9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

Ricominciare dai curdi, ricominciare dagli yazidi. La diversità, patrimonio inestimabile dell’umanità

La speranza è che la comunità internazionale possa presto risarcire i curdi delle dolorose prove di questi giorni, e delle sofferenze che subiscono anche a causa del cinismo di Erdogan e compagni e, insieme, dell’impotenza di Europa e Stati Uniti.  Quando sarà il tempo di costruire un nuovo ordine per il Medio Oriente, l’Europa avrà il dovere morale di sostenere la causa di uno stato curdo.  Disgraziatamente, le incalzanti vicende dell’Iraq e della Siria hanno trovato l’occidente impreparato e assopito, moralmente e intellettualmente.  C’è voluto troppo tempo prima che l’indignazione provocata dalle stragi dell’IS spingesse alla reazione, per ora ancora inadeguata.  E, intanto, per molti curdi, yazidi, sciiti, cristiani, ostaggi occidentali o, semplicemente, sunniti non integralisti il ritardo è stato fatale.  Ed è stato tragico per molte donne di tutte queste confessioni, vendute come schiave dei nuovi oppressori.  Per tutti questi destini spezzati oggi gridiamo vendetta, anche se la vendetta dovrà essere sotto il segno della rinascita e non della distruzione ulteriore.   Ma le colpe non stanno solo nelle ambiguità e nelle disattenzioni della politica internazionale, e nelle lotte di potere in Iraq, in Siria, in Turchia, in tutto il mondo arabo.  Le colpe stanno anche nelle nebbie intellettuali e morali che ostinano a farci considerare le montagne della Mesopotamia lontane e remote, proprio come alla svolta del secolo era avvenuto nei confronti dell’Afghanistan, prima del drammatico segnale di allarme dell’11 settembre 2001.  Di queste nebbie un segno provincialissimo è stato l’uso disinvolto, anche da parte di qualche politico nostrano, dei termini di curdi, sunniti e sciiti come se costituissero tre non precisate “etnie” collocabili sullo stesso piano.  Come se le guerre balcaniche dell’ultimo decennio del novecento non ci avessero insegnato nulla, sulla questione cruciale delle identità etniche e nazionali.

kurdistan1La sempre maggior rilevanza assunta da una tale questione ci ha condotto a riscoprire la conferenza seminale dello storico francese Ernest Renan il quale, nel 1882, aveva ben compreso come le nazioni fossero sempre il risultato di una complessa costruzione storica, politica e popolare.  Spesso le nazioni sono tenute insieme da una medesima appartenenza religiosa, da una medesima lingua e da una medesima storia, ma talvolta questo non basta.  Ancora più importante è ciò che avviene nella vita quotidiana, perché i membri di una nazione risultano tali solo se sono uniti dalla volontà di vivere insieme.  La nazione è “un plebiscito di tutti i giorni”: senza un tale plebiscito le nazioni possono disgregarsi e morire.  E, al contrario, le nazioni possono nascere.  E possono esistere anche nazioni i cui membri si riconoscono tali anche se non sono omologati da una lingua o da una religione comune.  In questo senso, il caso dei curdi è esemplare.                        I curdi parlano lingue differenti, anche se appartenengono tutte al ceppo iranico delle lingue indoeuropee.  Le molte varietà dialettali si sono oggi unificate attorno alle due lingue scritte del Kurmanji (soprattutto in Turchia) e del Sorani (Iraq).  Ma milioni di curdi parlano altre lingue ancora, che non definiremmo “curde” in senso stretto: sono le lingue Zaza-Gorani, che appartengono a un ramo differente delle lingue iraniche.  Chi si occupa dell’etnogenesi del popolo curdo sostiene che questo è un indizio di ondate di migrazioni successive dalle quali, per fusione, è nata successivamente l’attuale etnia curda.                 Ancora più notevole è la varietà religiosa dei curdi, mantenuta attraverso i secoli, che è sfociata in una visione laica della convivenza, approdo prezioso e singolare in una regione oggi travolta dal fondamentalismo.                                                                                    La maggioranza dei curdi kurdssi divide fra sunniti e sciiti, come è abituale in tutto il resto dell’area.  Decisiva al proposito è stata la funzione dell’antico confine che separava l’Impero turco degli ottomani, una dinastia sunnita, dall’Impero persiano dei safavidi, una dinastia sciita: così nell’antico territorio dell’Impero ottomano (Turchia, Siria, Iraq), i curdi sono in maggioranza sunniti e in Iran sono in maggioranza sciiti.  Ma anche in Turchia vi sono molti curdi aleviti: una variante sciita che, nonostante le frequenti persecuzioni ottomane, si è diffusa anche fra i turchi stessi, interagendo in vario modo con le usanze curde e turche pre-islamiche e con quelle delle confraternite islamiche dei sufi e dei dervisci, anch’esse protagoniste delle vicende religiose dell’Anatolia e dei Balcani moderni.  Dopo la prima guerra mondiale, molti aleviti sono diventati convinti seguaci di Atatürk, in vivace polemica con la tradizionale ortodossia sunnita.                                                                                                                              Vi sono stati e vi sono curdi cristiani, anche se minoritari: anzi, nel mondo curdo vi sono state e vi sono talune conversioni al cristianesimo, fatto non frequente nell’area.  Ed è probabile che molti dei cristiani di confessione “assira”, parimenti bersaglio delle atrocità dell’IS, siano di orgine curda e siano stati poi arabizzati nel corso dei secoli.  Vi sono curdi ebrei, oggi riparati tutti quanti in Israele, ma che continuano a considerarsi curdi.  Vi sono curdi zooroastriani, persino convertitisi in età recente.

Fra le religioni dei curdi vi sono da annoverare anche lo yazidismo e lo yarsanesimo (Ahl-e-YazidiHaqq), culti sincretici che portano l’impronta delle antiche religioni dell’Asia Minore e che poi si sono trasformati in un lungo processo di convergenza con le religioni monoteistiche.  La diversità religiosa dei luoghi è ancora maggiore se consideriamo anche gli Shabak, un gruppo etnico di lingua zaza-gorani la cui religione mescola elementi sufi, yazidi e cristiani, e i Mandei, un gruppo etnico di lingua neo-aramaica che traggono direttamente la loro religione da una fede del mondo antico.  Anche questi gruppi sono stati gravemente minacciati negli ultimi anni, e ora rischiano la scomparsa nelle loro terre d’origine (come nel caso degli yazidi, l’emigrazione in Europa e in America è la loro ultima risorsa).                                                                                 Così l’attuale guerra civile dell’islam, che è nel contempo guerra dell’IS contro tutte le fedi del pianeta, minaccia di estinzione, nella maniera più cruenta, uno straordinario mosaico di diversità religiose che connette il mondo antico e il mondo moderno, l’Anatolia, il Caucaso, l’Iran e il Medio Oriente, e che è patrimonio non solo dei curdi, ma dell’umanità tutta.  Questo mosaico è sopravvissuto alle invasioni di Gengis Khan e di Tamerlano, alle spinte Continua a leggere

La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

Anjem-Choudary1

Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

Continua a leggere

Brasile, Turchia: la ricerca di una migliore qualità di vita

Recep Erdogan, il primo ministro turco, ha proposto lui stesso un paragone tra gli eventi della Turchia e quelli del Brasile.  Ma la sua interpretazione è stata tendenziosa, anzi irresponsabile: si è servito del paragone per alimentare una fantasiosa teoria della cospirazione, secondo la quale sia la Turchia che il Brasile sarebbero colpiti da chi invidia il loro successo economico presente. Lasciando da parte Erdogan, però, è indubbio che fra la Turchia e il Brasile di questi giorni ci siano manifeste convergenze, che risaltano ancor di più data la completa diversità sul piano storico, politico, culturale, religioso delle società in questione.  Forse quella più evidente è nella modalità stessa dei sollevamenti.  I movimenti sono stati auto-organizzati, e il loro successo è dovuto a un effetto valanga: sono partiti da una questione locale, con obiettivi limitati, e poi sono dilagati al di là di ogni aspettativa, compresa quella dei loro stessi iniziatori.  Almeno fino ad oggi, non hanno una vera e propria leadership o comunque le loro leadership sono molto allentate e decentrate.  Continuano a essere “rivoluzioni dei senza nome”, come in questi stessi giorni veniva ricordata la sollevazione della Germania orientale nel 1953.

sao pauloAncora più significative, però, sono le convergenze sui contenuti della protesta.  In entrambi i casi la scintilla è venuta da questioni concrete della vita quotidiana dei cittadini, che toccano però il tema centrale dello sviluppo urbano e della necessità di adottare visioni e strategie molto differenti da quelli oggi praticate.  Se a Istanbul si trattava della difesa di un parco che ha una funzione importante nella vita della città, a San Paolo la ribellione si è originata per la questione del trasporto pubblico.  Lo stato è considerato colpevole di richiedere di più (il famoso aumento dei 20 centavos) e di offrire di meno.      In Brasile come in molte altre parti del mondo lo sviluppo degli investimenti nell’ambito del trasporto pubblico non tiene il passo con le  esigenze della mobilità dei cittadini delle grandi aree urbane.  Per di più l’aumento del traffico automobilistico incrementa ulteriormente le difficoltà di circolazione del trasporto di superficie, con effetti disastrosi sui tempi di percorrenza.  Il cocktail è micidiale: alle maggiori esigenze dei cittadini si risponde con una qualità del servizio sempre decrescente.  E a questo si aggiunge il severo inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni dei gas di scarico di auto e autobus, con gravi conseguenze per la salute dei cittadini.  Questo, fra l’altro, è oggi diventato un problema enorme per la stessa Cina. E anche la Cina, con tutta la sua attuale ricchezza e i suoi giganteschi piani di sviluppo delle ferrovie metropolitane in tutte le aree urbane, corre il concreto rischio che il processo gli sfugga di mano. Il Brasile, tanto per fare paragoni, è oggi ancora meno attrezzato della Cina.  San Paolo è famosa in tutto il mondo per i suoi terribili ingorghi stradali, e l’estensione della rete metropolitana oggi in atto non riesce a tenere sotto controllo il traffico privato.

traffico san paoloUna seconda affinità fra Turchia e Brasile è che in questo momento i cittadini, e soprattutto i giovani, non riescono a dare uno sbocco propriamente politico alla loro opposizione alle scelte governative. In entrambi i casi, per motivi molto diversi, i sistemi politici sono irrigiditi.  In Turchia il principale partito di opposizione, il CHP di orientamento laicista fondato dallo stesso Atatürk, è troppo diviso al suo interno su questioni fondamentali per risultare al momento un’alternativa credibile.  Basti pensare alla questione curda: nel CHP convivono sia curdi impegnati nel loro movimento di emancipazione, sia ultranazionalisti che vorrebbero negare ad essi ogni autonomia.  Quanto al Brasile il panorama dei partiti è molto frammentato: l’attuale presidente Dilma Rousseff si appoggia su una coalizione di 10 partiti.  Così anche nelle forze al potere trovano spazio molte espressioni dei potentati locali tradizionali.  Il fatto che oggi il governo brasiliano conti 39 ministeri la dice lunga sul gioco di equilibrio che anche l’attuale presidente deve far fronte rispetto alle esigenze fondamentalmente conservatrici dei suoi “grandi elettori”.                                                                                                                     Ma la maggiore attualità dei movimenti di protesta in Turchia come in Brasile sta nella loro critica implicita al modello di sviluppo economico in atto nelle nazioni ascendenti del mondo (e vale certamente per la stessa Cina).  Fino ad oggi i successi di questo modello hanno consentendo l’emergenza di classi medie, e di una società civile in senso proprio, in paesi che tradizionalmente ne erano carenti.  Ma oggi queste stesse classi si vedono negate quell’ampliamento dei diritti civili e quelle richieste di maggiore democrazia partecipativa per cui si sentono politicamente e culturalmente mature.  Peggio ancora, dinanzi ai possibili rallentamenti dello sviluppo economico queste classi si sentono  Continua a leggere

Taksim, Istanbul: una piazza fra molti mondi

La rivolta urbana di Piazza Taksim a Istanbul si presta a molte letture, e ognuna di queste può apportare un contributo alla comprensione.  I fatti che hanno luogo in questi giorni in Turchia sono comunque una conferma del ruolo mediano di questo paese negli scenari globali.  Perché quanto avviene a Taksim è ad un tempo molto europeo e molto nordafricano/mediorientale. Da un lato esprime la rabbia di un movimento dei cittadini, che aspirerebbero a essere consultati sui grandi progetti di trasformazione urbana riguardanti la propria città, oggi imposti dall’alto.  Da un altro, questa “primavera turca” ha certamente alcuni tratti in comune con i sommovimenti del mondo arabo di questi anni e, soprattutto da parte dei giovani e delle donne, è una condanna delle contraddizioni della via “islamica moderata” adottata dal partito AKP oggi al potere.

taksim

Istanbul è una città che negli ultimi decenni si è dilatata fuori misura, ospitando nei suoi sobborghi le continue ondate di immigrazione dall’intera Anatolia.  Nello stesso tempo è stata fatta oggetto di notevoli speculazioni e cementificazioni che rischiano di stravolgere il panorama umano tradizionale, fatto ancora di vita di quartiere e di relazioni dirette.  L’idea di costruire un ulteriore centro commerciale a Gezi Park, uno dei pochi “polmoni verdi” al centro della città, è percepita come infelice sia dal punto di vista pratico sia dal punto di vista simbolico.  E intanto procede il processo di gentrification, per cui il tessuto ancora popolare dei quartieri storici viene infranto per far posto a costruzioni di maggior rendita economica, sia a scopo commerciale che abitativo, ma di dubbio valore urbanistico e architettonico.  Il timore dei cittadini che la città perda la sua tradizionale porosità, tipica della città mediterranea, per intraprendere una presunta mondializzazione falsa e forzata è più che giustificato.  Senza contare che oggi Istanbul affoga nel traffico e che i nuovi progetti viari e autostradali (come il terzo ponte sul Bosforo) rischiano di aggravare, piuttosto che di alleggerire la situazione.                                                              Ma naturalmente questa è una lettura parziale del malcontento contro il primo ministro Recep Erdogan.  A lui e al suo partito viene anche imputata un’islamizzazione strisciante che tocca la vita quotidiana dei cittadini.  Sono state approvate leggi che limitano il

raki

consumo di bevande alcoliche nelle ore notturne.  E soprattutto non verranno date licenze alcoliche ai nuovi locali situati in prossimità di moschee o di edifici pubblici: il che limita fortemente le possibilità di queste licenze, data la fitta rete di moschee e di edifici pubblici nell’urbanizzatissima Istanbul.  Non è marginale che i giovani di piazza Taksim tengano in mano le bottiglie di birra come segno di identità.  Come non è marginale che sia in atto un conflitto simbolico a proposito la definizione della bevanda nazionale turca: il raki, la bevanda alcolica a base d’anice amata dai laici, o l’ayran, la mescolanza analcolica di yogurt e acqua privilegiata dagli islamisti?  Altrettanto fastidioso viene percepito il moralismo sessuale del regime: ad Ankara è stata inscenata una manifestazione di “baci di massa” in una stazione della metropolitana, che la polizia ha puntualmente combattuto appunto con la motivazione che andava contro il codice di comportamento normativo per i luoghi pubblici.  In questo senso la società turca dei nostri giorni ha certo evidenti aspetti in comune con le società degli altri paesi islamici mediterranei dopo le “primavere arabe”: una società profondamente divisa – nei costumi prima ancora che nelle ideologie – fra laici e islamisti, anche se in questo caso la frangia islamista estrema (quella che nell’Africa settentrionale è espressa dai salafiti) è molto marginale.                                                                                                                                 Nelle vicende turche dei nostri giorni esiste però anche una componente particolare, non direttamente comparabile né con l’Europa né con il mondo islamico.  E’ la rivolta di una società stanca di autoritarismo, di quella “democrazia dimezzata” che ha accompagnato tutta la storia dello stato nazionale turco dalla sua fondazione ad oggi.  E’ noto come la Continua a leggere