Cambiare l’Italicum. Ciò di cui la Camera dovrebbe discutere.

I molti motivi per cui l’attuale proposta della legge elettorale in fase di approvazione possa risultare dannosa per l’Italia sono già stati discussi nei miei interventi precedenti.  E i motivi per cui la recente riformulazione della proposta di legge elettorale mantenga e forse intensifichi questi problemi, rispetto alla proposta di un anno fa, sono stati oggetto del mio ultimo intervento.  Tuttavia, è ancora opportuno sintetizzare alcune questioni da porre ai sostenitori dell’odierna formulazione, prima che essi la facciano licenziare senza gli auspicabili cambiamenti. 1) L’Italicum, troppo sbilanciato verso la governabilità a scapito della rappresentanza, non ha nessun analogo nei sistemi delle democrazie europee e occidentali, nemmeno quando queste abbiano introdotto correttivi più o meno spinti a favore della governabilità.  In particolare, sono anomali sia il premio di maggioranza, che in casi particolari diverrebbe smodato e immotivato, sia la messa fuori gioco di ogni possibile coalizione.  A tal proposito, non credo sia opportuno fare riferimento alla creatività italiana, quando si tratta piuttosto del predominio di obiettivi locali e a corto termine, a tutto scapito di una visione ampia, sia sul piano spaziale che temporale.  2) Negando l’utilità e la possibilità stessa delle coalizioni, la legge incentiva la tendenza, già esasperata nel nostro paese, a concentrarsi solo sulla vittoria della propria parte e ad eclissare la necessità di operare per il bene comune.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, data l’estrema litigiosità che ha caratterizzato e che continua a caratterizzare il quadro politico italiano degli ultimi decenni?  3) Il privilegio eccessivo della governabilità rispetto alla rappresentanza può generare un forte scollamento tra il Parlamento e il paese reale, con gravi difficoltà per chiunque sia al governo e con una pressione eccessiva della piazza sulle istituzioni.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, nell’età dei facili populismi e delle politica basata su affermazioni ad effetto?  4) L’esaltazione del principio “chi vince decide”, enfatizzando il carattere agonistico delle relazioni fra le parti in gioco e riducendo la ricerca del consenso e delle mediazioni nelle fasi intermedie di una legislatura, può produrre bruschi rovesciamenti di fronte al momento delle elezioni e condurre i nuovi vincitori a esasperare le discontinuità politiche nei confronti del governo sconfitto.  E invece di una certa continuità nelle scelte di fondo (ad esempio nell’attuazione di grandi e piccoli progetti infrastrutturali, nel sostegno alla formazione e alla ricerca, nella politica ecologica ed energetica, nelle relazioni con l’Europa, nella collocazione internazionale) oggi la democrazia italiana e le democrazie europee ne hanno senz’altro bisogno, come insegna il caso svedese.  I precedenti dei bruschi rovesciamenti di fronte spesso avvenuti di recente nei paesi dell’Europa centro-orientale non sono certo confortanti al proposito.  5) A sintesi di tutto ciò, ha luogo un implicito spostamento dalla centralità del parlamento alla centralità dell’esecutivo, senza che peraltro siano stati pensati e messi in atto gli indispensabili correttivi.              elezioni_in_italia_1946-1992Non è facile comprendere perché i sostenitori dell’attuale formulazione della legge elettorale siano inconsapevoli di questi problemi, o per lo meno sembrino di esserlo.  Ma forse sono intrappolati nella loro stessa retorica.  Dato che a loro parere la ragion d’essere principale dell’attuale governo è una rapida messa in atto delle riforme, ogni variazione alla lettera stessa delle riforme proposte – anche se si tratta di variazioni avanzate con intenti esplicitamente migliorativi -  viene percepita come un attacco al percorso delle riforme in toto e, insieme, al governo e alla sua leadership.  La discussione alla Camera dell’attuale proposta di legge elettorale dovrebbe aiutare a dissipare questa trappola retorica.  Licenziare una legge che non trova corrispondenze nel mondo democratico occidentale, di dubbia validità costituzionale, di opportunità politica altrettanto dubbia, dalle incontrollabili conseguenze future, costituirebbe una falsa partenza nel percorso delle riforme.  Proprio chi più ha a cuore riforme adeguate per un risanamento del nostro paese dovrebbe augurarsi che l’attuale formulazione della legge venga cambiata.                                                  Dobbiamo chiederci quale sia lo spazio di manovra disponibile entro l’iter frettoloso del momento, in cui la volontà dell’esecutivo prevale senz’altro sulla libera discussione nell’ambito del corpo legislativo.  A breve termine, è difficile ipotizzare una messa in discussione dell’impianto fondamentale della legge, e soprattutto del principio del premio di maggioranza su cui continua a essere imperniata, alla pari della legge del 2006.  E tuttavia si può far sì che l’applicazione di questo premio di maggioranza sia regolata in maniera meno meccanica ed esasperata.  In primo luogo, si può evitare che all’eventuale ballottaggio per l’accesso al premio di maggioranza, e quindi al governo stesso del paese, prendano parte forze politiche che al primo turno abbiano preso meno del 30% dei voti.  Nella legge può essere incorporato il principio che una parte politica acceda al ballottaggio solo se al primo turno abbia preso almeno il 30% dei voti: e notiamo che questa continua a essere una soglia bassa, perché i seggi che spetterebbero alla parte politica vincente sarebbero comunque circa il 75% in più di quelli che le spetterebbero su base strettamente proporzionale.  Il principio potrebbe così suonare: se due parti politiche superano al primo turno il 30% dei voti, entrambe accedono al ballottaggio; se una sola parte politica supera il 30% dei voti essa vince comunque al primo turno e prende il premio di maggioranza (per una sorta di “manifesta inferiorità” degli oppositori); se nessuna parte politica supera il 30% dei voti non si deve tentare di forzare la situazione, e il premio di maggioranza, che risulterebbe eccessivo, non può venire assegnato.  In tal caso, e solo in tal caso, non si può che procedere a una distribuzione proporzionale dei seggi con la soglia di sbarramento al 3%.                                                                             Evidentemente lo spirito dell’attuale legge considera quest’ultimo un caso rovinoso, da evitare in ogni modo.  Ma un’opportuna riformulazione della legge lo può rendere molto raro, praticamente impossibile.  Questa riformulazione deve rimettere in gioco le tanto biasimate coalizioni.  Si può stabilire che al ballottaggio accedano non le due liste, ma le due coalizioni che al primo turno superino il 30% dei voti.  La differenza fra le due formulazioni è importante.  Se una parte politica ambisce a governare, e per prima cosa ambisce a vincere le elezioni, deve saper “giocar bene”, deve saper intercettare almeno il 30% delle preferenze degli elettori, che in una società complessa come la nostra sono molto diversificate: per questo le coalizioni sono uno strumento flessibile che favorisce  la pluralità e la consonanza delle voci nello stesso tempo. Al contrario, i “duri e puri” del momento – populisti o dogmatici che siano – troveranno certo più difficoltà ad accedere al ballottaggio.  Una tale versione della legge richiederebbe alcuni interventi di riequilibrio: ad esempio le varie componenti della coalizione vincente (solo della coalizione vincente) devono avere una qualche rappresentanza in parlamento, anche senza raggiungere la soglia del 3%, per evitare di confinarle nello scomodo e poco equo ruolo di “portatori d’acqua” per il vincitore, senza alcuna ricompensa.  Inoltre, aumentando la probabilità che due parti in gioco possano superare la soglia dichiarata vincente del 40% dei voti, anche in questo caso si dovrebbe procedere al ballottaggio.                                                   palazzo marinoAncora più flessibilità, e ancora più spazio al gioco delle forze politiche, sarebbero offerti dalla possibilità di apparentamento non solo agli inizi della competizione elettorale, ma anche dopo il primo turno e prima del ballottaggio (proprio come avviene nell’elezione dei sindaci).  Ferma restando la necessità di accedere alla soglia del 30% per partecipare al ballottaggio, in questo caso potrebbe essere opportuno fissare la soglia della vittoria al primo turno non al 40% ma al 50% dei voti, per evitare che una parte minoritaria si associ strumentalmente a uno dei due partecipanti al ballottaggio decretandone anticipatamente la vittoria.  In ogni caso le mosse dei partiti hanno luogo sotto gli occhi dell’opinione pubblica, e quindi apparentamenti troppo disinvolti possono persino risultare controproducenti, facendo cambiare opinione a taluni elettori al momento del ballottaggio.  Per realizzare questa variante, uno scenario praticabile è il seguente.  Dopo il primo turno viene assegnato il 50 % dei seggi complessivi a tutte le liste in competizione che superano la soglia del 3%.  Dopo il ballottaggio viene assegnato l’altro 50% dei seggi: una frazione più o meno ampia di questi costituirà il premio di maggioranza della lista o delle liste coalizzate vincenti, mentre i seggi restanti completeranno il quadro proporzionale del primo turno.  Si potrebbe assegnare un piccolo premio anche alla coalizione che arriva seconda (perdendo il ballottaggio), ma forse questa è una complicazione eccessiva.                                                                               Evidentemente, in questo contesto, non regge l’obiezione che in tal modo lo spazio per mediazioni e trattative è eccessivo (a parte il fatto che in politica mediazioni e trattative sono un valore e non un disvalore).  Qui, infatti, non si tratta di rispettare alla lettera la volontà degli elettori che invece – in maniera del tutto legittima – è fortemente incanalata dagli obiettivi di governabilità che la legge persegue.  Al contrario, la possibilità di costruire coalizioni vivibili e coese è uno strumento per aumentare il consenso, per dare più senso al voto degli elettori, per fornire una maggiore legittimazione all’azione governativa della parte vincente.  Molto più pertinente è l’obiezione per cui un governo di coalizione rischia di dipendere dal voto favorevole di parti politiche piccole o addirittura di singoli deputati, come è accaduto al governo Prodi negli anni fra il 2006 e il 2008.  Una tale obiezione è molto seria.  E se la vogliamo prendere sul serio, come conseguenza della riforma della 1982legge elettorale, si dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento una procedura di sfiducia costruttiva, prendendo esempio dalla Germania.  Durante una legislatura, vi può essere un cambio di governo, e di maggioranza, solo se viena data la fiducia a un nuovo primo ministro, a un nuovo governo, a una nuova maggioranza, a un nuovo programma.  Ma un altro intervento, di portata ben più ampia, dovrebbe accompagnare l’attuale riforma elettorale.  Bisognerebbe essere molto severi e rifiutare di ammettere alle elezioni qualunque partito, movimento o lista che sostenga una qualche forma di discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini, di qualunque natura essa sia: etnica, religiosa, regionale, di genere, o di altra natura.  E se i candidati di un partito ammesso alle elezioni fanno affermazioni di questo genere, i controlli e le multe devono essere altrettanto severi (insieme all’esclusione del candidato).  Non possiamo assistere a spettacoli come quelli oggi offerti dal Fronte Nazionale francese, moderato nelle parole di Marine Le Pen, e pieno di rigurgiti anti-ebraici, anti-islamici, anti-immigrati nelle dichiarazioni della campagna elettorale di molti candidati.                                                                                                Con questi mutamenti, volti a un migliore equilibrio fra governabilità e rappresentanza, la questione delle preferenze viene sdrammatizzata, ma rimane aperta. L’attuale formulazione non è limpida: perché solo il partito vincente dovrebbe poter portare in parlamento una notevole proporzione di deputati scelti con il meccanismo delle preferenze?  Certo, la soluzione immediata sarebbe di far valere le preferenze per l’intera lista,  ricordando come nel periodo fra il 1947 e il 1992 in genere i capilista non hanno avuto grandi problemi per la loro elezione.  Ma non mancano soluzioni differenti, forse più attraenti, che qui discutiamo soprattutto per ribadire come l’innovazione istituzionale sia un’arte difficile che richiede tempo, impegno, ingegno.  Una di queste è l’elezione dei deputati in parte attraverso collegi uninominali e in parte attraverso liste plurinominali in ambito circoscrizionale, nell’ambito di una distribuzione proporzionale dei seggi.  Come è noto, è la soluzione adottata in Germania e in Nuova Zelanda, che danno agli elettori due possibilità di voto indipendenti: una al collegio e una alla lista.  Chi vince in un collegio uninominalie viene in ogni caso eletto, ma il numero dei candidati che alla fine sono eletti, per ogni lista, è calcolato solo sulla base della ripartizione proporzionale dei voti di lista: i deputati eletti  con il collegio uninominale sono compresi in questa ripartizione.  In Italia, naturalmente, si dovrebbero introdurre modifiche relative all’applicazione del premio di maggioranza.        La soluzione ha il vantaggio di scegliere una buona parte della Camera attraverso competizioni sul territorio a stretto contatto fra elettori e candidati, sul cui valore i partiti dovrebbero puntare e che possibilmente dovrebbero essere scelti attraverso le primarie (anche se le primarie non possono essere imposte per legge).  Fra l’altro, chi è orientato a scegliere un candidato per lui meritevole e che tuttavia non appartiene alla propria parte politica (quella che viene scelta nel voto di lista proporzionale) sa di non arrecare nessun danno a quest’ultima, vista che la sua scelta individuale al voto del collegio non diminuisce affatto il numero dei seggi della lista votata al proporzionale.  Lo svantaggio è che questo sistema, sia in Germania che in Nuova Zelanda, può portare a seggi aggiuntivi perché in qualche circoscrizione il numero degli eletti all’uninominale per un partito può essere superiore al numero degli eletti che gli spetterebbero su base proporzionale: ma forse, operando accortamente sulle proporzioni fra eletti attraverso il collegio ed eletti attraverso le liste e, nel contempo, sul numero e le dimensioni dei collegi e delle circoscrizioni, si può evitare una complicazione di questo genere. Per quanto riguardo gli eletti nelle liste circoscrizionali, sia in Germania che in Nuova Zelanda non si usano preferenze ma liste bloccate: nulla, però, vieta di introdurre anche in queste liste le preferenze.              Hamburg HafenUn’altra possibilità, in definitiva più semplice anche se esposta al rischio di essere considerata troppo avveniristica, è quella adottata nelle modalità di elezione del Parlamento di Amburgo, città stato (Land) della Germania federale.  L’elettore ha due voti a disposizione, uno per liste circoscrizionali e uno per liste cittadine.  Ma ciò che importa è che per ognuno dei suoi due voti l’elettore ha a disposizione 5 preferenze, che può distribuire a suo piacimento: darne 5 a un singolo candidato, darne 1 a 5 candidati, e anche con ogni altra distribuzione possibile (2-1-1-1, 2-2-1, 3-1-1, 3-2, e così via).  Il voto disgiunto è ammesso: una parte qualsivoglia delle preferenze può essere espressa anche per candidati di liste per cui non si è votato.  E, naturalmente, non c’è obbligo di utilizzare tutte le preferenze: l’elettore ne può usare 4 o 3, o anche nessuna.  E’ ben nota l’obiezione, che a suo tempo aveva portato alla riduzione e infine all’eliminazione delle preferenze dal nostro ordinamento elettorale: così operando, si favorirebbe la riconoscibilità del voto e si ripristinerebbe il malcostume del voto di scambio, purtroppo sempre in agguato nel nostro paese. Ma siamo davvero condannati alla ripetizione del sempre uguale?  Per quale motivo non potremmo prendere in considerazione una modalità di elezione che in una parte della Germania – anche le elezioni del comune di Monaco di Baviera avvengono con una modalità simile – sono pensate per avvicinare cittadini e candidati e per rivitalizzare la scadenza elettorale, rendendola qualcosa di diverso dalla riproposizione di uno stanco rituale?                            Ciò che può accadere fra pochi giorni alla Camera è imprevedibile.  Può crearsi una convergenza fra sostenitori e oppositori dell’attuale versione della legge, con il diffondersi della conspevolezza che talune migliorie e taluni interventi in tempo reale non solo non ostacolano il cammino delle riforme, ma anzi rafforzano il consenso ad esso, sul piano politico come sul piano popolare.   Nella più felice delle ipotesi, potrebbe anche aprirsi un franco dibattito sulla legge elettorale più opportuna per il nostro paese nell’attuale momento storico, liberandoci da quella coazione a ripetere che ha fatto riproporre – per l’elezione della Camera – una legge troppo simile a quella adottata nel 2006, a suo tempo ampiamente demonizzata.  E nella libertà del dibattito potremmo anche scoprire che il Mattarellum è a tutt’oggi una buona legge, anche se con taluni difetti riguardanti il turno unico dei collegi uninominali e il meccanismo di scorporo, che tende a favorire troppo chi perde le contese uninominali.  E forse potremmo anche scoprire – a memoria futura – le incontrovertibili doti di un Mattarellum a doppio turno, che faccia proprie le virtù del sistema francese con un’equa correzione proporzionale. Nella più felice delle ipotesi, dando alla Camera lo spazio e il tempo necessario per discussioni e riflessioni su un tema di tale importanza, emergerebbe una legge elettorale emendata e più valida. E si aprirebbe anche la strada per ulteriori migliorie e raffinamenti condivisi nello stesso cammino delle riforme: scaturiti ad esempio da discussioni e riflessioni su funzioni, composizione ed eventuale eleggibilità del Senato il quale, rispetto a una Camera eletta con il principio del premio di maggioranza, non potrebbe che rappresentare, per contrappeso, la varietà degli elettorati delle singole regioni (nessuno, fortunatamente, vuol ritornare al “bicameralismo perfetto” da cui abbiamo preso congedo).                                                                      Ma, purtroppo, vi è anche la peggiore delle ipotesi: una situazione di “muro contro muro”, che vedrebbe i sostenitori della legge elettorale rifiutare ogni esigenza di cambiamento, per paura di apparire deboli e cedevoli.  E questo scenario sarebbe una sconfitta per il paese.  Scheda rosaPerché una riforma di così rilevante interesse costituzionale, che dovrebbe avere il consenso di un’ampia parte del parlamento, rischia di essere approvata con un margine minimo di voti e di aprire, non già di chiudere, un percorso ulteriormente tormentato.  La costituzionalità del premio di maggioranza nella sua formulazione attuale è assai perché è troppo simile al premio di maggioranza giudicato incostituzionale dalla decisione della Consulta riguardo alla legge antecedente del 2006.  L’introduzione del ballottaggio nell’attuale proposta di legge non sposta il punto dolente.  Il ballottaggio decide soltanto a chi dare, sempre e comunque, un premio di maggioranza che può risultare enorme, illimitato, persino stravolgente della volontà degli elettori.  Abbiamo sottolineato l’improponibilità dello scenario di due parti in competizione che entrano in ballottaggio dopo aver conseguito, al primo turno, rispettivamente il 25% dei voti dell’elettorato: in tal caso il premio di maggioranza del vincitore farebbe più che raddoppiare la rappresentazione che gli spetterebbe su base proporzionale.  Ma la legge, di per sé, non esclude nemmeno scenari davvero assurdi: ballottaggi fra due liste che hanno il 20% dei voti a testa, o anche di meno.  Certo, una situazione del genere ci appare oggi molto improbabile, e deriverebbero da una frammentazione e da una litigiosità del panorama politico quasi impensabile.  Ma nella storia è accaduto anche di peggio, e vigilare è d’obbligo.  Una legge elettorale non dovrebbe mai consentire che il governo possa essere affidato, senza contrappesi adeguati, a una parte il cui sostegno nel paese potrebbe essere molto minoritario, visto anche come la partecipazione al voto sembra entrata in una fase di declino persistente e fisiologico.  Fra l’altro, in età di populismi imperanti, la possibile accessione al ballottaggio, in un futuro prossimo o meno prossimo, di qualche partito non limpidamente democratico sarebbe un salto nel buio che una democrazia dovrebbe evitare con tutte le forze (Weimar, dopotutto, ha ancora da insegnarci qualcosa).  Non sappiamo se la Corte Costituzionale dovrà nuovamente sottoporre a scrutinio la legge elettorale, né prevedere quale possa essere la sua nuova decisione.  Però, se il percorso prendesse una certa piega, ci potremmo ritrovare con una legge elettorale della Camera assai simile a quella in vigore fino al 1992: un proporzionale con la soglia al 3% al posto di un proporzionale quasi puro, che aveva soglie ancora più basse.                                           E’ chiaro come le vicende, già così intricate e tormentate, delle leggi elettorali nel sistema politico italiano recente non siano episodiche: anzi, sono pienamente sintomatiche della condizione delle istituzioni democratiche nel mondo d’oggi.  Dopo una legge elettorale rimasta stabile dal 1947 al 1992, è succeduta la formulazione di tre nuove leggi elettorali in poco più di un ventennio.  E la storia andrà avanti.  Si tratta soltanto della manifestazione di un sistema politico in cattiva salute, e dell’intervento di interessi particolari e limitati?  referendum_1958Oppure non dipende anche, e forse soprattutto, del fatto che, in un mondo ove le società, le culture, le economie, le tecnologie evolvono rapidamente e imprevedibilmente, anche le istituzioni non possono che co-evolvere con esse, senza mai rinunciare ai pilastri di base su cui è fondata la nostra democrazia.  Ora, gli ordinamenti istituzionali di molti paesi europei risalgono alla fine della seconda guerra mondiale o, come in Francia, sono stati prodotti da una grave crisi che ha imposto una transizione costituzionale d’emergenza.  Ma i decenni sulle spalle delle nostre istituzioni sono cresciuti: qui, come in altri ambiti, l’obiettivo prioritario è quello di coniugare il carattere ispiratore e irreversibile delle memorie e delle tradizioni a cui continuiamo a ispirarci con quella flessibilità che è resa necessaria dalle molteplici esigenze individuali e collettive in scenari di mutevolezza estrema.  E’ allora evidente che, fatti salvi quei principi inalienabili che la nostra Costituzione esprime a tutt’oggi in maniera esemplare, le modalità concrete di funzionamento dello stato devono essere ripensate costantemente.  Forse, quello che manca oggi a un sistema politico, e non solo a quello italiano, è la capacità di esercitare un’attenta autoosservazione del suo stato di salute e di vitalità nel corso di ogni legislatura e di ogni tappa della legislatura, di comprendere i suoi bisogni, di proporre i mutamenti più urgenti, secondo modalità istituzionalizzate e condivise.  E’ forse un compito da attribuire a un futuro Senato?  E’ forse un compito per un nuovo dialogo fra parlamento e cittadini?  E’ forse un nuovo orizzonte di democrazia partecipativa?                                                         In ogni caso, le vicende delle leggi elettorali italiane confermano l’atteggiamento che è indispensabile tenere nei confronti di ogni legge, di ogni regola, di ogni invariante.  Non esiste una legge elettorale migliore delle altre.  Ma è indispensabile dibattere su quale sia la legge elettorale contestualmente migliore: per quale luogo, per quale tempo, per quali obiettivi.  Stabilità ed evoluzione, nella democrazia come in tante altre vicende umane, non sono in contrapposizione: solo un circolo virtuoso fra le due polarità può dare senso al nostro vivere civile.  Una tale prospettiva non può che dare un senso nuovo, e forse più vitale, alle parole oggi tanto abusate di ‘riforme’ e di ‘riformismo’.  Il riformista non è colui che ambisce a una meta ultima, finale.  E’ colui che si appassiona per la soluzione che ritiene più valida al momento, pur sapendo che, un giorno non tanto lontano, si batterà lui stesso per aprire nuovi spazi e tracciare nuove frontiere.

Europa 2015: il tempo delle grandi coalizioni. E del partito europeo?

L’abituale alternanza fra coalizioni di centro-sinistra e coalizioni di centro-destra che regolava la politica scandinava da decenni è stata messa in discussione, in tutti i paesi, da quelli che con una definizione generale vengono definiti partiti populisti di ‘estrema destra’.  Come in altre aree d’Europa, le questioni calde che hanno fatto crescere i loro consensi sono quelle dell’immigrazione e della sempre maggiore presenza di cittadini di religione islamica.  La variante scandinava, in particolare, si impernia sul timore di una possibile regressione rispetto a condizioni economiche e sociali che permangono comunque privilegiate in Europa e dell’eventuale rivolgimento della situazione demografica, a favore dei nuovi arrivati.  In questo quadro, le elezioni svedesi del settembre 2014 hanno visto il successo relativo di un partito di questo genere, i “democratici svedesi” (SD), che hanno ottenuto il 12,9% dei voti e hanno minacciato di far saltare il panorama politico tradizionale della nazione.  Sulla scia di questo successo elettorale, hanno rivelato una visione del mondo particolarmente gretta, sostenendo che gli ebrei svedesi non possono essere cittadini a pieno titolo, se non accettano di assimilarsi e di rinunciare in sostanza alle loro tradizioni religiose e culturali.  Affermazioni di tenore simile sono state rivolte nei confronti dei curdi immigrati, nonché degli antichi popoli nomadi della Svezia settentrionale: i vari gruppi di sami (“lapponi”) e di finni – i cosiddetti tornedaliani – che solo di recente hanno iniziato a vedere riconosciuti loro taluni diritti culturali e politici, dopo secoli di una pesante politica di assimilazione forzata condotta dal governo centrale.

WEB_INRIKESI partiti politici tradizionali non si sono limitati a dichiarazioni di condanna nei confronti di talune affermazioni degli SD. Più concretamente, si sono accordati per limitare i loro spazi di azione politica.  L’attuale governo, risultante dal voto del 2014 (una coalizione di centro-sinistra: socialdemocratici e verdi), rimane in carica anche se è un governo di minoranza, fatto non infrequente nelle democrazie scandinave.  Ma con l’opposizione di centro-destra ha concordato una serie di regole comuni, soprattutto per quanto riguarda la composizione e l’approvazione del bilancio statale, per consentire una sorta di cogestione del potere fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2018.  E anche per la legislatura successiva, fino al 2022, si dovrebbe riproporre il medesimo scenario: qualunque coalizione vinca e governa, probabilmente ancora in minoranza, adotterà le stesse regole comuni di garanzia a cui è soggetto il governo attuale.  Il messaggio è chiaro: i voti dei SD sono congelati.  Per quanto fra centro-sinistra e centro-destra vi siano evidenti differenze nelle visioni e nelle proposte, esse appaiono minori di quanto hanno in comune: l’opinione condivisa è che la società svedese é e debba restare aperta, che l’immigrazione debba essere monitorata e regolata, ma non combattuta e ostacolata in linea di principio.                                                       Per strade diverse, l’attuale quadro politico della Germania converge per aspetti importanti con quello svedese.  Anche in questo caso sono in atto trasformazioni provocate dalla presenza di un nuovo partito politico:  l’AfD, Alternative für Deutschland.  Alle origini l’AfD non si è presentato con le sembianze di un partito populista “caldo”, bensì con quelle “fredde” di un partito mosso da motivazioni e da calcoli economici, o addirittura economicisti: da un euroscetticismo venato di egoismo nazionale e accompagnato da slogan un po’ antipatici (del tipo: “non siamo lo stato sociale del mondo”), imperniato sull’idea che la Germania non dovrebbe andare in soccorso delle economie più deboli dell’Unione Europea, e dovrebbe anzi propugnare un uscita di queste dall’euro.

Germany 2013Nelle elezioni del settembre del 2013 il successo dell’AfD non è stato esaltante.  Ha ottenuto il 4,7% dei voti e così non ha mandato i suoi rappresentanti al parlamento federale (Bundestag): ricordiamo infatti che la legge elettorale tedesca prevede una soglia di sbarramento al 5%.  Migliori sono stati i suoi esiti nelle tornate elettorali del 2014: 7% alle elezioni del parlamento europeo, percentuali ancora più elevate nelle elezioni regionali in tre Länder della Germania orientale (con la punta del 12,2% nel Brandeburgo).  Le elezioni federali del 2017 sono ancora lontane, ma un ingresso dell’AfD al parlamento nazionale ora non appare impossibile.                                                                                                           Gli effetti di questi risultati elettorali sono minimizzati dal fatto che i rappresentanti degli altri partiti (e in particolare della CDU-CSU) continuano a negare ogni collaborazione a un partito che comunque sentono collocato alla loro destra.  Tuttavia, nelle elezioni parlamentari del 2013, la presenza dell’AfD ha contribuito a un evento rilevante: la scomparsa del parlamento della Germania federale, per la prima volta nella storia del dopoguerra, del partito liberale (FDP).  Anch’esso, col 4,8% dei voti, si è trovato sotto la soglia di sbarramento ed è sprofondato in una profonda crisi identitaria, da cui non sappiamo se e quando possa risollevarsi.  Naturalmente i voti all’AfD sono arrivati da tutti i partiti, non solo dalla FDP: però i voti che questi ultimi hanno perso nei confronti dei nuovi concorrenti sono risultati decisivi per la loro scomparsa dal parlamento.  Il risultato è che la CDU-CSU ha visto scomparire il suo partner di governo preferito e tradizionale.  Così la grande coalizione con i socialdemocratici (SPD), che in passato poteva risultare una scelta tattica e a breve termine, per il futuro può diventare una scelta obbligata, almeno finché restino ancora notevoli fra la CDU-CSU e il partito dei verdi (Grüne).                                     MERKELAll’inizio del 2015 il quadro politico tedesco è stato ulteriormente sollecitato dal movimento di piazza della PEGIDA, acronimo che tradotto significa “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente”.  Grandi folle, il movimento non le ha coinvolte: spesso i cortei anti-Pegida hanno ospitato più persone che quelli della Pegida stessa.  Esso presenta però talune caratteristiche indicative della condizione politica tedesca, ed europea, dei nostri giorni.  In primo luogo è sorto a Dresda, cioè nell’antica Germania orientale, indizio di un maggiore nazionalismo di fondo dell’area, derivante in buona parte proprio dall’antico regime della DDR che oggi, a mente fredda, possiamo definire nazional-comunista.  In secondo luogo, la sua origine mostra come la paura dell’immigrazione esterna all’Unione Europea sia più forte proprio laddove i cittadini hanno meno a che fare con un fenomeno del genere (a Dresda di islamici ce ne sono molto pochi) e sia meno forte nei luoghi ove i cittadini sono abituati alla sua presenza ormai multidecennale nel paesaggio quotidiano: così, in Svizzera, i cantoni più ostili all’immigrazione straniera sono i piccoli cantoni della Svizzera centrale, poco variegati etnicamente, mentre i cantoni più favorevoli sono le città stato di Zurigo e di Ginevra.  In terzo luogo, il movimento si è subito frammentato in due filoni che possiamo definire ‘nazional-conservatore’ e ‘pseudo-nazista’.  Mentre il secondo filone si è sperso nella tradizionale accozzaglia di affermazioni tipiche dell’estrema destra (gli immigrati quali “bestie” o la teoria della congiura secondo quali Stati Uniti e IS sarebbero d’accordo), il primo vorrebbe coagulare una formazione decisamente alla destra della CDU-CSU: come suoi pilastri, abbiamo lo slogan populista “più democrazia diretta”, una visione identitaria della nazione tedesca monoculturale e non multiculturale, un irrigidimento delle regole dell’immigrazione senza però sfociare in un’ideologia apertamente razziste (l’islamocritica si opporrebbe così all’islamofobia).

PegidaMolti vedono l’AfD e la PEGIDA come naturali alleati per un partito decisamente di destra e concorrente alla CDU-CSU, ricoprendo un’area che nella politica tedesca del dopoguerra non è mai entrata nel parlamento nazionale e molto raramente anche in quelli regionali.  Le opinioni nella AfD restano discordi: vanno da chi sottolinea una reale affinità a chi preferisce distanziarsi da ogni minima affermazione di ordine etnicista. Certo è, però, che i manifestanti della PEGIDA sembrano non aver dubbi: almeno nel campione qui rappresentato, l’89% di loro voterebbe senz’altro per il partito “anti-euro”.  Così la Germania sembra anch’essa sul punto di assistere a quella convergenza, in una stessa forza politica, di affermazioni economiche anti-euro e di affermazioni identitarie anti-immigrazione che già da tempo caratterizza lo scenario francese (Marine Le Pen) e quello italiano (la Lega di Matteo Salvini e anche il M5S, almeno nella persona di Beppe Grillo).  Un successo di tipo francese appare attualmente improbabile.  Però è possibile che anche un successo limitato di quest’area abbia l’esito di consolidare grande coalizione al governo, trasformandola da tattica a strategica, e più in generale di stimolare le forze politiche tedesche filoeuropeiste e fautrici di una società aperta a maggiore coraggio e a maggiore creatività.  Sapranno essere all’altezza di questa sfida?                                                                                                Se le scadenze elettorali in Svezia e in Germania non sono imminenti, lo sono invece in Gran Bretagna.  E qui gli scossoni al sistema politico tradizionale potrebbero risultare di portata ancora maggiore.  A parte le grandi coalizioni imposte dalla crisi del 1929 e dalla seconda guerra mondiale, il sistema politico inglese si è sempre basato su alternanze prolungate: fra conservatori e liberali prima; fra conservatori e laburisti in seguito.  Le eccezioni più rilevanti hanno avuto luogo nel 1974 (con un governo laburista di minoranza, peraltro ritornato in maggioranza dopo nuove elezioni nel novembre dello stesso anno) e, appunto, nel 2010: i conservatori non hanno raggiunto la maggioranza e hanno dovuto ricorrere a una coalizione con i liberaldemocratici.  Ma ora, nel 2015, è sempre più chiaro che anche le prossime elezioni non daranno una maggioranza, e che si dovrà negoziare una nuova coalizione, forse in condizioni di incertezza ancora maggiori.                              Il fatto è che il sistema elettorale inglese, uninominale a turno unico, poteva dare maggioranze nette quando gli attori principali ierano due partiti e mezzo (con i liberaldemocratici in genere fuori gioco, salvo che nel 2010).  Ma con cinque partiti e mezzo quali attori principali non è detto che funzioni altrettanto bene.  Accanto ai Continua a leggere

La Svizzera, la Grecia, i difficili confini di un’Europa divisa

Il referendum che ha diviso a metà l’elettorato svizzero e che ha visto prevalere di misura la parte d’opinione pubblica propensa a contingentare ogni forma di immigrazione ha aperto in tutta quanta Europa discussioni a vasto raggio.  Prevedibilmente, i partiti nazionalisti e antieuropeisti – come quello di Marine Le Pen – hanno invitato a prendere come modello la decisione svizzera.   Ma si può anche approfittare dell’occasione per trarne lezioni assai differenti.  L’occasione, infatti, è spiazzante.  Per una volta i rapporti fra il dentro e il fuori si sono capovolti.  E’ la Svizzera che tende – moderatamente, a dire il vero – a ostacolare l’immigrazione dei cittadini dei vari stati dell’Unione Europea.  E questo potrebbe aiutarci a rammentare un tratto della storia europea anche recente, evidente ma sempre più rimosso: che in tutta l’età moderna l’Europa è stata terra di emigrazione molto più che di immigrazione.  Rivitalizzare anche in questo caso le memorie storiche dei nostri popoli e dei nostri stati potrebbe meglio aiutare ad affrontare con più consapevolezza ed equilibrio le vicende di una frontiera ben più tormentata dell’Unione Europea: quella mediterranea. 

Farmakonisi

Sono passati alcuni mesi dalla tragedia di Lampedusa, ma le situazioni drammatiche nel Mediterraneo continuano a replicarsi.  Nuove tragedie hanno luogo.  Il 24 gennaio, al largo di Farmakonisi, un’isola greca dell’Egeo, è affondata una barca di migranti provenienti dalla Turchia: 25 di loro erano afghani e 3 siriani, e tutti cercavano nella lontana Europa un approdo per sfuggire a situazioni instabili e pericolose.  Sono morte tre donne e nove bambini.  I sopravvissuti hanno accusato: i sorveglianti della guardia costiera greca avrebbero respinto la barca in piena tempesta, e persino rigettato in mare i naufraghi che cercavano scampo.  Naturalmente le autorità greche si sono affrettate a contestare i racconti dei sopravvissuti, che però sono stati presi molto sul serio dall’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalla Commissaria per gli Affari Interni dell’Unione Europea.  Le autorità greche hanno replicato sottolineando lo stress continuo a cui è sottoposta la nazione per far fronte alle ondate di immigrazione clandestina.  Ma l’eco della vicenda non si è spenta: dopo una manifestazione di protesta dei profughi afghani davanti al parlamento greco, il 20 marzo è stato tenuto un dibattito alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per discutere seriamente sulle cruciali implicazioni umane e politiche del ripetersi sempre più frequente di disastri del genere.

africa europa

La tragedia di Farmakonisi, come già quella di Lampedusa, mette in primo piano l’inadeguatezza delle regole a suo tempo stabilite dalla convenzione di Dublino: essa obbliga chi è in cerca di asilo a farne richiesta solo allo stato di primo approdo.  E ciò provoca una pressione insostenibile soprattutto sulle nazioni mediterranee: Italia, Grecia, Spagna.  Anche se è sperabile che le tensioni oggi aperte in un’altra frontiera critica dell’Unione Europea – quella con l’Ucraina e con la Moldova – non comportino significative ondate di profughi (qualche giorno fa alcuni tatari di Crimea hanno comunque chiesto asilo in Polonia), è chiaro che la convenzione di Dublino è del tutto inadeguata rispetto all’incalzare delle vicende dei nostri giorni.             Al tempo di Lampedusa, esponenti del governo tedesco si erano mostrati poco sensibili alle esigenze italiane, sostenendo che alla fine la Germania darebbe asilo a un maggior numero di profughi di quelli che vengono accolti nel nostro paese.  Ecco: è proprio di questo rimpallo di responsabilità quello di cui non abbiamo bisogno.  Né abbiamo bisogno che ogni paese e che ogni parte politica vada in ordine sparso, spesso avanzando proposte volte a blandire una parte dell’elettorato, improvvisamente conteso da nuovi partiti aggressivi e nazionalisti: così l’UKIP in Gran Bretagna e il rinnovato FN di Marine Le Pen in Francia.                                                                                                                            Dalle amare tragedie di Lampedusa e di Farmakonisi potrebbe derivare un insegnamento più costruttivo: fra le molte buone ragioni che oggi impongono un approfondimento dell’Europa politica e la rivitalizzazione della prospettiva di un’Europa federale la necessità di una visione comune in tema di immigrazione e di relazioni con il Sud del mondo è senz’altro una delle più urgenti, se non la più urgente.  L’attuale difformità e confusione delle opinioni e delle politiche getta un peso insostenibile sulle popolazioni costiere del Mediterraneo e, nello stesso tempo, dà dell’Europa una ben misera immagine nel mondo intero: come se una delle sue parti più ricche e sviluppate volesse sottrarsi alle responsabilità che le spettano per il bene comune.

globalmigrationAssumersi responsabilità non equivale certo ad ergersi a onnipotenti salvatori del mondo.  Ma significa definire regole e limiti comuni e presiedere alla loro evoluzione, nella prospettiva di aprire gradualmente nuove possibilità meno incivili alla vita associata degli individui e dei gruppi umani.  E assumersi responsabilità significa anche comprendere quanto rapidamente e quanto intensamente i flussi migratori che toccano l’Europa si siano invertiti nel giro di pochi decenni: l’Europa è sempre più simile a quelli che sono stati e ancora sono Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Argentina, tutte terre di immigrazione e di ospitalità per decine di milioni di europei che sfuggivano dalla povertà e da governi ostili o indifferenti.  Martin Schulz, presidente dell’attuale parlamento europeo, all’indomani di Lampedusa ha voluto porre l’accento proprio su questo nuovo aspetto dell’identità europea: per l’Europa d’oggi l’immigrazione non è un’emergenza, ma una condizione strutturale.  Anche e soprattutto in questo campo dobbiamo smettere di rifuggire dalla responsabilità politica e affrontare coraggiosamente il problema delle condivisione di nuove regole, con la consapevolezza che la situazione dell’Europa d’oggi è per molti versi nuova e inedita rispetto ai paesi dei nuovi mondi.  Sul piano spaziale qui non esistono frontiere da estendere, da colonizzare e da riempire, ove sistemare e qualche volta confinare i nuovi arrivati: l’Europa, anche se in calo demografico, è sufficientemente piena e la crisi economica aumenta ulteriormente i conflitti che ne derivano.  Ma proprio la crisi e la stagnazione attuali rendono per l’Europa vitale la frontiera dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica, che si alimenta di alterità in relazione, che si nutre di un sottile equilibrio fra unità e diversità. La difficile scommessa è di delineare una società in cui le relazioni fra diversità culturali siano sostenibili e generative, in cui soggetti vecchi e nuovi interagiscano e generino nuovi spazi di possibilità, invece di separarsi, di combattersi o di omologarsi.

popoli in fuga

Ma la sfida continua a non venir percepita, e non solo per la miopia di molti politici.  Il fatto è che i cittadini dell’Europa d’oggi, quasi indipendentemente dalle loro visioni ideologiche e dalla loro formazione culturale, faticano a entrare nella condizione e nell’emozione dei migranti in fuga, convinti di essere schermati per diritto dalle violenze di cui soffrono e legittimati dunque a rivolgersi a loro con simpatia, con condiscendenza o con avversione, a seconda delle opinioni soggettive.  Eppure non bisognerebbe essere grandi esperti di storia per comprendere che le sofferenze da cui oggi l’Europa è circondata da ogni parte sono le stesse sofferenze che hanno dilagato in Europa in un passato assai recente.  La storia europea dalla guerra di Crimea di metà ottocento alle guerre balcaniche di fine novecento è percorsa da un sinistro filo rosso di popoli e di individui (decine di milioni: un bilancio preciso è arduo) fuggiti, espulsi, scacciati, deportati, Continua a leggere