L’Europa e il mondo, fra globale e locale

La svolta epocale del 1492 ha dato il via a uno dei tratti essenziali della storia globale nell’età moderna: un’intensa europeizzazione e, in seguito, un’occidentalizzazione del mondo. Questi processi continuano anche ai nostri giorni, pur se in maniera differente. Nel passato come nel presente l’identità europea viene costantemente reinventata dalle sue relazioni con il mondo.

Oggi, però, la posizione dell’Europa è molto diversa da quella di un secolo or sono. Non più centrale ma provinciale: è un semplice nodo, anche se molto rilevante, di una rete globale policentrica. L’Europa è così sollecitata a ricercare nuove possibilità per il suo futuro e per il futuro del mondo, riscoprendo e reinventando gli aspetti creativi della sua storia, delle sue culture, delle sue identità.                                                                                                                         European-map-with-countries-flags-and-borders-Stock-VectorNel mio libro L’Europa globale. Epistemologie delle identità, analizzo appunto la complessa storia europea e le radici profonde di quel tentativo, in atto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, di dare un’adeguata espressione politica all’identità culturale polifonica dell’Europa, spesso controversa, ma che ha comunque saputo resistere ai nazionalismi, agli autoritarismi e ai totalitarismi del ventesimo secolo.                                                    Il policentrismo europeo, nei casi più felici, ha incentivato la creazione di un tessuto di relazioni fra culture anche assai disparate: i movimenti politici, culturali e nazionali europei hanno sempre avuto una risonanza ad ampio raggio, accogliendo protagonisti di diverse origini, appartenenze etniche ed identitarie e mettendo in relazione spazi, tempi e mondi variegati e talvolta eterogenei.                                                                                                                 Oggi la rapidità dei mutamenti sociali e tecnologici in atto, insieme all’impatto profondo sul nostro continente dei conflitti e delle tensioni di un mondo sempre più interconnesso, ha messo in crisi gli equilibri faticosamente raggiunti dalla costruzione europea negli ultimi decenni.  La biforcazione è cruciale: andare avanti verso il compimento dell’unione politica almeno di alcuni paesi europei (probabilmente quelli che oggi aderiscono all’Euro) oppure essere riuscchiati all’indietro in quell’età dei nazionalismi miopi e risentiti che non accenna a chiudersi?

Di ciò parliamo nel seguente dialogo-intervista con Arianna Barazzetti

Arianna Barazzetti – Le identità certe, monolitiche ed indiscutibili sono ormai da considerarsi anacronistiche e anzi pericolose.  Quali possibilità ha l’Europa per ripensare le proprie identità e le proprie diversità durante l’era della globalizzazione?

Gianluca Bocchi – Le identità che noi consideriamo certe e monolitiche sono sempre state oggetto di costruzioni storiche, talvolta anche recenti o ancora in divenire. Spesso queste identità, che si sentono e si credono indiscutibili, celano la loro reale natura costruita e transitoria dietro meccanismi di comunicazione retorici, volti ad assicurare gli interessi a breve termine di coloro che se ne servono.  La funzione mobilitatrice di tali identità è potente, ma proprio per questo rischia di diventare estremamente distruttiva e autodistruttiva.

Nel contesto di panorami politici e sociali di lunga data, costantemente riemergenti nell’ultimo secolo, frequenti e abituali sono state e ancora sono le strategie che slobodefiniscono un’immagine compatta del nemico e che per far ciò pescano a piene mani nel campo confuso e contradditorio delle identità etniche, nazionali o religiose, molto più ricco di narrazioni alternative e complementari di quante possano emergere nel discorso nazionalista. Tali strategie, assai comode per consolidare i totalitarismi, gli autoritarismi e anche varie forme di democrazia autoritaria, finiscono col far collassare la molteplicità delle narrazioni possibili su di una sola narrazione fantasmatica.  Spesso si rivelano un disastroso boomerang, che si ritorce contro coloro che le hanno adottate.                                                                                                                                        Risulta allora prioritario e necessario un consapevole lavoro interdisciplinare, per far comprendere alle opinioni pubbliche e alle stesse classi dirigenti la grande complessità che le idee di identità e di confine hanno assunto nella storia europea. Queste idee hanno a che fare con processi storici e sociali in cui le teorie e le pratiche delle identità e dei confini si mostrano in tutta quanta la loro ambivalenza: fattori ad un tempo costruttivi e distruttivi, mobilitatori e cristallizzatori.                                                                                                   I confini, come del resto le identità, derivano da lunghi processi di costruzione che affondano sempre le proprie radici in spazi e in tempi eterogenei e differenti. Non possono essere considerati inevitabili o necessari, ma vengono in essere attraverso conflitti, compromessi, e spesso anche attraverso una notevole creatività.                                                                                                                        GalataSe trasformassimo anche sul piano propriamente epistemologico, quello che ci appare come cosa data in processo, ecco che potremmo allargare lo spazio in cui pensare tanti problemi teorici e pratici che tormentano il nostro continente.  Mentre le identità rigide e statiche sono esclusive, nel momento in cui iniziamo ad interpretare le identità stesse come realtà costruite al crocevia di diverse narrazioni, ci rendiamo conto che esse possono essere anche di tipo inclusivo, tali da condurre alla condivisione e alla sovrapposizione di territori ed etnie.
                                                                                                                                Arianna Barazzetti – Possiamo quindi sostenere che qualunque cittadino europeo porti in sé una moltitudine di mescolanze?

Gianluca Bocchi - Nei vari piani culturali, etnici, linguistici, genetici ogni cittadino europeo ha un’identità molto ricca e variegata. Se costruissimo un albero genealogico di un qualunque cittadino europeo vedremmo che gli apporti ancestrali che lo permeano provengono da ogni parte.  Le varie regioni d’Europa presentano una notevole permeabilità culturale anche nelle tradizioni popolari.  Ovviamente le élites hanno avuto un grado ancora maggiore di permeabilità culturale, che ha dato ad esse un ruolo fondamentale di tramite tra le varie culture d’Europa.  L’età degli indurimenti nazionalistici ha in parte eclissato, ma non certo dissolto, la multispazialità e la multitemporalità delle radici individuali e collettive dei cittadini del nostro continente.

Le identità europee, ad uno sguardo attento, sono quanto di più permeabile, mosso, evolutivo si possa concepire.  Anzi, una loro indagine potrebbe essere una via esemplare per comprendere il carattere processuale e inclusivo di qualunque genere di identità, a qualunque livello di generalità ci si voglia collocare.  Le identità europee non sono separate, ma si sovrappongono, anche se molti politici e intellettuali hanno frainteso completamente la loro missione e hanno cercato di rendere separato ciò che strutturalmente era ed è sovrapposto.                                                                                                 Czeslaw MiloszTutto ciò scaturisce non solo da molteplici esperienze sul campo, ma anche dalle narrazioni di vario genere provenienti da tutte le culture europee. Pensiamo soltanto alla grande letteratura dell’Europa centro-orientale: tanti romanzi, racconti, biografie degli autori che sono vissuti in quest’area così tormentata ci fanno intravvedere tante stratificazioni e sovrapposizioni culturali caratteristiche di questa o quella città, di questa o di quella regione.  Il più delle volte, le vicende tumultuose di un ventesimo secolo così drammatico ha attentato a queste stratificazioni e a queste sovrapposizioni, senza tuttavia cancellare del tutto la loro memoria.

La grande contrapposizione che così si palesa è quella tra una visione processuale e una visione statica delle identità, tra un’idea di identità flessibile e un’idea rigida.  La contrapposizione fra queste due visioni riguarda anche e soprattutto la relazione con la storia. La visione processuale delle identità è infatti in accordo con i processi storici e sociali che hanno sempre fatto dell’Europa un luogo di incontro e, nello stesso tempo, di confronto e di scontro fra identità molteplici, in un’ambivalenza di integrazioni e di separazioni che non può essere sciolta e semplificata.  Al contrario, una visione delle identità rigide ed esclusive conduce spesso a narrazioni fantasmatiche, tendenziose e ingannevoli, atte a immaginare una storia a senso unico per trovare nel passato ipotetici sostegni ai vincitori del momento.  Queste narrazioni sono certo mobilitatrici di energie, ma queste energie sono soprattutto distruttive e autodistruttive, basate su motivazioni contestabili che quando sono smascherate lasciano un paesaggio devastato, sul piano materiale non meno che sul piano simbolico.

Arianna Barazzetti – Il mito nazionale, dal punto di vista storico, è un agente che ha promosso e sostenuto un passaggio dal locale al globale attraverso il quale si è formata l’Europa moderna.  Quali implicazioni profonde ha avuto un tale processo?

Gianluca Bocchi – L’onnipresenza delle comunità locali è un aspetto di grande rilevanza nella storia europea, che oggi deve essere compreso e ripensato. Nella gran parte della storia europea la massima parte dei cittadini vivevano in comunità locali basate sull’agricoltura, immote e chiuse su se stesse. Questo aspetto del paesaggio umano d’Europa non esaurisce certo la complessità della sua storia: accanto ad esso appaiono anche comunità cittadine molto aperte e creative, come nel caso dei Comuni Lega_anseaticaitaliani, delle Fiandre o della Lega Anseatica, che avevano già la funzione ante litteram delle città moderne: al loro interno vi erano culture plurali, e grazie alle reti commerciali di cui facevano parte esercitavano la funzione di tramite fra culture anche molto lontane l’una dall’altra. Ma in ogni caso, fino ad età moderna inoltrata, la massima parte delle comunità locali in Europa e nel mondo erano caratterizzate dal contatto fisico immediato: non solo nei villaggi contadini ma anche nelle città le comunicazioni tra individui erano in genere molto dirette.

E direttamente comunicavano anche le élites culturali del continente, in una sorta di repubblica delle lettere dai valori condivisi: oggi ci stupiamo della mobilità di queste élites pronte a tenere ricchissimi epistolari o anche a muoversi in cerca delle innovazioni più interessanti senza curarsi troppo dei confini politici ed etnici.

Ma, a parte la rilevante eccezione delle reti cittadine, la gran parte delle comunità locali comunicavano ben poco l’una con l’altra: ogni compagine politica europea possedeva una serie interminabile di barriere interne, trapassate dalle élites ma non dalla massima parte della popolazione.

E’ solo con la nascita di un vero e proprio sistema mondo sul piano economico, che ha avuto origine nell’età delle esplorazioni geografiche condotte dagli europei, che i governanti dei vari stati nazionali del nostro continente comprendono la necessità di mettere in relazione tutte le comunità locali di cui i loro domini erano composti.

Avviene allora una transizione paragonabile a quella che avvenne nel mondo greco, dal tempo della polis all’età ellenistica. Nell’età classica i greci erano concentrati in tante città stato, dove il contatto fisico era fondamentale.  Dopo l’avventura di Alessandro Magno, in età ellenistica, la civiltà greca si diffonde e si disperde, arrivando sino in India e in Egitto: ormai sono coinvolte milioni di persone.  In qualche modo la traiettoria di sviluppo degli stati nazionali europei dell’età moderna è simile.  Per quanto le comunità di partenza siano eterogenee – un villaggio agricolo è molto differente da Parigi – sempre più impellente è l’esigenza e la necessità di far convergere e quasi di fondere insieme tutte queste comunità. E’ un’esigenza posta anzitutto dalle mutate condizioni dell’economia mondiale: le monarchie assolute dell’età moderna avevano bisogno di vasti mercati fatti di consumatori e questo, al di là della loro stessa volontà, ha iniziato a trasformare gli antichi sudditi in cittadini, sempre più dotati di diritti che con il tempo diventano inalienabili.

Nel processo sono coinvolte appunto milioni di persone.  Ciò che non può essere realizzato con il contatto fisico, viene reso possibile sollecitando l’immaginario.  Anche se le differenze di classe e di cultura permangono sostanziali, vi è una notevole convergenza delle visioni del mondo attraverso l’adesione a narrazioni nazionali comuni.  L’idea di nazione diventa sempre più pervasiva proprio grazie a queste narrazioni, che sono basate su un repertorio ricchissimo di miti, di monumenti, di simboli, di eroi.

Human_migrationMa oggi il potere coesivo di queste narrazioni viene sempre più messo in discussione e assistiamo così a una sorta di sgretolamento delle fondazioni delle comunità dell’Europa moderna.  Al di là di ogni retorica e di interventi più o meno nostalgici, i confini appaiono sempre più vulnerabili e permeabili.  Le migrazioni sfuggono a ogni confine, anche e soprattutto perché le migrazioni nascono con il mondo stesso, e sono antecedenti a ogni tipo di confine.

Arianna Barazzetti – Le migrazioni che hanno luogo ai nostri giorni possona dare nuova forza all’idea di confine, ai miti nazionali e ai localismi chiusi e intolleranti?

Gianluca Bocchi – Con la messa in discussione delle nazioni dall’alto dei processi globali (soprattutto, ma non solo, di ordine economico), i confini non possono più funzionare. Possiamo costruire tutti i muri e i reticolati che vogliamo contro i rifugiati e i migranti: però i muri e i reticolati non possono far nulla contro il riscaldamento globale, non possono agevolare la transizione energetica, non aiutano l’innovazione sociale del tutto necessaria per rispondere alle sfide dell’automazione e della maggiore durata di vita delle donne e degli uomini. Del nostro mondo, vi sono sempre più aspetti essenziali che sfuggono a qualunque confine. E poi – lo ripetiamo – non dobbiamo mai dimenticare che le migrazioni sono nate con l’umanità, e che sono primarie e diremmo più flessibili rispetto a ogni pratica confinaria.

Nell’Europa dell’età moderna i confini si sono induriti e sono stati addirittura sacralizzati, e caricati di significati emotivi pronti a contribuire alle detonazioni belliche. L’Unione Europea ha faticato molto a infrangere un tale quadro ma, negli ultimi decenni, la sdrammatizzazione (non l’abolizione) dei confini ha certo contribuito non solo a innescare feconde dinamiche locali transfrontaliere, ma anche a plasmare in senso positivo la mente delle giovani generazioni, che hanno goduto di una mobilità senza pari, anche e soprattutto mentale.  E allora non possiamo che chiederci quali sarebbero le vittime di un Schengen-1nuovo irrigidimento dei confini: lo sarebbero solo i rifugiati e i migranti? O, insieme e forse soprattutto, non lo sarebbero gli europei stessi?

L’inevitabile apertura delle nazioni al mondo ha paradossalmente messo in discussione anche e soprattutto le modaità con cui le nazioni stesse avevano omologato o assorbito le comunità locali. La narrazione prevalente negli ultimi secoli era quella di considerare le comunità locali come il passato, e le comunità nazionali come il presente e il futuro.  Al contrario, molte comunità locali mantengono una capacità di mobilitazione assai pronunciata per cui, senza un plebiscito di tutti i giorni che rinsaldi i legami tra queste comunità locali e le nazioni di cui fanno parte, queste ultime sono a rischio di disgregazione più o meno pronunciato.

Chiaramente un serio problema sorge quando la rinascita delle comunità locali si degrada in localismo. Il localismo indica e comporta la chiusura delle comunità su se stesse, il che è un peccato esattamente parallelo a quello del nazionalismo, che comporta la chiusura delle nazioni su stesse. Il localismo contrasta lo stesso processo da cui le comunità locali oggi sono state rivitalizzate, perché nell’età globale esse sono diventate elementi di reti che le interconnettono alle più diverse aree del mondo.

Arianna Barazzetti – Come si situano oggi le comunità locali all’interno del complesso reticolato globale?

G. B. – Come abbiamo detto il richiamo alle comunità locali oggi è ambivalente.  Accanto al rischio di chiusura si stanno definendo anche nuove possibilità interessanti per la politica, la cultura e anche per l’economia.                                                                         In primo luogo, in un mondo dove moltissimi contatti sociali sono ormai demandati alle reti informatiche o comunque a mezzi di comunicazione “freddi”, possiamo prospettare un sano recupero dei valori del corpo e della fisicità, ritrovando aspetti centrali nella vita della polis tradizionale.  In secondo luogo, vi è una richiesta emergente di maggiore qualità della vita, ispirata anche dalla questione ambientale ma non soltanto da questa e, insieme, vi è una riscoperta delle proprie radici, del proprio genius loci, non più quale fuga passatistica ma quale punto di partenza per l’innovazione.  La posta in gioco è un circolo virtuoso fra conservazione e innovazione che ovviamente è compito della politica alimentare.

ISprawln tali termini si situano ad esempio le questioni urbane contemporanee.  Le città europee moderne hanno attributo un grande valore alla reciproca accessibilità, sia dei loro cittadini l’uno con l’altro sia fra di loro e il mondo esterno.  Oggi questa valorizzazione dell’accessibilità interna ed esterna deve diventare un fulcro della vita di tutte le comunità locali.  Vi è una simbiosi sempre maggiore fra città e “contado”, e la scelta è se questa simbiosi porti a un degrado ambientale e sociale o, sperabilmente, ci spinga a promuovere l’elevazione della qualità della vita individuale e collettiva.

In questo frangente si mostra uno dei maggiori difetti degli stati nazionali moderni e contemporanei, ancora più esasperato nell’ultimo secolo, che è l’eccesso di burocratizzazione.  Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni avrebbero potuto aiutare a bloccare questo eccesso, e invece rischiano di incentivarlo, oltre a innescare – se utilizzate con scarsa consapevolezza – processi di astrazione e di spersonalizzazione non necessari e non auspicati.  Ecco perché, da parte di molte istanze, vi è un’esigenza di progetti bottom up, che partano dal basso e che completino i tradizionali progetti top down.

Naturalmente, questa interpretazione del locale come risorsa non è da tutti condivisa: anzi il richiamo del locale può diventare preda di nuove forze autoritarie che giocano una seconda carta, il localismo accanto al nazionalismo.

11-de-setembreOggi si torna a parlare di secessionismo per importanti regioni d’Europa, quali la Scozia nei confronti del Regno Unito e della Catalogna nei confronti della Spagna.  Qui non si tratta però di localismo, ma di vere e proprie “nazioni interrotte” che nel corso dei secoli hanno subito gravi torti storici.  Tuttavia le attuali indipendenze di queste nazioni correrebbero il rischio di recidere legami sedimentati, e di alimentare una chiusura nazionalistica.  Ma, certamente, i governi centrali del Regno Unito e della Spagna ancora sottovalutano le ferite inferte a queste nazioni nel passato e sono a tutt’oggi incapaci di trasformare la loro forza identitaria in risorse costruttive per la comunità tutta.  Questa oggi è certamente una fonte di crisi per l’Europa nel suo complesso.

Arianna Barazzetti – Città e luoghi di frontiera, quali vincoli e quali possibilità esprimono?

Gianluca Bocchi -  Fino all’età moderna la gran parte delle società europee, piccole, immote e in massima parte contadine, erano in genere molto omogenee e sottoposte a un grande controllo sociale.  Le città iniziano a fare eccezione già nel secondo medioevo: per le città passano Medieval_Citymolti flussi migratori, si innesca una certa mobilità sociale, i vincoli del controllo sociale si allentano relativamente.  Le città saranno successivamente i luoghi chiave delle unificazioni culturali delle rispettive nazioni, e trasmetteranno i loro valori innovativi nei territori circostanti.                                                                                                                       Ma oggi la tarda modernità si è impigliata in un nuovo tipo di omologazione dei cittadini, dovuto alla burocratizzazione.  Per cui l’interrogativo su quali possano essere i cittadini del futuro non ha una risposta scontata.  Ci chiediamo con apprensione se i processi tecnologici in atto finiscano col generare nuove forme di omologazione e di controllo sociale, o se invece la cittadinanza del futuro possa essere basata su un’interazione costruttiva tra diversità considerate feconde e basilari.  Riusciremo a vivere insieme in quanto diversi, come fra l’altro Alain Touraine ha chiesto con grande acume?

Dinanzi a questa sfida dei nostri giorni le grandi città assomigliano sempre più ai luoghi di frontiera in quanto entrambi questi generi di luoghi sono attraversati da flussi continui, che li rendono difficilmente normalizzabili.  Per le grandi città questo è evidente: su di esse converge ogni tipo di immigrazione (e anche di emigrazione), da vicino, da lontano, dal proprio paese, dal resto d’Europa, dal resto del mondo…  Ma anche i luoghi di frontiera, che spesso sono storicamente multietnici perché tracciare frontiere etniche in Europa è rheinsempre stato molto difficile, sono plasmati da flussi bidirezionali, che possono essere giornalieri, settimanali, mensili, annuali, occasionali, ciclici, stabili…  E’ da notare che in genere questi flussi transfrontalieri apportano un guadagno per l’economia e per la cultura delle fasce di frontiera di entrambe le nazioni confinanti.

Oggi abbiamo dunque la necessità che si inneschi un circolo virtuoso fra i valori nazionali e quelli locali.  Indubbiamente la rinascita delle dimensioni regionali e locali mette in crisi le omologazioni spesso imposte dagli stati nazionali, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di un nuovo patriottismo che integri le comunità locali e le metta in relazione evolutiva, altrimenti le comunità locali non farebbero altro che ripetere su una scala in miniatura gli errori degli stati nazionali moderni.  E’ chiaro che dinanzi agli impetuosi cambiamenti apportati dai processi di globalizzazione la reazione psicologica di chiudersi su se stessi rischia di essere sfruttata in forma miope e autodistruttiva da chi cavalca l’onda del populismo. Ai politici che non vogliono rassegnarsi a questa degradazione spetta oggi una notevole dose di responsabilità, e diciamo anche di cultura, per aiutare i propri cittadini a rielaborare le loro sensazioni di incertezza e a vedere nuove possibilità per il loro stesso futuro.

Creare contesti favorevoli perché le tante diversità di cui oggi si compone l’Europa possano non solo interagire, ma costruire insieme è oggi più che mai un compito politico importante a tutti i livelli territoriali, da quelli nazionali a quelli locali.  E’ una necessità ineludibile, se vogliamo che il nostro continente rimanga un laboratorio di creatività e di innovazione, riannodandosi con ciò alle pagine migliori della sua storia e combattendo la tentazione di riproporre la via distruttiva delle sue pagine oscure.


Cambiare l’Italicum. Ciò di cui la Camera dovrebbe discutere.

I molti motivi per cui l’attuale proposta della legge elettorale in fase di approvazione possa risultare dannosa per l’Italia sono già stati discussi nei miei interventi precedenti.  E i motivi per cui la recente riformulazione della proposta di legge elettorale mantenga e forse intensifichi questi problemi, rispetto alla proposta di un anno fa, sono stati oggetto del mio ultimo intervento.  Tuttavia, è ancora opportuno sintetizzare alcune questioni da porre ai sostenitori dell’odierna formulazione, prima che essi la facciano licenziare senza gli auspicabili cambiamenti. 1) L’Italicum, troppo sbilanciato verso la governabilità a scapito della rappresentanza, non ha nessun analogo nei sistemi delle democrazie europee e occidentali, nemmeno quando queste abbiano introdotto correttivi più o meno spinti a favore della governabilità.  In particolare, sono anomali sia il premio di maggioranza, che in casi particolari diverrebbe smodato e immotivato, sia la messa fuori gioco di ogni possibile coalizione.  A tal proposito, non credo sia opportuno fare riferimento alla creatività italiana, quando si tratta piuttosto del predominio di obiettivi locali e a corto termine, a tutto scapito di una visione ampia, sia sul piano spaziale che temporale.  2) Negando l’utilità e la possibilità stessa delle coalizioni, la legge incentiva la tendenza, già esasperata nel nostro paese, a concentrarsi solo sulla vittoria della propria parte e ad eclissare la necessità di operare per il bene comune.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, data l’estrema litigiosità che ha caratterizzato e che continua a caratterizzare il quadro politico italiano degli ultimi decenni?  3) Il privilegio eccessivo della governabilità rispetto alla rappresentanza può generare un forte scollamento tra il Parlamento e il paese reale, con gravi difficoltà per chiunque sia al governo e con una pressione eccessiva della piazza sulle istituzioni.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, nell’età dei facili populismi e delle politica basata su affermazioni ad effetto?  4) L’esaltazione del principio “chi vince decide”, enfatizzando il carattere agonistico delle relazioni fra le parti in gioco e riducendo la ricerca del consenso e delle mediazioni nelle fasi intermedie di una legislatura, può produrre bruschi rovesciamenti di fronte al momento delle elezioni e condurre i nuovi vincitori a esasperare le discontinuità politiche nei confronti del governo sconfitto.  E invece di una certa continuità nelle scelte di fondo (ad esempio nell’attuazione di grandi e piccoli progetti infrastrutturali, nel sostegno alla formazione e alla ricerca, nella politica ecologica ed energetica, nelle relazioni con l’Europa, nella collocazione internazionale) oggi la democrazia italiana e le democrazie europee ne hanno senz’altro bisogno, come insegna il caso svedese.  I precedenti dei bruschi rovesciamenti di fronte spesso avvenuti di recente nei paesi dell’Europa centro-orientale non sono certo confortanti al proposito.  5) A sintesi di tutto ciò, ha luogo un implicito spostamento dalla centralità del parlamento alla centralità dell’esecutivo, senza che peraltro siano stati pensati e messi in atto gli indispensabili correttivi.              elezioni_in_italia_1946-1992Non è facile comprendere perché i sostenitori dell’attuale formulazione della legge elettorale siano inconsapevoli di questi problemi, o per lo meno sembrino di esserlo.  Ma forse sono intrappolati nella loro stessa retorica.  Dato che a loro parere la ragion d’essere principale dell’attuale governo è una rapida messa in atto delle riforme, ogni variazione alla lettera stessa delle riforme proposte – anche se si tratta di variazioni avanzate con intenti esplicitamente migliorativi -  viene percepita come un attacco al percorso delle riforme in toto e, insieme, al governo e alla sua leadership.  La discussione alla Camera dell’attuale proposta di legge elettorale dovrebbe aiutare a dissipare questa trappola retorica.  Licenziare una legge che non trova corrispondenze nel mondo democratico occidentale, di dubbia validità costituzionale, di opportunità politica altrettanto dubbia, dalle incontrollabili conseguenze future, costituirebbe una falsa partenza nel percorso delle riforme.  Proprio chi più ha a cuore riforme adeguate per un risanamento del nostro paese dovrebbe augurarsi che l’attuale formulazione della legge venga cambiata.                                                  Dobbiamo chiederci quale sia lo spazio di manovra disponibile entro l’iter frettoloso del momento, in cui la volontà dell’esecutivo prevale senz’altro sulla libera discussione nell’ambito del corpo legislativo.  A breve termine, è difficile ipotizzare una messa in discussione dell’impianto fondamentale della legge, e soprattutto del principio del premio di maggioranza su cui continua a essere imperniata, alla pari della legge del 2006.  E tuttavia si può far sì che l’applicazione di questo premio di maggioranza sia regolata in maniera meno meccanica ed esasperata.  In primo luogo, si può evitare che all’eventuale ballottaggio per l’accesso al premio di maggioranza, e quindi al governo stesso del paese, prendano parte forze politiche che al primo turno abbiano preso meno del 30% dei voti.  Nella legge può essere incorporato il principio che una parte politica acceda al ballottaggio solo se al primo turno abbia preso almeno il 30% dei voti: e notiamo che questa continua a essere una soglia bassa, perché i seggi che spetterebbero alla parte politica vincente sarebbero comunque circa il 75% in più di quelli che le spetterebbero su base strettamente proporzionale.  Il principio potrebbe così suonare: se due parti politiche superano al primo turno il 30% dei voti, entrambe accedono al ballottaggio; se una sola parte politica supera il 30% dei voti essa vince comunque al primo turno e prende il premio di maggioranza (per una sorta di “manifesta inferiorità” degli oppositori); se nessuna parte politica supera il 30% dei voti non si deve tentare di forzare la situazione, e il premio di maggioranza, che risulterebbe eccessivo, non può venire assegnato.  In tal caso, e solo in tal caso, non si può che procedere a una distribuzione proporzionale dei seggi con la soglia di sbarramento al 3%.                                                                             Evidentemente lo spirito dell’attuale legge considera quest’ultimo un caso rovinoso, da evitare in ogni modo.  Ma un’opportuna riformulazione della legge lo può rendere molto raro, praticamente impossibile.  Questa riformulazione deve rimettere in gioco le tanto biasimate coalizioni.  Si può stabilire che al ballottaggio accedano non le due liste, ma le due coalizioni che al primo turno superino il 30% dei voti.  La differenza fra le due formulazioni è importante.  Se una parte politica ambisce a governare, e per prima cosa ambisce a vincere le elezioni, deve saper “giocar bene”, deve saper intercettare almeno il 30% delle preferenze degli elettori, che in una società complessa come la nostra sono molto diversificate: per questo le coalizioni sono uno strumento flessibile che favorisce  la pluralità e la consonanza delle voci nello stesso tempo. Al contrario, i “duri e puri” del momento – populisti o dogmatici che siano – troveranno certo più difficoltà ad accedere al ballottaggio.  Una tale versione della legge richiederebbe alcuni interventi di riequilibrio: ad esempio le varie componenti della coalizione vincente (solo della coalizione vincente) devono avere una qualche rappresentanza in parlamento, anche senza raggiungere la soglia del 3%, per evitare di confinarle nello scomodo e poco equo ruolo di “portatori d’acqua” per il vincitore, senza alcuna ricompensa.  Inoltre, aumentando la probabilità che due parti in gioco possano superare la soglia dichiarata vincente del 40% dei voti, anche in questo caso si dovrebbe procedere al ballottaggio.                                                   palazzo marinoAncora più flessibilità, e ancora più spazio al gioco delle forze politiche, sarebbero offerti dalla possibilità di apparentamento non solo agli inizi della competizione elettorale, ma anche dopo il primo turno e prima del ballottaggio (proprio come avviene nell’elezione dei sindaci).  Ferma restando la necessità di accedere alla soglia del 30% per partecipare al ballottaggio, in questo caso potrebbe essere opportuno fissare la soglia della vittoria al primo turno non al 40% ma al 50% dei voti, per evitare che una parte minoritaria si associ strumentalmente a uno dei due partecipanti al ballottaggio decretandone anticipatamente la vittoria.  In ogni caso le mosse dei partiti hanno luogo sotto gli occhi dell’opinione pubblica, e quindi apparentamenti troppo disinvolti possono persino risultare controproducenti, facendo cambiare opinione a taluni elettori al momento del ballottaggio.  Per realizzare questa variante, uno scenario praticabile è il seguente.  Dopo il primo turno viene assegnato il 50 % dei seggi complessivi a tutte le liste in competizione che superano la soglia del 3%.  Dopo il ballottaggio viene assegnato l’altro 50% dei seggi: una frazione più o meno ampia di questi costituirà il premio di maggioranza della lista o delle liste coalizzate vincenti, mentre i seggi restanti completeranno il quadro proporzionale del primo turno.  Si potrebbe assegnare un piccolo premio anche alla coalizione che arriva seconda (perdendo il ballottaggio), ma forse questa è una complicazione eccessiva.                                                                               Evidentemente, in questo contesto, non regge l’obiezione che in tal modo lo spazio per mediazioni e trattative è eccessivo (a parte il fatto che in politica mediazioni e trattative sono un valore e non un disvalore).  Qui, infatti, non si tratta di rispettare alla lettera la volontà degli elettori che invece – in maniera del tutto legittima – è fortemente incanalata dagli obiettivi di governabilità che la legge persegue.  Al contrario, la possibilità di costruire coalizioni vivibili e coese è uno strumento per aumentare il consenso, per dare più senso al voto degli elettori, per fornire una maggiore legittimazione all’azione governativa della parte vincente.  Molto più pertinente è l’obiezione per cui un governo di coalizione rischia di dipendere dal voto favorevole di parti politiche piccole o addirittura di singoli deputati, come è accaduto al governo Prodi negli anni fra il 2006 e il 2008.  Una tale obiezione è molto seria.  E se la vogliamo prendere sul serio, come conseguenza della riforma della 1982legge elettorale, si dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento una procedura di sfiducia costruttiva, prendendo esempio dalla Germania.  Durante una legislatura, vi può essere un cambio di governo, e di maggioranza, solo se viena data la fiducia a un nuovo primo ministro, a un nuovo governo, a una nuova maggioranza, a un nuovo programma.  Ma un altro intervento, di portata ben più ampia, dovrebbe accompagnare l’attuale riforma elettorale.  Bisognerebbe essere molto severi e rifiutare di ammettere alle elezioni qualunque partito, movimento o lista che sostenga una qualche forma di discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini, di qualunque natura essa sia: etnica, religiosa, regionale, di genere, o di altra natura.  E se i candidati di un partito ammesso alle elezioni fanno affermazioni di questo genere, i controlli e le multe devono essere altrettanto severi (insieme all’esclusione del candidato).  Non possiamo assistere a spettacoli come quelli oggi offerti dal Fronte Nazionale francese, moderato nelle parole di Marine Le Pen, e pieno di rigurgiti anti-ebraici, anti-islamici, anti-immigrati nelle dichiarazioni della campagna elettorale di molti candidati.                                                                                                Con questi mutamenti, volti a un migliore equilibrio fra governabilità e rappresentanza, la questione delle preferenze viene sdrammatizzata, ma rimane aperta. L’attuale formulazione non è limpida: perché solo il partito vincente dovrebbe poter portare in parlamento una notevole proporzione di deputati scelti con il meccanismo delle preferenze?  Certo, la soluzione immediata sarebbe di far valere le preferenze per l’intera lista,  ricordando come nel periodo fra il 1947 e il 1992 in genere i capilista non hanno avuto grandi problemi per la loro elezione.  Ma non mancano soluzioni differenti, forse più attraenti, che qui discutiamo soprattutto per ribadire come l’innovazione istituzionale sia un’arte difficile che richiede tempo, impegno, ingegno.  Una di queste è l’elezione dei deputati in parte attraverso collegi uninominali e in parte attraverso liste plurinominali in ambito circoscrizionale, nell’ambito di una distribuzione proporzionale dei seggi.  Come è noto, è la soluzione adottata in Germania e in Nuova Zelanda, che danno agli elettori due possibilità di voto indipendenti: una al collegio e una alla lista.  Chi vince in un collegio uninominalie viene in ogni caso eletto, ma il numero dei candidati che alla fine sono eletti, per ogni lista, è calcolato solo sulla base della ripartizione proporzionale dei voti di lista: i deputati eletti  con il collegio uninominale sono compresi in questa ripartizione.  In Italia, naturalmente, si dovrebbero introdurre modifiche relative all’applicazione del premio di maggioranza.        La soluzione ha il vantaggio di scegliere una buona parte della Camera attraverso competizioni sul territorio a stretto contatto fra elettori e candidati, sul cui valore i partiti dovrebbero puntare e che possibilmente dovrebbero essere scelti attraverso le primarie (anche se le primarie non possono essere imposte per legge).  Fra l’altro, chi è orientato a scegliere un candidato per lui meritevole e che tuttavia non appartiene alla propria parte politica (quella che viene scelta nel voto di lista proporzionale) sa di non arrecare nessun danno a quest’ultima, vista che la sua scelta individuale al voto del collegio non diminuisce affatto il numero dei seggi della lista votata al proporzionale.  Lo svantaggio è che questo sistema, sia in Germania che in Nuova Zelanda, può portare a seggi aggiuntivi perché in qualche circoscrizione il numero degli eletti all’uninominale per un partito può essere superiore al numero degli eletti che gli spetterebbero su base proporzionale: ma forse, operando accortamente sulle proporzioni fra eletti attraverso il collegio ed eletti attraverso le liste e, nel contempo, sul numero e le dimensioni dei collegi e delle circoscrizioni, si può evitare una complicazione di questo genere. Per quanto riguardo gli eletti nelle liste circoscrizionali, sia in Germania che in Nuova Zelanda non si usano preferenze ma liste bloccate: nulla, però, vieta di introdurre anche in queste liste le preferenze.              Hamburg HafenUn’altra possibilità, in definitiva più semplice anche se esposta al rischio di essere considerata troppo avveniristica, è quella adottata nelle modalità di elezione del Parlamento di Amburgo, città stato (Land) della Germania federale.  L’elettore ha due voti a disposizione, uno per liste circoscrizionali e uno per liste cittadine.  Ma ciò che importa è che per ognuno dei suoi due voti l’elettore ha a disposizione 5 preferenze, che può distribuire a suo piacimento: darne 5 a un singolo candidato, darne 1 a 5 candidati, e anche con ogni altra distribuzione possibile (2-1-1-1, 2-2-1, 3-1-1, 3-2, e così via).  Il voto disgiunto è ammesso: una parte qualsivoglia delle preferenze può essere espressa anche per candidati di liste per cui non si è votato.  E, naturalmente, non c’è obbligo di utilizzare tutte le preferenze: l’elettore ne può usare 4 o 3, o anche nessuna.  E’ ben nota l’obiezione, che a suo tempo aveva portato alla riduzione e infine all’eliminazione delle preferenze dal nostro ordinamento elettorale: così operando, si favorirebbe la riconoscibilità del voto e si ripristinerebbe il malcostume del voto di scambio, purtroppo sempre in agguato nel nostro paese. Ma siamo davvero condannati alla ripetizione del sempre uguale?  Per quale motivo non potremmo prendere in considerazione una modalità di elezione che in una parte della Germania – anche le elezioni del comune di Monaco di Baviera avvengono con una modalità simile – sono pensate per avvicinare cittadini e candidati e per rivitalizzare la scadenza elettorale, rendendola qualcosa di diverso dalla riproposizione di uno stanco rituale?                            Ciò che può accadere fra pochi giorni alla Camera è imprevedibile.  Può crearsi una convergenza fra sostenitori e oppositori dell’attuale versione della legge, con il diffondersi della conspevolezza che talune migliorie e taluni interventi in tempo reale non solo non ostacolano il cammino delle riforme, ma anzi rafforzano il consenso ad esso, sul piano politico come sul piano popolare.   Nella più felice delle ipotesi, potrebbe anche aprirsi un franco dibattito sulla legge elettorale più opportuna per il nostro paese nell’attuale momento storico, liberandoci da quella coazione a ripetere che ha fatto riproporre – per l’elezione della Camera – una legge troppo simile a quella adottata nel 2006, a suo tempo ampiamente demonizzata.  E nella libertà del dibattito potremmo anche scoprire che il Mattarellum è a tutt’oggi una buona legge, anche se con taluni difetti riguardanti il turno unico dei collegi uninominali e il meccanismo di scorporo, che tende a favorire troppo chi perde le contese uninominali.  E forse potremmo anche scoprire – a memoria futura – le incontrovertibili doti di un Mattarellum a doppio turno, che faccia proprie le virtù del sistema francese con un’equa correzione proporzionale. Nella più felice delle ipotesi, dando alla Camera lo spazio e il tempo necessario per discussioni e riflessioni su un tema di tale importanza, emergerebbe una legge elettorale emendata e più valida. E si aprirebbe anche la strada per ulteriori migliorie e raffinamenti condivisi nello stesso cammino delle riforme: scaturiti ad esempio da discussioni e riflessioni su funzioni, composizione ed eventuale eleggibilità del Senato il quale, rispetto a una Camera eletta con il principio del premio di maggioranza, non potrebbe che rappresentare, per contrappeso, la varietà degli elettorati delle singole regioni (nessuno, fortunatamente, vuol ritornare al “bicameralismo perfetto” da cui abbiamo preso congedo).                                                                      Ma, purtroppo, vi è anche la peggiore delle ipotesi: una situazione di “muro contro muro”, che vedrebbe i sostenitori della legge elettorale rifiutare ogni esigenza di cambiamento, per paura di apparire deboli e cedevoli.  E questo scenario sarebbe una sconfitta per il paese.  Scheda rosaPerché una riforma di così rilevante interesse costituzionale, che dovrebbe avere il consenso di un’ampia parte del parlamento, rischia di essere approvata con un margine minimo di voti e di aprire, non già di chiudere, un percorso ulteriormente tormentato.  La costituzionalità del premio di maggioranza nella sua formulazione attuale è assai perché è troppo simile al premio di maggioranza giudicato incostituzionale dalla decisione della Consulta riguardo alla legge antecedente del 2006.  L’introduzione del ballottaggio nell’attuale proposta di legge non sposta il punto dolente.  Il ballottaggio decide soltanto a chi dare, sempre e comunque, un premio di maggioranza che può risultare enorme, illimitato, persino stravolgente della volontà degli elettori.  Abbiamo sottolineato l’improponibilità dello scenario di due parti in competizione che entrano in ballottaggio dopo aver conseguito, al primo turno, rispettivamente il 25% dei voti dell’elettorato: in tal caso il premio di maggioranza del vincitore farebbe più che raddoppiare la rappresentazione che gli spetterebbe su base proporzionale.  Ma la legge, di per sé, non esclude nemmeno scenari davvero assurdi: ballottaggi fra due liste che hanno il 20% dei voti a testa, o anche di meno.  Certo, una situazione del genere ci appare oggi molto improbabile, e deriverebbero da una frammentazione e da una litigiosità del panorama politico quasi impensabile.  Ma nella storia è accaduto anche di peggio, e vigilare è d’obbligo.  Una legge elettorale non dovrebbe mai consentire che il governo possa essere affidato, senza contrappesi adeguati, a una parte il cui sostegno nel paese potrebbe essere molto minoritario, visto anche come la partecipazione al voto sembra entrata in una fase di declino persistente e fisiologico.  Fra l’altro, in età di populismi imperanti, la possibile accessione al ballottaggio, in un futuro prossimo o meno prossimo, di qualche partito non limpidamente democratico sarebbe un salto nel buio che una democrazia dovrebbe evitare con tutte le forze (Weimar, dopotutto, ha ancora da insegnarci qualcosa).  Non sappiamo se la Corte Costituzionale dovrà nuovamente sottoporre a scrutinio la legge elettorale, né prevedere quale possa essere la sua nuova decisione.  Però, se il percorso prendesse una certa piega, ci potremmo ritrovare con una legge elettorale della Camera assai simile a quella in vigore fino al 1992: un proporzionale con la soglia al 3% al posto di un proporzionale quasi puro, che aveva soglie ancora più basse.                                           E’ chiaro come le vicende, già così intricate e tormentate, delle leggi elettorali nel sistema politico italiano recente non siano episodiche: anzi, sono pienamente sintomatiche della condizione delle istituzioni democratiche nel mondo d’oggi.  Dopo una legge elettorale rimasta stabile dal 1947 al 1992, è succeduta la formulazione di tre nuove leggi elettorali in poco più di un ventennio.  E la storia andrà avanti.  Si tratta soltanto della manifestazione di un sistema politico in cattiva salute, e dell’intervento di interessi particolari e limitati?  referendum_1958Oppure non dipende anche, e forse soprattutto, del fatto che, in un mondo ove le società, le culture, le economie, le tecnologie evolvono rapidamente e imprevedibilmente, anche le istituzioni non possono che co-evolvere con esse, senza mai rinunciare ai pilastri di base su cui è fondata la nostra democrazia.  Ora, gli ordinamenti istituzionali di molti paesi europei risalgono alla fine della seconda guerra mondiale o, come in Francia, sono stati prodotti da una grave crisi che ha imposto una transizione costituzionale d’emergenza.  Ma i decenni sulle spalle delle nostre istituzioni sono cresciuti: qui, come in altri ambiti, l’obiettivo prioritario è quello di coniugare il carattere ispiratore e irreversibile delle memorie e delle tradizioni a cui continuiamo a ispirarci con quella flessibilità che è resa necessaria dalle molteplici esigenze individuali e collettive in scenari di mutevolezza estrema.  E’ allora evidente che, fatti salvi quei principi inalienabili che la nostra Costituzione esprime a tutt’oggi in maniera esemplare, le modalità concrete di funzionamento dello stato devono essere ripensate costantemente.  Forse, quello che manca oggi a un sistema politico, e non solo a quello italiano, è la capacità di esercitare un’attenta autoosservazione del suo stato di salute e di vitalità nel corso di ogni legislatura e di ogni tappa della legislatura, di comprendere i suoi bisogni, di proporre i mutamenti più urgenti, secondo modalità istituzionalizzate e condivise.  E’ forse un compito da attribuire a un futuro Senato?  E’ forse un compito per un nuovo dialogo fra parlamento e cittadini?  E’ forse un nuovo orizzonte di democrazia partecipativa?                                                         In ogni caso, le vicende delle leggi elettorali italiane confermano l’atteggiamento che è indispensabile tenere nei confronti di ogni legge, di ogni regola, di ogni invariante.  Non esiste una legge elettorale migliore delle altre.  Ma è indispensabile dibattere su quale sia la legge elettorale contestualmente migliore: per quale luogo, per quale tempo, per quali obiettivi.  Stabilità ed evoluzione, nella democrazia come in tante altre vicende umane, non sono in contrapposizione: solo un circolo virtuoso fra le due polarità può dare senso al nostro vivere civile.  Una tale prospettiva non può che dare un senso nuovo, e forse più vitale, alle parole oggi tanto abusate di ‘riforme’ e di ‘riformismo’.  Il riformista non è colui che ambisce a una meta ultima, finale.  E’ colui che si appassiona per la soluzione che ritiene più valida al momento, pur sapendo che, un giorno non tanto lontano, si batterà lui stesso per aprire nuovi spazi e tracciare nuove frontiere.

9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

La Svizzera, la Grecia, i difficili confini di un’Europa divisa

Il referendum che ha diviso a metà l’elettorato svizzero e che ha visto prevalere di misura la parte d’opinione pubblica propensa a contingentare ogni forma di immigrazione ha aperto in tutta quanta Europa discussioni a vasto raggio.  Prevedibilmente, i partiti nazionalisti e antieuropeisti – come quello di Marine Le Pen – hanno invitato a prendere come modello la decisione svizzera.   Ma si può anche approfittare dell’occasione per trarne lezioni assai differenti.  L’occasione, infatti, è spiazzante.  Per una volta i rapporti fra il dentro e il fuori si sono capovolti.  E’ la Svizzera che tende – moderatamente, a dire il vero – a ostacolare l’immigrazione dei cittadini dei vari stati dell’Unione Europea.  E questo potrebbe aiutarci a rammentare un tratto della storia europea anche recente, evidente ma sempre più rimosso: che in tutta l’età moderna l’Europa è stata terra di emigrazione molto più che di immigrazione.  Rivitalizzare anche in questo caso le memorie storiche dei nostri popoli e dei nostri stati potrebbe meglio aiutare ad affrontare con più consapevolezza ed equilibrio le vicende di una frontiera ben più tormentata dell’Unione Europea: quella mediterranea. 

Farmakonisi

Sono passati alcuni mesi dalla tragedia di Lampedusa, ma le situazioni drammatiche nel Mediterraneo continuano a replicarsi.  Nuove tragedie hanno luogo.  Il 24 gennaio, al largo di Farmakonisi, un’isola greca dell’Egeo, è affondata una barca di migranti provenienti dalla Turchia: 25 di loro erano afghani e 3 siriani, e tutti cercavano nella lontana Europa un approdo per sfuggire a situazioni instabili e pericolose.  Sono morte tre donne e nove bambini.  I sopravvissuti hanno accusato: i sorveglianti della guardia costiera greca avrebbero respinto la barca in piena tempesta, e persino rigettato in mare i naufraghi che cercavano scampo.  Naturalmente le autorità greche si sono affrettate a contestare i racconti dei sopravvissuti, che però sono stati presi molto sul serio dall’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalla Commissaria per gli Affari Interni dell’Unione Europea.  Le autorità greche hanno replicato sottolineando lo stress continuo a cui è sottoposta la nazione per far fronte alle ondate di immigrazione clandestina.  Ma l’eco della vicenda non si è spenta: dopo una manifestazione di protesta dei profughi afghani davanti al parlamento greco, il 20 marzo è stato tenuto un dibattito alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per discutere seriamente sulle cruciali implicazioni umane e politiche del ripetersi sempre più frequente di disastri del genere.

africa europa

La tragedia di Farmakonisi, come già quella di Lampedusa, mette in primo piano l’inadeguatezza delle regole a suo tempo stabilite dalla convenzione di Dublino: essa obbliga chi è in cerca di asilo a farne richiesta solo allo stato di primo approdo.  E ciò provoca una pressione insostenibile soprattutto sulle nazioni mediterranee: Italia, Grecia, Spagna.  Anche se è sperabile che le tensioni oggi aperte in un’altra frontiera critica dell’Unione Europea – quella con l’Ucraina e con la Moldova – non comportino significative ondate di profughi (qualche giorno fa alcuni tatari di Crimea hanno comunque chiesto asilo in Polonia), è chiaro che la convenzione di Dublino è del tutto inadeguata rispetto all’incalzare delle vicende dei nostri giorni.             Al tempo di Lampedusa, esponenti del governo tedesco si erano mostrati poco sensibili alle esigenze italiane, sostenendo che alla fine la Germania darebbe asilo a un maggior numero di profughi di quelli che vengono accolti nel nostro paese.  Ecco: è proprio di questo rimpallo di responsabilità quello di cui non abbiamo bisogno.  Né abbiamo bisogno che ogni paese e che ogni parte politica vada in ordine sparso, spesso avanzando proposte volte a blandire una parte dell’elettorato, improvvisamente conteso da nuovi partiti aggressivi e nazionalisti: così l’UKIP in Gran Bretagna e il rinnovato FN di Marine Le Pen in Francia.                                                                                                                            Dalle amare tragedie di Lampedusa e di Farmakonisi potrebbe derivare un insegnamento più costruttivo: fra le molte buone ragioni che oggi impongono un approfondimento dell’Europa politica e la rivitalizzazione della prospettiva di un’Europa federale la necessità di una visione comune in tema di immigrazione e di relazioni con il Sud del mondo è senz’altro una delle più urgenti, se non la più urgente.  L’attuale difformità e confusione delle opinioni e delle politiche getta un peso insostenibile sulle popolazioni costiere del Mediterraneo e, nello stesso tempo, dà dell’Europa una ben misera immagine nel mondo intero: come se una delle sue parti più ricche e sviluppate volesse sottrarsi alle responsabilità che le spettano per il bene comune.

globalmigrationAssumersi responsabilità non equivale certo ad ergersi a onnipotenti salvatori del mondo.  Ma significa definire regole e limiti comuni e presiedere alla loro evoluzione, nella prospettiva di aprire gradualmente nuove possibilità meno incivili alla vita associata degli individui e dei gruppi umani.  E assumersi responsabilità significa anche comprendere quanto rapidamente e quanto intensamente i flussi migratori che toccano l’Europa si siano invertiti nel giro di pochi decenni: l’Europa è sempre più simile a quelli che sono stati e ancora sono Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Argentina, tutte terre di immigrazione e di ospitalità per decine di milioni di europei che sfuggivano dalla povertà e da governi ostili o indifferenti.  Martin Schulz, presidente dell’attuale parlamento europeo, all’indomani di Lampedusa ha voluto porre l’accento proprio su questo nuovo aspetto dell’identità europea: per l’Europa d’oggi l’immigrazione non è un’emergenza, ma una condizione strutturale.  Anche e soprattutto in questo campo dobbiamo smettere di rifuggire dalla responsabilità politica e affrontare coraggiosamente il problema delle condivisione di nuove regole, con la consapevolezza che la situazione dell’Europa d’oggi è per molti versi nuova e inedita rispetto ai paesi dei nuovi mondi.  Sul piano spaziale qui non esistono frontiere da estendere, da colonizzare e da riempire, ove sistemare e qualche volta confinare i nuovi arrivati: l’Europa, anche se in calo demografico, è sufficientemente piena e la crisi economica aumenta ulteriormente i conflitti che ne derivano.  Ma proprio la crisi e la stagnazione attuali rendono per l’Europa vitale la frontiera dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica, che si alimenta di alterità in relazione, che si nutre di un sottile equilibrio fra unità e diversità. La difficile scommessa è di delineare una società in cui le relazioni fra diversità culturali siano sostenibili e generative, in cui soggetti vecchi e nuovi interagiscano e generino nuovi spazi di possibilità, invece di separarsi, di combattersi o di omologarsi.

popoli in fuga

Ma la sfida continua a non venir percepita, e non solo per la miopia di molti politici.  Il fatto è che i cittadini dell’Europa d’oggi, quasi indipendentemente dalle loro visioni ideologiche e dalla loro formazione culturale, faticano a entrare nella condizione e nell’emozione dei migranti in fuga, convinti di essere schermati per diritto dalle violenze di cui soffrono e legittimati dunque a rivolgersi a loro con simpatia, con condiscendenza o con avversione, a seconda delle opinioni soggettive.  Eppure non bisognerebbe essere grandi esperti di storia per comprendere che le sofferenze da cui oggi l’Europa è circondata da ogni parte sono le stesse sofferenze che hanno dilagato in Europa in un passato assai recente.  La storia europea dalla guerra di Crimea di metà ottocento alle guerre balcaniche di fine novecento è percorsa da un sinistro filo rosso di popoli e di individui (decine di milioni: un bilancio preciso è arduo) fuggiti, espulsi, scacciati, deportati, Continua a leggere

Giappone: ritorno al passato?

Park Geun-hye è stata eletta Presidente della Corea del Sud nel dicembre del 2012.  E’ la prima donna a rivestire questa carica nel suo stato e, più in generale, ad assumere un ruolo così rilevante in un’area del mondo in cui la presenza femminile in politica non è particolarmente diffusa.  Fra tanti radicalismi e irresponsabilità dei paesi vicini la sua voce risuona per autorevolezza e moderazione.  Ha proposto, ad esempio, la costituzione di una commissione comune tra giapponesi e sudcoreani per la riscrittura dei libri di storia, sull’esempio di quanto hanno fatto da tempo tedeschi e francesi, tedeschi e polacchi: la riconciliazione postbellica, che in Asia Orientale a tutt’oggi non è avvenuta, non può che fondarsi sulla diffusione nelle giovani generazioni di una memoria critica, per metterle in grado di soppesare torti e ragioni reciproche e di prendere la distanza dagli errori e dagli orrori del passato.  Non a caso, nell’Estremo Oriente dei nostri giorni, un problema educativo fondamentale è la marginalizzazione delle conoscenze storiche: una studentessa giapponese ha raccontato della compressione, nel suo corso di studi, dell’intera storia umana in un solo anno (!), da Homo erectus alla globalizzazione.

park_skorea

Così il rifiuto di Park Geun-hye di più stretti rapporti con l’attuale governo giapponese per affrontare i tanti problemi dell’area è un segno forte del disagio dei sudcoreani nei confronti della politica della memoria (o dell’oblio) dei vicini: a tutt’oggi i giapponesi non sono inclini ad ammettere le atrocità da loro commesse nei decenni di dominio coloniale, 1905-45.  Anzi, le relazioni sono sempre sul punto di deteriorarsi ulteriormente, perché è ancor viva la questione delle centinaia di migliaia di donne e di ragazze – provenienti da tutte le nazioni occupate dal Giappone, ma soprattutto dalla Corea del sud – costrette a forza a prostituirsi ad uso e consumo dei militari giapponesi durante la seconda guerra mondiale.  La ferita è sempre aperta:  il governo giapponese aveva avanzato un’ammissione di colpa nel 1993, ammettendo che l’uso della forza e della coercizione non poteva essere negato.  Ma negli ultimi anni alcuni esponenti neo-nazionalisti giapponesi hanno preso le distanze da questa ammissione, insistendo ostinatamente – e senza alcuna ragione da parte loro – sulla volontarietà della prostituzione di queste comfort women, secondo l’eufemismo con cui erano state definite le vittime: lo stesso Yoshihide Suga, portavoce dell’attuale governo, ha sostenuto la possibilità di una revisione della posizione ufficiale adottata dal Giappone due decenni or sono.  Fortunatamente il primo ministro Shinzo Abe non l’ha seguito su questa strada e ha fatto sapere che nessuna revisione è all’ordine del giorno.

China South KoreaLa Corea del Sud e la Cina oggi si trovano dalla stessa parte, per fronteggiare il revisionismo giapponese che non è una frangia minoritaria di estrema destra e che anzi trova espressione insistita in persone vicine all’attuale governo.  Di questo revisionismo vi è un’espressione controllata, ma proprio per questo alquanto irritante: in guerra, soprattutto nel ventesimo secolo, di crimini ne avrebbero commessi tutti quanti e non si vedrebbero motivi particolari per scuse e per ammissioni di colpa unilaterali.  Ve ne sono però anche espressioni più spinte, che considerano i crimini di guerra giapponesi in Cina (come il massacro di Nanchino) puri e semplici prodotti della propaganda statunitense e che si dilatano in un  negazionismo nei confronti dell’Olocausto, nella distruzione di copie del Diario di Anna Frank, in un’esaltazione dello stesso Adolf Hitler.  Questo tipo di revisionismo, che in molti paesi d’Europa è legalmente sanzionato, rischia oggi di diventare in Giappone quasi moneta corrente.  I cinesi, preoccupati, fanno nel contempo notare come il nonno di Shinzo Abe, Nobusuke Kishi, che era stato a sua volta primo ministro negli anni cinquanta, si fosse macchiato di crimini di guerra durante l’occupazione giapponese della Manciuria, e della regione di Shenyang in particolare, negli anni successivi al 1931.                              Il governo di Abe oggi gode di un notevole consenso popolare in Giappone, ma questo non significa che manchino voci critiche autorevoli, anche se al momento minoritarie.  Una delle più significative è quella di Hayao Miyazaki, il grande regista autore di tanti poetici film d’animazione. Nel suo ultimo film – Si alza il vento - ha affrontato proprio il tema Continua a leggere

La politica italiana, oggi: autoinganni, coazioni a ripetere, e un dopoguerra che non è finito

Le decisioni della Corte costituzionale sulla legge elettorale sono state attente e poco invasive.  Hanno escluso gli aspetti meno sostenibili della legge elettorale antecedente, lasciando aperto un enorme spazio di possibilità per i legislatori. Pareva dunque un richiamo salutare alla capacità inventiva e all’esigenze di qualità dell’arte della politica.  Alla luce di questo richiamo, quanto è accaduto nei giorni successivi è preoccupante.  Perché gran parte dei leader politici italiani non hanno per nulla percepito questo enorme spazio di possibilità.  Al contrario, si sono mossi per presidiare nuovamente lo stesso cantuccio già occupato nel vecchio spazio.  E questo significa; una nuova legge elettorale senza preferenze e con un premio di maggioranza sempre eccessivo, una legge forse ancora più rigida della precedente per l’elevazione di certe soglie di sbarramento.  Un premio di maggioranza che porta automaticamente del 35 per cento dei voti al 50 per cento dei seggi non ha analogie in Europa.  Peggio ancora, però, è il possibile doppio turno che regolerebbe la corsa al premio di maggioranza, nel caso in cui la soglia del 35 per cento non venisse raggiunta.  In tal caso, la maggioranza assoluta dei seggi potrebbe essere ottenuta anche da partiti che, al primo turno, ottengano il 30 per cento o anche meno del consenso popolare.  Esattamente quella situazione che la Consulta, nello spirito se non nella lettera, ha giudicato insostenibile.  E non sappiamo nemmeno se questa nuova legge, una volta approvata dal Parlamento, possa superare un nuovo vaglio della Corte costituzionale.

consulta

Non tutto, naturalmente, è negativo nel percorso di riforme che si tenta di aprire: l’abolizione del bicameralismo perfetto Camera-Senato è quanto mai opportuna, e impedirà il calvario post-elettorale del 2013 e anche quello del governo Prodi dopo il 2006.  Ma, di contro, preoccupante non è tanto l’attuale proposta di legge elettorale elettorale, quanto lo sono le narrazioni e le retoriche con cui viene sostenuta.  E così, viene presentata come una svolta decisiva della politica italiana quella che è una semplice variazione sul tema, discutibile e in questa forma logora della “governabilità a tutti i costi”.  Perché questo accade, dipende da fraintendimenti in cui la politica italiana si è impantanata negli ultimi decenni e da cui non riesce a liberarsi:  che il risultato elettorale possa e debba tradursi senza eccezioni e senza intermediazioni in un particolare governo e che la legge elettorale sia di per sé in grado di garantire un sistema politico sano. Sarebbe il caso di affrontare la questione anche da altri punti di vista e di comprendere come un sistema politico non troppo conflittuale, imperniato su forti valori condivisi, sia in grado di utilizzare in maniera flessibile le leggi elettorali in vigore, e persino di sdrammatizzare il risultato stesso delle elezioni.  La logica politica tedesca in questo senso è esemplare: quando per un partito il risultato ottimale non ha luogo, su scala nazionale come su scala regionale, allora è aperta la strada per le negoziazioni.  In buona parte d’Europa la coalizioni conseguenti a risultati elettorali subottimali fanno parte della normale pratica politica, mentre in Italia le “grandi Intese” (e  la diversa terminologia adottata indica anche una diversa realtà)  sono percepite come momenti di assoluta emergenza, sono aperte al rischio della paralisi governativa e alla fine possono venir esecrate quali calamità da evitare.

coalizioni

Il problema serio è che l’attuale fissazione unilaterale sul premio di maggioranza, fra i suoi scopi dichiarati,  ha proprio quello di rendere impossibili coalizioni ampie e trasversali.  In Europa non esistono visioni comparabili. Le coalizioni ampie e trasversali non sono auspicate, anche perché spesso logorano gli appartenenti alla coalizione stesse.  Taluni sistemi elettorali le consentono di più, altri di meno.  Ma nessuno le impedisce direttamente.  Se si rendono necessarie, il richiamo a valori condivisi sui quali si possono fondare le parti in gioco può persino aiutare ad affrontare con una certa speranza una fase critica della politica nazionale, come è di recente avvenuto per il governo Di Rupo in un Belgio posto dinanzi al rischio concreto della disgregazione.                                                                                                             Per tornare all’Italia: siamo proprio certi che obbligare letteralmente al governo una parte politica anche nel caso in cui questa goda del consenso elettorale (diciamo) di circa un terzo del paese sia un buon servizio per i vincitori stessi?  E che non aumenti ulteriormente la conflittualità generale del sistema politico, e l’aggressività di chi si trovi nel ruolo comodo di condurre un’opposizione distruttiva?                                                              Intendiamoci: la situazione politica italiana del momento è grave ed anomala, con tre (non due!) blocchi che si percepiscono come rigidamente incompatibili.  Il ricorso al premio di maggioranza come strumento strategico per superare una situazione di paralisi è una mossa comprensibile, forse anche auspicabile.  Ma quello che non è accettabile è anzitutto la misura quantitativa di questo premio.  In secondo luogo, non è accettabile la totale assenza di consapevolezza sul fatto che questa può essere sì un’utile mossa

Continua a leggere

Joachim Gauck a Oradour sur Glane: per il mondo e per l’Europa

Il presidente tedesco Joachim Gauck sta compiendo, nell’Europa del 2013, un intenso viaggio nella memoria e nella riconciliazione.  Dopo l’abbraccio con il presidente italiano, Giorgio Napolitano, nella città martire di Sant’Anna di Stazzema, è stata la volta dell’incontro con il presidente francese, François Hollande, nella città martire di Oradour sur Glane.  Non è la ragion di stato la principale motivazione di Gauck: da allievo spirituale di uno dei più lucidi critici e martiri del nazismo, Dietrich Bönhoffer, il presidente tedesco è spinto soprattutto dalla volontà di gridare un deciso “mai più” che trascenda i confini dei popoli e delle religioni.  E tuttavia la sua presenza e le sue iniziative rendono un inestimabile servizio alla ragion di stato: non solo e non tanto a quella della Germania federale, quanto alla ragion di stato europea.  I gesti e le parole di Gauck ci ricordano come la nostra Europa sia nata all’indomani della seconda guerra mondiale per dire “mai più” alle barbarie totalitarie.  E ancor oggi, se vuole avere un futuro, l’Europa non può ridursi a un puro mercato economico o a un superstato burocratizzato e chiuso al mondo da confini rigidi e sorvegliati.  L’Europa o sarà una comunità di destino alimentata da valori che prospettino un’umanità più civile di quella ancor oggi dilaniata dai più svariati conflitti e rappresaglie locali, oppure non sarà.

Oradour

I crimini di guerra compiuti contro le popolazioni civili sono tutti efferati.  Ma certo le stragi di civili compiute dai nazisti in ritirata in molte aree d’Europa, dal 1943 al 1945, sono ai nostri occhi pagine particolarmente dolorose per la loro insensatezza.  Non hanno nessun significato militare, e sono il segno dell’accanimento di chi si rifiuta di riconoscere la fine di un folle sogno di dominazione.  Spesso, come appunto a Oradour, i soldati nazisti cercarono di proteggersi dietro a una motivazione preventiva e proprio per questo ancora più aberrante: terrorizzare per scoraggiare il possibile sorgere di un movimento partigiano.  Ma anche nei casi di una presunta risposta ad atti insurrezionali, come nel caso dell’eccidio delle Fosse Ardeatine rivendicato quale reazione all’attentato di Via Rasella, l’enormità degli effetti umani è totalmente in dissonanza con le cause conclamate e deraglia persino dalla logica della guerra, per quanto dura e inflessibile questa sia.  Siamo dinanzi all’irruzione del male in forma pura e anche a tanti decenni di distanza, e dopo tanta meritoria letteratura, la nostra comprensione continua ad avvitarsi su se stessa e a riflettere sui suoi profondi limiti.        La cronaca di quanto avvenne il 10 giugno 1944 a Oradour sur Glane, piccolo centro rurale della Francia sud-occidentale fino ad allora lontano dalla storia (e in cui la Oradour-Sur-Glane-Francerecente occupazione tedesca stava passando inavvertita) ci presenta un crescendo veramente agghiacciante proprio perché nessun abitante del luogo aveva il minimo sentore di poter correre un qualche rischio (non diciamo: un rischio fatale).  Nel momento in cui le SS concentrano la popolazione, il pasticciere parla con tutta naturalezza della necessità che i propri dolci siano sottoposti a pronta cottura, convinto di vivere un controllo di routine.  E i pochi testimoni oculari che per singoli casi fortunati hanno potuto tramandare le vicende di quel giorno ci raccontano che l’inconsapevolezza è durata fino all’ultimo, fino alle raffiche degli assassini.                        La tragedia raggiunge il suo climax infernale all’interno della chiesa, dove erano state concentrate le donne con i bambini.  Qui la strage è completa, con una sola sopravvissuta.  Chi non è vittima dell’esplosione preparata viene finito con tutti i mezzi, anche con successive esplosioni di granate lanciate sul momento, che aggiungono fuoco al fuoco e fumo al fumo.                                                                                                                 Dinanzi alla prospettiva di una sconfitta senza remissione, negli anni dal 1943 al 1945 le armate naziste estendono ai territori e alle popolazioni dell’Europa occidentale la prospettiva di “guerra di annientamento” che già avevano praticato dopo il 1941 sul fronte orientale: le popolazioni civili vengono considerate senz’altro nemiche e dai vertici viene annullata la possibilità stessa di qualche misura protettiva, di qualche limite agli eccessi più efferati. Chi abusa e travalica non solo non viene punito, ma viene considerato un buon soldato.                                                                                                                                    Il potere risanatore del tempo oggi ci ha fatto quasi dimenticare quanto profondo sia stato l’abisso in cui è scivolato il nostro continente in quegli anni.  Perché la tentazione di rispondere ai genocidi, alla pulizie etniche, alle bestialità della guerra con la vendetta pura e semplice era forte, e l’Europa è stata sull’orlo di perdersi in un interminabile labirinto di rivendicazioni.  Nella primavera del 1945, i giorni della fine non sempre sono stati i giorni del nuovo inizio, i giorni della cessazione delle ostilità belliche non sempre sono stati i

Continua a leggere

Germania, 2013: una stabilità sofferta

Alternative für Deutschland, il nuovo “partito antieuro” tedesco, nei sondaggi per ora non decolla.  Anzi, non si presenterà alle elezioni regionali bavaresi perché il tema dell’uscita dall’euro viene considerato di poca incidenza rispetto alle questioni locali.  Tuttavia i partiti consolidati rimangono circospetti, perché l’adesione all’AfD non è motivata tanto dalle valutazioni economiche dei loro leader, ma da una spinta alla contestazione del sistema partitico tradizionale.  A tutt’oggi è difficile che AfD superi la soglia del 5% per essere rappresentato in parlamento.  Ma ci sono altri modi in cui può influire sul futuro governo della Germania.  Il più evidente è che possa drenare dai liberali (FDP) un numero di voti sufficiente a far sì che questi ultimi non superino essi stessi la soglia di sbarramento.  E così la CDU/CSU, pur ampiamente partito di maggioranza relativa, si troverebbe senza il suo partner di coalizione designato.  Nello stesso tempo, continua ad essere dubbia la possibilità che l’opposizione (SPD e Verdi) arrivi alla maggioranza assoluta.  In tal caso il sistema politico tedesco andrebbe incontro a uno stallo, più o meno transitorio.

bundestag

Nei quasi sessantacinque anni della sua esistenza, la stabilità del sistema politico della Repubblica Federale Tedesca è stata notevole, ed è stata ben poco scossa anche dalla riunificazione.  La memoria della frammentazione parlamentare della Repubblica di Weimar aveva suggerito ai costituenti l’elaborazione della soglia elevata di sbarramento del 5% dei voti per la rappresentanza parlamentare (con l’eccezione, che a livello macroscopico si è rivelata trascurabile, della possibile conquista di mandati diretti da parte di candidati forti sul piano locale).  La semplificazione politica che ne è derivata è stata elevata e persistente: un grande partito popolare di centro-destra (CDU) e uno di centro-sinistra (SPD); un “partito mediano” più piccolo e più d’opinione, pronto a fare l’ago della bilancia (FDP); un’integrazione permanente della forte specificità bavarese (rappresentata dalla CSU) nel progetto politico della CDU.  Così l’alternanza fra centro-destra e centro-sinistra è a lungo funzionata proprio grazie a questo “bipartitismo imperfetto”, e la soluzione più anomala della “grande coalizione” è stata presente solo come opzione transitoria.                                                                                                     Col tempo, è emersa una virtù complementare del sistema politico tedesco: la sua capacità di integrare forze nuove, una volta che fossero in grado di conquistarsi una base sociale ampia e radicata nel territorio.

german elections

Così i Verdi (Grüne) sono entrati stabilmente nel parlamento nel 1983 e  dopo la riunificazione tedesca, a partire dal 1990, vi è stato posto anche per l’erede del partito egemone della Germania orientale (la SED): dapprima nelle vesti di un partito insediato solo nei Länder orientali della Germania (PDS) poi, grazie alla fusione con movimenti fuoriusciti dalla sinistra socialdemocratica, nelle vesti di partito pantedesco: die Linke (a partire dal 2005).                                                                                                                             In questo modo le possibilità di scelta per l’elettore tedesco sono aumentate e ciò ha prodotto una corrosione strutturale della base di voti dei due partiti popolari tradizionali: dal 90,8 % congiunto che avevano preso nelle elezioni del 1976, il loro share dell’elettorato tedesco è sceso progressivamente fino al 56,8% congiunto delle elezioni del 2009.  Nello stesso tempo le possibilità di scelta sono aumentate anche per i leader e i partiti politici.

Continua a leggere

1933: la diversità distrutta

Il 10 maggio 1933 gli attivisti nazisti si mobilitarono nelle città universitarie tedesche per distruggere le opere degli autori considerati nemici della loro visione del mondo e antitedeschi senza possibilità d’appello.  La manifestazione più coreografica ebbe luogo a Berlino, in Opernplatz (oggi Bebelplatz), ove furono bruciati circa 70.000 libri e pubblicazioni varie,  in precedenza inseriti nella lista dei testi proibiti.  Lo spettro degli autori condannati era molto vasto e vario: andava da Marx a Freud.                                                                                         Il rogo dei libri si colloca in un frangente strategico della rapidissima edificazione del sistema totalitario nazista, a cui bastarono meno di sei mesi per diventare pervasivo: dalla nomina alla cancelleria di Adolf Hitler, il 30 gennaio 1933, allo scioglimento forzato di tutti i partiti politici – eccetto naturalmente quello nazista nel luglio dello stesso anno.  Solo qualche giorno prima del rogo dei libri, il 2 maggio, vi era stato un attacco sistematico del nuovo sistema di potere nazista ai sindacati, che per un momento si erano illusi di trovare una qualche forma di compromesso col regime: le loro sedi furono devastate, e molti loro esponenti incarcerati. 

rogo dei libri 1933

In quegli stessi giorni, in Germania, iniziavano ad avvenire eventi ancora più gravi.  Si calcola che la prima ondata di repressione degli avversari politici, picchiati, uccisi a freddo, incarcerati e torturati ad arbitrio del potere repressivo abbia fatto 600 vittime.  Ma la parallela repressione culturale è stata altrettanto grave e di enorme valore simbolico.  La valutazione di chi era considerato nemico del popolo tedesco era la più estesa possibile e non si limitava ad autori di tendenze politiche di sinistra, o di origine ebraica.  Era un attacco senza quartiere a tutta alla modernità e a tutto il modernismo, di cui la Germania e l’Austria negli ultimi decenni erano state terreno di cultura quanto mai creativo e cosmopolita.  L’immagine dei valori del popolo tedesco che di contro veniva propugnata era monca, intollerante, regressiva, sostanzialmente inventata: in ogni caso le molteplici radici culturali della Germania erano fatte oggetto di una “pulizia etnica” distruttiva al massimo grado.                                  Rivolto al cittadino tedesco, questo messaggio culturale sfociava direttamente in un messaggio politico altrettanto violento.  Nel Volk tanto idolatrato dai nazisti non vi era spazio per la diversità e l’individualità.  Si prospettava un’omologazione coatta dei comportamenti e delle visioni del mondo: ogni deviazione sarebbe stata inflessibilmente repressa.

vielfaltPer riflettere a ottant’anni di distanza sul significato di questi eventi, oggi la città stato di Berlino ha promosso, per tutta la durata dell’anno, una serie di manifestazioni che toccano i diversi aspetti del cruciale 1933.  Molte istituzioni hanno allestito mostre appositamente dedicate.  Ma l’iniziativa più visibile ha condotto alla presenza, in tutti gli spazi urbani, di grandi colonne rosse: ognuna di esse è dedicata a un cittadino berlinese che nel 1933 fu costretto a emigrare o, se rimasto all’interno della Germania, venne perseguitato dai nazisti con conseguenze assai varie: dalla disoccupazione alla morte.       Le colonne sono lì per ricordarci che prima che la follia nazista coinvolgesse l’intera Europa, con decine di milioni di morti, essa si diresse anzitutto contro cittadini tedeschi: perché ebrei, perché di opinioni politiche differenti, spesso semplicemente perché erano contrari alla montante violenza del regime o erano disgustati dalla sua arroganza e dalla sua rozzezza.  E sono lì per ricordarci che, oltre che la vita dei singoli cittadini, fu gravemente danneggiata anche l’identità stessa di un’intera nazione: nel decennio antecedente la Germania era all’avanguardia in tanti campi, scientifici, tecnologici, artistici (basti pensare al cinema), e ora stava precipitando in un abisso oscuro dalle prospettive oscure.                                                                                                                                      I cittadini così ricordati sono noti e meno noti, di tante occupazioni e di tante classi sociali:  Continua a leggere

1943: l’insurrezione del ghetto ebraico di Varsavia

Il 19 aprile è stato celebrato il settantesimo anniversario dell’insurrezione del ghetto ebraico di Varsavia, nel 1943.  Nel 1940 i nazisti avevano creato il ghetto nella capitale polacca da loro occupata, isolando e privando di ogni libertà circa 400.000 ebrei che da allora in poi furono costretti a vivere concentrati in uno spazio strettissimo.  Il ghetto era circondato da un muro e dal filo spinato, e c’era l’ordine di sparare a vista su chi cercasse di scappare.  Pochissimi potevano lavorare e guadagnare qualcosa; le condizioni igieniche erano spaventose; le epidemie imperversavano.  Quel che era ancora peggio, è che il ghetto aveva la funzione di anticamera alla deportazione nei campi di sterminio.  Già nel 1942 i trasporti al campo di Treblinka erano diventati frequentissimi.  Dinanzi all’insostenibilità della situazione, i prigionieri si decisero al tutto per tutto.  Non furono scoraggiati dalla disparità delle forze militari in gioco perché forse erano spinti proprio dalla loro disperazione: dalla volontà di scegliere il modo di morire, invece di subire passivamente gli eventi.

Warsaw_Museum

A Varsavia, l’anniversario dell’insurrezione è stato celebrato con l’inaugurazione del Museo della storia degli ebrei polacchi, situato appunto nei luoghi del distrutto ghetto.  Il suo compito, non solo scientifico ma anche e soprattutto educativo, è perlomeno duplice.  Anzitutto, è quello di mettere in primo piano i molteplici contributi degli ebrei, dal medioevo al ventesimo secolo, agli sviluppi della società e dell’identità stessa della nazione polacca.  Riemerge così il carattere spiccatamente multietnico dell’antico Regno di Polonia, dove polacchi, ebrei, bielorussi, ucraini, tedeschi vivevano assieme in un mosaico molto articolato.                                                                                                         Il secondo, ancora più controverso, è quello di fare i conti con una pagina ambivalente e critica della storia polacca, prima e soprattutto durante la seconda guerra mondiale.  In Polonia, infatti, l’antisemitismo non è stato puramente importato dall’esterno, ma era già diffuso nell’anteguerra in vasti strati della popolazione e utilizzato a bella posta dai partiti politici come elemento rilevante nei loro discorsi nazionalisti.

zegota

L’occupazione nazista del 1939 cambiò drasticamente la situazione.  Sia gli ebrei che i polacchi divennero bersaglio delle attitudini genocidarie degli invasori.  Anche prima della conferenza di Wannsee sulla “soluzione finale”, la linea di condotta nazista era basata sull’idea che sia gli ebrei che i polacchi non dovessero sopravvivere in quanto popoli dotati di una consapevolezza e di un’identità collettive.  E infatti fra i primi provvedimenti nazisti nei confronti dei polacchi vi furono severe restrizioni alle loro attività culturali e al loro accesso all’educazione.                                                                          Come spesso accade, i perseguitati furono ben lontani da fare fronte comune e le divisione dell’anteguerra continuarono a prevalere.  Anzi, vi furono casi in cui cittadini polacchi parteciparono attivamente a massacri antiebraici perpetrati dai nazisti: famigerato il caso del pogrom di Jedwabne, dove persero la vita almeno 340 ebrei, che è stato analizzato dallo storico Jan T. Gross in un libro ormai classico e fonte di molte discussioni. Proprio per questo il fatto che, nei giorni dell’insurrezione del ghetto, alcuni abitanti di

Continua a leggere

Un mondo polverizzato: i fronti dell’Estremo Oriente

Negli ultimi anni un’altra area calda si è aggiunta all’area, già di per sé molto calda ed estesa, in cui sono proliferati i conflitti negli ultimi decenni.  L’Estremo Oriente oggi si concatena con il “grande Medio Oriente”, creando un mosaico di ardua decifrazione e di difficile governo.  L’Estremo Oriente non è solo il teatro della paranoia della Corea del Nord e delle tensioni latenti fra Corea del Sud e Giappone.  E’ anche e soprattutto il teatro dello scontro fra la consapevolezza cinese del suo nuovo ruolo di grande potenza globale, da un lato, e l’insicurezza e il neo-nazionalismo giapponesi dall’altro.

Senkaku islands

Lo scontro è affiorato in tutta evidenza nel settembre 2012, per una controversia apparentemente minore: il possesso delle isole Senkaku (versione giapponese) o Diaoyu (versione cinese), un arcipelago disabitato – attualmente in possesso giapponese – che si trova nel Mar Cinese Orientale e che è rivendicato sia dalla Cina popolare sia da Taiwan (nella prossimità delle cui coste si trova).  Non sono preziose tanto le isole, quanto il tratto di mare che le circonda: sia per la questione dei diritti di pesca sia, soprattutto, per la scoperta di importanti giacimenti di petrolio e di gas naturale.  Ma lo scenario è di portata ancora più ampia, e coinvolge importanti aspetti simbolici e economici della politica internazionale cinese.

Cina navi

Per sostenere la crescita economica cinese, la questione delle risorse energetiche è vitale.  E la Cina dipende sempre più dall’importazione di gas e di petrolio, che si procura in molte aree del mondo. Il controllo del Mar Cinese (quello orientale, come pure quello meridionale) è dunque vitale per garantire la sicurezza delle petroliere, provenienti dal Medio Oriente o dall’Africa, che doppiano Singapore e che portano il prezioso carico nella madrepatria.  Non a caso la Cina ha contenziosi aperti un po’ con tutti i paesi della zona, per gruppi di isole dallo scarso valore intrinseco ma dall’alto valore strategico.

Ma il conflitto sino-giapponese è ben più radicato, e l’ostilità verso il Giappone è diffusa non tanto nei governanti quanto nella stessa opinione pubblica cinese.  Il fatto è che i cinesi hanno a tutt’oggi una viva memoria dell’aggressione subita da parte del Giappone negli anni trenta e quaranta del novecento (prima e durante la seconda guerra mondiale), e delle atrocità commesse sul suo suolo dagli invasori.

yasukuni shrine

Nell’Estremo Oriente, le cose sono andate molto diversamente che nell’Europa del dopoguerra. Il Giappone non ha preso appieno le distanze dai crimini di guerra a suo tempo connessi, e una riconciliazione fra Cina e Giappone è mancata.  Spesso, anzi, i politici giapponesi dichiaratamente  Continua a leggere