9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

Anjem-Choudary1

Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

Continua a leggere