Da Timbuctù a Mosul: la cultura, contro l’implosione della mente umana

Timbuctù, la città situata nel Mali settentrionale ai bordi del deserto del Sahara, è una località africana ricchissima di storia.  Dal trecento al seicento è stata un centro commerciale e culturale della massima importanza, nell’ambito di tre grandi imperi che si sono succeduti nella regione: Mali, Songhai, Marocco.  Di conseguenza ha accumulato un inestimabile patrimonio, architettonico e librario.  I manoscritti qui conservati sono una fonte di conoscenza inestimabile per molti aspetti della storia africana, e in particolare per la diffusione dell’islam in Africa occidentale, che ha avuto luogo nei secoli del nostro medioevo sulla scia dei commerci trans-sahariani.  Ma quando nel 2012 un gruppo di integralisti islamici prese transitorio possesso della città, i conquistatori non persero tempo per spianare architetture sacre e per bruciare manoscritti preziosi.  Fortunatamente gran parte dei manoscritti è stata messo in salvo dall’abnegazione degli abitanti del luogo, che li hanno trafugati segretamente e poi li hanno conservati lontano dal fronte bellico, a Bamako, capitale del Mali.

TimbuktuL’attacco sconsiderato contro patrimoni culturali di enorme valore non è un misfatto nuovo, da parte dei jihadisti sedicenti islamici: il caso dei Buddha di Bamiyan, fatti saltare dai taliban afghani qualche mese prima dell’11 settembre 2001, è ancora ben presente alla nostra memoria.  Ma sconcertante è che i jihadisti di Timbuctù non potevano basarsi nemmeno sulla pseudogiustificazione secondo la quale, nella ristrettissima visione del mondo dei taliban, i Buddha apparivano esponenti di una tradizione culturale estranea, e percepita come nemica.  A Timbuctù vittime della “pulizia culturale” sono stati invece manufatti e testimonianze di uno dei più grandi centri di cultura della tradizione islamica, e non solo d’Africa.  E questo è un indizio pesante che ci fa sospettare che l’attacco non sia rivolto a una particolare cultura o a una particolare tradizione, ma alle culture e alle tradizioni in quanto tali.                                                    La conferma viene purtroppo da Mosul, la seconda città dell’Iraq che da alcuni mesi soffre una surreale occupazione da parte dell’IS.  Le devastazioni culturali operate nella zona, già particolarmente gravi, sono rivolte sia verso tutti i culti che avevano fatto dell’area un luogo straordinario di diversità religiosa, quasi senza pari nell’Eurasia intera, sia verso un patrimonio archeologico ancora più remoto, risalente all’antica Mesopotamia.  Mosul non è Ninivealtro che Ninive, la capitale dell’impero assiro: e i resti delle sue mura, che risalgono al tempo dell’apogeo dell’impero, verso il 700 a. C., sono fra i principali bersagli della distruzione.                                  Ma più gravi ancora sono le devastazioni delle menti che l’IS prospetta.   Nello scorso ottobre i jihadisti hanno riaperto l’università di Mosul, che nel mondo arabo godeva di una buona reputazione.  Hanno però abolito per decreto i seguenti campi del sapere: archeologia, arte, diritto, filosofia, politologia, scienze motorie, scienze turistiche.  E hanno proibito espressamente la discussione sui seguenti temi: cultura, democrazia, suddivisioni geografiche, etnie, libertà, nazionalità, romanzi, storia, teatro…  Per chi non segue tali divieti c’è una sola pena: la morte. Ovviamente l’unico tema permesso, anzi obbligato, diventa lo studio del Corano, nelle aberranti interpretazioni sostenute da al Baghdadi e dai suoi seguaci.  E i professori sarebbero obbligati a prendere servizio in tali condizioni, ove naturalmente è prevista una rigorosissima separazione fra i sessi.  Del destino delle scienze e delle tecniche non abbiamo notizie di prima mano.  Ma da una testimonianza che filtra dalle voci coraggiose di Mosul occupata sembra che nella scuola primaria si sia smesso di insegnare matematica e fisica e che, anche qui, l’unica materia consentita e obbligata sia il Corano.  Ci si chiede, con questo tipo di educazione, come farebbero gli integralisti del futuro a servirsi di internet e a utilizzare al meglio gli strumenti video, o anche solo a progettare e a manipolare strumenti bellici sofisticati, capacità di cui oggi si fanno tanto vanto.                                                                                                                             Non può mancare il rogo dei libri: dei libri considerati “non islamici” e quindi, praticamente, della quasi totalità dei libri.  E l’immagine del rogo dei libri non può che rogo dei libri 1933ridestare in noi la memoria della devastazione totalitaria nell’Europa recente, e in particolare dell’operato nazista.  Il rapporto dei nazisti con la cultura e persino con la scienza è stato talmente estremo da risultare autolesionista.  Resta emblematica una risposta di Hilter, poco tempo dopo la sua presa del potere, a chi gli richiedeva di impedire il licenziamento di scienziati ebrei di notevole valore: per lui, il Reich millenario avrebbe fatto a meno della fisica e della chimica.  E una delle pagine più tragicomiche delle vicende naziste è il dispregio contro le teorie fisiche più innovative del tempo – la relatività e la teoria dei quanti – in nome di una non meglio precisata “fisica ariana”: dispregio rivolto non soltanto all’ebreo Albert Einstein ma anche a Werner Heisenberg, considerato – in mancanza di meglio – un “ebreo bianco”.  Heisenberg fu poi riabilitato dal regime.  E’ ovvio che però, durante la seconda guerra mondiale, quando si trattava di lavorare alla bomba atomica tedesca, egli non si impegnasse più di tanto.  Ed è anche chiaro che durante la guerra alla grande mobilitazione scientifica degli Stati Uniti la Germania nazista seppe opporre molto poco: molti dei suoi migliori cervelli erano già da tempo espatriati in America.                                                                                                                     Anche la storia della scienza in Unione Sovietica ha le sue pagine oscure e grottesche: ricordiamo soltanto il caso Lysenko in campo biologico ed agrario.  E tuttavia, dietro questo estremismo, non dobbiamo dimenticare che il rapporto con la cultura, e con le tradizioni nazionali, dei totalitarismi nazista e stalinista è stato ambivalente.  Da un lato, entrambi hanno sicuramente individuato nella cultura un nemico da combattare con tutti i mezzi: la cultura apre le menti, e introduce crepe e differenziazioni nella cementificazione sociale a cui entrambi aspiravano.  Dall’altro, però, vi è stata anche una serie di tentativi di appropriarsi di elementi delle tradizioni culturali e istituzionali preesistenti: certo, stravolgendole, ma mostrando anche una certa soggezione a vincoli ereditati e alla necessità di mantenere un consenso popolare, oltre a quello basato sul terrore.  Se il loro obiettivo era quello di fare tabula rasa e di creare l’”uomo nuovo”, dobbiamo dire che non ci sono riusciti, anche nei moshostakovichmenti in cui il loro potere appariva saldo.  Così, la grandiosa tradizione russa della poesia, della musica, dei balletti non si è interrotta nemmeno al tempo dei più cupi abissi staliniani, anche se di volta in volta grandi esponenti di queste arti sono stati di volta in volta esiliati od uccisi.  Ma non dobbiamo dimenticare di quanto rispetto – nonostante gli scoppi di ostilità del regime – il popolo russo circondava Anna Achmatova o Dmitri Shostakovich: l’esecuzione della settima sinfonia di quest’ultimo nella Leningrado assediata dai nazisti rimane ancora una grande pagina della reazione della cultura contro la guerra e il totalitarismo.

Ed è proprio parlando dei divieti della musica, delle arti figurative, delle narrazioni, che comprendiamo l’enormità della ferita che l’IS sta infliggendo sia alle tradizioni islamiche che al mondo intero.  Così  l’IS istruisce le sue vittime nel bollare come “non islamici” quei linguaggi espressivi che sono stati al cuore di grandi tradizioni culturali islamiche, sul piano musicale come sul piano delle arti figurative. Pensiamo solo alle miniature della Persia  two loverssafavide, della Turchia ottomana o dell’India moghul per rendercene conto.                                             Ma l’operato dell’IS costituisce una calamità antropologica ben più profonda e ben più grave.  Perché nessuna civiltà presente o passata si è spinta a vietare la musica, la narrazione, la danza, e nessuna civiltà ha disprezzato gli oggetti, i monumenti, e tantomeno le tombe degli antenati.  E per una ragione evidente: che la musica, e ben prima il suono cantato; la danza, e ben prima la comunicazione corporea a molti livelli; le narrazioni immaginifiche e dense di simboli e di miti sono elementi centrali dell’intero processo di ominizzazione, prima ancora che la nostra specie Homo sapiens venisse al mondo e fosse dotata di un linguaggio di grande potere generativo, atto a veicolare informazioni e conoscenze molto dettagliate.  Perché i recenti studi sull’origine del linguaggio ci fanno capire che molto probabilmente, nell’evoluzione delle nostre capacità linguistiche, prima vengono i suoni e i corpi, poi le narrazioni, poi le informazioni e le conoscenze.  Non l’inverso.  Quanto alle arti figurative, basti pensare alle grotte di Chauvet, di Lascaux o di Altamira per comprendere la funzione centrale che esse hanno giocato nella coesione sociale di queste popolazioni ancestrali, anche se i dettagli forse ci sfuggiranno per sempre.  Come una funzione centrale nella coesione sociale hanno svolto l’edificazione di Stonehenge e di altri monumenti megalitici, che forse sono stati costruiti per un impeto collettivo e non già per ordine di un capo.                                 Di questi tempi si parla di post-umano, riferendosi alle conseguenze ambivalenti che gli sviluppi tecnologici possono avere sulle identità umane del futuro prossimo e remoto.  Ma nelle pratiche dell’IS vi è un tentativo di innescare processi di de-ominizzazione, di svuotare gli esseri umani della loro identità primaria in cui si intrecciano culture, linguaggi espressivi, esperienze sensoriali e, insieme, conflitti interiori, discordanze, contraddizioni.  Non a caso questo processo di de-ominizzazione conduce, in un circolo infernale, a comportamenti sono dis-umani, nel senso corrente come nel Continua a leggere

1914-2014: l’età delle guerre mondiali. La nuova minaccia totalitaria

La storia è imprevedibile, e spesso scomoda.  L’anno in cui dovevamo soffermarci a riflettere sul significato profondo del centenario della catastrofe del 1914 è stato uno degli anni più densi di conflitti e di tragedie dalla fine della seconda guerra mondiale.  Come se fossero parte di un disperato invito alla vigilanza, alla difesa di conquiste che ritenevamo irreversibili e perciò scontate, si sono succeduti, alternati e intrecciati tanti scenari di guerra, attuali e potenziali, di diversa natura e dalle diverse cause.  Il monito da far nostro è che in questa età della globalizzazione non si può non andare avanti, se non si vuole andare indietro.  Sapremo imboccare con coraggio una stretta strada che ci conduca alla costruzione di una civilità planetaria, alla condivisione di regole comuni a tutte le nazioni e a tutte le culture, per un governo del mondo su scala globale?  Oppure verremo risucchiati in un’interminabile età di guerra, con antiche e nuove barbarie mescolate in un mosaico agghiacciante?  E, fra queste regole comuni, si ergono il rispetto e lo sviluppo dei diritti umani, tragicamente calpestati nell’anno di guerra 2014.
Nei primi mesi dell’anno il fronte più caldo del mondo appariva quello dell’Asia orientale, tanto da far porre la domanda se le molte tensioni intercorrenti fra i molti attori operanti sulla scena non potessero deragliare in un conflitto aperto, innescato forse da un singolo evento di importanza apparentemente minore, come a Sarajevo nel 1914.  xi jinping-shinzo abeIl fatto è, che per l’Asia orientale, il dopoguerra non è ancora finito e la riconciliazione fra Cina e Corea del Sud da un lato e il Giappone dall’altro non è avvenuta.  Ciò provoca ancora ondate di nazionalismo popolare che, in un certo senso, scavalcano i governi stessi e li spingono verso politiche nazionaliste ancora più rigide.  Le tensioni sono continuate per tutto l’anno, hanno coinvolto altri attori come il Vietnam e sono state accompagnate dalle intermittenti provocazioni dell’incognita nord-coreana.  Però i canali diplomatici restano aperti, come mostra la stretta di mano (per quanto fredda) fra i due contendenti maggiori – il giapponese Shinzo Abe e il cinese Xi Jinping – e l’attivismo internazionale di quest’ultimo.  Egli ha fra l’altro visitato il premier neoeletto dell’India, il nazionalista Narendra Modi, alla ricerca di nuove forme di cooperazione fra due potenze che nell’età della guerra fredda non si sono certo amate (e, talvolta, si sono apertamente scontrate).     I canali diplomatici restano aperti – nonostante un gioco di sanzioni e di controsanzioni – anche in un altro focolaio di crisi all’estremità opposta del continente eurasiatico: in Ucraina e nelle coste del Mar Nero. Qui il conflitto dei nostri giorni rievoca non la situazione posteriore al 1945, ma quella antecedente al 1914: l’età in cui i grandi imperi del mondo andavano in cerca di qualunque situazione potesse legittimare le loro ambizioni espansive, in genere a spese di popoli, nazioni o etnie al momento più deboli, con o senza l’accordo delle altre potenze egemoni.  E l’impero russo era pronto a cercare e a sfruttare tali situazioni, a partire del settecento, quando già aveva considerato l’odierna Ucraina un suo fronte designato di espansione, a spese sia dell’Impero Ottomano che della Polonia.

Tsar PutinIl carattere imperiale della Russia è sopravvissuto alla fine degli zar, trovando una nuova incarnazione nello stalinismo.  Così la questione delle “frontiere occidentali sicure” per l’Unione Sovietica è stata affrontata con successo, secondo la visione del Cremlino, sia nel 1939 che nel 1945:  agli inizi come alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 1939 Stalin non esitò ad accordarsi con Hitler per incorporarsi territori già appartenuti all’impero zarista: Polonia orientale, Lituania, Lettonia, Estonia, Bessarabia (attuale Moldova).  E, nel 1945, mantenne tutte queste conquiste – con ulteriori correzioni a suo favore – quasi legittimato da una pretesa morale, date le enormi devastazioni e le enormi perdite che l’Unione Sovietica dovette sopportare nella guerra antinazista.  Anche se ridotta rispetto alla disciolta Unione Sovietica, e di forma istituzionale repubblicana, ai nostri giorni la Russia autoritaria di Putin mantiene molte caratteristiche dell’impero multinazionale russo dell’età moderna, favorito in ciò dalle sue modalità storiche di espansione: dall’inglobamento coloniale di tanti piccoli popoli territorialmente contigui rispetto al cuore dell’impero, per i quali non si è mai posto – a livello centrale – il problema di un’eventuale decolonizzazione.  E fra le maggiori continuità con l’impero zarista e con l’Unione Sovietica sta l’ipersensibilità russa per la questione delle sue frontiere occidentali. Proprio perché il territorio “imperiale” si è ritirato dopo la svolta del 1989, il distacco politico dell’Ucraina viene percepito con sentimenti di inscurezza da parte dei nazionalisti russi, che oggi prevalgono nel regime e a livello popolare.   D’altra parte, è proprio la scomoda eredità sovietica ad allontanare dalla Russia buona parte dell’opinione pubblica ucraina: per loro restano imperdonabili i milioni di morti conseguenti alla carestia provocata ad arte dal regime staliniano negli anni trenta del novecento (holodomor).

Islamic StateNegli ultimi mesi passi progressi effettivi non hanno avuto luogo, nell’appianare le divergenze in questa “nuova guerra fredda”.  Ma, come del resto nelle fasi anche più acute della guerra fredda, è prevalsa la volontà di mantenere la contesa a livello diplomatico.  La necessità di scongiurare una nuova Sarajevo è per ora attentamente presidiata.                Proprio perché in un mondo così pieno di tensioni e di confliti dell’inizio l’occidente tende a ragionare inevitabilmente – e, diremmo, fortunatamente – per via politica e diplomatica, esso si è trovato spiazzato nei confronti di un avversario di nuovo tipo: un avversario che fa della violenza la sua parola d’ordine esibita ed esasperata, che è ideologicamente contrario a ogni idea di politica e di diplomazia, che proclama un conflitto da lui unilateralmente definito intenzionalmente come un conflitto di religioni.  Da parte nostra è meglio definirlo: un conflitto fra un tentativo di negazione di tutte le forme concrete delle culture del mondo (dato le inclinazioni intimamente distruttive di questo nuovo avversario) e il rispetto e la valorizzazione di queste culture.                                                                  La  voce di Edgar Morin è continuata a risuonare alta, in questi decenni: vigilare perché una terza forma di totalitarismo poteva nascere, dopo la sconfitta del nazismo e la dissoluzione dello stalinismo.  Adesso è nata, e ci ha dichiarato guerra.  La definiremo jihadista, almeno in via provvisoria, dato che fa della guerra e della violenza la sua prima ragione d’essere.  Evitiamo di aggiungere l’aggettivo islamista, per non passare indebitamente dalla parte al tutto, dall’ideologia estremista di una minoranza a una religione di portata mondiale che permane a tutt’oggi diversificata.  Però la nostra scelta terminologica non ci esime, a tempo debito, di porci la scomoda domanda: “che cosa ha a che fare l’islam con tutto ciò?”.  Su questa domanda, non potremo non tornare.             Il dilagare delle bande ultra-integraliste nella Siria e nell’Iraq devastati dalla guerra civile, l’autoproclamazione di un sedicente stato islamico (IS) e poi di un califfato, l’aggressione al popolo curdo sono giunti come un fulmine a ciel sereno all’opinione pubblica occidentale.   Improvvisamente, ci siamo trovati dinanzi a una serie di crimini di Kobaneguerra che appaiono una sintesi di quanto di più efferato sia stato prodotto nell’ultimo secolo: genocidi; conversioni imposte con la violenza; rapimenti di donne e di bambini; reclutamento di “bambini guerrieri”; stragi di civili; decapitazioni a sangue freddo di giornalisti, di giuriste impegnate nella difesa dei diritti delle donne e di incolpevoli ostaggi occidentali; distruzioni di luoghi sacri e di altre inestimabili testimonianze del passato, in atti che sono stati definiti di “pulizia culturale” (e, direi anche, di “genocidio culturale”).  Forse il tratto più conturbante è che, da parte dell’IS, l’esecrata pratica della schiavitù non solo viene massicciamente praticata, ma viene esplicitamente teorizzata, nel 2014.  Dobbiamo tornare a qualche pagina oscura dei conquistadores spagnoli delle Americhe per trovare qualcosa di analogo, e forse nemmeno allora asserito così spudoratamente.  E, in ogni caso, nemmeno i conquistadores spagnoli sono arrivati a teorizzare la schiavitù sessuale delle donne, anche se episodicamente l’avranno certo praticata.                                                                                                                           Si è potuto osservare come la violenza nei territori occupati dall’IS sia di tipo ancora più estremo di quella terroristica praticata da al-Qaeda.  Al tempo di Osama Bin Laden e dell’11 settembre 2001 la violenza poteva apparire un mezzo per produrre un fine: la sollevazione islamica mondiale.  Oggi la violenza è ancor più fine a se stessa: produce la pulizia etnica (nel senso più forte del termine) di tutti coloro che non adottano il modo di vita violentemente imposto.  Soprattutto, l’IS ha un’attitudine ben più estremista di al-Qaeda nei confronti dello stesso mondo islamico.  Mentre al-Qaeda propugnava l’unità degli islamici e esibiva un certo rispetto per le loro diverse tradizioni, oggi l’ideologia del califfato proclama eretici – e quindi vittime designate – tutti gli islamici che non aderiscono alle loro visioni, e soprattutto gli sciiti, considerati “non islamici” alla pari di tutti i cristiani, ebrei, yazidi e di tutti gli appartenenti alle altre confessioni del mondo.                          Stare davanti a violenze di questo genere è quasi intollerabile.  La prima reazione, naturale, è quella di distogliere lo sguardo, di credere che non siano vere e come ultima istanza di appellarsi alla lontananza e all’arcaismo del contesto. Questo è avvenuto, a suo tempo, nel caso dei Taliban afghani.  Ma questo è avvenuto anche nel caso dei crimini nazisti e stalinisti compiuti nel cuore dell’Europa, la notizia dei quali filtrava da frammenti di narrazioni agli inizi valutati inverosimili.  La scoperta della vera portata dell’olocausto, nel 1945, e della sistematicità dei gulag, nel 1956, è stato un grave fattore di turbamento, ma anche di crescita della vigilanza democratica europea.  Oggi dobbiamo intraprendere operazioni analoghe, cercando di ragionare sui misfatti di un nemico che è molto diverso, e in alcune conseguenze può essere perfino peggiore del nazismo e dello stalinismo.           Da qui dobbiamo comunque partire: dall’esperienza di un’Europa che ha intrapreso con coraggio la lotta contro i due totalitarismi del ventesimo secolo e che oggi deve combattere con altrettanto coraggio contro il totalitarismo del nuovo secolo.  E’ inevitabile  chiederci in quali aspetti il nemico attuale differisca da quelli affrontati a suo tempo.  Scopriamo così come il nazismo e lo stalinismo abbiano messo in moto i loro apparati mortiferi grazie a una presa di potere delle istituzioni di stati molto importanti in Europa e Continua a leggere

Geografie elettorali tedesche: Berlino multicolore in una Germania bicolore

La legge elettorale tedesca, a prima vista, è riassumibile in una definizione semplice: proporzionale con la soglia di sbarramento al 5%.  Ciò vuol dire che la presenza in parlamento spetta solo ai partiti che superano tale soglia, e che solo essi ricevono un numero di seggi esattamente proporzionale ai voti ricevuti.  Dovremmo però dire, con maggior precisione:  ai voti ricevuti con la seconda scheda basata sulle circoscrizioni regionali.  Vi è però anche una prima scheda, che fa riferimento a collegi elettorali uninominali a turno unico (“all’inglese”).  Qui vince e va in parlamento chi prende più voti, foss’anche un indipendente svincolato dai partiti.  Ma la proporzione dei seggi vinti all’uninominale non deve alterare i rapporti di forza complessivi fra i partiti, che dipendono solo dalle seconda scheda.  E su questo punto sorgono notevoli complicazioni della legge elettorale, che in vista delle ultime elezioni è stata riformata proprio per regolare i rapporti tra prima scheda uninominale e seconda scheda proporzionale. Tralasciamo le complicazioni e soffermiamoci  sul fatto che le geografie elettorali tedesche che emergono dalle due rispettive schede sono diverse.  Nel voto uninominale, infatti, i due grandi partiti “popolari” (CDU/CSU e SPD) la fanno da padrone: chi vota i “piccoli” partiti nella scheda proporzionale spesso con la scheda uninominale preferisce supportare un candidato compatibile con le proprie visioni, ma che ha probabilità di essere eletto, piuttosto che il “proprio” candidato in senso stretto.  Di conseguenza è rarissimo che i “piccoli” partiti -Grüne (cioè i “verdi”), Linke e predecessori e, almeno fino a ieri, FDP – eleggano deputati attraverso i collegi uninominali. 

Nordrhein-WestfalenLe elezioni del 22 settembre 2013 non hanno fatto eccezione.  Vista attraverso l’ottica dei collegi uninominali la Germania è segnata in massima parte dal nero della CDU/CSU (che ha fatto il pieno in interi Länder, come la Baviera e il Baden-Württemberg), con varie isole rosse nelle zone metropolitane e operaie dove la SPD è tradizionalmente più forte.  Così, nella mappa accanto, vediamo la Ruhr come “cuore rosso” nella distribuzione dei collegi uninominali nella Renania Settentrionale-Westfalia.                                                                                                      Ma c’è un’eccezione rilevante: Berlino.  Nella capitale tedesca, i 12 collegi elettorali uninominali sono stati spartiti fra tutti e quattro i partiti attualmente rappresentati in parlamento. E la distribuzione del voto nelle varie parti della città è un indice significativo non solo del presente, ma anche di tutta la storia recente della capitale tedesca.  La distribuzione delle preferenze politiche non può infatti prescindere dalle particolari vicende della città, divisa per decenni sia materialmente sia ideologicamente.  D’altra parte, la politica dei nostri giorni riflette abbastanza fedelmente l’immagine per cui è nota al mondo la Berlino contemporanea: quella di un microcosmo in cui coesistono a fianco a fianco stratificazioni sociali e culturali che altrove sono in genere molto più segmentate e separate.

Berlin Wahlkreise

Secondo la geografia elettorale del 2013, le distinzioni fra Berlino ovest e Berlino est sono evidenti. La CDU si è aggiudicata cinque collegi il cui territorio si trova esclusivamente nell’antica Berlino ovest, la Linke quattro collegi il cui territorio si trova esclusivamente nell’antica Berlino est.  Poi vi sono due collegi a territorio misto: Mitte, che comprende il vecchio centro di Berlino est e due quartieri (Tiergarten e Wedding) che appartenevano a Berlino ovest e Friedrichshain-Kreuzberg, in cui il primo quartiere apparteneva a Berlino est e il secondo a Berlino ovest.  In questi due collegi, fra l’altro, la presenza di abitanti originari di tutta la Germania, per non dire di tutta Europa, è molto elevata.  E qui le preferenze politiche sono differenti: la SPD ha vinto a Mitte, i Verdi a Friedrichshain-Kreuzberg.  Del tutto particolare è la storia di quest’ultimo collegio.  Il suo rappresentante parlamentare, Hans-Christian Ströbele, è diventato una vera e propria icona del luogo: vi   Continua a leggere

Joachim Gauck a Oradour sur Glane: per il mondo e per l’Europa

Il presidente tedesco Joachim Gauck sta compiendo, nell’Europa del 2013, un intenso viaggio nella memoria e nella riconciliazione.  Dopo l’abbraccio con il presidente italiano, Giorgio Napolitano, nella città martire di Sant’Anna di Stazzema, è stata la volta dell’incontro con il presidente francese, François Hollande, nella città martire di Oradour sur Glane.  Non è la ragion di stato la principale motivazione di Gauck: da allievo spirituale di uno dei più lucidi critici e martiri del nazismo, Dietrich Bönhoffer, il presidente tedesco è spinto soprattutto dalla volontà di gridare un deciso “mai più” che trascenda i confini dei popoli e delle religioni.  E tuttavia la sua presenza e le sue iniziative rendono un inestimabile servizio alla ragion di stato: non solo e non tanto a quella della Germania federale, quanto alla ragion di stato europea.  I gesti e le parole di Gauck ci ricordano come la nostra Europa sia nata all’indomani della seconda guerra mondiale per dire “mai più” alle barbarie totalitarie.  E ancor oggi, se vuole avere un futuro, l’Europa non può ridursi a un puro mercato economico o a un superstato burocratizzato e chiuso al mondo da confini rigidi e sorvegliati.  L’Europa o sarà una comunità di destino alimentata da valori che prospettino un’umanità più civile di quella ancor oggi dilaniata dai più svariati conflitti e rappresaglie locali, oppure non sarà.

Oradour

I crimini di guerra compiuti contro le popolazioni civili sono tutti efferati.  Ma certo le stragi di civili compiute dai nazisti in ritirata in molte aree d’Europa, dal 1943 al 1945, sono ai nostri occhi pagine particolarmente dolorose per la loro insensatezza.  Non hanno nessun significato militare, e sono il segno dell’accanimento di chi si rifiuta di riconoscere la fine di un folle sogno di dominazione.  Spesso, come appunto a Oradour, i soldati nazisti cercarono di proteggersi dietro a una motivazione preventiva e proprio per questo ancora più aberrante: terrorizzare per scoraggiare il possibile sorgere di un movimento partigiano.  Ma anche nei casi di una presunta risposta ad atti insurrezionali, come nel caso dell’eccidio delle Fosse Ardeatine rivendicato quale reazione all’attentato di Via Rasella, l’enormità degli effetti umani è totalmente in dissonanza con le cause conclamate e deraglia persino dalla logica della guerra, per quanto dura e inflessibile questa sia.  Siamo dinanzi all’irruzione del male in forma pura e anche a tanti decenni di distanza, e dopo tanta meritoria letteratura, la nostra comprensione continua ad avvitarsi su se stessa e a riflettere sui suoi profondi limiti.        La cronaca di quanto avvenne il 10 giugno 1944 a Oradour sur Glane, piccolo centro rurale della Francia sud-occidentale fino ad allora lontano dalla storia (e in cui la Oradour-Sur-Glane-Francerecente occupazione tedesca stava passando inavvertita) ci presenta un crescendo veramente agghiacciante proprio perché nessun abitante del luogo aveva il minimo sentore di poter correre un qualche rischio (non diciamo: un rischio fatale).  Nel momento in cui le SS concentrano la popolazione, il pasticciere parla con tutta naturalezza della necessità che i propri dolci siano sottoposti a pronta cottura, convinto di vivere un controllo di routine.  E i pochi testimoni oculari che per singoli casi fortunati hanno potuto tramandare le vicende di quel giorno ci raccontano che l’inconsapevolezza è durata fino all’ultimo, fino alle raffiche degli assassini.                        La tragedia raggiunge il suo climax infernale all’interno della chiesa, dove erano state concentrate le donne con i bambini.  Qui la strage è completa, con una sola sopravvissuta.  Chi non è vittima dell’esplosione preparata viene finito con tutti i mezzi, anche con successive esplosioni di granate lanciate sul momento, che aggiungono fuoco al fuoco e fumo al fumo.                                                                                                                 Dinanzi alla prospettiva di una sconfitta senza remissione, negli anni dal 1943 al 1945 le armate naziste estendono ai territori e alle popolazioni dell’Europa occidentale la prospettiva di “guerra di annientamento” che già avevano praticato dopo il 1941 sul fronte orientale: le popolazioni civili vengono considerate senz’altro nemiche e dai vertici viene annullata la possibilità stessa di qualche misura protettiva, di qualche limite agli eccessi più efferati. Chi abusa e travalica non solo non viene punito, ma viene considerato un buon soldato.                                                                                                                                    Il potere risanatore del tempo oggi ci ha fatto quasi dimenticare quanto profondo sia stato l’abisso in cui è scivolato il nostro continente in quegli anni.  Perché la tentazione di rispondere ai genocidi, alla pulizie etniche, alle bestialità della guerra con la vendetta pura e semplice era forte, e l’Europa è stata sull’orlo di perdersi in un interminabile labirinto di rivendicazioni.  Nella primavera del 1945, i giorni della fine non sempre sono stati i giorni del nuovo inizio, i giorni della cessazione delle ostilità belliche non sempre sono stati i

Continua a leggere

La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

Anjem-Choudary1

Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

Continua a leggere

17 giugno 1953: la rivoluzione dei senza nome

La conclusione della seconda guerra mondiale e il crollo del regime nazista regalarono all’Unione Sovietica una posizione strategica di grande vantaggio, certamente imprevedibile solo pochi anni prima.  Stalin aveva coronato la marcia verso occidente iniziata da Pietro il Grande:  la Russia era diventata una potenza europea a pieno titolo, ed anzi teneva saldamente in pugno il cuore del vecchio continente.  Winston Churchill percepì lucidamente che una “cortina di ferro” stava dividendo l’Europa in due,  e la consapevolezza della gravità della situazione spinse gli alleati occidentali a resistere a tutti i costi ove i giochi non fossero ancora compiuti: a Berlino, a Vienna, a Trieste.                                           Sin dagli inizi, la scelta sovietica era chiara: al pari dell’impero interno, anche questo nuovo “impero esterno” sarebbe stato tenuto insieme con la forza, non col consenso.  Mai si tentò seriamente di ottenere un appoggio di quel popolo in nome del quale pure si pretendeva di governare.  E mai le “democrazie popolari” di nome lo furono di fatto: nei loro confronti i lavoratori mostrarono spesso opportunismo, ma mai una convinta adesione. 

16 giugnoCome è noto i paesi dell’Europa centro-orientale che entrarono a far parte del blocco sovietico furono rigidamente normalizzati e omologati, già nel periodo fra il 1945 e il 1950.  E questo non significava solo il completo smontaggio delle istituzioni democratiche e la perdita delle libertà civili, ma anche l’adozione incondizionata del modello di sviluppo sovietico: statalizzazione e collettivizzazione generalizzate, attacco alla proprietà privata, privilegio assoluto all’industria pesante e a quella degli armamenti.  Questo ebbe la conseguenza, certamente non auspicata, che i paesi dell’”impero esterno” divennero da subito un peso, piuttosto che una risorsa, per l’Unione Sovietica.  Le imposizioni economiche portarono infatti a crisi endemiche, e il conseguentemente dissanguamento dell’Unione Sovietica che cercava di sanarle con interventi episodici piuttosto che strutturali.  Nello stesso tempo, soprattutto in età staliniana, il terrore e la repressione aumentarono la passività e la diffidenza dei cittadini, creando un clima esattamente contrario all’impegno e allo spirito di collaborazione attraverso il quale, nei vuoti slogan dei regimi, si sarebbe dovuto procedere all’edificazione del socialismo.

17 giugno

La vicenda della DDR, o Germania Orientale che dir si voglia, è esemplare al proposito, anche se complicata dalla difficoltà identitaria del nuovo stato.  Evidentemente esso non si poteva basare su una nazione distinta da quella dell’”altra” Germania e i suoi governanti dovevano fare costantemente i conti con la storia passata e con le prospettive di un’eventuale riunificazione.  Ma le misure economiche furono comunque, come altrove, subitanee, drastiche e improvvide.  La goccia che fece traboccare il vaso fu una stretta sulle “norme del lavoro”.  La rigida pianificazione centralizzata imponeva una quantificazione della produttività dei lavoratori, per verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati.  Ora le esigenze produttive sarebbero state aumentate del 10 per cento, il che equivaleva direttamente a una contrazione dei salari in una situazione per altro già drammatica, con il paese vicino alla fame.  La via di uscita alla crisi economica veniva unilateralmente individuata nello sfruttamento di quelle classi popolari che nominalmente avrebbero dovuto dirigere il paese.                                                                                                            In maniera assai rapida, le manifestazioni spontanee che sorsero in tutto il paese fecero il passo decisivo: dall’economia alla politica.  Non si trattava solo di rivendicazioni economiche e salariali.  Si trattava anche e soprattutto di libere elezioni, della libertà di stampa e di opinione, del ristabilimento della democrazia.  La maturità dei lavoratori comprese che il regime doveva e poteva essere rifiutato in blocco, senza lasciargli Continua a leggere

1933: la diversità distrutta

Il 10 maggio 1933 gli attivisti nazisti si mobilitarono nelle città universitarie tedesche per distruggere le opere degli autori considerati nemici della loro visione del mondo e antitedeschi senza possibilità d’appello.  La manifestazione più coreografica ebbe luogo a Berlino, in Opernplatz (oggi Bebelplatz), ove furono bruciati circa 70.000 libri e pubblicazioni varie,  in precedenza inseriti nella lista dei testi proibiti.  Lo spettro degli autori condannati era molto vasto e vario: andava da Marx a Freud.                                                                                         Il rogo dei libri si colloca in un frangente strategico della rapidissima edificazione del sistema totalitario nazista, a cui bastarono meno di sei mesi per diventare pervasivo: dalla nomina alla cancelleria di Adolf Hitler, il 30 gennaio 1933, allo scioglimento forzato di tutti i partiti politici – eccetto naturalmente quello nazista nel luglio dello stesso anno.  Solo qualche giorno prima del rogo dei libri, il 2 maggio, vi era stato un attacco sistematico del nuovo sistema di potere nazista ai sindacati, che per un momento si erano illusi di trovare una qualche forma di compromesso col regime: le loro sedi furono devastate, e molti loro esponenti incarcerati. 

rogo dei libri 1933

In quegli stessi giorni, in Germania, iniziavano ad avvenire eventi ancora più gravi.  Si calcola che la prima ondata di repressione degli avversari politici, picchiati, uccisi a freddo, incarcerati e torturati ad arbitrio del potere repressivo abbia fatto 600 vittime.  Ma la parallela repressione culturale è stata altrettanto grave e di enorme valore simbolico.  La valutazione di chi era considerato nemico del popolo tedesco era la più estesa possibile e non si limitava ad autori di tendenze politiche di sinistra, o di origine ebraica.  Era un attacco senza quartiere a tutta alla modernità e a tutto il modernismo, di cui la Germania e l’Austria negli ultimi decenni erano state terreno di cultura quanto mai creativo e cosmopolita.  L’immagine dei valori del popolo tedesco che di contro veniva propugnata era monca, intollerante, regressiva, sostanzialmente inventata: in ogni caso le molteplici radici culturali della Germania erano fatte oggetto di una “pulizia etnica” distruttiva al massimo grado.                                  Rivolto al cittadino tedesco, questo messaggio culturale sfociava direttamente in un messaggio politico altrettanto violento.  Nel Volk tanto idolatrato dai nazisti non vi era spazio per la diversità e l’individualità.  Si prospettava un’omologazione coatta dei comportamenti e delle visioni del mondo: ogni deviazione sarebbe stata inflessibilmente repressa.

vielfaltPer riflettere a ottant’anni di distanza sul significato di questi eventi, oggi la città stato di Berlino ha promosso, per tutta la durata dell’anno, una serie di manifestazioni che toccano i diversi aspetti del cruciale 1933.  Molte istituzioni hanno allestito mostre appositamente dedicate.  Ma l’iniziativa più visibile ha condotto alla presenza, in tutti gli spazi urbani, di grandi colonne rosse: ognuna di esse è dedicata a un cittadino berlinese che nel 1933 fu costretto a emigrare o, se rimasto all’interno della Germania, venne perseguitato dai nazisti con conseguenze assai varie: dalla disoccupazione alla morte.       Le colonne sono lì per ricordarci che prima che la follia nazista coinvolgesse l’intera Europa, con decine di milioni di morti, essa si diresse anzitutto contro cittadini tedeschi: perché ebrei, perché di opinioni politiche differenti, spesso semplicemente perché erano contrari alla montante violenza del regime o erano disgustati dalla sua arroganza e dalla sua rozzezza.  E sono lì per ricordarci che, oltre che la vita dei singoli cittadini, fu gravemente danneggiata anche l’identità stessa di un’intera nazione: nel decennio antecedente la Germania era all’avanguardia in tanti campi, scientifici, tecnologici, artistici (basti pensare al cinema), e ora stava precipitando in un abisso oscuro dalle prospettive oscure.                                                                                                                                      I cittadini così ricordati sono noti e meno noti, di tante occupazioni e di tante classi sociali:  Continua a leggere

1943: l’insurrezione del ghetto ebraico di Varsavia

Il 19 aprile è stato celebrato il settantesimo anniversario dell’insurrezione del ghetto ebraico di Varsavia, nel 1943.  Nel 1940 i nazisti avevano creato il ghetto nella capitale polacca da loro occupata, isolando e privando di ogni libertà circa 400.000 ebrei che da allora in poi furono costretti a vivere concentrati in uno spazio strettissimo.  Il ghetto era circondato da un muro e dal filo spinato, e c’era l’ordine di sparare a vista su chi cercasse di scappare.  Pochissimi potevano lavorare e guadagnare qualcosa; le condizioni igieniche erano spaventose; le epidemie imperversavano.  Quel che era ancora peggio, è che il ghetto aveva la funzione di anticamera alla deportazione nei campi di sterminio.  Già nel 1942 i trasporti al campo di Treblinka erano diventati frequentissimi.  Dinanzi all’insostenibilità della situazione, i prigionieri si decisero al tutto per tutto.  Non furono scoraggiati dalla disparità delle forze militari in gioco perché forse erano spinti proprio dalla loro disperazione: dalla volontà di scegliere il modo di morire, invece di subire passivamente gli eventi.

Warsaw_Museum

A Varsavia, l’anniversario dell’insurrezione è stato celebrato con l’inaugurazione del Museo della storia degli ebrei polacchi, situato appunto nei luoghi del distrutto ghetto.  Il suo compito, non solo scientifico ma anche e soprattutto educativo, è perlomeno duplice.  Anzitutto, è quello di mettere in primo piano i molteplici contributi degli ebrei, dal medioevo al ventesimo secolo, agli sviluppi della società e dell’identità stessa della nazione polacca.  Riemerge così il carattere spiccatamente multietnico dell’antico Regno di Polonia, dove polacchi, ebrei, bielorussi, ucraini, tedeschi vivevano assieme in un mosaico molto articolato.                                                                                                         Il secondo, ancora più controverso, è quello di fare i conti con una pagina ambivalente e critica della storia polacca, prima e soprattutto durante la seconda guerra mondiale.  In Polonia, infatti, l’antisemitismo non è stato puramente importato dall’esterno, ma era già diffuso nell’anteguerra in vasti strati della popolazione e utilizzato a bella posta dai partiti politici come elemento rilevante nei loro discorsi nazionalisti.

zegota

L’occupazione nazista del 1939 cambiò drasticamente la situazione.  Sia gli ebrei che i polacchi divennero bersaglio delle attitudini genocidarie degli invasori.  Anche prima della conferenza di Wannsee sulla “soluzione finale”, la linea di condotta nazista era basata sull’idea che sia gli ebrei che i polacchi non dovessero sopravvivere in quanto popoli dotati di una consapevolezza e di un’identità collettive.  E infatti fra i primi provvedimenti nazisti nei confronti dei polacchi vi furono severe restrizioni alle loro attività culturali e al loro accesso all’educazione.                                                                          Come spesso accade, i perseguitati furono ben lontani da fare fronte comune e le divisione dell’anteguerra continuarono a prevalere.  Anzi, vi furono casi in cui cittadini polacchi parteciparono attivamente a massacri antiebraici perpetrati dai nazisti: famigerato il caso del pogrom di Jedwabne, dove persero la vita almeno 340 ebrei, che è stato analizzato dallo storico Jan T. Gross in un libro ormai classico e fonte di molte discussioni. Proprio per questo il fatto che, nei giorni dell’insurrezione del ghetto, alcuni abitanti di

Continua a leggere

La regressiva illusione della sovranità monetaria

Uno spettro si aggira oggi per l’Europa: quello della ‘sovranità monetaria’,  rivendicata da tanti movimenti politici nell’Europa in crisi, di orientamento differente a seconda delle situazioni nazionali. In Grecia l’idea si è diffusa nel milieu di estrema sinistra, attorno al partito Syriza che nel 2012 ha goduto di un notevole successo elettorale.  In Germania, è invece adottata da un movimento conservatore di centro-destra, Alternative für Deutschland, che oggi fa notizia perché potrebbe essere in grado di sottrarre all’attuale maggioranza governativa (alla CDU/CSU e soprattutto alla FDP) voti decisivi per il successo nelle elezioni del prossimo settembre.  Dalla Francia, consapevole della trasversalità della questione, Marine Le Pen ha fatto delle avances a Beppe Grillo.  Esse cadono nel vuoto, perché storia e cultura dei rispettivi movimenti sono assai diverse.  Il lepenismo ha stretti legami con le vicende dell’estrema destra francese, fino a risalire nella Francia di Petain, che non hanno corrispettivi nell’identità del M5S.  E il nazionalismo lepenista è in buona parte riconducibile a un filone tradizionalista che non fa certo vibrare le corde degli italiani.  Però Marine Le Pen rischia di avere ragione.  Lei e Beppe Grillo possono finire dalla stessa parte, almeno finché Beppe Grillo continua a lamentare – come ancora in occasione del 25 aprile – la perdita di “sovranità monetaria, politica, territoriale” dell’Italia.  Come se la sovranità fosse sempre un valore irrinunciabile, come se la sovranità assoluta degli stati nazionali fosse stata per l’Europa sempre un bene prezioso e non già anche l’incubo che l’ha portata sull’orlo dell’autodistruzione. 

Marine Le Pen at Place de l’Opéra, in central Paris

Parlando di “sovranità monetaria”, molti la invocano come la strada maestra per uscire dalla presente crisi. Ma la questione reale non è quella di discutere, in astratto, se la sovranità monetaria possa essere un bene o un male.  E’ quella, molto più concreta, di chiedersi se la sovranità monetaria possa esistere per gli odierni paesi europei, in un mondo globalizzato dominato dagli interventi speculativi di un capitale finanziario spregiudicato. Riandiamo per un momento con la memoria al mondo pre-euro, alla corsa affannosa a sostenere il valore della valuta italiana (o di altre monete fatte attacco di speculazione), alla stessa vicenda della corona islandese che nella crisi del 2008 ha visto crollare il suo valore in un attimo.  E rispetto al mondo pre-euro, gli speculatori sono oggi più, non meno armati: e infatti sanno muoversi con perizia nel mondo degli spread e dei titoli di stato. Il giorno che tornassero le valute nazionali, non starebbero certo a guardare.

Euro eliseoE’ ripetuta l’affermazione che una ritrovata “sovranità monetaria” consentirebbe una svalutazione regolata della moneta, in modo da ridare fiato alla competitività nazionale su scala europea e su scala mondiale.  Ma la questione è se una tale svalutazione regolata sia semplicemente possibile dinanzi agli attacchi speculativi, e se non si sia invece costretti – come in passato – a un costante affanno, a una dannosa emorragia di risorse monetarie.  A meno di sperare in un’utopistica autoregolazione delle valute, che è del tutto improbabile in un mondo in cui finanza e produzione si collocano ormai su due piani differenti.  Aggiungiamo poi la questione dell’inevitabile rincaro delle fonti energetiche e della conseguente azione depressiva sull’economia: non possiamo evitare di ribadire  quanto una tale questione sia centrale per l’Italia, vista la nostra condizione attuale di quasi totale dipendenza energetica da fonti estere.                                                                      Per la Germania, d’altra parte, la fuoriuscita dall’Euro prospettata da Alternative für Deutschland sembra comportare esattamente il problema opposto: una rivalutazione

Continua a leggere

Germania 1932: le elezioni degli apprendisti stregoni

Insultare, demonizzare, ridicolizzare le istituzioni e gli avversari non è il nuovo, ma il vecchio e il peggio della politica.  Ogni variazione sul tema è stata messa in atto sotto ogni cielo, soprattutto nel novecento.  Ma ancora ci stupiamo come chi ricorra a questa strategia – come Beppe Grillo e i suoi seguaci politici – non sappia riflettere sull’esito abituale della conflittualità politica esasperata.  In genere ne derivano danni rilevanti per tutta la comunità. Spesso, per di più, le dinamiche aggressive si ritorcono direttamente contro chi le aveva innescate.

Germania 1932 1La storia conta.  E contano anche gli insegnamenti della storia più tragica del ventesimo secolo – quella dell’ascesa, dell’oppressione e della catastrofe nazista – anche se non siamo in Germania nel 1932, non c’è la paura di Stalin, e non ci sono forze paramilitari per strada.

Ricorriamo a uno storico d’eccezione, Richard Evans, che ha avuto il coraggio di rivisitare integralmente la storia del Terzo Reich. Nel primo volume, dedicato all’ascesa nazista, uno dei centri del discorso è costituito dalle elezioni tedesche del luglio 1932, tenute nel precipitare della crisi economica, della violenza per bande, dell’ostilità reciproca fra tutte le forze parlamentari.  Un ruolo particolare fu allora svolto dai manifesti elettorali, sui quali Evans si sofferma nel suo volume.  Tutti i partiti, estremisti o moderati che fossero, basarono la loro retorica elettorale sulla figura di un gigante che avrebbe schiacciato ogni avversario.  E coloro che volevano la fine della repubblica di Weimar, comunisti e nazisti, dichiaravano poi la loro chiara intenzione di spazzare via il parlamento intero.

germania 1932I risultati delle elezioni non furono decisivi.  Ma diedero ai nazisti la maggioranza relativa, e bloccarono completamente l’attività parlamentare.  Le forze contrarie alla costituzione di Weimar si rinvigorirono, e sempre più voci auspicarono una soluzione autoritaria o francamente dittatoriale.  Alla fine la profezia dei manifesti si realizzò.  Prevalse la parte estrema, quella nazista, che intendeva schiacciare gli avversari nella forma più letterale e brutale possibile. Ancora nel 1932 i comunisti del KPD spesso facevano fronte comune con i nazisti nell’ostruzionismo parlamentare.  Un anno dopo i suoi esponenti erano stati messi fuori legge, arrestati, perseguitati, talvolta uccisi.  E questo accadde anche agli esponenti di tutti gli altri partiti.

Oggi quasi nulla ci accomuna alla Germania del 1932.  Con due eccezioni.  La prima è Continua a leggere

Joachim Gauck: il coraggio della riconciliazione

Le immagini dei due presidenti italiano e tedesco, Giorgio Napolitano e Joachim Gauck, abbracciati a Sant’Anna di Stazzema in ricordo di una delle più odiose stragi dei nazisti durante il conflitto mondiale, meritano di entrare a far parte dell’immaginario dei popoli europei.  Suonano come un grido deciso di ‘mai più’: valore fondante di quel “plebiscito di tutti i giorni” su cui dovrebbe fondarsi un’Unione Europea salda, prospera e irreversibile, attenta custode di tutti i diritti umani individuali e collettivi.

Gauck

Altrettanto rilevante, da parte di Gauck, è il chiaro riconoscimento di una ‘responsabilità politica’ tedesca, che è netta anche laddove la giustizia sia lenta o carente nel perseguire particolari azioni criminose. Solo il coraggio di guardare l’orrore negli occhi può aprire la strada a una duratura riconciliazione fra i popoli.

Il gesto e le parole di Gauck si aggiungono a ciò che il presidente tedesco aveva compiuto in Etiopia una settimana prima.  Gauck è pastore evangelico, e in Etiopia aveva celebrato un moderno martire della chiesa evangelica e della cristianità tutta: Gudina Tumsa.  Egli era stato rapito e ucciso nel 1979 dai soldati della dittatura totalitaria e genocidaria di Mengistu, perché questa perseguiva un progetto di totale scristianizzazione della società.

Tumsa

Per la dittatura, Tumsa era una persona particolarmente scomoda proprio perché la sua teologia era aperta ai problemi sociali e alle identità culturali africane: non aveva paura delle sfide dei tempi nuovi e aveva criticato incisivamente storture e diseguaglianze del regime feudale tradizionale.  Quanto bastava al potere per percepirlo come il più pericoloso dei rivali, perché prospettava a una strada diversa al cambiamento sociale.

Il Presidente Gauck, in quanto tedesco e in quanto pastore evangelico, ha fatto un naturale riferimento a Dietrich Bonhoeffer, al coraggio mostrato dal teologo nella sua opposizione al nazismo e nel martirio che questi dovette subire.  E all’esempio di Bonhoeffer Tumsa si era sempre ispirato,  in un percorso ideale di accettazione delle conseguenze anche estreme dell’essere cristiano.  Fino all’ultimo egli non volle lasciare la sua chiesa e la sua terra, perché sentiva la sua presenza e la sua testimonianza quotidiana nella sua chiesa e nella sua terra come l’unico modo possibile di essere con Dio.