o prima ancora, continuano a congelare i popoli e le nazioni: le frettolose linee di divisione messe in atto tra Israele e paesi arabi nel 1948 e fra India e Pakistan nel 1947; la spartizione coloniale del Medio Oriente subito dopo la prima guerra mondiale; l’inimicizia radicata fra Cina e Giappone che risale almeno al 1895, quando la Cina sconfitta dovette cedere al Giappone Taiwan e lasciargli mano libera in Corea.  E la “nuova guerra fredda” che incombe dopo le intromissioni della Russia in Ucraina ci porta ancora più indietro: alla situazione internazionale nel corso dell’ottocento, quando il conflitto mondiale principale e persistente era fra Russia e Gran Bretagna.

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La concezione dei confini e della politica internazionale che oggi motiva e muove la Russia di Putin è esattamente quella della Russia imperiale dell’ottocento.  Il confine è una linea di divisione che separa un dentro e un fuori, un noi e un loro.  La politica internazionale è un gioco a somma zero in cui alle mie vittorie fanno da contrappunto le sconfitte altrui, vittorie tanto più apprezzate quando suonano come rivincite delle proprie sconfitte e delle vittorie altrui del passato.  Questa visione, naturalmente, non era solo russa, ma era condivisa da tutti gli imperi e da tutte le nazioni europee dell’ottocento.  Presiedeva alla sistemazione dei confini europei dell’Europa post-napoleonica (Congresso di Vienna, 1815), quando gli antichi universalismi dell’Impero Germanico e della Chiesa di Roma erano ormai svaniti nel nulla.  E nel corso di tutto l’ottocento si era irrigidita in Europa ed era dilagata nel mondo, coinvolgendo aree e popoli per i quali le esperienze dei confini lineari e delle sovranità assolute, esclusive e rivali erano aliene: pensiamo all’Africa, ai nativi dell’America Settentrionale o, ancora, ai popoli nomadi delle steppe dell’Asia Centrale.  In Europa, la convinzione che il successo della nazione si misuri con le sue vittorie nei giochi a somma zero ha precipitato il continente in una distruttiva “guerra civile” che ha incendiato l’intero pianeta (1914-45).  Nel mondo, le spartizioni imperiali e coloniali fra possessi territoriali e aree di influenza ostacolano ancor oggi le convivenze fra le molte etnie e religioni dei singoli stati post-coloniali (l’Africa e il Medio Oriente sono casi fin troppo drammaticamente esemplari).

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Naturalmente altre visioni, altri giochi sono possibili, e sempre più necessari.  I confini possono essere ritradotti come luoghi di sovrapposizione e di integrazione fra culture, identità e qualche volta persino sovranità, come nuclei di emergenza e di sperimentazione di nuove forme di cooperazione economica e sociale.  Gran parte delle nazioni e dei popoli europei hanno iniziato ad elaborare una tale visione non per una loro particolare lungimiranza, ma perché costretti dai risultati autodistruttivi della visione tradizionale. Mentre negli ultimi decenni l’Unione Europea ha goduto di notevole successo per la reinterpretazione dei suoi confini interni, ha però sottovalutato la possibilità di una reinterpretazione dei suoi confini esterni.  Anzi, ha trascurato l’intera questione.                Se c’è un territorio in cui le culture, le identità, la storia e le storie dell’Europa e della Russia si sovrappongono questa è l’Ucraina: frontiera nel presente per la varietà delle identità culturali dei suoi abitanti, frontiera nel passato per la molteplicità degli influssi di Roma e di Costantinopoli, di Varsavia, di Mosca e di Vienna.  Ciò è esattamente quello che vogliono negare la visione e le azioni della Russia di Putin.  Ma per potere contrastare efficacemente questa visione e queste azioni, bisogna chiedersi se non l’abbiamo negato anche noi.                                                                                                                                    Il problema cruciale, per l’Europa e per gli Stati Uniti, non è Putin, ma il consenso che le sue mosse oggi ricevono dal popolo russo: consenso che non si spiega soltanto sulla base della completa e voluta disinformazione di quanto avviene effettivamente in Ucraina.  Anzi, è probabile che Putin sia così deciso nella sua linea di condotta proprio al fine di

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Nei mari dell’estremo oriente: imperi in collisione

Il mondo abbonda di guerre e di guerre civili, in particolare nell’area che è stata definita “Medio Oriente allargato” (dal Marocco al Bangladesh) e che oggi si è estesa all’Africa settentrionale e centrale: Mali, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Sudan/Sud Sudan, Somalia sono altrettanti focolai di conflitti che rischiano di dilagare.  Ma gli sguardi dei politici e degli specialisti si rivolgono con altrettanta preoccupazione alla scena dell’Asia orientale: qui si spara non con le armi, ma con le parole e con i gesti simbolici.  E la tensione continua ad aumentare, e con essa il timore che una catena di fraintendimenti possa dar fuoco alle polveri (retoricamente, si ricorda che nel 2014 cade il centesimo anniversario di Sarajevo 1914).                                                                                      Negli ultimi mesi, l’irresponsabilità dei politici della regione è stata notevole.  Alla fine del 2013 il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha fatto una mossa da anni evitata e sconsigliata: la visita al tempio scintoista Yasukuni, dove sono onorati i soldati che hanno combattuto per il Giappone in tutto il ciclo delle sue guerre espansionistiche, dalla seconda metà dall’ottocento alla seconda guerra mondiale.  E, soprattutto, qui sono celebrati anche criminali di guerra, riconosciuti come tali nei processi posteriori al 1945.  La Cina ha reagito duramente: ha proclamato Abe persona non grata, rinviando a tempi da destinarsi le possibilità di una co-gestione di un’area così importante.

shinzo abe

Poche settimane dopo, il presidente delle Filippine Benigno Aquino ha denunciato con toni esasperati la politica espansionista dei governanti cinesi, paragonandola a quella condotta da Hitler nel 1938 e perciò esortando velatamente gli americani suoi alleati a reagire diversamente da quanto fecero allora gli europei.    Abe, Aquino e le loro controparti cinesi adottano retoriche ardentemente nazionaliste: i confini sacri della patria sono violati.  Vi è in effetti una contesa immediata di ordine territoriale: quella della delimitazione delle frontiere marittime della Cina, da sempre molto fluide e oggetto di ricorrenti e irrisolte controversie (a cui, del resto, ben si prestano le frontiere marittime in tutto il mondo).  La tensione fra Cina e Giappone per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale si sta trascinando da decenni, e oggi conosce una nuova intensificazione.  Ma questa non è l’unica occasione di crisi nei mari dell’Estremo Oriente.  Se vogliamo comprendere quanto sia intricata la situazione in quella sorta di “Mediterraneo” dell’Estremo Oriente dobbiamo passare dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale, e raggiungere l’arcipelago delle isole Spratly.  Queste sono un insieme di isole, atolli, barriere coralline dispersi in un’area piuttosto vasta, che affiorano a malapena dalle acque: le loro parti sommerse rendono difficile la navigazione nella zona, anche perché le mappature cartografiche sono a tutt’oggi insufficienti.  Le isole sono presenti in antiche mappe cinesi, e successivamente sono state visitate anche da navigatori delle potenze coloniali europee, ma fino a tempi assai recenti non hanno conosciuto alcun stanziamento fisso.

SpratlyOggi, però, su circa 45 di queste isole si sono insediate guarnigioni militari della Cina, di Taiwan, del Vietnam, delle Filippine, della Malaysia, tutti attori che reclamano il possesso della zona.  Qualche sporadico incidente è pure avvenuto.  Anche il Brunei, che non ha messo in atto un’occupazione militare, avanza le sue rivendicazioni.  Il mosaico a macchia di leopardo che ne risulta è surreale, davvero unico persino in un mondo abituato a ostinate contese territoriali.                                                Un altro territorio conteso della zona è dato dalle Isole Paracel, situate a settentrione delle Spratly.  Qui il conflitto è circoscritto fra Cina e Vietnam e una volta, nel 1974, è sfociato in una sanguinosa battaglia navale, quando ancora l’opponente dei cinesi era il Vietnam del sud, alleato degli Stati Uniti: ma il conflitto non è stato risolto nemmeno fra due stati ancora nominalmente comunisti.  La Cina poi rivendica ulteriori affioramenti marini, banchi sommersi a pochi metri di profondità.  Fra questi il James Shoal, che si trova a ben 1800 chilometri a sud dalla terraferma cinese e a soli 80 chilometri a nord della Malaysia (nel Borneo), che a sua volta lo rivendica.  Anche questa zona è fatta oggetto attualmente dei pattugliamenti della marina cinese.                                                                                      Ma che siano confini marittimi o terrestri, non c’è dubbio alcuno che i confini della Cina siano e siano sempre stati confini imperiali, molto più simili a quelli del mondo antico e medioevale (segnatamente: a quelli dell’Impero romano) che a quelli degli stati nazionali Continua a leggere

Europa, Italia, politica, antipolitica: domande alla classe politica italiana

Le prossime elezioni per il Parlamento Europeo si terranno alla fine di maggio, ma il tema è già caldo e le prospettive sono incerte.  In quasi tutti i paesi dell’Unione partiti definibili genericamente come antieuropeisti e nazionalisti – ai quali viene spesso aggiunto l’aggettivo di “populisti” – godono di favori non indifferenti da parte delle rispettive opinioni pubbliche.  In molti paesi, primo fra tutti la Francia, i sondaggi li danno in crescita. Al movimento di Marine Le Pen viene accreditato persino un 34% dei voti.  Particolare forse ancora più inquietante, molti elettori del maggior partito di centrodestra (UMP) non escludono di poter votare per il movimento lepenista, a seconda delle circostanze: sarebbe la fine di quella “maggioranza repubblicana” che fino ad oggi aveva confinato il Fronte Nazionale ai margini della vita politica francese. Quale che sia il risultato delle elezioni di maggio, la contrapposizione fra europeisti e neo-nazionalisti è destinata a segnare a lungo il nostro tempo di crisi.  Con qualche sorpresa: il referendum indipendentista scozzese di settembre sta guadagnando consensi anche perché gli scozzesi non gradiscono affatto l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, nel 2017.  Gli antichi legami col continente sono forse più saldi dell’appartenenza plurisecolare al Regno Unito?

Schulz-barrosoI nazionalisti dei nostri giorni hanno buon gioco ad attaccare, mostrando le carenze e le inadeguatezze di questa Europa.  Ma propongono solo di tornare indietro.  Vedremo, e ardentemente lo speriamo, se a breve i politici europeisti sappiano ridestarsi dal loro presente torpore e trovare il coraggio di andare avanti.  Ma al momento la consapevolezza della criticità della situazione europea è ben lontana dallo smuovere la gran parte dei politici nazionali dalle loro vicende provinciali.  Anche la situazione italiana lo dimostra.  Il dibattito sulle riforme e sulla legge elettorale, in particolare, si situa in un vuoto pneumatico: è stato ed è condotto come se l’attuale, drammatica alternativa per l’intera Unione – avanti o indietro – proprio non esistesse.  Pensiamo di essere in tempi tranquilli, che consentono di compiere a cuor leggero errori dovuti alla fretta e alla mancanza di riflessione.  O, almeno, questa pare la convinzione di molti estensori e sostenitori dell’attuale proposta di legge: temo che ad essi sia sfuggita una serie di conseguenze politiche indesiderate che prima o poi potrebbero creare ulteriori difficoltà all’Italia.                                                                   E’ in questa luce che è utile porre ancora qualche domanda alla classe politica italiana, che oggi in maggioranza vuole difendere una proposta di legge elettorale inadeguata, e che rischia perfino di risultare controproducente rispetto all’obiettivo dichiarato dei suoi estensori: la stabilità – ma forse è meglio dire, la salute – del sistema politico italiano.

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Siamo certi, anzitutto, che una competizione finalizzata alla meta conclusiva del premio di maggioranza non corroda la qualità delle proposte politiche delle parti in gioco?  Se ogni numero è importante, perché la vittoria elettorale è questione di tutto o niente, non si rischia di giustapporre meccanicamente gruppi di interessi del tutto eterogenei, invece di faticare per costruire un ragionato sistema di compatibilità, di convergenze e di alleanze fra le tante diversità di cui si compone il nostro sistema paese?  Siamo certi di non ricorrere eccessivamente alla comoda scorciatoia delle promesse facili?  E siamo certi che l’obbligo a governare di una minoranza che diventa maggioranza non sia a lungo andare dannoso anche e soprattutto per chi vince in queste condizioni?  Guardiamo agli ormai venticinque anni di vita democratica dell’Europa centro-orientale post-comunista.  Molti partiti, andati al governo con maggioranze rilevanti, sono naufragati vittima degli stessi strumenti che avevano usato per vincere: alle elezioni successive, spesso sono andati incontro a disfatte che li hanno marginalizzati e talvolta hanno messo in discussione la loro stessa sopravvivenza  (l’ultimo caso, dalle conseguenze clamorose, è il destino dei socialisti ungheresi). Da due forze, vorremmo generare due debolezze?  O una forza costruita sulle ceneri dell’altra?                                                                                                                     E’ opportuno ribadire che un sistema politico imperniato su un premio di maggioranza così considerevole non ha uguali in Europa, e quindi apre o consolida (e non certo chiude) un’anomalia italiana.  Per quale motivo? Perché ci sentiamo diversi da tutti gli europei i Continua a leggere

Sochi, Olimpiadi di frontiera. I circassi tra gli imperi

Tevfik Esenç, vissuto in Turchia fra il 1904 e il 1992, è una figura nota agli studiosi impegnati a denunciare e a contrastare la rapida estinzione delle lingue minoritarie, con una grave riduzione della diversità culturale umana, che oggi sta avendo luogo in tutto il pianeta.  Esenç era l’ultima persona in grado di parlare la sua lingua madre: l’ubykh.  Fortunatamente, egli incontrò uno dei più grandi linguisti e studiosi di mitologia del novecento, il francese Georges Dumézil.  Con lui, strinse un vivace sodalizio culturale e umano, da cui è derivata una copiosa testimonianza sulla lingua, la mitologia e la cultura di un popolo sull’orlo della definitiva scomparsa.  Una particolarità che rende l’ubykh una lingua quasi unica al mondo è il suo ricchissimo repertorio di suoni consonantici: ben 84. Altrettanto interessanti sono le sue relazioni con le altre lingue.  Appartiene infatti alla famiglia linguistica delle lingue caucasiche settentrionali (o lingue pontiche), che gli attuali studi sull’albero genealogico delle lingue umane hanno arditamente accostato da un lato al basco, e dall’altro alle lingue sino-tibetane (e quindi anche al cinese).                                                                                                                           Nel giorno dell’apertura delle Olimpiadi invernali, la storia del popolo ubykh acquista attualità per ragioni più immediate.  Perché la sua sede tradizionale era proprio Sochi, con la costa circostante.  Da lì gli ubykh furono improvvisamente scacciati nella seconda metà dell’ottocento, in uno dei tanti episodi di pulizia etnica imposta dai vincitori del momento, di cui è piena l’intera storia dell’Europa orientale e centro-orientale degli ultimi due secoli.                                                                                                      circassi                     Gli ubykh sono (erano) uno delle etnie  componenti del popolo storico dei circassi, insieme agli adyghè e ai cabardini. Da tempi remoti queste etnie erano insediate nelle regioni attorno a Sochi: il litorale nord-orientale del Mar Nero e le montagne interne del Caucaso settentrionale.  Cristianizzati nei primi secoli della nostra era, i circassi divennero islamici al tempo dell’espansione dell’Impero Ottomano (dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453).  Gli ottomani si dedicarono assiduamente al controllo del Mar Nero, sbocco fin da tempi remoti di importanti itinerari commerciali del continente eurasiatico.  Così, dal cinquecento al settecento, il Mar Nero divenne un grande “lago ottomano”: le sue coste erano annesse direttamente all’impero oppure in possesso di stati vassalli (come il khanato di Crimea).                                                                             I russi iniziarono ad affacciarsi nella regione dei circassi nella seconda metà del settecento, in seguito al conflitto plurisecolare che li oppose all’Impero Ottomano.  Questo è uno degli episodi più importanti di quel lungo processo di espansione che ha reso la Russia uno degli assoluti protagonisti dell’età moderna e contemporanea.  Un enorme problema geopolitico della Russia è sempre stato la lontananza del cuore dell’Impero dai mari e degli oceani, e con ciò dagli itinerari commerciali e militari marittimi, ancor più rilevanti dopo la svolta del 1492.  Questa è una delle motivazioni che spinse Pietro il Grande a fondare una nuova capitale, San Pietroburgo, sulle coste del Mar Baltico.  Ma il Baltico rimaneva un mare chiuso (e passibile di un blocco navale allo stretto fra Danimarca e Svezia) e lontano dalle reti di navigazione globale dei grandi imperi del tempo.

Black Sea

Nella seconda metà del settecento l’inizio del declino ottomano apre alla Russia opportunità impreviste.  Il controllo del Mar Nero diventa un obiettivo praticabile, e sembra prospettare un progetto ben più ambizioso: il ripristino dell’impero cristiano a Costantinopoli.  Già all’indomani del 1453 la Russia amava considerarsi legittima erede dell’impero bizantino, e ora non nascondeva la sua ambizione di affacciarsi sul Mediterraneo, in seguito al possesso del Bosforo e dei Dardanelli.  L’obiettivo ultimo si sarebbe rivelato irraggiungibile.  Però le coste settentrionali del Mar Nero si aprirono rapidamente al dominio dell’Impero russo: al tempo di Caterina II, fra il 1774 e il 1783, la Russia sostituì l’Impero ottomano come potenza dominante in Crimea, nel Mare di Azov e in tutta la costa dell’odierna Ucraina.  Dopo un tale successo, l’attenzione della potenza zarista si rivolse a oriente delle sue prime conquiste, e le sue mete divennero  le coste orientali del Mar Nero, insieme alle pendici e alle montagne del Caucaso.

nazione circassaIl territorio dei circassi fu investito in pieno dalla nuova ondata espansionistica russa.  Le prime annessioni coinvolsero la parte orientale della regione, nelle zone montuose abitate dai cabardini.  Dopo anni di fiera resistenza, i focolai di ribellione furono domati nel 1822.  Nel 1829 i russi riuscirono ad eliminare gli ottomani dalle coste circasse ancora in loro possesso e, fra l’altro, dal litorale di Sochi.  Tuttavia il retroterra, di non facile controllabilità, non si piegò ai nuovi dominatori: anzi, i circassi e i loro alleati effettuarono ripetuti attacchi agli avamposti che la Russia aveva costituito lungo il Mar Nero.  La guerra durò fino al 1864, parte integrante di uno scontro generale che oppose la Russia a tutti i popoli del Caucaso interno.  E questo, a sua volta, è un episodio rilevante di una “guerra fredda” che segnò l’Eurasia intera nel diciannovesimo secolo: il “grande gioco” tra Russia e Gran Bretagna per il controllo dell’Asia Centrale e Meridionale.  Anche se il fronte principale di questo conflitto era altrove, fra Afghanistan e Pakistan, il Caucaso fu un fronte per nulla marginale.  I britannici diedero vari aiuti materiali ai  ribelli caucasici (circassi compresi), e talvolta una vera e propria guerra tra le due grandi potenze mondiali fu evitata di un soffio.                           Alla fine del lungo conflitto, i russi furono impietosi con i vinti.  A interi gruppi dei popoli conquistati fu posta l’amara alternativa di venir esiliati in remote regioni dell’Impero russo oppure di trovare una nuova patria nell’Impero ottomano, quale sede naturale delle etnie di religione islamica.  La grande maggioranza delle persone coinvolte scelsero di affrontare Continua a leggere

Tra governabilità e rappresentanza: gli spazi delle minoranze

Bethnal Green and Bow è un collegio elettorale della parte orientale di Londra, che comprende buona parte del borough di Tower Hamlets: sono luoghi ben noti a chiunque si occupi di questioni urbane per la loro ricchissima stratificazione multietnica, per gli interessanti processi di risanamento sociale ed ecologico oggi in atto e anche la presenza di ottime curry houses.   Circa metà della popolazione è di origine asiatica o nera (in particolare del Bangladesh e della Somalia) e coloro che sono ritenuti di confessione islamica superano, anche se di poco, coloro che sono ritenuti di religione cristiana.  Kidderminster è invece una città inglese della regione di Birmingham, meno visitata e mediatizzata dall’East London, e nota soprattutto per la produzione tradizionale di tappeti.  Ma un’analogia elettorale lega le due località: negli ultimi anni entrambi i collegi hanno visto l’elezione al Parlamento inglese di rappresentanti di piccoli movimenti, praticamente degli indipendenti, che hanno sconfitto sul terreno i rappresentanti dei grandi partiti nazionali.  A Kidderminster è successo due volte, nel 2001 e nel 2005, per opera di Richard Taylor, un medico che si è battuto per la difesa dell’ospedale locale, su cui gravava la minaccia di essere privato di servizi essenziali; a Bethnal Green/Bow, nel 2005, il vincitore è stato invece George Galloway, il contestato esponente pacifista e filopalestinese del movimento di estrema sinistra RESPECT, acronimo che sta per: respect, equality, socialism, peace, environmentalism, community, trade unionism.

DTGFP_Whitechapel4.jpg  Whitechapel High Street East LondonNelle elezioni del 2010 i due collegi sono rientrati nei binari della politica tradizionale: a Kidderminster hanno prevalso i conservatori, a Bethnal Green/Bow i laburisti.  Però a George Galloway è riuscito un altro colpo vincente in un turno di elezioni supplettive del 2012, nel collegio di Bradford West, e con un risultato a valanga (55,9% dei voti contro il 25% del candidato laburista).  Inoltre, ancora nel 2010, è stata eletta per la prima volta una rappresentante dei “verdi” inglesi (Green party): Caroline Lucas nel collegio elettorale di Brighton Pavillon.  Il sistema elettorale inglese con collegi elettorali a turno unico non particolarmente equo: può succedere che uno dei due partiti maggiori vinca le elezioni anche prendendo meno voti complessivi dell’altro a livello nazionale.  Per di più,  la rappresentanza del terzo partito nazionale, quello liberal democratico, è sistematicamente sottostimata: nelle elezioni del 2010 il 23% dei voti nazionali gli è valso solo 8,8% dei seggi.  Però il sistema inglese è aperto alle eccezioni, sia pur rare: la legge elettorale non vieta a chi gioca politicamente bene, individuando condizioni per lui favorevoli, di approdare a Westminster anche in condizioni di assoluta minoranza.  Senza contare, naturalmente, i vari esponenti nazionalisti o regionalisti di Galles, Scozia e Irlanda del Nord.                                       Anche la legge elettorale tedesca, assai diversa da quella britannica, possiede uno spiraglio aperto all’eccezione.  La legge elettorale tedesca è notoriamente riassunta come “proporzionale con soglia di sbarramento al 5%”.  Ma questa dizione rischia di tralasciare un aspetto importante:  il numero dei deputati è certo computato in maniera proporzionale, ma metà di loro è eletto in collegi uninominali a turno unico.  E a chi vince in un collegio uninominale, anche se appartenesse a un piccolo partito che non raggiunga la soglia nazionale del 5% del riparto dei voti, e anche se fosse un candidato indipendente, spetta in ogni caso il seggio parlamentare.

Hellersdorf

Candidati realmente indipendenti non sono mai stati eletti, anche se molti ci hanno provato.  Però nel 2002, la PDS, cioè il partito erede dell’antico partito egemone della DDR (la SED), attraversò una profonda crisi e scese sotto la soglia del 5% a livello nazionale.  La crisi fu poi superata a partire dal 2005, quando iniziò a delinearsi la prospettiva pantedesca della Linke.  Ma nel 2002 due candidate della PDS vinsero in due collegi elettorali di Berlino: Berlin Lichtenberg e Berlin Marzahn-Hellersdorf, due sobborghi periferici dell’antica Berlino Est, in cui i post-comunisti avevano mantenuto il loro prestigio quali difensori di un’identità tedesco orientale (Ossis).  Di più: avesse la PDS vinto anche in un terzo collegio – e ci andò abbastanza vicino – avrebbe partecipato al riporto di tutti i seggi su scala nazionale, anche col solo 4% dei voti.  Perché la legge elettorale tedesca dice che al riporto proporzionale dei voti su scala nazionale prendono parte anche i partiti che acquisiscono tre “mandati diretti”, indipendentemente dal fatto che abbiano mancato la soglia del 5%.  E’ una mossa importante per lasciare una porta socchiusa a minoranze piccole, ma influenti.                                                                      Nel modello elettorale francese, uninominale a doppio turno, lo spazio per i partiti minori e anche per gli indipendenti è notevole quando siano in grado di “agganciarsi” a una delle maggiori coalizioni che si contendono il primato; molto di meno quando non lo vogliono o non lo possono.  Gli accordi di coalizione sono articolati e diversificati.  In genere un partito minore o un indipendente di una coalizione compete con concrete possibilità di vittoria in Continua a leggere

La politica italiana, oggi: autoinganni, coazioni a ripetere, e un dopoguerra che non è finito

Le decisioni della Corte costituzionale sulla legge elettorale sono state attente e poco invasive.  Hanno escluso gli aspetti meno sostenibili della legge elettorale antecedente, lasciando aperto un enorme spazio di possibilità per i legislatori. Pareva dunque un richiamo salutare alla capacità inventiva e all’esigenze di qualità dell’arte della politica.  Alla luce di questo richiamo, quanto è accaduto nei giorni successivi è preoccupante.  Perché gran parte dei leader politici italiani non hanno per nulla percepito questo enorme spazio di possibilità.  Al contrario, si sono mossi per presidiare nuovamente lo stesso cantuccio già occupato nel vecchio spazio.  E questo significa; una nuova legge elettorale senza preferenze e con un premio di maggioranza sempre eccessivo, una legge forse ancora più rigida della precedente per l’elevazione di certe soglie di sbarramento.  Un premio di maggioranza che porta automaticamente del 35 per cento dei voti al 50 per cento dei seggi non ha analogie in Europa.  Peggio ancora, però, è il possibile doppio turno che regolerebbe la corsa al premio di maggioranza, nel caso in cui la soglia del 35 per cento non venisse raggiunta.  In tal caso, la maggioranza assoluta dei seggi potrebbe essere ottenuta anche da partiti che, al primo turno, ottengano il 30 per cento o anche meno del consenso popolare.  Esattamente quella situazione che la Consulta, nello spirito se non nella lettera, ha giudicato insostenibile.  E non sappiamo nemmeno se questa nuova legge, una volta approvata dal Parlamento, possa superare un nuovo vaglio della Corte costituzionale.

consulta

Non tutto, naturalmente, è negativo nel percorso di riforme che si tenta di aprire: l’abolizione del bicameralismo perfetto Camera-Senato è quanto mai opportuna, e impedirà il calvario post-elettorale del 2013 e anche quello del governo Prodi dopo il 2006.  Ma, di contro, preoccupante non è tanto l’attuale proposta di legge elettorale elettorale, quanto lo sono le narrazioni e le retoriche con cui viene sostenuta.  E così, viene presentata come una svolta decisiva della politica italiana quella che è una semplice variazione sul tema, discutibile e in questa forma logora della “governabilità a tutti i costi”.  Perché questo accade, dipende da fraintendimenti in cui la politica italiana si è impantanata negli ultimi decenni e da cui non riesce a liberarsi:  che il risultato elettorale possa e debba tradursi senza eccezioni e senza intermediazioni in un particolare governo e che la legge elettorale sia di per sé in grado di garantire un sistema politico sano. Sarebbe il caso di affrontare la questione anche da altri punti di vista e di comprendere come un sistema politico non troppo conflittuale, imperniato su forti valori condivisi, sia in grado di utilizzare in maniera flessibile le leggi elettorali in vigore, e persino di sdrammatizzare il risultato stesso delle elezioni.  La logica politica tedesca in questo senso è esemplare: quando per un partito il risultato ottimale non ha luogo, su scala nazionale come su scala regionale, allora è aperta la strada per le negoziazioni.  In buona parte d’Europa la coalizioni conseguenti a risultati elettorali subottimali fanno parte della normale pratica politica, mentre in Italia le “grandi Intese” (e  la diversa terminologia adottata indica anche una diversa realtà)  sono percepite come momenti di assoluta emergenza, sono aperte al rischio della paralisi governativa e alla fine possono venir esecrate quali calamità da evitare.

coalizioni

Il problema serio è che l’attuale fissazione unilaterale sul premio di maggioranza, fra i suoi scopi dichiarati,  ha proprio quello di rendere impossibili coalizioni ampie e trasversali.  In Europa non esistono visioni comparabili. Le coalizioni ampie e trasversali non sono auspicate, anche perché spesso logorano gli appartenenti alla coalizione stesse.  Taluni sistemi elettorali le consentono di più, altri di meno.  Ma nessuno le impedisce direttamente.  Se si rendono necessarie, il richiamo a valori condivisi sui quali si possono fondare le parti in gioco può persino aiutare ad affrontare con una certa speranza una fase critica della politica nazionale, come è di recente avvenuto per il governo Di Rupo in un Belgio posto dinanzi al rischio concreto della disgregazione.                                                                                                             Per tornare all’Italia: siamo proprio certi che obbligare letteralmente al governo una parte politica anche nel caso in cui questa goda del consenso elettorale (diciamo) di circa un terzo del paese sia un buon servizio per i vincitori stessi?  E che non aumenti ulteriormente la conflittualità generale del sistema politico, e l’aggressività di chi si trovi nel ruolo comodo di condurre un’opposizione distruttiva?                                                              Intendiamoci: la situazione politica italiana del momento è grave ed anomala, con tre (non due!) blocchi che si percepiscono come rigidamente incompatibili.  Il ricorso al premio di maggioranza come strumento strategico per superare una situazione di paralisi è una mossa comprensibile, forse anche auspicabile.  Ma quello che non è accettabile è anzitutto la misura quantitativa di questo premio.  In secondo luogo, non è accettabile la totale assenza di consapevolezza sul fatto che questa può essere sì un’utile mossa

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La balcanizzazione della Siria, nella guerra civile dell’Islam

Le enormi difficoltà che dovettero affrontare le potenze vincitrici della prima guerra mondiale per costruire un “nuovo ordine” europeo sono un tema centrale della storiografia contemporanea:  gli storici hanno messo in evidenza con dovizia di analisi come buona parte dei conflitti che poi sfociarono nella seconda guerra mondiale traggano le loro radici dal clamoroso fallimento delle sistemazioni geopolitiche del 1919-20.  Oggi, alla luce dei conflitti che a quasi cent’anni di distanza continuano a moltiplicarsi nel Medio Oriente, non possiamo non concludere come altrettanto fallimentare sia stata la contemporanea sistemazione post-bellica in questa area: a tutt’oggi i popoli della regione e, insieme, l’Europa e il mondo intero, continuano a subirne le conseguenze.  In particolare, disastrosa si è rivelata l’attitudine dei vincitori di allora (e soprattutto della Gran Bretagna e della Francia) di volere annientare l’avversario. Gli smembramenti concepiti a tavolino dell’Impero Austro-Ungarico in Europa e dell’Impero Ottomano in Medio Oriente continuano a gettare un’ombra lunga sul nostro presente. 

Sykes-Picot

Nel Medio Oriente arabo antecedente al 1914, che era sotto controllo ottomano, l’ordinamento territoriale era del tutto eterogeneo rispetto a quello attuale e non esisteva nulla di simile agli odierni stati di Siria, Libano, Giordania, Iraq (e tantomeno Palestina).  In particolare, il vilayet (“provincia”) della Siria non coincideva con gli odierni confini ma costituiva una sottile striscia che da Damasco si estendeva lungo il corso del Giordano fino a comprendere buona parte, appunto, dell’attuale stato della Giordania.  Il resto del territorio siriano era diviso fra il vilayet di Aleppo, quello di Beirut (che era più esteso del Libano attuale) e il sangiaccato di Zor (che comprendeva la parte desertica orientale lungo il corso dell’Eufrate).  Quando nel 1916 Gran Bretagna e Francia decisero di spartirsi sulla carta il Medio Oriente ottomano, essi non seguirono i preesistenti confini amministrativi, bensì le proprie considerazioni di ordine imperiale e simbolico: da un lato la Gran Bretagna si sarebbe facilitata la connessione fra la parte nordafricana (Egitto) e la parte asiatica (India) del proprio impero globale; dall’altro la  Francia si sarebbe assicurata regioni che ancora ospitavano nuclei consistenti di cristiani delle più varie confessioni, asserendo una continuità con quei legami simbolici, culturali e commerciali che risalivano al medioevo e alla presenza degli stati dei principi francesi al tempo delle crociate.

French Syria states map

Quando nel dopoguerra i francesi entrarono in possesso del territorio desiderato, essi dovettero affrontare direttamente il problema del governo e della coesistenza di una pluralità di culture e di religioni.  E la loro strategia originaria fu di dividere la Siria in vari stati autonomi in qualche modo corrispondenti alle varietà identitarie della regione: ai due stati di Damasco e di Aleppo (popolati in maggioranza da arabi sunniti) si aggiungevano così il Libano (popolato in maggioranza da cristiani maroniti), il sangiaccato di Alessandretta (o Hatay, con una forte presenza turca), lo stato alawita imperniato sulla città di Latakia (gli alawiti sono sciiti, in forte contrapposizione con la maggioranza sunnita) e la regione del Gebel druso.  A loro volta, i drusi sono una religione del tutto particolare, che comprende non solo elementi delle tre religioni monoteistiche ma anche concezioni gnostiche risalenti ai primi secoli dell’era moderna.                                                                                                                   La tormentata evoluzione fra le due guerre del mandato francese della Siria è testimonianza non solo della difficoltà di controllo del territorio, ma anche delle sue fratture ed eterogeneità interne.  Il Libano e lo Hatay andarono per la loro strada: il primo divenne una repubblica autonoma nel 1926 e uno stato indipendente nel 1943; il secondo fu annesso dalla Turchia nel 1939.  Al contrario gli stati di Aleppo e di Damasco (nel 1924) e gli stati alawita e druso (nel 1936) confluirono nella nuova repubblica unitaria della Siria, che acquisì la piena indipendenza all’indomani della seconda guerra mondiale (1946).     Ma non per questo si smorzò la conflittualità ancestrale fra sunniti e sciiti: risalente alle origini stesse dell’Islam, nei secoli del dominio turco era stata ravvivata dalle continue guerre fra l’Impero Ottomano di aderenza sunnita e dall’impero persiano governato dalla dinastia sciita dei savafidi: per questo motivo gli sciiti dell’Impero Ottomano erano oggetto di diffidenza e di discriminazione quali “quinta colonna” del nemico.                                    Il movimento nazionalista siriano fra le due guerre, indipendentista e tenacemente antifrancese, era dominato dai sunniti mentre gli alawiti erano tendenzialmente filofrancesi, e non molto attratti dalla prospettiva di una Siria unitaria.  Ma gli alawiti, insieme ai drusi e ad altri gruppi (pur sunniti) socialmente marginalizzati, divennero una componente decisiva dell’esercito siriano.  Così le prospettive si capovolsero: subito dopo l’indipendenza siriana, nel 1949, un colpo di stato militare rovesciò la classe dirigente che aveva condotto Continua a leggere

UK 2013: l’anno difficile di David Cameron

Gli sviluppi della guerra civile in Siria, con la cascata di dilemmi etici e geopolitici che essi comportano, hanno già esercitato un forte impatto sui sistemi politici dell’occidente.  Ciò vale anche e soprattutto per la Gran Bretagna, dove l’autorità e l’autorevolezza del primo ministro David Cameron sono state scosse dall’opposizione della Camera dei Comuni a un possibile intervento militare del Regno Unito.  A Cameron sono mancati alcuni voti sia del partner minore della coalizione, i liberal-democratici, sia del proprio stesso partito.  Di contro, il leader dell’opposizione laburista, Ed Miliband, ha segnato un punto notevole a proprio favore.                                                                                        L’anno difficile di David Cameron era iniziato con una serie di insuccessi del partito conservatore in alcune elezioni locali, dovuti soprattutto al profilarsi di un minaccioso concorrente alla destra del partito stesso: l’UKIP, United Kingdom Indipendence Party

UKIP

L’UKIP è asceso nel panorama politico britannico individuando due comodi capri espiatori per la crisi economica e sociale di questi anni: l’immigrazione e l’appartenenza all’Unione Europea.  Così oggi il partito vive un’attesa quasi messianica per il momento in cui gli elettori potranno decidere sulla futura appartenenza o meno della Gran Bretagna all’Unione, e ovviamente hanno già iniziato a premere per il “no”.  Ma forse le sue prospettive elettorali sono più legate a questioni meno epocali e tuttavia più sentite a livello quotidiano, tipo l’opposizione al divieto di fumo nei pub.  I suoi esponenti di punta si fanno scientemente notare per l’uso strategico di un eloquio politicamente scorretto.  Così il suo deputato europeo Godfrey Bloom ha suscitato indignazione definendo ‘paesi Bongo Bongo’ quelli che sono di solito definiti (o si definivano) ‘paesi in via di sviluppo’, nel contesto di un’opposizione agli aiuti pubblici destinati a questi paesi, da lui giudicati in chiave populistica quali indebita sottrazione di risorse spettanti ai cittadini britannici. La carta del politicamente scorretto, d’altra parte, è giocata ancora più sistematicamente dal leader dell’UKIP, Nigel Farage.  Anch’egli membro del parlamento europeo, si è fra l’altro fatto notare per restare ostentatamente seduto durante l’ovazione finale a un discorso di Carlo, principe di Galles, e per contestare l’elezione di Herman van Rompuy a Presidente del Consiglio Europeo definendolo una sorta di nullità ed esponente di una non nazione (il Belgio).

cameron

Mancano ancora quasi due anni alle prossime elezioni politiche, ma l’ascesa dell’UKIP ha diffuso la sensazione che il sistema politico del Regno Unito possa vivere nei tempi a venire una fase critica, dagli esiti imprevedibili.  Da parecchi mesi tutti i sondaggi danno costantemente in testa la tradizionale opposizione laburista, con margini talvolta notevoli: ma recentemente ai laburisti veniva imputata una fase di inazione e di “letargia politica” che non escludeva – anzi, a parere di molti rendeva del tutto plausibile – una rimonta decisiva dei conservatori.  Il notevole successo di Milliband nel dibattito sull’intervento in Siria ha però nuovamente confuso le carte.                                                                         All’incognita notevole del rapporto di forza fra i due principali partiti politici tradizionali, si aggiunge appunto la nuova incognita dell’ascesa dell’UKIP, che ai conservatori può sottrarre voti decisivi nei “testa a testa” con i laburisti. E non è facile ipotizzare che cosa possa scaturire, per un sistema politico tradizionalmente basato sul bipartitismo, da una competizione fra quattro partiti maggiori.  Potrebbe scaturirne una nuova semplificazione, visto che fino ad oggi la coalizione governativa con i conservatori ha portato molto discredito ai liberal-democratici, allontanandone molti elettori attuali o potenziali?  O un’età in cui le coalizioni governative non siano più l’eccezione, ma la norma?  La questione è complicata dal fatto che il populismo dell’UKIP può risultare attraente non solo per l’elettorato conservatore ma anche per una parte dell’elettorato laburista.                         La radicalizzazione degli islamici sul suolo britannico ha prodotto un’ulteriore inquietudine nell’opinione pubblica inglese, che si aggiunge alla controversia ormai quotidiana su come

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La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

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Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

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Hatay: fra turchi e arabi, fra cristiani e islamici

Il recente attenato di Reyahnli, città turca in prossimità del confine con la Siria, è stato un grave fatto di sangue: l’esplosione di due autobombe ha fatto almeno 46 morti e 140 feriti.  E ha contribuito notevolmente all’aumento della tensione internazionale, giacché la Turchia ritiene che alla sua fonte si trovino i servizi segreti del regime siriano di Assad.   Da parte governativa siriana, invece, si è asserito che, se dei siriani sono alla base dell’attentato, essi dovrebbero essere ricercati nella vasta e contraddittoria schiera degli  oppositori al regime di Assad.  Anche in Turchia c’è comunque chi crede al possibile intervento di gruppi di integralisti islamici, per destabilizzare ulteriormente la regione.

L’attentato ha riproposto in primo piano la lunga e ricchissima storia della provincia dello Hatay, un luogo a tutt’oggi multiculturale e multireligioso, in cui si sovrappongono le rispettive aree di popolamento dei turchi e degli arabi.               antiochia di siriaIl carattere strategico dell’area per le relazioni fra occidente e oriente risale almeno all’età ellenistica.  Nel 300 a. C. Seleuco – uno dei più importanti successori di Alessandro Magno – vi fondò la città di Antiochia e ne fece la capitale del suo regno.  Antiochia di Siria, o Antiochia sull’Oronte (come fu chiamata per distinguerla da altre città omonime) divenne poi la capitale della provincia romana della Siria.  Dopo Roma e Alessandria d’Egitto fu la terza città più popolosa del mondo nell’evo antico.                                               Antiochia fu teatro di importantissime vicende del Cristianesimo delle origini.  Forse il primo a introdurvi la nuova fede fu San Pietro, e questo fece sì che il patriarca di Antochia rivendicasse un suo primato rispetto al papa di Roma.  Fu poi sede della predicazione di San Paolo e fu qui che i seguaci di Cristo vennero per la prima volta considerati appartenenti alla nuova religione ‘cristiana’.  Ad Antiochia si insediò uno dei cinque patriarcati della cristianità originaria (con Roma, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme), che ancora adesso si continua nel titolo conferito al patriarcato della chiesa ortodossa orientale con sede a Damasco.                                                                           bundestagHatayDistrutta da un terremoto nel 526, la città non tornò più al suo antico splendore. Insieme alla regione circostante, Antiochia appartenne successivamente ai persiani, ai bizantini, ancora ai persiani, agli arabi, ancora ai bizantini, ai turchi selgiuchidi, a vari principi cristiani spinti in oriente dalle Crociate, ai mamelucchi e infine, dopo il 1517, all’Impero Ottomano.  Le vicende storiche lasciarono una profonda e variegata stratificazione etnica e religiosa, che ancor oggi è una caratteristica di tutta quanta la Siria.  E al vilayet (“provincia”) di Aleppo, che comprendeva buona parte della presente Siria, la regione dello Hatay apparteneva agli inizi del novecento e allo scoppio della prima guerra mondiale, quando la parte araba dell’Impero ottomano divenne oggetto delle mire delle potenze europee: Gran Bretagna e Francia.  Come è noto, ebbe allora luogo un intricato gioco diplomatico.  Da un lato Gran Bretagna  Continua a leggere

L’orgoglio del Galles

Il mese di marzo 2013 resterà indimenticabile non solo per gli sportivi del Galles, ma anche per tutti i suoi cittadini.  La squadra gallese di rugby ha vinto il tradizionale torneo delle sei nazioni in un modo che ha riempito chiunque di entusiasmo.  Nell’incontro conclusivo ha travolto gli eterni rivali inglesi, ai quali sarebbe bastata una sconfitta di misura per aggiudicarsi l’ambito trofeo.  E invece i gallesi hanno vinto con un punteggio schiacciante, 30-3: il record assoluto di distacco da parte gallese negli incontri fra le due nazioni. Non solo: con la vittoria di quest’anno il Galles ha raggiunto gli stessi inglesi a quota 26 nelle vittorie complessive nel torneo che, con varie denominazioni e partecipazioni, risale al 1883.  Anche ai campionati mondiali il Galles è una delle grandi potenze del rugby, avendo raggiunto un terzo (1987) e un quarto posto (2011).

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Come è noto, vi è un altro sport di squadra nel quale il Galles presenta una propria rappresentativa alle grandi competizioni internazionali, ed è il calcio.  Il Galles è arrivato una sola volta alle fasi del campionato del mondo di calcio, in Svezia nel 1958.  Per il football gallese questa resta l’ora più bella.  La squadra finì il girone eliminatorio imbattuta, pareggiando con i padroni di casa della Svezia, con il Messico e con l’Ungheria: anche se questa, dopo il 1956, non era più la squadra mirabile di qualche anno prima, rimaneva comunque assai forte.  Per il regolamento allora vigente, il Galles dovette affrontare uno spareggio ancora con l’Ungheria, e lo vinse 2-1.  Poi, nei quarti di finale, si arrese al Brasile avviato a vincere il titolo mondiale, ma solo per 1-0.  L’incontro è storico perché allora Pelé, che aveva solo diciassette anni, segnò il suo primo gol ai campionati del mondo.

Ryan-Giggs-Di quella squadra, l’esponente più famoso era John Charles, notissimo in Italia per aver vinto tre scudetti ed essere stato capocannoniere di una delle più forti Juventus di tutti i tempi (fra il 1957 e il 1962).  Ma dei calciatori gallesi quello che ha battuto più record, e non solo di popolarità, è Ryan Giggs.  Nella sua ormai lunghissima carriera nel Manchester United, iniziata nel 1991, Giggs è diventato il giocatore che ha acquisito il maggior numero di titoli nel campionato inglese di tutti i tempi: 12 scudetti, 4 coppe di Inghilterra, 3 coppe di lega, 2 Champions Leagues.  Con ogni probabilità, dato il notevole vantaggio del Manchester United, quest’anno Giggs (a 39 anni) conquisterà il suo 22° titolo in assoluto (13° scudetto).  Un altro aspetto significativo della carriera di Giggs è che, fino ad oggi, egli ha segnato almeno un gol nel campionato inglese di prima divisione per 23 stagioni consecutive!

Un’altra pagina leggendaria dello sport gallese fu scritta una giornata piovosa alle Olimpiadi di Tokyo dell’ottobre 1964.  Allora, nel salto in lungo, il gallese Lynn Davies vinse la medaglia d’oro con un salto di 8,07, battendo i favoritissimi dell’epoca, lo statunitense Boston e il sovietico Ter-Ovanesian.  Era la prima medaglia d’oro individuale di un gallese alle Olimpiadi. Ma fu tutto il Regno Unito a festeggiare dato che, come è noto, gli atleti gallesi si presentano alle Olimpiadi nella selezione britannica.

 

La salute degli europei: un diritto da riconquistare

Su The Lancet, una delle più prestigiose riviste mediche internazionali, è apparsa una serie di articoli di Martin McKee, professore alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, che lancia un grido di allarme.  Il protrarsi della crisi economica-finanziaria avrebbe già provocato danni evidenti e quantificabili alla salute dei cittadini dei vari paesi europei.  Una parte di questi danni dipenderebbe dall’aumento dello stress fisico e mentale, dovuto alle condizioni di insicurezza generalizzata.  Ma una parte ancora maggiore dipenderebbe dai tagli dissennati alla spesa pubblica, quindi anche alla sanità, che in talune nazioni avrebbero già ridotto il livello dei servizi medici, di routine come di emergenza, al di sotto di ogni accettabile standard.

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Il caso della Grecia è il più clamoroso.  La trojka finanziaria ha imposto una forzata riduzione del budget destinato ai servizi sanitari, e i risultati insieme drammatici e grotteschi si sono fatti sentire.  I reparti di pronto soccorso dei vari ospedali di una zona sono disponibili solo a rotazione, con gravi rischi per chi non possa informarsi su quali siano aperti; gli ospedalieri invitano i parenti dei malati a comprare i farmaci e a introdurli nell’ospedale; i parenti stessi sostituiscono gli infermieri in molte operazioni di cura, e intanto questi ultimi guadagnano sempre di meno, lavorano sempre di più, hanno sempre più stress, sono sempre meno efficaci.  Chi è disoccupato da più di un anno perde l’assicurazione sanitaria, il che aggiunge problemi a problemi e vanifica del tutto il diritto alla salute: la salute stessa assume una spiccata connotazione classista.

Non possiamo arrenderci all’amarezza dello stato di cose presente.  In primo luogo è evidente che la politica fino ad oggi seguita nei confronti della Grecia non solo è errata, ma va contro i principi stessi dell’Unione Europea: è evidente che i governanti devono sempre e comunque rendere conto della salute dei cittadini, e non c’è esigenza economica che tenga.  In secondo luogo, però, non si tratta solo della Grecia: recentemente ha fatto scalpore un’inchiesta, nella stessa Gran Bretagna, che mostra l’evidente impotenza del sistema sanitario nei confronti dell’invecchiamento della società e della contemporanea mancanza di risorse.

In terzo luogo, tuttavia, dobbiamo chiederci seriamente come uscire da un tale scenario, andando avanti e non indietro.  Ammettiamo per un momento che la Grecia esca davvero dall’euro e che torni la dracma, come alcuni partiti politici oggi iniziano ad auspicare.

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A parte i rischiosi effetti dell’inevitabile deprezzamento della moneta – leggi aumento del costo delle materie prime e inevitabili speculazioni finanziarie – crediamo davvero che l’economia della Grecia possa con questa mossa divenire così fiorente da garantire ai suoi cittadini una parità di diritti sanitari con i cittadini di stati europei più fortunati?  Invece di agitare l’obiettivo ideologico della “sovranità monetaria” non è il caso di battersi per un federalismo europeo in cui una gamma sempre più ampia di diritti possa essere condivisa da tutti, indipendentemente dalle nazioni e dalle regioni in cui si trovano a vivere?  Non dobbiamo definire standard accettabili, nella sanità come nell’educazione, sotto i quali non si può in nessun caso andare?

Evidentemente abbiamo bisogno di una profonda trasformazione dell’Unione.  Abbiamo bisogno di regole fiscali comuni, o almeno convergenti, di un budget comune che sappia redistribuire priorità e allocazioni, di una guida politica autorevole che può derivare solo dall’elezione di un governo europeo da parte del parlamento europeo democraticamente eletto.  Avanzare verso il federalismo europeo o regredire verso l’età delle sovranità conflittuali e impotenti: questo è il vero dilemma europeo dei nostri giorni.

Un’altra Europa versus nessuna Europa

L’Unione Europea ha ricevuto nel 2012 il Premio Nobel per la pace, quale riconoscimento del suo ruolo decisivo per la pace e la prosperità dei popoli europei negli ultimi decenni.  Meritatamente, ma in ritardo. 

bandiere europeeIl Premio Nobel è giunto nel momento di maggiore distacco fra le istituzioni europee e le opinioni pubbliche dei rispettivi paesi.  Pesano la mancanza di istituzioni realmente democratiche, la macchinosità dei processi decisionali, una soffocante burocratizzazione e una tendenza pedante all’eccessiva omologazione.

Tutti questi fattori, già cronici, oggi ostacolano gravemente le possibilità dell’Europa di dare risposte solide alla crisi economica e finanziaria.  La gestione caotica della crisi di Cipro oggi in corso è solo l’ultimo anello di delusioni che ha provato il cittadino europeo rispetto alle sue istituzioni.

Un problema serio è che oggi le generazioni giovanili non hanno memoria del male contro cui le prime istituzioni europee hanno voluto porre rimedio, né delle realizzazioni condivise che oggi danno qualità alla loro vita quotidiana.  I politici non sanno o non vogliono aprire i giovani alla storia, e non sanno parlare alle loro emozioni.

Così assistiamo al proliferare di forze che la storia la vogliono portare indietro, che rinfocolano vecchi etnicismi e nazionalismi e che professano una retorica rivolta direttamente contro la prassi democratica.  Il dramma ungherese non è isolato. Continua a leggere

150 anni di metropolitana londinese: e la città si dilata

La celebrazione delle origini della metropolitana londinese è un evento culturale di grande portata. 

ml_underground_LU150_typePoster e mappe dell’Underground, d’annata e recenti, sono un vero classico del design e della comunicazione pubblica, che la meritoria istituzione del London Transport Museum ci aiuta da parecchi anni a conoscere in tutte le loro sottigliezze.  Ma la riflessione sulla storia della metropolitana londinese è decisiva soprattutto per chi ha a cuore i destini della città presente e futura.  Ci fa toccare con mano quanto intimamente siano legati gli sviluppi della città e gli sviluppi della sua rete di trasporti pubblici.  Economia, politica, cultura e legami sociali sono impensabili senza la necessaria mobilità e accessibilità reciproca che queste reti garantiscono alle persone.

La storia di Londra e della metropolitana londinese è, al proposito, non solo esemplare, ma anche assai particolare.  Negli ultimi decenni dell’ottocento e nella prima metà del Continua a leggere