Europa 2015: il tempo delle grandi coalizioni. E del partito europeo?

L’abituale alternanza fra coalizioni di centro-sinistra e coalizioni di centro-destra che regolava la politica scandinava da decenni è stata messa in discussione, in tutti i paesi, da quelli che con una definizione generale vengono definiti partiti populisti di ‘estrema destra’.  Come in altre aree d’Europa, le questioni calde che hanno fatto crescere i loro consensi sono quelle dell’immigrazione e della sempre maggiore presenza di cittadini di religione islamica.  La variante scandinava, in particolare, si impernia sul timore di una possibile regressione rispetto a condizioni economiche e sociali che permangono comunque privilegiate in Europa e dell’eventuale rivolgimento della situazione demografica, a favore dei nuovi arrivati.  In questo quadro, le elezioni svedesi del settembre 2014 hanno visto il successo relativo di un partito di questo genere, i “democratici svedesi” (SD), che hanno ottenuto il 12,9% dei voti e hanno minacciato di far saltare il panorama politico tradizionale della nazione.  Sulla scia di questo successo elettorale, hanno rivelato una visione del mondo particolarmente gretta, sostenendo che gli ebrei svedesi non possono essere cittadini a pieno titolo, se non accettano di assimilarsi e di rinunciare in sostanza alle loro tradizioni religiose e culturali.  Affermazioni di tenore simile sono state rivolte nei confronti dei curdi immigrati, nonché degli antichi popoli nomadi della Svezia settentrionale: i vari gruppi di sami (“lapponi”) e di finni – i cosiddetti tornedaliani – che solo di recente hanno iniziato a vedere riconosciuti loro taluni diritti culturali e politici, dopo secoli di una pesante politica di assimilazione forzata condotta dal governo centrale.

WEB_INRIKESI partiti politici tradizionali non si sono limitati a dichiarazioni di condanna nei confronti di talune affermazioni degli SD. Più concretamente, si sono accordati per limitare i loro spazi di azione politica.  L’attuale governo, risultante dal voto del 2014 (una coalizione di centro-sinistra: socialdemocratici e verdi), rimane in carica anche se è un governo di minoranza, fatto non infrequente nelle democrazie scandinave.  Ma con l’opposizione di centro-destra ha concordato una serie di regole comuni, soprattutto per quanto riguarda la composizione e l’approvazione del bilancio statale, per consentire una sorta di cogestione del potere fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2018.  E anche per la legislatura successiva, fino al 2022, si dovrebbe riproporre il medesimo scenario: qualunque coalizione vinca e governa, probabilmente ancora in minoranza, adotterà le stesse regole comuni di garanzia a cui è soggetto il governo attuale.  Il messaggio è chiaro: i voti dei SD sono congelati.  Per quanto fra centro-sinistra e centro-destra vi siano evidenti differenze nelle visioni e nelle proposte, esse appaiono minori di quanto hanno in comune: l’opinione condivisa è che la società svedese é e debba restare aperta, che l’immigrazione debba essere monitorata e regolata, ma non combattuta e ostacolata in linea di principio.                                                       Per strade diverse, l’attuale quadro politico della Germania converge per aspetti importanti con quello svedese.  Anche in questo caso sono in atto trasformazioni provocate dalla presenza di un nuovo partito politico:  l’AfD, Alternative für Deutschland.  Alle origini l’AfD non si è presentato con le sembianze di un partito populista “caldo”, bensì con quelle “fredde” di un partito mosso da motivazioni e da calcoli economici, o addirittura economicisti: da un euroscetticismo venato di egoismo nazionale e accompagnato da slogan un po’ antipatici (del tipo: “non siamo lo stato sociale del mondo”), imperniato sull’idea che la Germania non dovrebbe andare in soccorso delle economie più deboli dell’Unione Europea, e dovrebbe anzi propugnare un uscita di queste dall’euro.

Germany 2013Nelle elezioni del settembre del 2013 il successo dell’AfD non è stato esaltante.  Ha ottenuto il 4,7% dei voti e così non ha mandato i suoi rappresentanti al parlamento federale (Bundestag): ricordiamo infatti che la legge elettorale tedesca prevede una soglia di sbarramento al 5%.  Migliori sono stati i suoi esiti nelle tornate elettorali del 2014: 7% alle elezioni del parlamento europeo, percentuali ancora più elevate nelle elezioni regionali in tre Länder della Germania orientale (con la punta del 12,2% nel Brandeburgo).  Le elezioni federali del 2017 sono ancora lontane, ma un ingresso dell’AfD al parlamento nazionale ora non appare impossibile.                                                                                                           Gli effetti di questi risultati elettorali sono minimizzati dal fatto che i rappresentanti degli altri partiti (e in particolare della CDU-CSU) continuano a negare ogni collaborazione a un partito che comunque sentono collocato alla loro destra.  Tuttavia, nelle elezioni parlamentari del 2013, la presenza dell’AfD ha contribuito a un evento rilevante: la scomparsa del parlamento della Germania federale, per la prima volta nella storia del dopoguerra, del partito liberale (FDP).  Anch’esso, col 4,8% dei voti, si è trovato sotto la soglia di sbarramento ed è sprofondato in una profonda crisi identitaria, da cui non sappiamo se e quando possa risollevarsi.  Naturalmente i voti all’AfD sono arrivati da tutti i partiti, non solo dalla FDP: però i voti che questi ultimi hanno perso nei confronti dei nuovi concorrenti sono risultati decisivi per la loro scomparsa dal parlamento.  Il risultato è che la CDU-CSU ha visto scomparire il suo partner di governo preferito e tradizionale.  Così la grande coalizione con i socialdemocratici (SPD), che in passato poteva risultare una scelta tattica e a breve termine, per il futuro può diventare una scelta obbligata, almeno finché restino ancora notevoli fra la CDU-CSU e il partito dei verdi (Grüne).                                     MERKELAll’inizio del 2015 il quadro politico tedesco è stato ulteriormente sollecitato dal movimento di piazza della PEGIDA, acronimo che tradotto significa “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente”.  Grandi folle, il movimento non le ha coinvolte: spesso i cortei anti-Pegida hanno ospitato più persone che quelli della Pegida stessa.  Esso presenta però talune caratteristiche indicative della condizione politica tedesca, ed europea, dei nostri giorni.  In primo luogo è sorto a Dresda, cioè nell’antica Germania orientale, indizio di un maggiore nazionalismo di fondo dell’area, derivante in buona parte proprio dall’antico regime della DDR che oggi, a mente fredda, possiamo definire nazional-comunista.  In secondo luogo, la sua origine mostra come la paura dell’immigrazione esterna all’Unione Europea sia più forte proprio laddove i cittadini hanno meno a che fare con un fenomeno del genere (a Dresda di islamici ce ne sono molto pochi) e sia meno forte nei luoghi ove i cittadini sono abituati alla sua presenza ormai multidecennale nel paesaggio quotidiano: così, in Svizzera, i cantoni più ostili all’immigrazione straniera sono i piccoli cantoni della Svizzera centrale, poco variegati etnicamente, mentre i cantoni più favorevoli sono le città stato di Zurigo e di Ginevra.  In terzo luogo, il movimento si è subito frammentato in due filoni che possiamo definire ‘nazional-conservatore’ e ‘pseudo-nazista’.  Mentre il secondo filone si è sperso nella tradizionale accozzaglia di affermazioni tipiche dell’estrema destra (gli immigrati quali “bestie” o la teoria della congiura secondo quali Stati Uniti e IS sarebbero d’accordo), il primo vorrebbe coagulare una formazione decisamente alla destra della CDU-CSU: come suoi pilastri, abbiamo lo slogan populista “più democrazia diretta”, una visione identitaria della nazione tedesca monoculturale e non multiculturale, un irrigidimento delle regole dell’immigrazione senza però sfociare in un’ideologia apertamente razziste (l’islamocritica si opporrebbe così all’islamofobia).

PegidaMolti vedono l’AfD e la PEGIDA come naturali alleati per un partito decisamente di destra e concorrente alla CDU-CSU, ricoprendo un’area che nella politica tedesca del dopoguerra non è mai entrata nel parlamento nazionale e molto raramente anche in quelli regionali.  Le opinioni nella AfD restano discordi: vanno da chi sottolinea una reale affinità a chi preferisce distanziarsi da ogni minima affermazione di ordine etnicista. Certo è, però, che i manifestanti della PEGIDA sembrano non aver dubbi: almeno nel campione qui rappresentato, l’89% di loro voterebbe senz’altro per il partito “anti-euro”.  Così la Germania sembra anch’essa sul punto di assistere a quella convergenza, in una stessa forza politica, di affermazioni economiche anti-euro e di affermazioni identitarie anti-immigrazione che già da tempo caratterizza lo scenario francese (Marine Le Pen) e quello italiano (la Lega di Matteo Salvini e anche il M5S, almeno nella persona di Beppe Grillo).  Un successo di tipo francese appare attualmente improbabile.  Però è possibile che anche un successo limitato di quest’area abbia l’esito di consolidare grande coalizione al governo, trasformandola da tattica a strategica, e più in generale di stimolare le forze politiche tedesche filoeuropeiste e fautrici di una società aperta a maggiore coraggio e a maggiore creatività.  Sapranno essere all’altezza di questa sfida?                                                                                                Se le scadenze elettorali in Svezia e in Germania non sono imminenti, lo sono invece in Gran Bretagna.  E qui gli scossoni al sistema politico tradizionale potrebbero risultare di portata ancora maggiore.  A parte le grandi coalizioni imposte dalla crisi del 1929 e dalla seconda guerra mondiale, il sistema politico inglese si è sempre basato su alternanze prolungate: fra conservatori e liberali prima; fra conservatori e laburisti in seguito.  Le eccezioni più rilevanti hanno avuto luogo nel 1974 (con un governo laburista di minoranza, peraltro ritornato in maggioranza dopo nuove elezioni nel novembre dello stesso anno) e, appunto, nel 2010: i conservatori non hanno raggiunto la maggioranza e hanno dovuto ricorrere a una coalizione con i liberaldemocratici.  Ma ora, nel 2015, è sempre più chiaro che anche le prossime elezioni non daranno una maggioranza, e che si dovrà negoziare una nuova coalizione, forse in condizioni di incertezza ancora maggiori.                              Il fatto è che il sistema elettorale inglese, uninominale a turno unico, poteva dare maggioranze nette quando gli attori principali ierano due partiti e mezzo (con i liberaldemocratici in genere fuori gioco, salvo che nel 2010).  Ma con cinque partiti e mezzo quali attori principali non è detto che funzioni altrettanto bene.  Accanto ai Continua a leggere

Tra governabilità e rappresentanza: gli spazi delle minoranze

Bethnal Green and Bow è un collegio elettorale della parte orientale di Londra, che comprende buona parte del borough di Tower Hamlets: sono luoghi ben noti a chiunque si occupi di questioni urbane per la loro ricchissima stratificazione multietnica, per gli interessanti processi di risanamento sociale ed ecologico oggi in atto e anche la presenza di ottime curry houses.   Circa metà della popolazione è di origine asiatica o nera (in particolare del Bangladesh e della Somalia) e coloro che sono ritenuti di confessione islamica superano, anche se di poco, coloro che sono ritenuti di religione cristiana.  Kidderminster è invece una città inglese della regione di Birmingham, meno visitata e mediatizzata dall’East London, e nota soprattutto per la produzione tradizionale di tappeti.  Ma un’analogia elettorale lega le due località: negli ultimi anni entrambi i collegi hanno visto l’elezione al Parlamento inglese di rappresentanti di piccoli movimenti, praticamente degli indipendenti, che hanno sconfitto sul terreno i rappresentanti dei grandi partiti nazionali.  A Kidderminster è successo due volte, nel 2001 e nel 2005, per opera di Richard Taylor, un medico che si è battuto per la difesa dell’ospedale locale, su cui gravava la minaccia di essere privato di servizi essenziali; a Bethnal Green/Bow, nel 2005, il vincitore è stato invece George Galloway, il contestato esponente pacifista e filopalestinese del movimento di estrema sinistra RESPECT, acronimo che sta per: respect, equality, socialism, peace, environmentalism, community, trade unionism.

DTGFP_Whitechapel4.jpg  Whitechapel High Street East LondonNelle elezioni del 2010 i due collegi sono rientrati nei binari della politica tradizionale: a Kidderminster hanno prevalso i conservatori, a Bethnal Green/Bow i laburisti.  Però a George Galloway è riuscito un altro colpo vincente in un turno di elezioni supplettive del 2012, nel collegio di Bradford West, e con un risultato a valanga (55,9% dei voti contro il 25% del candidato laburista).  Inoltre, ancora nel 2010, è stata eletta per la prima volta una rappresentante dei “verdi” inglesi (Green party): Caroline Lucas nel collegio elettorale di Brighton Pavillon.  Il sistema elettorale inglese con collegi elettorali a turno unico non particolarmente equo: può succedere che uno dei due partiti maggiori vinca le elezioni anche prendendo meno voti complessivi dell’altro a livello nazionale.  Per di più,  la rappresentanza del terzo partito nazionale, quello liberal democratico, è sistematicamente sottostimata: nelle elezioni del 2010 il 23% dei voti nazionali gli è valso solo 8,8% dei seggi.  Però il sistema inglese è aperto alle eccezioni, sia pur rare: la legge elettorale non vieta a chi gioca politicamente bene, individuando condizioni per lui favorevoli, di approdare a Westminster anche in condizioni di assoluta minoranza.  Senza contare, naturalmente, i vari esponenti nazionalisti o regionalisti di Galles, Scozia e Irlanda del Nord.                                       Anche la legge elettorale tedesca, assai diversa da quella britannica, possiede uno spiraglio aperto all’eccezione.  La legge elettorale tedesca è notoriamente riassunta come “proporzionale con soglia di sbarramento al 5%”.  Ma questa dizione rischia di tralasciare un aspetto importante:  il numero dei deputati è certo computato in maniera proporzionale, ma metà di loro è eletto in collegi uninominali a turno unico.  E a chi vince in un collegio uninominale, anche se appartenesse a un piccolo partito che non raggiunga la soglia nazionale del 5% del riparto dei voti, e anche se fosse un candidato indipendente, spetta in ogni caso il seggio parlamentare.

Hellersdorf

Candidati realmente indipendenti non sono mai stati eletti, anche se molti ci hanno provato.  Però nel 2002, la PDS, cioè il partito erede dell’antico partito egemone della DDR (la SED), attraversò una profonda crisi e scese sotto la soglia del 5% a livello nazionale.  La crisi fu poi superata a partire dal 2005, quando iniziò a delinearsi la prospettiva pantedesca della Linke.  Ma nel 2002 due candidate della PDS vinsero in due collegi elettorali di Berlino: Berlin Lichtenberg e Berlin Marzahn-Hellersdorf, due sobborghi periferici dell’antica Berlino Est, in cui i post-comunisti avevano mantenuto il loro prestigio quali difensori di un’identità tedesco orientale (Ossis).  Di più: avesse la PDS vinto anche in un terzo collegio – e ci andò abbastanza vicino – avrebbe partecipato al riporto di tutti i seggi su scala nazionale, anche col solo 4% dei voti.  Perché la legge elettorale tedesca dice che al riporto proporzionale dei voti su scala nazionale prendono parte anche i partiti che acquisiscono tre “mandati diretti”, indipendentemente dal fatto che abbiano mancato la soglia del 5%.  E’ una mossa importante per lasciare una porta socchiusa a minoranze piccole, ma influenti.                                                                      Nel modello elettorale francese, uninominale a doppio turno, lo spazio per i partiti minori e anche per gli indipendenti è notevole quando siano in grado di “agganciarsi” a una delle maggiori coalizioni che si contendono il primato; molto di meno quando non lo vogliono o non lo possono.  Gli accordi di coalizione sono articolati e diversificati.  In genere un partito minore o un indipendente di una coalizione compete con concrete possibilità di vittoria in Continua a leggere

La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

Anjem-Choudary1

Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

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Wembley, 1963: quando Milano era capitale

A Wembley non solo i tedeschi festeggiano in questi giorni un anniversario importante.  Anche noi italiani dobbiamo celebrare una ricorrenza altrettanto significativa.  Il 22 maggio 1963, infatti, proprio a Wembley il Milan sconfisse 2-1 il Benfica di Lisbona nella finale di Coppa dei Campioni, inaugurando una serie di vittorie che negli anni sessanta resero Milano l’indiscussa capitale del calcio europeo.  A questa Coppa dei campioni del Milan sarebbero seguite le due Coppe dei campioni consecutive dell’Inter (1963-64, 1964-65) e la seconda Coppa dei campioni del Milan (1968-69).  Aggiungiamo anche le tre Coppe intercontinentali (Inter, 1964 e 1965; Milan, 1969); le due Coppe delle coppe vinte dal Milan (1967-68, 1972-73); le due finali di Coppa dei campioni perse dall’Inter (1966-67,1971-72); la finale di Coppa delle coppe persa dal Milan (1973-74).            

RoccoAlla finale di Wembley, il Milan era arrivato con passo sicuro, con un notevolissimo saldo reti (31 gol fatti, 5 subiti) e due sconfitte su misura in trasferta senza mettere a rischio qualificazioni già abbondantemente conquistate.  Gli avversari, a dire il vero, non erano stati eclatanti: i dilettanti lussemburghesi dell’Union Luxembourg, i turchi del Galatasaray che allora non era affatto la squadra prestigiosa dei tempi recenti, e due squadre britanniche di buono ma non eccelso livello: gli inglesi dell’Ipswich Town e gli scozzesi del Dundee FC.  Il cammino del Milan non bastava a renderlo il favorito della finale, che restava il Benfica.  Quelli erano gli anni del suo dominio europeo: il Benfica si era aggiudicato le due coppe precedenti in combattute finali con grandi rivali spagnoli.  Nel 1961 aveva sconfitto (3-2) il Barcellona di Luis Suarez, che nei turni eliminatori aveva a sua volta posto fine al predominio assoluto del Real Madrid di Puskas e di Di Stefano, vincitore consecutivamente dei primi cinque titoli europei (1956-60).   Nel 1962, rafforzato dall’astro nascente Eusebio, aveva sconfitto lo stesso Real Madrid in una partita dall’andamento drammatico: 5-3, con il Real tre volte in vantaggio grazie ad altrettante reti di Puskas.  Nel 1957-58, però, anche il Milan era andato molto vicino alla vittoria contro il grande Real: aveva dovuto cedere solo ai supplementari (3-2), dopo essere stato due volte in vantaggio.

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Il Milan che vinse a Wembley era un sapiente impasto di giovani e di giocatori più esperti.  I giovani erano Gianni Rivera e Giovanni Trapattoni, che avrebbero costituito per molti anni a venire i pilastri della squadra e si sarebbero aggiudicati anche la seconda coppa.  I giocatori più esperti, fra gli altri, erano l’ala Gino Pivatelli, il centromediano Cesare Maldini, il portiere Giorgio Ghezzi i quali, dopo parecchi anni di valide carriere nazionali, riuscirono a fregiarsi di un prestigioso titolo internazionale.  Aggiungiamo il raffinato regista, il brasiliano Dino Sani che era stato fra i vincitori del campionato mondiale del 1958.                                                             Nella stagione l’elemento di maggior spicco fu senz’altro il centravanti José Altafini, autore proprio a Wembley dei due gol con i quali il Milan capovolse il risultato, aperto nel primo tempo dal gol portoghese di Eusebio.  Soprattutto, Altafini fu il capocannoniere della Coppa con un totale di 14 gol: una cifra che ancor oggi non è stata superata ma soltanto eguagliata, da Ruud Van Nistelrooy del Manchester United nel 2002-03 e da Lionel Messi del Barcellona nel 2011-12 (notiamo che i gol di Altafini furono segnati in 9 partite, mentre a Messi e a Van Nistelrooy ce ne sono volute 11).                                                               Ma il protagonista assoluto della stagione d’oro del Milan negli anni sessanta è senz’altro l’allenatore Nereo Rocco, il popolare paron triestino il cui ricordo oggi è sconfinato nelle regioni del mito. Lasciamo alla lettura del bel libro di Gigi Garanzini, Nereo Rocco, e delle testimonianze qui raccolte il compito di spiegare la rilevanza non solo storica ma anche culturale dell’allenatore triestino: la sua grande sensibilità gli consentiva di ricercare e di realizzare un equilibrio fra le pressioni di un mondo del calcio già professionalizzato e mediatizzato e la valorizzazione delle relazioni umane e personali quale risorsa decisiva per un vincente spirito di squadra.  Qui ricordiamo soltanto come Nereo Rocco sia arrivato ai successi europei relativamente tardi, dopo aver già conseguito risultati di assoluto valore   Continua a leggere

La società aperta e creativa, contro le bombe di Boston

E’ davvero possibile che i due attentatori ceceni di Boston abbiano agito da soli.  Ma il loro attentato è conforme a una tendenza tipica dell’estremismo jihadista nell’età posteriore all’11 settembre 2001: mira a colpire non le istituzioni del potere, bensì la vita quotidiana dei cittadini, proprio come nel caso dei treni e degli autobus di Madrid e di Londra.  Il terrorismo ha certo prodotto un’incertezza di più nella società occidentale.  Ma in questi dieci anni essa è stata più marginale di quanto si potesse pensare.  La voglia di vivere insieme ha superato la paura.  Negli anni dopo il 2001 le feste di strada a New York si sono moltiplicate.  E le maratone cittadine, nonostante tutti i problemi di sicurezza, vanno avanti.  A Londra, nei giorni successivi, si è corso regolarmente.

Boston-Marathon

Il valore simbolico dell’attacco alla maratona di Boston è stato rilevante.  Ha colpito insieme due aspetti irrinunciabili della vita quotidiana nella nostra terra patria: lo sport e la città. Questi sono elementi coesivi del nostro essere sociale, catalizzatori della comunicazione fra gli individui e fra le collettività, veicoli decisivi della creatività umana. La portata dello sport quale linguaggio comune del nostro mondo globalizzato è a tutt’oggi sottovalutata.  Eppure è un’attività umana condivisa, in molti modi, da miliardi di persone in tutto il globo che si basa sulla libera accettazione di regole comuni, indipendenti da fatti di etnia, nazione o classe.  Certo, come nelle pratiche di doping, vi è un’aspirazione ricorrente a infrangere le regole.  Ma quando l’infrazione viene scoperta, nessuno si mette a sostenere che le regole siano ingiuste e da annullare.

maratona londra

Nella gamma delle specialità sportive, le maratone sono particolari, al pari delle corse ciclistiche.  Mentre la maggioranza delle competizioni ha luogo in sedi dedicate allo scopo e perciò ritualizzate (stadi, palazzetti, piscine), maratone e corse ciclistiche si disperdono nel territorio e moltiplicano gli spettatori.  Non a caso, anche gli organizzatori delle Olimpiadi di Londra nel 2012 hanno ben compreso questa funzione delle maratone e hanno per esse realizzato un percorso molto avvolgente all’interno della metropoli, che ha coinvolto entrambi i centri storici tradizionali della City e di Westminster.

A differenze della maratone olimpiche, le maratone cittadine come quella di Boston (e di tante altre grandi città del mondo) hanno però anche la caratteristica di intrecciare le competizioni degli atleti professionisti di livello mondiale e le sfide contro se stessi dei dilettanti di ogni età e di ogni professione, che si allenano intensamente per potere prendere parte a queste feste comuni dove, in definitiva, tutti vincono e nessuno perde.  Sta qui il nesso inscindibile fra le maratone e le identità delle stesse città moderne.

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150 anni di metropolitana londinese: e la città si dilata

La celebrazione delle origini della metropolitana londinese è un evento culturale di grande portata. 

ml_underground_LU150_typePoster e mappe dell’Underground, d’annata e recenti, sono un vero classico del design e della comunicazione pubblica, che la meritoria istituzione del London Transport Museum ci aiuta da parecchi anni a conoscere in tutte le loro sottigliezze.  Ma la riflessione sulla storia della metropolitana londinese è decisiva soprattutto per chi ha a cuore i destini della città presente e futura.  Ci fa toccare con mano quanto intimamente siano legati gli sviluppi della città e gli sviluppi della sua rete di trasporti pubblici.  Economia, politica, cultura e legami sociali sono impensabili senza la necessaria mobilità e accessibilità reciproca che queste reti garantiscono alle persone.

La storia di Londra e della metropolitana londinese è, al proposito, non solo esemplare, ma anche assai particolare.  Negli ultimi decenni dell’ottocento e nella prima metà del Continua a leggere