La Svizzera, la Grecia, i difficili confini di un’Europa divisa

Il referendum che ha diviso a metà l’elettorato svizzero e che ha visto prevalere di misura la parte d’opinione pubblica propensa a contingentare ogni forma di immigrazione ha aperto in tutta quanta Europa discussioni a vasto raggio.  Prevedibilmente, i partiti nazionalisti e antieuropeisti – come quello di Marine Le Pen – hanno invitato a prendere come modello la decisione svizzera.   Ma si può anche approfittare dell’occasione per trarne lezioni assai differenti.  L’occasione, infatti, è spiazzante.  Per una volta i rapporti fra il dentro e il fuori si sono capovolti.  E’ la Svizzera che tende – moderatamente, a dire il vero – a ostacolare l’immigrazione dei cittadini dei vari stati dell’Unione Europea.  E questo potrebbe aiutarci a rammentare un tratto della storia europea anche recente, evidente ma sempre più rimosso: che in tutta l’età moderna l’Europa è stata terra di emigrazione molto più che di immigrazione.  Rivitalizzare anche in questo caso le memorie storiche dei nostri popoli e dei nostri stati potrebbe meglio aiutare ad affrontare con più consapevolezza ed equilibrio le vicende di una frontiera ben più tormentata dell’Unione Europea: quella mediterranea. 

Farmakonisi

Sono passati alcuni mesi dalla tragedia di Lampedusa, ma le situazioni drammatiche nel Mediterraneo continuano a replicarsi.  Nuove tragedie hanno luogo.  Il 24 gennaio, al largo di Farmakonisi, un’isola greca dell’Egeo, è affondata una barca di migranti provenienti dalla Turchia: 25 di loro erano afghani e 3 siriani, e tutti cercavano nella lontana Europa un approdo per sfuggire a situazioni instabili e pericolose.  Sono morte tre donne e nove bambini.  I sopravvissuti hanno accusato: i sorveglianti della guardia costiera greca avrebbero respinto la barca in piena tempesta, e persino rigettato in mare i naufraghi che cercavano scampo.  Naturalmente le autorità greche si sono affrettate a contestare i racconti dei sopravvissuti, che però sono stati presi molto sul serio dall’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalla Commissaria per gli Affari Interni dell’Unione Europea.  Le autorità greche hanno replicato sottolineando lo stress continuo a cui è sottoposta la nazione per far fronte alle ondate di immigrazione clandestina.  Ma l’eco della vicenda non si è spenta: dopo una manifestazione di protesta dei profughi afghani davanti al parlamento greco, il 20 marzo è stato tenuto un dibattito alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per discutere seriamente sulle cruciali implicazioni umane e politiche del ripetersi sempre più frequente di disastri del genere.

africa europa

La tragedia di Farmakonisi, come già quella di Lampedusa, mette in primo piano l’inadeguatezza delle regole a suo tempo stabilite dalla convenzione di Dublino: essa obbliga chi è in cerca di asilo a farne richiesta solo allo stato di primo approdo.  E ciò provoca una pressione insostenibile soprattutto sulle nazioni mediterranee: Italia, Grecia, Spagna.  Anche se è sperabile che le tensioni oggi aperte in un’altra frontiera critica dell’Unione Europea – quella con l’Ucraina e con la Moldova – non comportino significative ondate di profughi (qualche giorno fa alcuni tatari di Crimea hanno comunque chiesto asilo in Polonia), è chiaro che la convenzione di Dublino è del tutto inadeguata rispetto all’incalzare delle vicende dei nostri giorni.             Al tempo di Lampedusa, esponenti del governo tedesco si erano mostrati poco sensibili alle esigenze italiane, sostenendo che alla fine la Germania darebbe asilo a un maggior numero di profughi di quelli che vengono accolti nel nostro paese.  Ecco: è proprio di questo rimpallo di responsabilità quello di cui non abbiamo bisogno.  Né abbiamo bisogno che ogni paese e che ogni parte politica vada in ordine sparso, spesso avanzando proposte volte a blandire una parte dell’elettorato, improvvisamente conteso da nuovi partiti aggressivi e nazionalisti: così l’UKIP in Gran Bretagna e il rinnovato FN di Marine Le Pen in Francia.                                                                                                                            Dalle amare tragedie di Lampedusa e di Farmakonisi potrebbe derivare un insegnamento più costruttivo: fra le molte buone ragioni che oggi impongono un approfondimento dell’Europa politica e la rivitalizzazione della prospettiva di un’Europa federale la necessità di una visione comune in tema di immigrazione e di relazioni con il Sud del mondo è senz’altro una delle più urgenti, se non la più urgente.  L’attuale difformità e confusione delle opinioni e delle politiche getta un peso insostenibile sulle popolazioni costiere del Mediterraneo e, nello stesso tempo, dà dell’Europa una ben misera immagine nel mondo intero: come se una delle sue parti più ricche e sviluppate volesse sottrarsi alle responsabilità che le spettano per il bene comune.

globalmigrationAssumersi responsabilità non equivale certo ad ergersi a onnipotenti salvatori del mondo.  Ma significa definire regole e limiti comuni e presiedere alla loro evoluzione, nella prospettiva di aprire gradualmente nuove possibilità meno incivili alla vita associata degli individui e dei gruppi umani.  E assumersi responsabilità significa anche comprendere quanto rapidamente e quanto intensamente i flussi migratori che toccano l’Europa si siano invertiti nel giro di pochi decenni: l’Europa è sempre più simile a quelli che sono stati e ancora sono Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Argentina, tutte terre di immigrazione e di ospitalità per decine di milioni di europei che sfuggivano dalla povertà e da governi ostili o indifferenti.  Martin Schulz, presidente dell’attuale parlamento europeo, all’indomani di Lampedusa ha voluto porre l’accento proprio su questo nuovo aspetto dell’identità europea: per l’Europa d’oggi l’immigrazione non è un’emergenza, ma una condizione strutturale.  Anche e soprattutto in questo campo dobbiamo smettere di rifuggire dalla responsabilità politica e affrontare coraggiosamente il problema delle condivisione di nuove regole, con la consapevolezza che la situazione dell’Europa d’oggi è per molti versi nuova e inedita rispetto ai paesi dei nuovi mondi.  Sul piano spaziale qui non esistono frontiere da estendere, da colonizzare e da riempire, ove sistemare e qualche volta confinare i nuovi arrivati: l’Europa, anche se in calo demografico, è sufficientemente piena e la crisi economica aumenta ulteriormente i conflitti che ne derivano.  Ma proprio la crisi e la stagnazione attuali rendono per l’Europa vitale la frontiera dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica, che si alimenta di alterità in relazione, che si nutre di un sottile equilibrio fra unità e diversità. La difficile scommessa è di delineare una società in cui le relazioni fra diversità culturali siano sostenibili e generative, in cui soggetti vecchi e nuovi interagiscano e generino nuovi spazi di possibilità, invece di separarsi, di combattersi o di omologarsi.

popoli in fuga

Ma la sfida continua a non venir percepita, e non solo per la miopia di molti politici.  Il fatto è che i cittadini dell’Europa d’oggi, quasi indipendentemente dalle loro visioni ideologiche e dalla loro formazione culturale, faticano a entrare nella condizione e nell’emozione dei migranti in fuga, convinti di essere schermati per diritto dalle violenze di cui soffrono e legittimati dunque a rivolgersi a loro con simpatia, con condiscendenza o con avversione, a seconda delle opinioni soggettive.  Eppure non bisognerebbe essere grandi esperti di storia per comprendere che le sofferenze da cui oggi l’Europa è circondata da ogni parte sono le stesse sofferenze che hanno dilagato in Europa in un passato assai recente.  La storia europea dalla guerra di Crimea di metà ottocento alle guerre balcaniche di fine novecento è percorsa da un sinistro filo rosso di popoli e di individui (decine di milioni: un bilancio preciso è arduo) fuggiti, espulsi, scacciati, deportati, Continua a leggere

Benvenuto, ornitorinco gigante!

Quando furono scoperti i primi esemplari di ornitorinco in Australia, alla fine del settecento, l’animale apparve così bizzarro da far pensare a una falsificazione intenzionale.  In effetti, questa specie presenta una singolare mescolanza di tratti propri di mammiferi, di rettili e di uccelli, e in parte anche la recente decifrazione della sua sequenza di DNA ha confermato una sua collocazione eccentrica, per così dire di confine, nel mondo dei vertebrati.               L’ornitorinco ha un becco duro e prominente, che ricorda quello dell’anatra: ma è più flessibile di questo.  Solo i neonati posseggono denti, quale residuo vestigiale dell’evoluzione.  Gli adulti li hanno trasformati in placche cornee (cheratinose), che servono a loro per macinare il cibo.  Di conseguenza, si alimentano di piccole prede: vermi, larve d’insetti, gamberetti e gamberi d’acqua dolce.                                                

ornitorinco giganteLa scoperta di un molare fossilizzato di un ornitorinco adulto ha perciò fatto sensazione.  Questo molare sarebbe appartenuto a una specie di ornitorinco finora ignota, vissuta fra i 5 e i 15 milioni di anni fa in Australia.  La sensazione è destata in primo luogo dal fatto che dalle dimensioni del molare si possono desumere le dimensioni dell’animale, che sarebbero ragguardevoli rispetto alla specie dei nostri giorni: circa un metro e 30 centimetri di lunghezza, rispetto ai 50 centimetri degli ornitorinchi moderni.  In secondo luogo, la consistenza del molare sembra indicare una dieta carnivora più spinta e quindi un’attitudine più aggressiva rispetto ai suoi discendenti: da qui le prime rappresentazioni immaginifiche che ci dipingono un temibile animale che negli stagni australiani fa concorrenza ai coccodrilli, cibandosi di tartarughe, di rane e di pesci.  La nuova specie ha ricevuto il nome scientifico dalla dizione quasi impossibile di Obdurodon tharalkooschild, ma la stampa ha preferito battezzarla Platypus zilla, cioè “ornitorinco Godzilla”, con un duplice richiamo alle sue grandi dimensioni e alla sua (presunta) aggressività.

ornitorinchiOra i paleontologi ci ricordano che questa è un’ennesima illustrazione dell’incompletezza del materiale fossile: noi possiamo accertarci dell’esistenza solo di un numero di specie relativamente limitato rispetto alla varietà degli esseri viventi che popolavano la Terra nelle era passate.  Grandi sorprese sono sempre possibili.  Pensavamo che il ramo degli ornitorinchi fosse una sorta di scala, con una sola specie esistente di volta in volta, e invece appare probabile che esso sia un cespuglio, con più specie diverse che avrebbero convissuto in una stessa età. In attesa della scoperta di nuovi ritrovamenti fossili, non ci resta che ammirare le particolarità degli ornitorinchi dei nostri giorni, che recano ancora l’aura della meraviglia dell’età moderna, quando l’uomo europeo si rese conto che esistevano più cose in cielo e in Terra di quanto la sua mente non avesse mai potuto immaginare (Shakespeare). Così veniamo a sapere che è l’ornitorinco è uno dei pochi mammiferi ad accorgersi della Continua a leggere

La morte: ultima frontiera umana

Negli ultimi decenni un campo medico che ha avuto rapidi e sorprendenti sviluppi è quello della rianimazione susseguente all’arresto cardiaco.  In condizioni tecnologiche e operative adeguate, il cuore può essere rianimato anche ore dopo l’arresto.  E in un numero fortunatamente crescente di casi il paziente non subisce danni cerebrali rilevanti e può tornare a una vita normale.  Il fatto è che le cellule del nostro corpo, anche e soprattutto le cellule cerebrali, non necessariamente muoiono subito dopo l’arresto cardiaco.  Ed esiste un tempo critico nel quale si può intervenire, con la dovuta perizia.  Particolarmente delicato risulta l’intervento subito dopo che il cuore sia tornato a battere, perché allora si deve contrastare un processo generale di degradazione che ha già preso il via.  Diventa così necessario un raffreddamento generale delle cellule corporee e l’iniezione di specifiche soluzioni liquide.                                               Già da tempo la morte ci appare un concetto complesso, dal punto di vista medico come da quello etico.  Sono ben noti i casi del cosiddetto coma irreversibile, che si ha quando la respirazione artificiale impedisce l’arresto cardiaco ma i danni cerebrali sono ormai irreparabili.  I problemi etici, coinvolgenti l’espianto degli organi, le volontà del paziente, l’intervento e il non intervento di medici e familiari sono intricatissimi, assai discussi e sempre più controversi.  Qui abbiamo però a che fare con il caso in certo senso inverso: anche in presenza di un arresto cardiaco, il cervello rimane in vita.

sam parnia

Sam Parnia è un grande esperto di quella che con un po’ di enfasi può essere definita la “medicina della risurrezione”.  Nel suo libro Erasing death ci dà un quadro assai stimolante di questo nuovo campo di ricerca e di intervento.  La tesi centrale dell’autore è che la morte è un processo, e in quanto tale dotata di molte fasi: a certe condizioni un tale processo può essere reso reversibile.  Naturalmente Parnia non nasconde le difficoltà del compito.  La rianimazione dopo l’arresto cardiaco è un intervento “che non tollera l’errore”.  L’ospedale deve essere dotato dei potenziali umano e tecnologico adeguati; le operazioni devono concatenarsi nell’adeguato ordine, con l’adeguata velocità, con l’adeguata precisione.  E naturalmente l’intervento ha limiti intrinseci.  Il cuore deve tornare a funzionare in un corpo non troppo gravemente danneggiato: cosa che purtroppo non si verifica in molti drammatici incidenti.  E anche nel caso di molte malattie tumorali o leucemiche terminali, il corpo è talmente degradato da ripresentare ben presto condizioni che condurranno a un nuovo arresto cardiaco.  Intervenire in questi casi significherebbe solo un inutile accanimento terapeutico.

titanic

Ma quello che è importante da comprendere che siamo in presenza di una frontiera umana e tecnologica mobile: quello che cent’anni fa era impossibile oggi può divenire possibile.  Parnia ci presenta il caso di una donna giapponese trovata in condizioni di ipotermia alcune ore dopo aver subito l’arresto cardiaco: essa è tornata in vita, dopo una rianimazione altrettanto lunga, perché il raffreddamento generale del corpo agevola la conservazione delle cellule e la reversibilità dei processi vitali.  Oggi avremmo potuto salvare molte delle vittime del naufragio del Titanic, avvenuto cent’anni or sono.  I primi soccorritori arrivarono due ore dopo il naufragio, e trovarono in acqua molti corpi a una temperatura bassissima, pochi gradi sopra lo zero.  Allora questi corpi furono dati senz’altro per morti, mentre oggi faremmo del nostro meglio per salvarli.  E in futuro, quando siano a disposizione organi e parti del corpo di “ricambio”, organici o bionici che siano, potremmo porre rimedio a casi in cui oggi siamo impossibilitati a intervenire.                                                                                                                                      A questo punto il discorso di Parnia prende una piega appassionata, e costruttivamente polemica.   Per troppe persone oggi il confine tra la sopravvivenza e la morte irreversibile dipende da condizioni del tutto contingenti, quali il tipo di attrezzatura e il training del personale medico degli ospedali nei quali o vicino ai quali hanno luogo i rispettivi arresti cardiaci.  Le capacità di intervento sono del tutto diseguali; non esistono normative precise e vincolanti; non esiste nemmeno un campo di ricerca interdisciplinare di scienze della rianimazione: anche in questo caso i confini disciplinari producono una frammentazione degli specialismi e delle competenze quanto mai letali.  Parnia fa riferimento al caso molto Continua a leggere

Sentinel Island: l’incontro con l’umanità paleolitica

Il 4 agosto 1938 è una data importante per la storia umana, anche se per nulla pubblicizzata.  Jared Diamond, ne Il terzo scimpanzé, ci racconta come in tale data un gruppo di esploratori sia penetrato in una valle della Nuova Guinea occidentale che si credeva disabitata e come abbia avuto la sorpresa di incontrarvi una popolazione di circa 50.000 persone.  Esse vivevano in perfetta autonomia, senza apparenti contatti con altri gruppi umani: erano state isolate (protette?) da consistenti barriere geografiche. Ma da quel momento in poi anche queste persone entrarono a far parte della grande rete umana globale.  

H44-10920515 - © - Dirscherl Reinhard

La data può essere assunta come la soglia conclusiva della prima, lunghissima tappa della storia della nostra specie: quella della grande diaspora umana.  Homo sapiens, con tutta probabilità, è nato in Africa, che era già la terra dei suoi antenati.  Circa 100.000 anni or sono, alcuni gruppi di Homo sapiens sono usciti dall’Africa e si sono avventurati in tutti i continenti, frammentandosi in tante popolazioni separate, mirabilmente adattate ai loro rispettivi ambienti.  Con l’invenzione dell’agricoltura, circa 11.000 anni or sono, la direzione diasporica è iniziata a invertirsi.  A poco a poco le varie popolazioni umane sono entrate in contatto l’una con l’altra, talvolta convivendo, talvolta soppiantandosi, talvolta mescolandosi.  A poco a poco si è generata una gigantesca rete di scambi e di commerci, che nell’età moderna è sfociata in un “sistema mondo” vero e proprio.  Solo pochissime popolazioni sono arrivate al giorno d’oggi con modi di vita ancora indipendenti dai flussi globali.  Queste popolazioni rivestono un grandissimo interesse antropologico, ma l’accostarsi ad esse impone una cautela estrema.  Il rischio che il contatto le annienti per sempre è elevato.

sentinel island

Piccoli gruppi ancora isolati si trovano oggi nella foresta amazzonica dell’America Meridionale e nell’interno della stessa Nuova Guinea.  Ma è soprattutto alle isole Andamane del Golfo del Bengala, oggi politicamente appartenenti all’India, che dobbiamo rivolgerci per trovare un campione sorprendentemente intatto dell’umanità paleolitica.                         Le isole Andamane, un arcipelago abitato da tribù autoctone del tutto differenti dalle stirpi asiatiche circostanti, erano note agli arabi, ai persiani, ai tamil e anche a Marco Polo: ma in genere venivano evitate per il timore dei loro abitanti, considerati “cannibali”.  E un gruppo di britannici che vi fecero naufragio nel 1867 furono in effetti massacrati dagli indigeni: di 86 naufraghi ne rimase in vita uno soltanto.  Col tempo i britannici decisero di stanziarvi una colonia penale e le isole entrarono nella storia.  Furono occupate dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale, e poi diventarono un territorio dell’Unione Indiana dopo l’indipendenza.                                                                                                 Tristemente, i tanti popoli autoctoni che la abitavano si sono quasi estinti, a causa degli effetti diretti e indiretti del contatto con il mondo globalizzato: deforestazione e distruzione dei loro modi di vita tradizionali; diffusione di epidemie nei confronti delle quali il lungo isolamento li aveva resi inermi; persino alcune spedizioni punitive a tendenza genocidaria.  Dei 7000 abitanti “indigeni” che vi erano alla metà dell’ottocento oggi non ne sono rimasti più di 1000, e molti di meno hanno mantenuto i modi di vita tradizionali.  Sul piano

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1933: la diversità distrutta

Il 10 maggio 1933 gli attivisti nazisti si mobilitarono nelle città universitarie tedesche per distruggere le opere degli autori considerati nemici della loro visione del mondo e antitedeschi senza possibilità d’appello.  La manifestazione più coreografica ebbe luogo a Berlino, in Opernplatz (oggi Bebelplatz), ove furono bruciati circa 70.000 libri e pubblicazioni varie,  in precedenza inseriti nella lista dei testi proibiti.  Lo spettro degli autori condannati era molto vasto e vario: andava da Marx a Freud.                                                                                         Il rogo dei libri si colloca in un frangente strategico della rapidissima edificazione del sistema totalitario nazista, a cui bastarono meno di sei mesi per diventare pervasivo: dalla nomina alla cancelleria di Adolf Hitler, il 30 gennaio 1933, allo scioglimento forzato di tutti i partiti politici – eccetto naturalmente quello nazista nel luglio dello stesso anno.  Solo qualche giorno prima del rogo dei libri, il 2 maggio, vi era stato un attacco sistematico del nuovo sistema di potere nazista ai sindacati, che per un momento si erano illusi di trovare una qualche forma di compromesso col regime: le loro sedi furono devastate, e molti loro esponenti incarcerati. 

rogo dei libri 1933

In quegli stessi giorni, in Germania, iniziavano ad avvenire eventi ancora più gravi.  Si calcola che la prima ondata di repressione degli avversari politici, picchiati, uccisi a freddo, incarcerati e torturati ad arbitrio del potere repressivo abbia fatto 600 vittime.  Ma la parallela repressione culturale è stata altrettanto grave e di enorme valore simbolico.  La valutazione di chi era considerato nemico del popolo tedesco era la più estesa possibile e non si limitava ad autori di tendenze politiche di sinistra, o di origine ebraica.  Era un attacco senza quartiere a tutta alla modernità e a tutto il modernismo, di cui la Germania e l’Austria negli ultimi decenni erano state terreno di cultura quanto mai creativo e cosmopolita.  L’immagine dei valori del popolo tedesco che di contro veniva propugnata era monca, intollerante, regressiva, sostanzialmente inventata: in ogni caso le molteplici radici culturali della Germania erano fatte oggetto di una “pulizia etnica” distruttiva al massimo grado.                                  Rivolto al cittadino tedesco, questo messaggio culturale sfociava direttamente in un messaggio politico altrettanto violento.  Nel Volk tanto idolatrato dai nazisti non vi era spazio per la diversità e l’individualità.  Si prospettava un’omologazione coatta dei comportamenti e delle visioni del mondo: ogni deviazione sarebbe stata inflessibilmente repressa.

vielfaltPer riflettere a ottant’anni di distanza sul significato di questi eventi, oggi la città stato di Berlino ha promosso, per tutta la durata dell’anno, una serie di manifestazioni che toccano i diversi aspetti del cruciale 1933.  Molte istituzioni hanno allestito mostre appositamente dedicate.  Ma l’iniziativa più visibile ha condotto alla presenza, in tutti gli spazi urbani, di grandi colonne rosse: ognuna di esse è dedicata a un cittadino berlinese che nel 1933 fu costretto a emigrare o, se rimasto all’interno della Germania, venne perseguitato dai nazisti con conseguenze assai varie: dalla disoccupazione alla morte.       Le colonne sono lì per ricordarci che prima che la follia nazista coinvolgesse l’intera Europa, con decine di milioni di morti, essa si diresse anzitutto contro cittadini tedeschi: perché ebrei, perché di opinioni politiche differenti, spesso semplicemente perché erano contrari alla montante violenza del regime o erano disgustati dalla sua arroganza e dalla sua rozzezza.  E sono lì per ricordarci che, oltre che la vita dei singoli cittadini, fu gravemente danneggiata anche l’identità stessa di un’intera nazione: nel decennio antecedente la Germania era all’avanguardia in tanti campi, scientifici, tecnologici, artistici (basti pensare al cinema), e ora stava precipitando in un abisso oscuro dalle prospettive oscure.                                                                                                                                      I cittadini così ricordati sono noti e meno noti, di tante occupazioni e di tante classi sociali:  Continua a leggere

La lunga marcia della Cina verso occidente

Le vicende geopolitiche dell’Eurasia nell’età moderna hanno distinto nettamente gli sviluppi di Russia e Cina, da un lato, e quelli delle grandi potenze dell’Europa occidentale dall’altro.  Queste ultime hanno costruito i loro imperi coloniali lontano da casa, disperdendo i territori e gli avamposti conquistati e posseduti in tutti i continenti e sotto tutte le latitudini.  Al contrario, sia la Russia che la Cina hanno inglobato enormi estensioni e innumerevoli popoli nel loro stesso territorio metropolitano: il loro colonialismo è stato interno, piuttosto che esterno.  Di conseguenza la Russia non ha avviato un processo di decolonizzazione vero e proprio fino alla disgregazione dell’Unione Sovietica nel 1991.  E la Cina non l’ha avviato a tutt’oggi.

Mongols_Warriors

Le rispettive espansioni imperiali della Russia e della Cina sono state in buona parte concomitanti.  Anzi, i due imperi hanno attivamente cooperato per smembrare un terzo attore: il khanato zungarico, l’ultimo erede dei grandi imperi nomadi dell’Asia Centrale.  Punto culminante della loro cooperazione fu il trattato di Kyakhta (1727), in seguito al quale la Russia zarista si accordava con la dinastia cinese dei Qing per tracciare quella che è ancor oggi è la linea di confine fra Russia e Mongolia: una volta centro del khanato zungarico, la Mongolia era ormai stata incorporata dai cinesi nel loro impero.  Ai nomadi restava un ampio territorio più a ovest, in quello che è l’odierno Xinjiang.  Ma anch’esso fu conquistato e colonizzato dai Qing in rapida successione, dopo la metà del settecento.

Con China Marches West: The Qing Conquest of Central Asia, Peter Perdue ci ha dato un grande affresco di una storia solo apparentemente marginale e dimenticata, ma è che in realtà attualissima, visto anche e soprattutto il “gran gioco” che ha come teatro e come posta l’Asia Centrale a partire dal 1991.  La Cina è un protagonista a pieno titolo di questo “gran gioco”, dato il suo crescente bisogno di risorse energetiche (leggi: gas e petrolio) di cui abbondano, nella regione, soprattutto Kazakhstan e Turkmenistan.  E la Cina ha grande influenza in quanto è una potenza ormai insediata stabilmente nella regione da due secoli e mezzo, coronando un obiettivo che a dire il vero aveva perseguito con alterna fortuna sin dall’antichità.  Ma in passato le sue ambizioni si erano sovente infrante dinanzi alla concorrenza dei popoli nomadi, che a loro volta si erano rivelati temibili conquistatori piuttosto che facile terreno di conquista.  Il punto di svolta finale delle relazioni fra sedentari e nomadi nell’Eurasia settentrionale è dunque un capitolo decisivo della storia del mondo, almeno altrettanto importante – come nota Perdue – della “chiusura” della frontiera nordamericana alla fine dell’ottocento.

Peter Perdue insegna storia cinese alla Yale University, e per questo libro ha utilizzato una  Continua a leggere

La società aperta e creativa, contro le bombe di Boston

E’ davvero possibile che i due attentatori ceceni di Boston abbiano agito da soli.  Ma il loro attentato è conforme a una tendenza tipica dell’estremismo jihadista nell’età posteriore all’11 settembre 2001: mira a colpire non le istituzioni del potere, bensì la vita quotidiana dei cittadini, proprio come nel caso dei treni e degli autobus di Madrid e di Londra.  Il terrorismo ha certo prodotto un’incertezza di più nella società occidentale.  Ma in questi dieci anni essa è stata più marginale di quanto si potesse pensare.  La voglia di vivere insieme ha superato la paura.  Negli anni dopo il 2001 le feste di strada a New York si sono moltiplicate.  E le maratone cittadine, nonostante tutti i problemi di sicurezza, vanno avanti.  A Londra, nei giorni successivi, si è corso regolarmente.

Boston-Marathon

Il valore simbolico dell’attacco alla maratona di Boston è stato rilevante.  Ha colpito insieme due aspetti irrinunciabili della vita quotidiana nella nostra terra patria: lo sport e la città. Questi sono elementi coesivi del nostro essere sociale, catalizzatori della comunicazione fra gli individui e fra le collettività, veicoli decisivi della creatività umana. La portata dello sport quale linguaggio comune del nostro mondo globalizzato è a tutt’oggi sottovalutata.  Eppure è un’attività umana condivisa, in molti modi, da miliardi di persone in tutto il globo che si basa sulla libera accettazione di regole comuni, indipendenti da fatti di etnia, nazione o classe.  Certo, come nelle pratiche di doping, vi è un’aspirazione ricorrente a infrangere le regole.  Ma quando l’infrazione viene scoperta, nessuno si mette a sostenere che le regole siano ingiuste e da annullare.

maratona londra

Nella gamma delle specialità sportive, le maratone sono particolari, al pari delle corse ciclistiche.  Mentre la maggioranza delle competizioni ha luogo in sedi dedicate allo scopo e perciò ritualizzate (stadi, palazzetti, piscine), maratone e corse ciclistiche si disperdono nel territorio e moltiplicano gli spettatori.  Non a caso, anche gli organizzatori delle Olimpiadi di Londra nel 2012 hanno ben compreso questa funzione delle maratone e hanno per esse realizzato un percorso molto avvolgente all’interno della metropoli, che ha coinvolto entrambi i centri storici tradizionali della City e di Westminster.

A differenze della maratone olimpiche, le maratone cittadine come quella di Boston (e di tante altre grandi città del mondo) hanno però anche la caratteristica di intrecciare le competizioni degli atleti professionisti di livello mondiale e le sfide contro se stessi dei dilettanti di ogni età e di ogni professione, che si allenano intensamente per potere prendere parte a queste feste comuni dove, in definitiva, tutti vincono e nessuno perde.  Sta qui il nesso inscindibile fra le maratone e le identità delle stesse città moderne.

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Rohingya: la minoranza più perseguitata al mondo

Il crepuscolo degli ordini totalitari spesso si accompagna a un’intensificazione di scontri e violenze a base etnica e nazionalista.  Un regime totalitario, infatti, non aspira a procedere a una conciliazione dei conflitti preesistenti, ma piuttosto li soffoca sotto la sua coltre o, peggio ancora, li utilizza per dividere a suo vantaggio la società e la nazione.  Così, quando la morsa si allenta, il fuoco sotto la cenere divampa ulteriormente.  A maggior ragione, la conflittualità si esaspera quando la transizione verso un nuovo regime provoca insicurezza economica e politica.  Le collettività e gli individui insicuri vanno allora facilmente in cerca di comodi capri espiatori.

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Spesso è proprio l’élite dominante nell’antico ordine a giocare la carta del nazionalismo, per acquistare nuova legittimità agli occhi della popolazione.  Si alimentano conflitti endemici a base etnica o religiosa, o se ne inventano di nuovi.  Anche nella modernità l’individuazione di un capro espiatorio è una strategia abituale per compattare una comunità.  Anche l’Europa dei nostri giorni ha ben conosciuto questa strategia, praticata fra l’altro in modo esemplare da Slobodan Milosevic nel processo disgregativo della Iugoslavia alla fine degli anni ottanta e negli anni novanta.

Negli ultimi anni il Myanmar (Birmania) è coinvolto in un processo analogo.  Proprio mentre il governo sembra aver fatto importanti passi avanti verso la democratizzazione e il rispetto dei diritti umani, la scena è dominata – nell’Arakan, lo stato più occidentale del paese – da violenze e scontri tragici e ripetuti fra la maggioranza di religione buddhista e la minoranza musulmana, avendo come bersaglio particolare l’etnia Rohingya.

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Questa si differenzia dalla maggioranza della regione non solo per motivi religiosi ma anche linguistici: mentre la gran parte delle etnie birmane parlano lingue sino-tibetane, i Rohingya parlano una lingua indoeuropea, imparentata con le lingue del vicino Bangladesh (in particolare con la parlata di Chittagong, che è una varietà differenziata del bengali).  Nella regione gruppi di musulmani vivono invero dall’ottavo secolo, in conseguenza della loro prima espansione nell’Asia meridionale.  Eppure il regime nega a tutt’oggi ai Rohingya lo statuto di cittadini del Myanmar (che si compone di 130 etnie), considerandoli immigrati recentissimi del Bangladesh.

La condizione dei musulmani in Birmania è stata storicamente precaria.  Ma si è aggravata ancora di più durante la seconda guerra mondiale, quando furono bersaglio dei simpatizzanti per gli invasori giapponesi.  Ciò condusse a massacri vicendevoli, le cui ferite non si sono affatto risanate.  Anzi, il regime militare e totalitario birmano degli ultimi decenni ha spesso favorito il riaprirsi di scontri e violenze, seguendo il copione abituale del   Continua a leggere

Il Portogallo e l’Oceano: una storia gloriosa

Uno degli eventi epocali all’alba dell’età moderna, quando l’Europa dilagò nel mondo, è, nel 1498, il viaggio di Vasco da Gama.   Circumnavigando l’Africa, questo viaggio aprì al Portogallo le vie commerciali dell’India e dell’Asia sud-orientale.  Per arrivare fino alla punta estrema dell’Africa meridionale il navigatore seguì una rotta particolare, sulla base dei consigli di chi l’aveva preceduto in quelle acque remote: Bartolomeo Dias.  Arrivato all’altezza dell’odierna Sierra Leone egli non proseguì lungo la costa africana.  Al contrario si diresse in mare aperto, piegando persino leggermente verso ovest, fino a superare l’equatore e ad approfittare poi degli intensi venti che soffiano da occidente a oriente nell’Atlantico Meridionale.  Così fu sospinto nelle immediate vicinanze del Capo di Buona Speranza.

vasco_da_gama_route_mapVasco da Gama poi arrivò in India e tornò indietro, aprendo ai portoghesi una rotta ardentemente auspicata.  Due anni dopo si volle ripercorrere la rotta con un’altra spedizione, per sfruttare appieno le possibilità commerciali e militari intraviste.  Al comando della flotta si trovava Pedro Alvares Cabral.  Fino a un certo punto, egli seguì la stessa rotta di Vasco da Gama.  Ma poi piegò ancora più ad occidente e si trovò sulle coste del continente sudamericano.  La nuova terra così scoperta fu battezzata Brasile, dal nome dell’albero pregiato che qui tanto abbondava.

La domanda è stata ripetutamente posta.  La scoperta di Cabral è stata puramente accidentale, forse in seguito a una virata effettuata per sfruttare meglio il sistema di circolazione dei venti?  Oppure Cabral aveva intuito qualcosa, e voleva andare a vedere di persona?  O, ancora, l’approdo era richiesto esplicitamente dal piano della sua missione?

PAU-BRASIL-1La domanda è stata posta ripetutamente almeno a partire dalla seconda metà dell’ottocento.  Gli storici sono a tutt’oggi divisi e non è stata trovata una risposta definitiva.  Quelli che propendono per la terza (o, in parte, per la seconda risposta) hanno in mente diversi scenari possibili.  Il primo è basato su alcune affermazioni di Duarte Pacheco Pereira, secondo il quale egli avrebbe esplorato la costa del futuro Brasile già due anni prima, nel 1498.  Il secondo fa riferimento alla determinazione con cui i portoghesi avrebbero negoziato l’accordo di Tordesillas nel 1494, segno della loro consapevolezza della presenza di una massa continentale nella porzione di Atlantico da loro rivendicata.  Ufficialmente una tale determinazione è spiegata sulla base della buona conoscenza da parte dei portoghesi del regime di circolazione dei venti nell’Oceano Atlantico, il cui sfruttamento era per loro indispensabile per intraprendere la via delle Indie.

Un terzo scenario, invece, retrodata la conoscenza da parte dei portoghesi di alcuni

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Tordesillas 1494: la modernità invadente

Il parlamento australiano ha approvato la proposta di un’importante modifica costituzionale.  Se confermata da un referendum popolare, la costituzione australiana dichiarerà gli aborigeni come gli abitanti originari del continente.  Cadrebbe la finzione giuridica secondo la quale l’Australia era terra di nessuno all’arrivo dei primi europei, legittimando così l’esproprio forzoso di tutti i territori abitati dalle tribù aborigene.

Tordesillas1494Ma questo è stato l’atteggiamento di fondo degli imperi coloniali europei, e dei loro discendenti (come gli Stati Uniti) nel corso dei lunghi secoli della modernità.  I popoli autoctoni venivano considerati “popoli senza storia” da dispossessare, assorbire o confinare.

Tutto è cominciato a Tordesillas, una cittadina della Vecchia Castiglia, nel 1494.  Fino a poco tempo prima i portoghesi, che già da più di un secolo perseguivano una fortunata politica di esplorazione e di espansione lungo le coste atlantiche dell’Africa, erano convinti di avere un decisivo vantaggio competitivo nei confronti delle altre nazioni europee che avessero voluto intraprendere le vie degli oceani.

colombo

Nel marzo del 1493, però, una tempesta costrinse Cristoforo Colombo, di ritorno dal suo primo viaggio nel Nuovo Mondo, a fare scalo   proprio a Lisbona.  La notizia della sua scoperta diventò pubblica prima e in forme differenti da quelle auspicate da lui stesso e dai regnanti spagnoli. Sorse così un conflitto potenziale fra Spagna e Portogallo.  Gli spagnoli temevano che i portoghesi, già dominanti lungo le coste dell’Africa, diventassero dei pericolosi concorrenti anche lungo le rotte americane; di contro i portoghesi compresero che la loro supremazia sugli oceani d’ora in poi sarebbe stata minacciata da vicino.  Nel 1493 un intervento papale di Alessandro VI, spagnolo di nascita, attribuì  le terre scoperte e ancora da scoprire esclusivamente alla Spagna. Continua a leggere