Spagna 2016, microcosmo d’Europa?

Il 2015 è stato un anno di grande incertezza e mutevolezza negli scenari politici e nelle opinioni pubbliche dei maggiori paesi dell’Europa occidentale.  Varie crisi si sono sfrangiate, connesse e amplificate a vicenda:  alle crisi dell’occupazione e dell’economia di lunga data, alla crescente disillusione nei confonti delle classi politiche nazionali ed europea si sono aggiunte la minaccia concreta del terrorismo jihadista e l’irruzione inaspettata (quanto ad estensione e a conseguenze immediate) dei profughi e dei rifugiati provenienti da fronti di crisi che l’occidente stesso ha contribuito a creare.  L’impatto di questi processi concomitanti è profondo, e contribuisce a disgregare equilibri ideologici, politici ed elettorali logori, che nei diversi paesi si erano prodotti e consolidati nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Spain-2015Così, le elezioni nazionali che si sono tenute nel 2015 nel Regno Unito, le elezioni regionali francesi, le elezioni nazionali e regionali tenute in Spagna, l’evoluzione del quadro politico tedesco hanno tutte mostrato che la tradizionale democrazia dell’alternanza (in generale: fra un centrodestra e un centrosinistra che guardano al centro, per convincere gli elettori indecisi e in grado di fare di volta in volta la differenza) vive una fase di grande difficoltà, e forse ha davvero finito il suo ciclo storico.  Che cosa possa sopravvenire al suo posto è incerto, e molto dipenderà dalla responsabilità, dalla capacità di movimento e dall’immaginazione dei singoli attori politici.  Per il momento, assistiamo a una maggiore diversificazione dei contesti politici, partitici ed elettorali delle singole nazioni, più dipendenti che in passato dalle specificità e dagli sviluppi locali, in un momento in cui le ideologie onnicomprensive non giocano più un ruolo centrale.                                                                                                                     Proprio per la presente incertezza sulle possibili ricomposizioni dei sistemi politici europei, le elezioni legislative spagnole del dicembre 2015, e le conseguenti difficoltà per la formazione del governo, assumono un significato la cui portata va ben al di là dei confini della nazione iberica.  Dal ritono della Spagna alla democrazia, nel 1977, vi  imperava un bi-partitismo di fatto, con presenze limitate della sinistra radicale e, insieme, degli esponenti dei partiti autonomisti e nazionalisti, baschi e catalani in primo luogo.  A partire dal 1983, poi, i due partiti a tutt’oggi più forti (PP e PSOE) si sono alternati regolarmente al potere, ma non sempre il loro governo si è basato su una maggioranza assoluta conseguita alle elezioni: spesso, hanno dovuto ricorrere ad accordi con gli esponenti autonomisti e nazionalisti, i quali – nella veste di “ago della bilancia” – hanno avuto un’influenza ben superiore alla loro stretta consistenza numerica.  Anzi, dal 1989 al 2008 questa è stata quasi la norma.  Felipe Gonzales (PSOE) è stato eletto primo ministro con felipe_1hl’astensione di catalani e baschi nel 1989 e con il voto favorevole degli stessi catalani e baschi nel 1993; il suo successore José Maria Aznar (PP) si è appoggiato sul voto favorevole di catalani, baschi e della coalizione delle Canarie nel 1996; infine José Zapatero (PSOE) nel 2004 ha avuto il voto favorevole di alcuni catalani, della coalizione delle Canarie, dei galiziani e degli aragonesi, insieme all’astensione dei baschi e di altri catalani; nel 2008 invece gli esponenti dei partiti autonomisti si sono quasi tutti astenuti (favorendo comunque la conferma di Zapatero)                                                                             Nel parlamento eletto a dicembre 2015, oltre a 8 esponenti di partiti baschi e a un esponente della coalizione delle Canarie, siedono 17 esponenti dei partiti catalani.  Ma, rispetto al passato, l’utilizzazione poilitica di questi ultimi voti per l’insediamento del nuovo governo è molto più difficile: i 17 deputati catalanisti appartengono infatti a due forze politiche impegnate esplicitamente nel processo unilaterale di proclamazione di indipendenza della Catalogna.  E’ inutile dire che la massima parte degli esponenti politici delle altre regioni spagnole, e soprattutto gran parte dei loro elettori, considerano l’indipendenza della Catalogna una prospettiva disastrosa, da impedire ad ogni costo.  Chi cercasse di aprire una trattativa con questi esponenti rischia una forte impopolarità, a meno di essere così abile da convincerli a rinunciare ai loro sforzi di proclamazione di un’indipendenza unilaterale (il che, sul breve periodo, è assai improbabile).   podemosMa la conseguenza più dirompente delle elezioni di dicembre 2015 è che nel parlamento spagnolo (Cortes) oggi siedono altri due partiti – Podemos e Ciudadanos – quasi di uguale consistenza rispetto alle forze tradizionali; che un’alleanza dei “nuovi” fra di loro è praticamente esclusa (rivolgendosi Podemos a un bacino elettorale molto più a sinistra che Ciudadanos); che l’alleanza rispettiva di questi partiti persino con il partito tradizionale più affine (Podemos con il PSOE, Ciudadanos con il PP) incontra altrettanti problemi; che l’idea di una grande coalizione (PP e PSOE) è rigettata dalla massima parte del PSOE, dati gli enormi casi di corruzione imputati al PP negli anni del suo governo.

Forse il dato che meglio rappresenta l’ampiezza del sommovimento elettorale del dicembre 2015, sul medio periodo, sta nel fatto che nelle elezioni del 2008 l’83,8% degli elettori spagnoli aveva dato la loro preferenza a uno dei due partiti maggiori; che nel 2011 questa percentuale era scesa al 73,4 %;  che nel dicembre 2015 è approdata a un 50,7% ben più contenuto.  La perdita complessiva del 33,1% dei consensi in sette anni Riverasegnala un’intensa disaffezione nei confronti di quadri politici considerati sempre più inadeguati.  Non a caso il travaso dei voti ha anche una precisa componente generazionale: le generazioni più giovani votano in modi differenti da quelle anziane, e hanno più fiducia in persone che considerano più vicine ai loro modi di vita e ai loro bisogni.

Per comprendere la profondità del sommovimento oggi in atto nel sistema politico spagnolo è tuttavia importante allargare lo sguardo dai risultati puri e semplici dell’evento nazionale ai risultati delle elezioni regionali che si sono svolte qualche mese prima.  Nella primavera del 2015, infatti, sono stati rieletti gli organi parlamentari di 13 delle 16 comunità autonome di cui si compone il quadro regionale spagnolo (eccettuata dunque la Catalogna, che ha votato nell’autunno, e i Paesi Baschi e la Galizia, che voteranno nel 2016). Dei governi uscenti, 10 erano basati sul PP e 3 sul PSOE, oltre al governo di minoranza della Navarra, in mano a una forza politica locale filospagnola e opposta al nazionalismo basco (UPN, Unione del Popolo Navarro).  Dopo le elezioni, al PP sono restate solo 4 regioni mentre in 9 il governo è basato sul PSOE, con la Navarra che continua a essere governata da forze politiche locali, ma questa volta di segno esattamente opposto, cioè filobasche.  Ma, soprattutto, prima del 2015, 8 dei governi regionali del PP erano basati su una maggioranza più e meno ampia, e solo in Extremadura esisteva un governo del PP di minoranza; a sua volta il PSOE aveva un governo di maggioranza in Andalusia, un governo di minoranza nelle Asturie e un governo di coalizione nelle Canarie con il partito regionalista.  Oggi, al contrario, nelle 4 regioni restate al PP i governi sono di minoranza; il PSOE ha 4 governi di minoranza, mentre ha stabilito coalizioni con i partiti regionalisti in 5 Comunità Autonome (oltre alle Canarie, in Aragona, nelle Baleari, in Cantabria e nella Comunità Valenciana).  E regiones_autonomasnei voti di insediamento dei governi di minoranza, il PP ha goduto del voto positivo di Ciudadanos nella Murcia e nella regione di Madrid, e sulla sua astensione  in Castiglia-Leon e a La Rioja; invece il PSOE ha avuto il voto favorevole di Podemos nella regione di Castiglia-La Mancha e in Estremadura, di Ciudadanos in Andalusia e nell’astenzione concomitante di Podemos e di Ciudadanos (oltre al voto favorevole di Izquierda Unida) nelle Asturie.  Aggiungiamo che Podemos ha dato il suo voto favorevole alle giunte guidate dal PSOE in Aragona, alle Baleari e nella Comunità Valenciana, e si è astenuto in Cantabria.                                    Un tratto caratteristico dell’elettorato europeo degli ultimi anni è che le grandi città votano molto diversamente da altri segmenti del territorio, e in questo la Spagna del 2015 non ha fatto eccezione.  Nelle elezioni comunali, che in genere sono state accorpate alle elezioni regionali, spiccano i casi di Madrid e di Barcellona.  Nell’assemblea uscente di Madrid, eletta nel 2011, il Partido Popular aveva una comoda maggioranza assoluta di 31 seggi su 57.  Nel 2015, ha ottenuto invece una risicata maggioranza relativa di 21 seggi, mentre 20 sono andati alla nuova formazione di Ahora Madriduna lista locale alla quale ha aderito anche Podemos, e 9 seggi ai rappresentanti del PSOE.  Il risultato è stato che, quando si è trattato di eleggere il sindaco da parte dell’assemblea risultante dalle elezioni, i voti del PSOE sono confluiti sulla candidata di Ahora Madrid, Manuela Carmena, che così è riuscita a governare la capitale spagnola.  Molto simile è la base elettorale del sindaco di Barcellona, Ada Colau: anch’essa è alla testa di barcelonauna lista locale, Barcelona en Comù, appoggiata anch’essa da Podemos, o meglio dalla sua versione catalana (Podem).  In questo caso la lista di Barcelona en Comù aveva già avuto la maggioranza semplice al momento delle elezioni.  Per essere eletta sindaco, Ada Colau è poi riuscita a far convergere sul suo nome i rappresentanti della versione catalana del PSOE (cioè il PSC) e anche qualche indipendentista di sinistra.

Il quadro della situazione post-elettorale spagnola, a tutt’oggi di non facile risoluzione, ci presenta comunque alcuni chiavi di decifrazione.  La prima è che il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico.  Ovvero:  il PP, oggi al governo, è inviso agli altri tre partiti maggiori per una sua gestione disinvolta e corrotta della cosa pubblica.  Ma questo Continua a leggere

L’Europa e il mondo, fra globale e locale

La svolta epocale del 1492 ha dato il via a uno dei tratti essenziali della storia globale nell’età moderna: un’intensa europeizzazione e, in seguito, un’occidentalizzazione del mondo. Questi processi continuano anche ai nostri giorni, pur se in maniera differente. Nel passato come nel presente l’identità europea viene costantemente reinventata dalle sue relazioni con il mondo.

Oggi, però, la posizione dell’Europa è molto diversa da quella di un secolo or sono. Non più centrale ma provinciale: è un semplice nodo, anche se molto rilevante, di una rete globale policentrica. L’Europa è così sollecitata a ricercare nuove possibilità per il suo futuro e per il futuro del mondo, riscoprendo e reinventando gli aspetti creativi della sua storia, delle sue culture, delle sue identità.                                                                                                                         European-map-with-countries-flags-and-borders-Stock-VectorNel mio libro L’Europa globale. Epistemologie delle identità, analizzo appunto la complessa storia europea e le radici profonde di quel tentativo, in atto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, di dare un’adeguata espressione politica all’identità culturale polifonica dell’Europa, spesso controversa, ma che ha comunque saputo resistere ai nazionalismi, agli autoritarismi e ai totalitarismi del ventesimo secolo.                                                    Il policentrismo europeo, nei casi più felici, ha incentivato la creazione di un tessuto di relazioni fra culture anche assai disparate: i movimenti politici, culturali e nazionali europei hanno sempre avuto una risonanza ad ampio raggio, accogliendo protagonisti di diverse origini, appartenenze etniche ed identitarie e mettendo in relazione spazi, tempi e mondi variegati e talvolta eterogenei.                                                                                                                 Oggi la rapidità dei mutamenti sociali e tecnologici in atto, insieme all’impatto profondo sul nostro continente dei conflitti e delle tensioni di un mondo sempre più interconnesso, ha messo in crisi gli equilibri faticosamente raggiunti dalla costruzione europea negli ultimi decenni.  La biforcazione è cruciale: andare avanti verso il compimento dell’unione politica almeno di alcuni paesi europei (probabilmente quelli che oggi aderiscono all’Euro) oppure essere riuscchiati all’indietro in quell’età dei nazionalismi miopi e risentiti che non accenna a chiudersi?

Di ciò parliamo nel seguente dialogo-intervista con Arianna Barazzetti

Arianna Barazzetti – Le identità certe, monolitiche ed indiscutibili sono ormai da considerarsi anacronistiche e anzi pericolose.  Quali possibilità ha l’Europa per ripensare le proprie identità e le proprie diversità durante l’era della globalizzazione?

Gianluca Bocchi – Le identità che noi consideriamo certe e monolitiche sono sempre state oggetto di costruzioni storiche, talvolta anche recenti o ancora in divenire. Spesso queste identità, che si sentono e si credono indiscutibili, celano la loro reale natura costruita e transitoria dietro meccanismi di comunicazione retorici, volti ad assicurare gli interessi a breve termine di coloro che se ne servono.  La funzione mobilitatrice di tali identità è potente, ma proprio per questo rischia di diventare estremamente distruttiva e autodistruttiva.

Nel contesto di panorami politici e sociali di lunga data, costantemente riemergenti nell’ultimo secolo, frequenti e abituali sono state e ancora sono le strategie che slobodefiniscono un’immagine compatta del nemico e che per far ciò pescano a piene mani nel campo confuso e contradditorio delle identità etniche, nazionali o religiose, molto più ricco di narrazioni alternative e complementari di quante possano emergere nel discorso nazionalista. Tali strategie, assai comode per consolidare i totalitarismi, gli autoritarismi e anche varie forme di democrazia autoritaria, finiscono col far collassare la molteplicità delle narrazioni possibili su di una sola narrazione fantasmatica.  Spesso si rivelano un disastroso boomerang, che si ritorce contro coloro che le hanno adottate.                                                                                                                                        Risulta allora prioritario e necessario un consapevole lavoro interdisciplinare, per far comprendere alle opinioni pubbliche e alle stesse classi dirigenti la grande complessità che le idee di identità e di confine hanno assunto nella storia europea. Queste idee hanno a che fare con processi storici e sociali in cui le teorie e le pratiche delle identità e dei confini si mostrano in tutta quanta la loro ambivalenza: fattori ad un tempo costruttivi e distruttivi, mobilitatori e cristallizzatori.                                                                                                   I confini, come del resto le identità, derivano da lunghi processi di costruzione che affondano sempre le proprie radici in spazi e in tempi eterogenei e differenti. Non possono essere considerati inevitabili o necessari, ma vengono in essere attraverso conflitti, compromessi, e spesso anche attraverso una notevole creatività.                                                                                                                        GalataSe trasformassimo anche sul piano propriamente epistemologico, quello che ci appare come cosa data in processo, ecco che potremmo allargare lo spazio in cui pensare tanti problemi teorici e pratici che tormentano il nostro continente.  Mentre le identità rigide e statiche sono esclusive, nel momento in cui iniziamo ad interpretare le identità stesse come realtà costruite al crocevia di diverse narrazioni, ci rendiamo conto che esse possono essere anche di tipo inclusivo, tali da condurre alla condivisione e alla sovrapposizione di territori ed etnie.
                                                                                                                                Arianna Barazzetti – Possiamo quindi sostenere che qualunque cittadino europeo porti in sé una moltitudine di mescolanze?

Gianluca Bocchi - Nei vari piani culturali, etnici, linguistici, genetici ogni cittadino europeo ha un’identità molto ricca e variegata. Se costruissimo un albero genealogico di un qualunque cittadino europeo vedremmo che gli apporti ancestrali che lo permeano provengono da ogni parte.  Le varie regioni d’Europa presentano una notevole permeabilità culturale anche nelle tradizioni popolari.  Ovviamente le élites hanno avuto un grado ancora maggiore di permeabilità culturale, che ha dato ad esse un ruolo fondamentale di tramite tra le varie culture d’Europa.  L’età degli indurimenti nazionalistici ha in parte eclissato, ma non certo dissolto, la multispazialità e la multitemporalità delle radici individuali e collettive dei cittadini del nostro continente.

Le identità europee, ad uno sguardo attento, sono quanto di più permeabile, mosso, evolutivo si possa concepire.  Anzi, una loro indagine potrebbe essere una via esemplare per comprendere il carattere processuale e inclusivo di qualunque genere di identità, a qualunque livello di generalità ci si voglia collocare.  Le identità europee non sono separate, ma si sovrappongono, anche se molti politici e intellettuali hanno frainteso completamente la loro missione e hanno cercato di rendere separato ciò che strutturalmente era ed è sovrapposto.                                                                                                 Czeslaw MiloszTutto ciò scaturisce non solo da molteplici esperienze sul campo, ma anche dalle narrazioni di vario genere provenienti da tutte le culture europee. Pensiamo soltanto alla grande letteratura dell’Europa centro-orientale: tanti romanzi, racconti, biografie degli autori che sono vissuti in quest’area così tormentata ci fanno intravvedere tante stratificazioni e sovrapposizioni culturali caratteristiche di questa o quella città, di questa o di quella regione.  Il più delle volte, le vicende tumultuose di un ventesimo secolo così drammatico ha attentato a queste stratificazioni e a queste sovrapposizioni, senza tuttavia cancellare del tutto la loro memoria.

La grande contrapposizione che così si palesa è quella tra una visione processuale e una visione statica delle identità, tra un’idea di identità flessibile e un’idea rigida.  La contrapposizione fra queste due visioni riguarda anche e soprattutto la relazione con la storia. La visione processuale delle identità è infatti in accordo con i processi storici e sociali che hanno sempre fatto dell’Europa un luogo di incontro e, nello stesso tempo, di confronto e di scontro fra identità molteplici, in un’ambivalenza di integrazioni e di separazioni che non può essere sciolta e semplificata.  Al contrario, una visione delle identità rigide ed esclusive conduce spesso a narrazioni fantasmatiche, tendenziose e ingannevoli, atte a immaginare una storia a senso unico per trovare nel passato ipotetici sostegni ai vincitori del momento.  Queste narrazioni sono certo mobilitatrici di energie, ma queste energie sono soprattutto distruttive e autodistruttive, basate su motivazioni contestabili che quando sono smascherate lasciano un paesaggio devastato, sul piano materiale non meno che sul piano simbolico.

Arianna Barazzetti – Il mito nazionale, dal punto di vista storico, è un agente che ha promosso e sostenuto un passaggio dal locale al globale attraverso il quale si è formata l’Europa moderna.  Quali implicazioni profonde ha avuto un tale processo?

Gianluca Bocchi – L’onnipresenza delle comunità locali è un aspetto di grande rilevanza nella storia europea, che oggi deve essere compreso e ripensato. Nella gran parte della storia europea la massima parte dei cittadini vivevano in comunità locali basate sull’agricoltura, immote e chiuse su se stesse. Questo aspetto del paesaggio umano d’Europa non esaurisce certo la complessità della sua storia: accanto ad esso appaiono anche comunità cittadine molto aperte e creative, come nel caso dei Comuni Lega_anseaticaitaliani, delle Fiandre o della Lega Anseatica, che avevano già la funzione ante litteram delle città moderne: al loro interno vi erano culture plurali, e grazie alle reti commerciali di cui facevano parte esercitavano la funzione di tramite fra culture anche molto lontane l’una dall’altra. Ma in ogni caso, fino ad età moderna inoltrata, la massima parte delle comunità locali in Europa e nel mondo erano caratterizzate dal contatto fisico immediato: non solo nei villaggi contadini ma anche nelle città le comunicazioni tra individui erano in genere molto dirette.

E direttamente comunicavano anche le élites culturali del continente, in una sorta di repubblica delle lettere dai valori condivisi: oggi ci stupiamo della mobilità di queste élites pronte a tenere ricchissimi epistolari o anche a muoversi in cerca delle innovazioni più interessanti senza curarsi troppo dei confini politici ed etnici.

Ma, a parte la rilevante eccezione delle reti cittadine, la gran parte delle comunità locali comunicavano ben poco l’una con l’altra: ogni compagine politica europea possedeva una serie interminabile di barriere interne, trapassate dalle élites ma non dalla massima parte della popolazione.

E’ solo con la nascita di un vero e proprio sistema mondo sul piano economico, che ha avuto origine nell’età delle esplorazioni geografiche condotte dagli europei, che i governanti dei vari stati nazionali del nostro continente comprendono la necessità di mettere in relazione tutte le comunità locali di cui i loro domini erano composti.

Avviene allora una transizione paragonabile a quella che avvenne nel mondo greco, dal tempo della polis all’età ellenistica. Nell’età classica i greci erano concentrati in tante città stato, dove il contatto fisico era fondamentale.  Dopo l’avventura di Alessandro Magno, in età ellenistica, la civiltà greca si diffonde e si disperde, arrivando sino in India e in Egitto: ormai sono coinvolte milioni di persone.  In qualche modo la traiettoria di sviluppo degli stati nazionali europei dell’età moderna è simile.  Per quanto le comunità di partenza siano eterogenee – un villaggio agricolo è molto differente da Parigi – sempre più impellente è l’esigenza e la necessità di far convergere e quasi di fondere insieme tutte queste comunità. E’ un’esigenza posta anzitutto dalle mutate condizioni dell’economia mondiale: le monarchie assolute dell’età moderna avevano bisogno di vasti mercati fatti di consumatori e questo, al di là della loro stessa volontà, ha iniziato a trasformare gli antichi sudditi in cittadini, sempre più dotati di diritti che con il tempo diventano inalienabili.

Nel processo sono coinvolte appunto milioni di persone.  Ciò che non può essere realizzato con il contatto fisico, viene reso possibile sollecitando l’immaginario.  Anche se le differenze di classe e di cultura permangono sostanziali, vi è una notevole convergenza delle visioni del mondo attraverso l’adesione a narrazioni nazionali comuni.  L’idea di nazione diventa sempre più pervasiva proprio grazie a queste narrazioni, che sono basate su un repertorio ricchissimo di miti, di monumenti, di simboli, di eroi.

Human_migrationMa oggi il potere coesivo di queste narrazioni viene sempre più messo in discussione e assistiamo così a una sorta di sgretolamento delle fondazioni delle comunità dell’Europa moderna.  Al di là di ogni retorica e di interventi più o meno nostalgici, i confini appaiono sempre più vulnerabili e permeabili.  Le migrazioni sfuggono a ogni confine, anche e soprattutto perché le migrazioni nascono con il mondo stesso, e sono antecedenti a ogni tipo di confine.

Arianna Barazzetti – Le migrazioni che hanno luogo ai nostri giorni possona dare nuova forza all’idea di confine, ai miti nazionali e ai localismi chiusi e intolleranti?

Gianluca Bocchi – Con la messa in discussione delle nazioni dall’alto dei processi globali (soprattutto, ma non solo, di ordine economico), i confini non possono più funzionare. Possiamo costruire tutti i muri e i reticolati che vogliamo contro i rifugiati e i migranti: però i muri e i reticolati non possono far nulla contro il riscaldamento globale, non possono agevolare la transizione energetica, non aiutano l’innovazione sociale del tutto necessaria per rispondere alle sfide dell’automazione e della maggiore durata di vita delle donne e degli uomini. Del nostro mondo, vi sono sempre più aspetti essenziali che sfuggono a qualunque confine. E poi – lo ripetiamo – non dobbiamo mai dimenticare che le migrazioni sono nate con l’umanità, e che sono primarie e diremmo più flessibili rispetto a ogni pratica confinaria.

Nell’Europa dell’età moderna i confini si sono induriti e sono stati addirittura sacralizzati, e caricati di significati emotivi pronti a contribuire alle detonazioni belliche. L’Unione Europea ha faticato molto a infrangere un tale quadro ma, negli ultimi decenni, la sdrammatizzazione (non l’abolizione) dei confini ha certo contribuito non solo a innescare feconde dinamiche locali transfrontaliere, ma anche a plasmare in senso positivo la mente delle giovani generazioni, che hanno goduto di una mobilità senza pari, anche e soprattutto mentale.  E allora non possiamo che chiederci quali sarebbero le vittime di un Schengen-1nuovo irrigidimento dei confini: lo sarebbero solo i rifugiati e i migranti? O, insieme e forse soprattutto, non lo sarebbero gli europei stessi?

L’inevitabile apertura delle nazioni al mondo ha paradossalmente messo in discussione anche e soprattutto le modaità con cui le nazioni stesse avevano omologato o assorbito le comunità locali. La narrazione prevalente negli ultimi secoli era quella di considerare le comunità locali come il passato, e le comunità nazionali come il presente e il futuro.  Al contrario, molte comunità locali mantengono una capacità di mobilitazione assai pronunciata per cui, senza un plebiscito di tutti i giorni che rinsaldi i legami tra queste comunità locali e le nazioni di cui fanno parte, queste ultime sono a rischio di disgregazione più o meno pronunciato.

Chiaramente un serio problema sorge quando la rinascita delle comunità locali si degrada in localismo. Il localismo indica e comporta la chiusura delle comunità su se stesse, il che è un peccato esattamente parallelo a quello del nazionalismo, che comporta la chiusura delle nazioni su stesse. Il localismo contrasta lo stesso processo da cui le comunità locali oggi sono state rivitalizzate, perché nell’età globale esse sono diventate elementi di reti che le interconnettono alle più diverse aree del mondo.

Arianna Barazzetti – Come si situano oggi le comunità locali all’interno del complesso reticolato globale?

G. B. – Come abbiamo detto il richiamo alle comunità locali oggi è ambivalente.  Accanto al rischio di chiusura si stanno definendo anche nuove possibilità interessanti per la politica, la cultura e anche per l’economia.                                                                         In primo luogo, in un mondo dove moltissimi contatti sociali sono ormai demandati alle reti informatiche o comunque a mezzi di comunicazione “freddi”, possiamo prospettare un sano recupero dei valori del corpo e della fisicità, ritrovando aspetti centrali nella vita della polis tradizionale.  In secondo luogo, vi è una richiesta emergente di maggiore qualità della vita, ispirata anche dalla questione ambientale ma non soltanto da questa e, insieme, vi è una riscoperta delle proprie radici, del proprio genius loci, non più quale fuga passatistica ma quale punto di partenza per l’innovazione.  La posta in gioco è un circolo virtuoso fra conservazione e innovazione che ovviamente è compito della politica alimentare.

ISprawln tali termini si situano ad esempio le questioni urbane contemporanee.  Le città europee moderne hanno attributo un grande valore alla reciproca accessibilità, sia dei loro cittadini l’uno con l’altro sia fra di loro e il mondo esterno.  Oggi questa valorizzazione dell’accessibilità interna ed esterna deve diventare un fulcro della vita di tutte le comunità locali.  Vi è una simbiosi sempre maggiore fra città e “contado”, e la scelta è se questa simbiosi porti a un degrado ambientale e sociale o, sperabilmente, ci spinga a promuovere l’elevazione della qualità della vita individuale e collettiva.

In questo frangente si mostra uno dei maggiori difetti degli stati nazionali moderni e contemporanei, ancora più esasperato nell’ultimo secolo, che è l’eccesso di burocratizzazione.  Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni avrebbero potuto aiutare a bloccare questo eccesso, e invece rischiano di incentivarlo, oltre a innescare – se utilizzate con scarsa consapevolezza – processi di astrazione e di spersonalizzazione non necessari e non auspicati.  Ecco perché, da parte di molte istanze, vi è un’esigenza di progetti bottom up, che partano dal basso e che completino i tradizionali progetti top down.

Naturalmente, questa interpretazione del locale come risorsa non è da tutti condivisa: anzi il richiamo del locale può diventare preda di nuove forze autoritarie che giocano una seconda carta, il localismo accanto al nazionalismo.

11-de-setembreOggi si torna a parlare di secessionismo per importanti regioni d’Europa, quali la Scozia nei confronti del Regno Unito e della Catalogna nei confronti della Spagna.  Qui non si tratta però di localismo, ma di vere e proprie “nazioni interrotte” che nel corso dei secoli hanno subito gravi torti storici.  Tuttavia le attuali indipendenze di queste nazioni correrebbero il rischio di recidere legami sedimentati, e di alimentare una chiusura nazionalistica.  Ma, certamente, i governi centrali del Regno Unito e della Spagna ancora sottovalutano le ferite inferte a queste nazioni nel passato e sono a tutt’oggi incapaci di trasformare la loro forza identitaria in risorse costruttive per la comunità tutta.  Questa oggi è certamente una fonte di crisi per l’Europa nel suo complesso.

Arianna Barazzetti – Città e luoghi di frontiera, quali vincoli e quali possibilità esprimono?

Gianluca Bocchi -  Fino all’età moderna la gran parte delle società europee, piccole, immote e in massima parte contadine, erano in genere molto omogenee e sottoposte a un grande controllo sociale.  Le città iniziano a fare eccezione già nel secondo medioevo: per le città passano Medieval_Citymolti flussi migratori, si innesca una certa mobilità sociale, i vincoli del controllo sociale si allentano relativamente.  Le città saranno successivamente i luoghi chiave delle unificazioni culturali delle rispettive nazioni, e trasmetteranno i loro valori innovativi nei territori circostanti.                                                                                                                       Ma oggi la tarda modernità si è impigliata in un nuovo tipo di omologazione dei cittadini, dovuto alla burocratizzazione.  Per cui l’interrogativo su quali possano essere i cittadini del futuro non ha una risposta scontata.  Ci chiediamo con apprensione se i processi tecnologici in atto finiscano col generare nuove forme di omologazione e di controllo sociale, o se invece la cittadinanza del futuro possa essere basata su un’interazione costruttiva tra diversità considerate feconde e basilari.  Riusciremo a vivere insieme in quanto diversi, come fra l’altro Alain Touraine ha chiesto con grande acume?

Dinanzi a questa sfida dei nostri giorni le grandi città assomigliano sempre più ai luoghi di frontiera in quanto entrambi questi generi di luoghi sono attraversati da flussi continui, che li rendono difficilmente normalizzabili.  Per le grandi città questo è evidente: su di esse converge ogni tipo di immigrazione (e anche di emigrazione), da vicino, da lontano, dal proprio paese, dal resto d’Europa, dal resto del mondo…  Ma anche i luoghi di frontiera, che spesso sono storicamente multietnici perché tracciare frontiere etniche in Europa è rheinsempre stato molto difficile, sono plasmati da flussi bidirezionali, che possono essere giornalieri, settimanali, mensili, annuali, occasionali, ciclici, stabili…  E’ da notare che in genere questi flussi transfrontalieri apportano un guadagno per l’economia e per la cultura delle fasce di frontiera di entrambe le nazioni confinanti.

Oggi abbiamo dunque la necessità che si inneschi un circolo virtuoso fra i valori nazionali e quelli locali.  Indubbiamente la rinascita delle dimensioni regionali e locali mette in crisi le omologazioni spesso imposte dagli stati nazionali, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di un nuovo patriottismo che integri le comunità locali e le metta in relazione evolutiva, altrimenti le comunità locali non farebbero altro che ripetere su una scala in miniatura gli errori degli stati nazionali moderni.  E’ chiaro che dinanzi agli impetuosi cambiamenti apportati dai processi di globalizzazione la reazione psicologica di chiudersi su se stessi rischia di essere sfruttata in forma miope e autodistruttiva da chi cavalca l’onda del populismo. Ai politici che non vogliono rassegnarsi a questa degradazione spetta oggi una notevole dose di responsabilità, e diciamo anche di cultura, per aiutare i propri cittadini a rielaborare le loro sensazioni di incertezza e a vedere nuove possibilità per il loro stesso futuro.

Creare contesti favorevoli perché le tante diversità di cui oggi si compone l’Europa possano non solo interagire, ma costruire insieme è oggi più che mai un compito politico importante a tutti i livelli territoriali, da quelli nazionali a quelli locali.  E’ una necessità ineludibile, se vogliamo che il nostro continente rimanga un laboratorio di creatività e di innovazione, riannodandosi con ciò alle pagine migliori della sua storia e combattendo la tentazione di riproporre la via distruttiva delle sue pagine oscure.


La Cina, in cerca di nuovi spazi: dipendenza energetica e attivismo diplomatico

L’impetuosa crescita economica degli ultimi decenni, con tutti i sommovimenti sociali ad essa connessa, ha trasformato radicalmente la condizione e la politica energetica della Cina.  La Cina continua ad essere il quarto produttore di petrolio al mondo, ma a partire dal 1993 ha dovuto importarne quantità sempre maggiori per soddisfare la sua domanda interna.  Nel 2014 è così diventata il maggior importatore di petrolio al mondo, superando gli Stati Uniti che detenevano tradizionalmente un tale primato.  Le trasformazioni in atto esprimono l’ininterrotto dinamismo dell’economia cinese dei nostri giorni e, insieme, il riorientamento rdella politica energetica degli Stati Uniti, che attraverso la discussa tecnica del fracking hanno trovato nuove risorse interne per le proprie esigenze energetiche.  Nel giro di breve tempo gli Stati Uniti sono destinati a passare da stato importatore a stato esportatore di gas e di petrolio.

Cina oil importLa parola d’ordine dell’approvvigionamento energetico cinese è: diversificazione.  Certo, una notevole parte delle risorse di cui la Cina ha bisogno provengono pur sempre dalle riserve tradizionali del Medio Oriente, ma è notevole anche la proporzione che proviene dall’Africa e dall’America Meridionale.  In prospettiva, si aggiungono le risorse di gas e di petrolio della Siberia orientale, fatte oggetto di un accordo politico con la Russia nel 2014, nel bel mezzo della crisi internazionale per l’annessione della Crimea da parte di quest’ultima.  A prima vista, è un accordo da cui entrambi i contraenti escono vincitori: la Cina, perché riceverà le forniture energetiche ad un prezzo moderato; la Russia, perché nel momento di maggior difficoltà nei suoi rapporti con l’occidente è riuscita a mostrare di non essere isolata nel mondo e anzi, forzando un po’ i termini, di essere una nazione amica del gigante asiatico.  Per la Cina, però, i vantaggi non sono soltanto, e non sono tanto di natura contabile: sono anche e soprattutto di natura strategica.  Il gas e il petrolio arriveranno via terra, attraverso nuove condutture che la Russia si appresta a costruire, e alleggeriranno l’interminabile percorso nei mari dell’Asia Meridionale e Orientale, con le preziose risorse caricate su petroliere giganti, alle quali è a tutt’oggi affidata la massima parte degli approvvigionamenti energetici cinesi.

russia-china-gas-deal-2014A rendere inquieti i cinesi sono la lunghezza, la tortuosità e i costi del grande itinerario marittimo che fa convergere, nell’Oceano Indiano, le rotte che provengono dal Medio Oriente, dall’Africa e dal Mediterraneo (via Canale di Suez) per farle oltrepassare l’affollatissimo stretto di Malacca (un quarto delle merci mondiali passano di qui), attraversare il Mar Cinese Meridionale e raggiungere nella madrepatria i vari porti di destinazione.  Ma ancora più preoccupante è la vulnerabilità di quest’itinerario marittimo che impone la necessità di uno stretto controllo politico sul corridoio chiave di Malacca e sui diversi stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale.  Fino ad oggi la stabilità della regione è garantita soprattutto grazie alle buone relazioni che intercorrono fra la Cina da un lato e Singapore, Malaysia e Indonesia dall’altro: la presenza della pirateria in queste acque ha tuttavia condotto a molte situazioni pericolose e ha imposto un’intensa cooperazione internazionale per far fronte a tale rischio.  Di recente, tuttavia, questa stabilità è stata messa in discussione dalla crescente rivalità fra la Cina e alcuni paesi che si affacciano su questi mari (Vietnam, Filippine, e più lontano, il Giappone). Più che timori per il momento presente, i cinesi vivono un’insicurezza strategica sui tempi lunghi: una destabilizzazione dei luoghi da parte di una qualsiasi potenza ostile sarebbe disastrosa per tutta l’economia e la società cinese, mettendo in discussione le sue attuali realizzazioni.  Con in mente tali considerazioni la Cina mira così ad accompagnare il pluralismo delle fonti delle sue risorse energetiche con un pluralismo altrettanto spinto degli itinerari che dovrebbero condurre tali risorse nella madrepatria.

String-of-Pearls - Cina OccidentaleSolo in parte la Cina oggi sceglie di privilegiare itinerari esclusivamente terrestri per procurarsi le risorse energetiche di cui ha bisogno: oltre all’accordo con la Russia, ricordiamo l’acquisto da parte dei cinesi di un’importante compagnia petrolifera kazaka (Petrokazakhstan) e la costruzione di un gasdotto per condurre il gas turkmeno in Cina attraverso l’Uzbekistan e lo stesso Kazakhstan.  La strategia prevalente è però quella di accorciare il percorso via mare delle risorse energetiche e di altre merci, eliminando il lungo tratto finale (compreso il passaggio critico nello stretto di Malacca) e complementandolo con percorsi terrestri più diretti.  Questa esigenza ha condotto alla visione cinese della “catena delle perle”, che ha individuato taluni porti dell’Oceano Indiano particolarmente adatti all’interscambio fra le navi e i percorsi terrestri.  Tali sono il porto di Kyaukphyu in Myanmar (Birmania), da dove prendono il via un gasdotto e un oleodotto per lo Yunnan volti anche ad utilizzare le notevoli risorse energetiche presenti sulla costa birmana; il porto di Chittagong in Bangladesh; il porto di Hambantota in Sri Lanka.                                                             Ma il partner di gran lunga più importante, indispensabile per il successo di questa strategia cinese, è il Pakistan.  Nel 2013 la Cina si è accordata con il Pakistan per la ristrutturazione, l’ampliamento e il controllo delle operazioni del porto di Gwadar, situato sull’Oceano Indiano all’estremità occidentale del Pakistan, nella regione del Belucistan ai confini dell’Iran.  L’area è a tutt’oggi remota e isolata, anche se il suo possesso per il controllo delle vie marittime fra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano era già ambito agli inizi dell’età moderna, quando fu contesa tra il Portogallo e l’Impero Ottomano.  Ma l’approdo delle petroliere e delle navi commerciali a Gwadar per la Cina per la Cina potrebbe significare un taglio decisivo del loro percorso marittimo, ancora più consistente di quelli resi possibili dagli approdi in Bangladesh o in Myanmar.  Da Gwadar alle frontiere sud-occidentali della Cina intercorrono circa 2000 km., un tragitto ben più corto del percorso marittimo tradizionale.  E di questa linea di approvviggionamento approfitterebbero soprattutto le regioni occidentali dello stato cinese, che oggi sono ancora e più che mai percepite come una frontiera coloniale da popolare e da sviluppare.                                                                           karakoram-highway                                                                  E’ già da alcuni decenni che i cinesi hanno messo gli occhi sul corridoio pakistano, per aprirsi la strada verso l’Oceano Indiano.  Grazie al loro contributo è stata inaugurata, nel 1979, la Karakoram Highway, battezzata anche “strada dell’amicizia”: è la strada asfaltata più alta del pianeta, che supera la seconda maggiore catena montuosa del mondo ai 4693 m. del passo Khunjerab.   Nel 2010 la strada però è stata interrotta, nella valle degli Hunza nel Pakistan settentrionale, da un’enorme frana che ha prodotto un esteso lago artificiale: da allora i carichi diretti in Cina devono essere trasbordati in barca per riprendere poi il percorso stradale.  Le presenti difficoltà hanno reso ancora più attuale l’idea di un percorso ferroviario in grado di servirsi opportunamente di tunnel per superare la regione accidentata del Karakorum.  Il problema è che, perché abbia luogo una ricaduta economica positiva, non solo devono essere posate parecchie centinaia di chilometri di nuovi binari dalla Cina al Pakistan, ma deve anche essere riabilitata e ristrutturata l’intera rete ferroviaria pakistana, che oggi versa in uno stato di notevole degrado.                                                                                                             La Cina, però, si sente all’altezza della sfida.  Così nell’aprile del 2015 la visita del presidente cinese Xi Jinping in Pakistan ha condotto a una serie di accordi prospettanti non solo la realizzazione delle infrastrutture di trasporto indispensabili alla creazione del nuovo corridoio strategico fra Cina occidentale (Xinjiang) e Gwadar, ma anche la realizzazione di oleodotti e gasdotti, la cablazione con fibre ottiche, la cooperazione in campo energetico attraverso progetti basati sia sull’energia nucleare sia sulle energie rinnovabili.  E questi accordi di un peso economico estremamente ingente si accompagnano a una cooperazione militare già intensa da parecchi anni, che oggi per il Pakistan appare rendere la Cina un alleato ancora più importante del tradizionale alleato statunitense, e che in prospettiva potrebbe perfino soppiantarlo. Già negli anni della guerra fredda, del resto, Cina e Pakistan avevano spesso condiviso vedute che li opponevano a quello che entrambi consideravano un loro nemico naturale nella regione: l’India.                 Proprio per questo l’intera strategia della “catena delle perle”, e il suo asse fondamentale che è il corridoio infrastrutturale fra Cina e Pakistan, hanno destato notevole allarme nel vicino indiano, che ha sospettato una sua possibile utilizzazione militare.  A ciò la Cina ha reagito non solo con rassicurazioni formali, ma anche con mosse concrete volte alla cooperazione con la stessa India, indicandole come complementari e non come alternative all’asse Cina-Pakistan.  Le dispute di frontiera fra Cina e India permangono forti.  Ma alla fine del 2014 e agli inizi del 2015 vi sono stati due incontri fra Xi Jinping e il nuovo premier indiano, Narendra Modi, il cui risultato più importante sembra essere, per il momento, Continua a leggere

Cambiare l’Italicum. Ciò di cui la Camera dovrebbe discutere.

I molti motivi per cui l’attuale proposta della legge elettorale in fase di approvazione possa risultare dannosa per l’Italia sono già stati discussi nei miei interventi precedenti.  E i motivi per cui la recente riformulazione della proposta di legge elettorale mantenga e forse intensifichi questi problemi, rispetto alla proposta di un anno fa, sono stati oggetto del mio ultimo intervento.  Tuttavia, è ancora opportuno sintetizzare alcune questioni da porre ai sostenitori dell’odierna formulazione, prima che essi la facciano licenziare senza gli auspicabili cambiamenti. 1) L’Italicum, troppo sbilanciato verso la governabilità a scapito della rappresentanza, non ha nessun analogo nei sistemi delle democrazie europee e occidentali, nemmeno quando queste abbiano introdotto correttivi più o meno spinti a favore della governabilità.  In particolare, sono anomali sia il premio di maggioranza, che in casi particolari diverrebbe smodato e immotivato, sia la messa fuori gioco di ogni possibile coalizione.  A tal proposito, non credo sia opportuno fare riferimento alla creatività italiana, quando si tratta piuttosto del predominio di obiettivi locali e a corto termine, a tutto scapito di una visione ampia, sia sul piano spaziale che temporale.  2) Negando l’utilità e la possibilità stessa delle coalizioni, la legge incentiva la tendenza, già esasperata nel nostro paese, a concentrarsi solo sulla vittoria della propria parte e ad eclissare la necessità di operare per il bene comune.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, data l’estrema litigiosità che ha caratterizzato e che continua a caratterizzare il quadro politico italiano degli ultimi decenni?  3) Il privilegio eccessivo della governabilità rispetto alla rappresentanza può generare un forte scollamento tra il Parlamento e il paese reale, con gravi difficoltà per chiunque sia al governo e con una pressione eccessiva della piazza sulle istituzioni.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, nell’età dei facili populismi e delle politica basata su affermazioni ad effetto?  4) L’esaltazione del principio “chi vince decide”, enfatizzando il carattere agonistico delle relazioni fra le parti in gioco e riducendo la ricerca del consenso e delle mediazioni nelle fasi intermedie di una legislatura, può produrre bruschi rovesciamenti di fronte al momento delle elezioni e condurre i nuovi vincitori a esasperare le discontinuità politiche nei confronti del governo sconfitto.  E invece di una certa continuità nelle scelte di fondo (ad esempio nell’attuazione di grandi e piccoli progetti infrastrutturali, nel sostegno alla formazione e alla ricerca, nella politica ecologica ed energetica, nelle relazioni con l’Europa, nella collocazione internazionale) oggi la democrazia italiana e le democrazie europee ne hanno senz’altro bisogno, come insegna il caso svedese.  I precedenti dei bruschi rovesciamenti di fronte spesso avvenuti di recente nei paesi dell’Europa centro-orientale non sono certo confortanti al proposito.  5) A sintesi di tutto ciò, ha luogo un implicito spostamento dalla centralità del parlamento alla centralità dell’esecutivo, senza che peraltro siano stati pensati e messi in atto gli indispensabili correttivi.              elezioni_in_italia_1946-1992Non è facile comprendere perché i sostenitori dell’attuale formulazione della legge elettorale siano inconsapevoli di questi problemi, o per lo meno sembrino di esserlo.  Ma forse sono intrappolati nella loro stessa retorica.  Dato che a loro parere la ragion d’essere principale dell’attuale governo è una rapida messa in atto delle riforme, ogni variazione alla lettera stessa delle riforme proposte – anche se si tratta di variazioni avanzate con intenti esplicitamente migliorativi -  viene percepita come un attacco al percorso delle riforme in toto e, insieme, al governo e alla sua leadership.  La discussione alla Camera dell’attuale proposta di legge elettorale dovrebbe aiutare a dissipare questa trappola retorica.  Licenziare una legge che non trova corrispondenze nel mondo democratico occidentale, di dubbia validità costituzionale, di opportunità politica altrettanto dubbia, dalle incontrollabili conseguenze future, costituirebbe una falsa partenza nel percorso delle riforme.  Proprio chi più ha a cuore riforme adeguate per un risanamento del nostro paese dovrebbe augurarsi che l’attuale formulazione della legge venga cambiata.                                                  Dobbiamo chiederci quale sia lo spazio di manovra disponibile entro l’iter frettoloso del momento, in cui la volontà dell’esecutivo prevale senz’altro sulla libera discussione nell’ambito del corpo legislativo.  A breve termine, è difficile ipotizzare una messa in discussione dell’impianto fondamentale della legge, e soprattutto del principio del premio di maggioranza su cui continua a essere imperniata, alla pari della legge del 2006.  E tuttavia si può far sì che l’applicazione di questo premio di maggioranza sia regolata in maniera meno meccanica ed esasperata.  In primo luogo, si può evitare che all’eventuale ballottaggio per l’accesso al premio di maggioranza, e quindi al governo stesso del paese, prendano parte forze politiche che al primo turno abbiano preso meno del 30% dei voti.  Nella legge può essere incorporato il principio che una parte politica acceda al ballottaggio solo se al primo turno abbia preso almeno il 30% dei voti: e notiamo che questa continua a essere una soglia bassa, perché i seggi che spetterebbero alla parte politica vincente sarebbero comunque circa il 75% in più di quelli che le spetterebbero su base strettamente proporzionale.  Il principio potrebbe così suonare: se due parti politiche superano al primo turno il 30% dei voti, entrambe accedono al ballottaggio; se una sola parte politica supera il 30% dei voti essa vince comunque al primo turno e prende il premio di maggioranza (per una sorta di “manifesta inferiorità” degli oppositori); se nessuna parte politica supera il 30% dei voti non si deve tentare di forzare la situazione, e il premio di maggioranza, che risulterebbe eccessivo, non può venire assegnato.  In tal caso, e solo in tal caso, non si può che procedere a una distribuzione proporzionale dei seggi con la soglia di sbarramento al 3%.                                                                             Evidentemente lo spirito dell’attuale legge considera quest’ultimo un caso rovinoso, da evitare in ogni modo.  Ma un’opportuna riformulazione della legge lo può rendere molto raro, praticamente impossibile.  Questa riformulazione deve rimettere in gioco le tanto biasimate coalizioni.  Si può stabilire che al ballottaggio accedano non le due liste, ma le due coalizioni che al primo turno superino il 30% dei voti.  La differenza fra le due formulazioni è importante.  Se una parte politica ambisce a governare, e per prima cosa ambisce a vincere le elezioni, deve saper “giocar bene”, deve saper intercettare almeno il 30% delle preferenze degli elettori, che in una società complessa come la nostra sono molto diversificate: per questo le coalizioni sono uno strumento flessibile che favorisce  la pluralità e la consonanza delle voci nello stesso tempo. Al contrario, i “duri e puri” del momento – populisti o dogmatici che siano – troveranno certo più difficoltà ad accedere al ballottaggio.  Una tale versione della legge richiederebbe alcuni interventi di riequilibrio: ad esempio le varie componenti della coalizione vincente (solo della coalizione vincente) devono avere una qualche rappresentanza in parlamento, anche senza raggiungere la soglia del 3%, per evitare di confinarle nello scomodo e poco equo ruolo di “portatori d’acqua” per il vincitore, senza alcuna ricompensa.  Inoltre, aumentando la probabilità che due parti in gioco possano superare la soglia dichiarata vincente del 40% dei voti, anche in questo caso si dovrebbe procedere al ballottaggio.                                                   palazzo marinoAncora più flessibilità, e ancora più spazio al gioco delle forze politiche, sarebbero offerti dalla possibilità di apparentamento non solo agli inizi della competizione elettorale, ma anche dopo il primo turno e prima del ballottaggio (proprio come avviene nell’elezione dei sindaci).  Ferma restando la necessità di accedere alla soglia del 30% per partecipare al ballottaggio, in questo caso potrebbe essere opportuno fissare la soglia della vittoria al primo turno non al 40% ma al 50% dei voti, per evitare che una parte minoritaria si associ strumentalmente a uno dei due partecipanti al ballottaggio decretandone anticipatamente la vittoria.  In ogni caso le mosse dei partiti hanno luogo sotto gli occhi dell’opinione pubblica, e quindi apparentamenti troppo disinvolti possono persino risultare controproducenti, facendo cambiare opinione a taluni elettori al momento del ballottaggio.  Per realizzare questa variante, uno scenario praticabile è il seguente.  Dopo il primo turno viene assegnato il 50 % dei seggi complessivi a tutte le liste in competizione che superano la soglia del 3%.  Dopo il ballottaggio viene assegnato l’altro 50% dei seggi: una frazione più o meno ampia di questi costituirà il premio di maggioranza della lista o delle liste coalizzate vincenti, mentre i seggi restanti completeranno il quadro proporzionale del primo turno.  Si potrebbe assegnare un piccolo premio anche alla coalizione che arriva seconda (perdendo il ballottaggio), ma forse questa è una complicazione eccessiva.                                                                               Evidentemente, in questo contesto, non regge l’obiezione che in tal modo lo spazio per mediazioni e trattative è eccessivo (a parte il fatto che in politica mediazioni e trattative sono un valore e non un disvalore).  Qui, infatti, non si tratta di rispettare alla lettera la volontà degli elettori che invece – in maniera del tutto legittima – è fortemente incanalata dagli obiettivi di governabilità che la legge persegue.  Al contrario, la possibilità di costruire coalizioni vivibili e coese è uno strumento per aumentare il consenso, per dare più senso al voto degli elettori, per fornire una maggiore legittimazione all’azione governativa della parte vincente.  Molto più pertinente è l’obiezione per cui un governo di coalizione rischia di dipendere dal voto favorevole di parti politiche piccole o addirittura di singoli deputati, come è accaduto al governo Prodi negli anni fra il 2006 e il 2008.  Una tale obiezione è molto seria.  E se la vogliamo prendere sul serio, come conseguenza della riforma della 1982legge elettorale, si dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento una procedura di sfiducia costruttiva, prendendo esempio dalla Germania.  Durante una legislatura, vi può essere un cambio di governo, e di maggioranza, solo se viena data la fiducia a un nuovo primo ministro, a un nuovo governo, a una nuova maggioranza, a un nuovo programma.  Ma un altro intervento, di portata ben più ampia, dovrebbe accompagnare l’attuale riforma elettorale.  Bisognerebbe essere molto severi e rifiutare di ammettere alle elezioni qualunque partito, movimento o lista che sostenga una qualche forma di discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini, di qualunque natura essa sia: etnica, religiosa, regionale, di genere, o di altra natura.  E se i candidati di un partito ammesso alle elezioni fanno affermazioni di questo genere, i controlli e le multe devono essere altrettanto severi (insieme all’esclusione del candidato).  Non possiamo assistere a spettacoli come quelli oggi offerti dal Fronte Nazionale francese, moderato nelle parole di Marine Le Pen, e pieno di rigurgiti anti-ebraici, anti-islamici, anti-immigrati nelle dichiarazioni della campagna elettorale di molti candidati.                                                                                                Con questi mutamenti, volti a un migliore equilibrio fra governabilità e rappresentanza, la questione delle preferenze viene sdrammatizzata, ma rimane aperta. L’attuale formulazione non è limpida: perché solo il partito vincente dovrebbe poter portare in parlamento una notevole proporzione di deputati scelti con il meccanismo delle preferenze?  Certo, la soluzione immediata sarebbe di far valere le preferenze per l’intera lista,  ricordando come nel periodo fra il 1947 e il 1992 in genere i capilista non hanno avuto grandi problemi per la loro elezione.  Ma non mancano soluzioni differenti, forse più attraenti, che qui discutiamo soprattutto per ribadire come l’innovazione istituzionale sia un’arte difficile che richiede tempo, impegno, ingegno.  Una di queste è l’elezione dei deputati in parte attraverso collegi uninominali e in parte attraverso liste plurinominali in ambito circoscrizionale, nell’ambito di una distribuzione proporzionale dei seggi.  Come è noto, è la soluzione adottata in Germania e in Nuova Zelanda, che danno agli elettori due possibilità di voto indipendenti: una al collegio e una alla lista.  Chi vince in un collegio uninominalie viene in ogni caso eletto, ma il numero dei candidati che alla fine sono eletti, per ogni lista, è calcolato solo sulla base della ripartizione proporzionale dei voti di lista: i deputati eletti  con il collegio uninominale sono compresi in questa ripartizione.  In Italia, naturalmente, si dovrebbero introdurre modifiche relative all’applicazione del premio di maggioranza.        La soluzione ha il vantaggio di scegliere una buona parte della Camera attraverso competizioni sul territorio a stretto contatto fra elettori e candidati, sul cui valore i partiti dovrebbero puntare e che possibilmente dovrebbero essere scelti attraverso le primarie (anche se le primarie non possono essere imposte per legge).  Fra l’altro, chi è orientato a scegliere un candidato per lui meritevole e che tuttavia non appartiene alla propria parte politica (quella che viene scelta nel voto di lista proporzionale) sa di non arrecare nessun danno a quest’ultima, vista che la sua scelta individuale al voto del collegio non diminuisce affatto il numero dei seggi della lista votata al proporzionale.  Lo svantaggio è che questo sistema, sia in Germania che in Nuova Zelanda, può portare a seggi aggiuntivi perché in qualche circoscrizione il numero degli eletti all’uninominale per un partito può essere superiore al numero degli eletti che gli spetterebbero su base proporzionale: ma forse, operando accortamente sulle proporzioni fra eletti attraverso il collegio ed eletti attraverso le liste e, nel contempo, sul numero e le dimensioni dei collegi e delle circoscrizioni, si può evitare una complicazione di questo genere. Per quanto riguardo gli eletti nelle liste circoscrizionali, sia in Germania che in Nuova Zelanda non si usano preferenze ma liste bloccate: nulla, però, vieta di introdurre anche in queste liste le preferenze.              Hamburg HafenUn’altra possibilità, in definitiva più semplice anche se esposta al rischio di essere considerata troppo avveniristica, è quella adottata nelle modalità di elezione del Parlamento di Amburgo, città stato (Land) della Germania federale.  L’elettore ha due voti a disposizione, uno per liste circoscrizionali e uno per liste cittadine.  Ma ciò che importa è che per ognuno dei suoi due voti l’elettore ha a disposizione 5 preferenze, che può distribuire a suo piacimento: darne 5 a un singolo candidato, darne 1 a 5 candidati, e anche con ogni altra distribuzione possibile (2-1-1-1, 2-2-1, 3-1-1, 3-2, e così via).  Il voto disgiunto è ammesso: una parte qualsivoglia delle preferenze può essere espressa anche per candidati di liste per cui non si è votato.  E, naturalmente, non c’è obbligo di utilizzare tutte le preferenze: l’elettore ne può usare 4 o 3, o anche nessuna.  E’ ben nota l’obiezione, che a suo tempo aveva portato alla riduzione e infine all’eliminazione delle preferenze dal nostro ordinamento elettorale: così operando, si favorirebbe la riconoscibilità del voto e si ripristinerebbe il malcostume del voto di scambio, purtroppo sempre in agguato nel nostro paese. Ma siamo davvero condannati alla ripetizione del sempre uguale?  Per quale motivo non potremmo prendere in considerazione una modalità di elezione che in una parte della Germania – anche le elezioni del comune di Monaco di Baviera avvengono con una modalità simile – sono pensate per avvicinare cittadini e candidati e per rivitalizzare la scadenza elettorale, rendendola qualcosa di diverso dalla riproposizione di uno stanco rituale?                            Ciò che può accadere fra pochi giorni alla Camera è imprevedibile.  Può crearsi una convergenza fra sostenitori e oppositori dell’attuale versione della legge, con il diffondersi della conspevolezza che talune migliorie e taluni interventi in tempo reale non solo non ostacolano il cammino delle riforme, ma anzi rafforzano il consenso ad esso, sul piano politico come sul piano popolare.   Nella più felice delle ipotesi, potrebbe anche aprirsi un franco dibattito sulla legge elettorale più opportuna per il nostro paese nell’attuale momento storico, liberandoci da quella coazione a ripetere che ha fatto riproporre – per l’elezione della Camera – una legge troppo simile a quella adottata nel 2006, a suo tempo ampiamente demonizzata.  E nella libertà del dibattito potremmo anche scoprire che il Mattarellum è a tutt’oggi una buona legge, anche se con taluni difetti riguardanti il turno unico dei collegi uninominali e il meccanismo di scorporo, che tende a favorire troppo chi perde le contese uninominali.  E forse potremmo anche scoprire – a memoria futura – le incontrovertibili doti di un Mattarellum a doppio turno, che faccia proprie le virtù del sistema francese con un’equa correzione proporzionale. Nella più felice delle ipotesi, dando alla Camera lo spazio e il tempo necessario per discussioni e riflessioni su un tema di tale importanza, emergerebbe una legge elettorale emendata e più valida. E si aprirebbe anche la strada per ulteriori migliorie e raffinamenti condivisi nello stesso cammino delle riforme: scaturiti ad esempio da discussioni e riflessioni su funzioni, composizione ed eventuale eleggibilità del Senato il quale, rispetto a una Camera eletta con il principio del premio di maggioranza, non potrebbe che rappresentare, per contrappeso, la varietà degli elettorati delle singole regioni (nessuno, fortunatamente, vuol ritornare al “bicameralismo perfetto” da cui abbiamo preso congedo).                                                                      Ma, purtroppo, vi è anche la peggiore delle ipotesi: una situazione di “muro contro muro”, che vedrebbe i sostenitori della legge elettorale rifiutare ogni esigenza di cambiamento, per paura di apparire deboli e cedevoli.  E questo scenario sarebbe una sconfitta per il paese.  Scheda rosaPerché una riforma di così rilevante interesse costituzionale, che dovrebbe avere il consenso di un’ampia parte del parlamento, rischia di essere approvata con un margine minimo di voti e di aprire, non già di chiudere, un percorso ulteriormente tormentato.  La costituzionalità del premio di maggioranza nella sua formulazione attuale è assai perché è troppo simile al premio di maggioranza giudicato incostituzionale dalla decisione della Consulta riguardo alla legge antecedente del 2006.  L’introduzione del ballottaggio nell’attuale proposta di legge non sposta il punto dolente.  Il ballottaggio decide soltanto a chi dare, sempre e comunque, un premio di maggioranza che può risultare enorme, illimitato, persino stravolgente della volontà degli elettori.  Abbiamo sottolineato l’improponibilità dello scenario di due parti in competizione che entrano in ballottaggio dopo aver conseguito, al primo turno, rispettivamente il 25% dei voti dell’elettorato: in tal caso il premio di maggioranza del vincitore farebbe più che raddoppiare la rappresentazione che gli spetterebbe su base proporzionale.  Ma la legge, di per sé, non esclude nemmeno scenari davvero assurdi: ballottaggi fra due liste che hanno il 20% dei voti a testa, o anche di meno.  Certo, una situazione del genere ci appare oggi molto improbabile, e deriverebbero da una frammentazione e da una litigiosità del panorama politico quasi impensabile.  Ma nella storia è accaduto anche di peggio, e vigilare è d’obbligo.  Una legge elettorale non dovrebbe mai consentire che il governo possa essere affidato, senza contrappesi adeguati, a una parte il cui sostegno nel paese potrebbe essere molto minoritario, visto anche come la partecipazione al voto sembra entrata in una fase di declino persistente e fisiologico.  Fra l’altro, in età di populismi imperanti, la possibile accessione al ballottaggio, in un futuro prossimo o meno prossimo, di qualche partito non limpidamente democratico sarebbe un salto nel buio che una democrazia dovrebbe evitare con tutte le forze (Weimar, dopotutto, ha ancora da insegnarci qualcosa).  Non sappiamo se la Corte Costituzionale dovrà nuovamente sottoporre a scrutinio la legge elettorale, né prevedere quale possa essere la sua nuova decisione.  Però, se il percorso prendesse una certa piega, ci potremmo ritrovare con una legge elettorale della Camera assai simile a quella in vigore fino al 1992: un proporzionale con la soglia al 3% al posto di un proporzionale quasi puro, che aveva soglie ancora più basse.                                           E’ chiaro come le vicende, già così intricate e tormentate, delle leggi elettorali nel sistema politico italiano recente non siano episodiche: anzi, sono pienamente sintomatiche della condizione delle istituzioni democratiche nel mondo d’oggi.  Dopo una legge elettorale rimasta stabile dal 1947 al 1992, è succeduta la formulazione di tre nuove leggi elettorali in poco più di un ventennio.  E la storia andrà avanti.  Si tratta soltanto della manifestazione di un sistema politico in cattiva salute, e dell’intervento di interessi particolari e limitati?  referendum_1958Oppure non dipende anche, e forse soprattutto, del fatto che, in un mondo ove le società, le culture, le economie, le tecnologie evolvono rapidamente e imprevedibilmente, anche le istituzioni non possono che co-evolvere con esse, senza mai rinunciare ai pilastri di base su cui è fondata la nostra democrazia.  Ora, gli ordinamenti istituzionali di molti paesi europei risalgono alla fine della seconda guerra mondiale o, come in Francia, sono stati prodotti da una grave crisi che ha imposto una transizione costituzionale d’emergenza.  Ma i decenni sulle spalle delle nostre istituzioni sono cresciuti: qui, come in altri ambiti, l’obiettivo prioritario è quello di coniugare il carattere ispiratore e irreversibile delle memorie e delle tradizioni a cui continuiamo a ispirarci con quella flessibilità che è resa necessaria dalle molteplici esigenze individuali e collettive in scenari di mutevolezza estrema.  E’ allora evidente che, fatti salvi quei principi inalienabili che la nostra Costituzione esprime a tutt’oggi in maniera esemplare, le modalità concrete di funzionamento dello stato devono essere ripensate costantemente.  Forse, quello che manca oggi a un sistema politico, e non solo a quello italiano, è la capacità di esercitare un’attenta autoosservazione del suo stato di salute e di vitalità nel corso di ogni legislatura e di ogni tappa della legislatura, di comprendere i suoi bisogni, di proporre i mutamenti più urgenti, secondo modalità istituzionalizzate e condivise.  E’ forse un compito da attribuire a un futuro Senato?  E’ forse un compito per un nuovo dialogo fra parlamento e cittadini?  E’ forse un nuovo orizzonte di democrazia partecipativa?                                                         In ogni caso, le vicende delle leggi elettorali italiane confermano l’atteggiamento che è indispensabile tenere nei confronti di ogni legge, di ogni regola, di ogni invariante.  Non esiste una legge elettorale migliore delle altre.  Ma è indispensabile dibattere su quale sia la legge elettorale contestualmente migliore: per quale luogo, per quale tempo, per quali obiettivi.  Stabilità ed evoluzione, nella democrazia come in tante altre vicende umane, non sono in contrapposizione: solo un circolo virtuoso fra le due polarità può dare senso al nostro vivere civile.  Una tale prospettiva non può che dare un senso nuovo, e forse più vitale, alle parole oggi tanto abusate di ‘riforme’ e di ‘riformismo’.  Il riformista non è colui che ambisce a una meta ultima, finale.  E’ colui che si appassiona per la soluzione che ritiene più valida al momento, pur sapendo che, un giorno non tanto lontano, si batterà lui stesso per aprire nuovi spazi e tracciare nuove frontiere.

Da Timbuctù a Mosul: la cultura, contro l’implosione della mente umana

Timbuctù, la città situata nel Mali settentrionale ai bordi del deserto del Sahara, è una località africana ricchissima di storia.  Dal trecento al seicento è stata un centro commerciale e culturale della massima importanza, nell’ambito di tre grandi imperi che si sono succeduti nella regione: Mali, Songhai, Marocco.  Di conseguenza ha accumulato un inestimabile patrimonio, architettonico e librario.  I manoscritti qui conservati sono una fonte di conoscenza inestimabile per molti aspetti della storia africana, e in particolare per la diffusione dell’islam in Africa occidentale, che ha avuto luogo nei secoli del nostro medioevo sulla scia dei commerci trans-sahariani.  Ma quando nel 2012 un gruppo di integralisti islamici prese transitorio possesso della città, i conquistatori non persero tempo per spianare architetture sacre e per bruciare manoscritti preziosi.  Fortunatamente gran parte dei manoscritti è stata messo in salvo dall’abnegazione degli abitanti del luogo, che li hanno trafugati segretamente e poi li hanno conservati lontano dal fronte bellico, a Bamako, capitale del Mali.

TimbuktuL’attacco sconsiderato contro patrimoni culturali di enorme valore non è un misfatto nuovo, da parte dei jihadisti sedicenti islamici: il caso dei Buddha di Bamiyan, fatti saltare dai taliban afghani qualche mese prima dell’11 settembre 2001, è ancora ben presente alla nostra memoria.  Ma sconcertante è che i jihadisti di Timbuctù non potevano basarsi nemmeno sulla pseudogiustificazione secondo la quale, nella ristrettissima visione del mondo dei taliban, i Buddha apparivano esponenti di una tradizione culturale estranea, e percepita come nemica.  A Timbuctù vittime della “pulizia culturale” sono stati invece manufatti e testimonianze di uno dei più grandi centri di cultura della tradizione islamica, e non solo d’Africa.  E questo è un indizio pesante che ci fa sospettare che l’attacco non sia rivolto a una particolare cultura o a una particolare tradizione, ma alle culture e alle tradizioni in quanto tali.                                                    La conferma viene purtroppo da Mosul, la seconda città dell’Iraq che da alcuni mesi soffre una surreale occupazione da parte dell’IS.  Le devastazioni culturali operate nella zona, già particolarmente gravi, sono rivolte sia verso tutti i culti che avevano fatto dell’area un luogo straordinario di diversità religiosa, quasi senza pari nell’Eurasia intera, sia verso un patrimonio archeologico ancora più remoto, risalente all’antica Mesopotamia.  Mosul non è Ninivealtro che Ninive, la capitale dell’impero assiro: e i resti delle sue mura, che risalgono al tempo dell’apogeo dell’impero, verso il 700 a. C., sono fra i principali bersagli della distruzione.                                  Ma più gravi ancora sono le devastazioni delle menti che l’IS prospetta.   Nello scorso ottobre i jihadisti hanno riaperto l’università di Mosul, che nel mondo arabo godeva di una buona reputazione.  Hanno però abolito per decreto i seguenti campi del sapere: archeologia, arte, diritto, filosofia, politologia, scienze motorie, scienze turistiche.  E hanno proibito espressamente la discussione sui seguenti temi: cultura, democrazia, suddivisioni geografiche, etnie, libertà, nazionalità, romanzi, storia, teatro…  Per chi non segue tali divieti c’è una sola pena: la morte. Ovviamente l’unico tema permesso, anzi obbligato, diventa lo studio del Corano, nelle aberranti interpretazioni sostenute da al Baghdadi e dai suoi seguaci.  E i professori sarebbero obbligati a prendere servizio in tali condizioni, ove naturalmente è prevista una rigorosissima separazione fra i sessi.  Del destino delle scienze e delle tecniche non abbiamo notizie di prima mano.  Ma da una testimonianza che filtra dalle voci coraggiose di Mosul occupata sembra che nella scuola primaria si sia smesso di insegnare matematica e fisica e che, anche qui, l’unica materia consentita e obbligata sia il Corano.  Ci si chiede, con questo tipo di educazione, come farebbero gli integralisti del futuro a servirsi di internet e a utilizzare al meglio gli strumenti video, o anche solo a progettare e a manipolare strumenti bellici sofisticati, capacità di cui oggi si fanno tanto vanto.                                                                                                                             Non può mancare il rogo dei libri: dei libri considerati “non islamici” e quindi, praticamente, della quasi totalità dei libri.  E l’immagine del rogo dei libri non può che rogo dei libri 1933ridestare in noi la memoria della devastazione totalitaria nell’Europa recente, e in particolare dell’operato nazista.  Il rapporto dei nazisti con la cultura e persino con la scienza è stato talmente estremo da risultare autolesionista.  Resta emblematica una risposta di Hilter, poco tempo dopo la sua presa del potere, a chi gli richiedeva di impedire il licenziamento di scienziati ebrei di notevole valore: per lui, il Reich millenario avrebbe fatto a meno della fisica e della chimica.  E una delle pagine più tragicomiche delle vicende naziste è il dispregio contro le teorie fisiche più innovative del tempo – la relatività e la teoria dei quanti – in nome di una non meglio precisata “fisica ariana”: dispregio rivolto non soltanto all’ebreo Albert Einstein ma anche a Werner Heisenberg, considerato – in mancanza di meglio – un “ebreo bianco”.  Heisenberg fu poi riabilitato dal regime.  E’ ovvio che però, durante la seconda guerra mondiale, quando si trattava di lavorare alla bomba atomica tedesca, egli non si impegnasse più di tanto.  Ed è anche chiaro che durante la guerra alla grande mobilitazione scientifica degli Stati Uniti la Germania nazista seppe opporre molto poco: molti dei suoi migliori cervelli erano già da tempo espatriati in America.                                                                                                                     Anche la storia della scienza in Unione Sovietica ha le sue pagine oscure e grottesche: ricordiamo soltanto il caso Lysenko in campo biologico ed agrario.  E tuttavia, dietro questo estremismo, non dobbiamo dimenticare che il rapporto con la cultura, e con le tradizioni nazionali, dei totalitarismi nazista e stalinista è stato ambivalente.  Da un lato, entrambi hanno sicuramente individuato nella cultura un nemico da combattare con tutti i mezzi: la cultura apre le menti, e introduce crepe e differenziazioni nella cementificazione sociale a cui entrambi aspiravano.  Dall’altro, però, vi è stata anche una serie di tentativi di appropriarsi di elementi delle tradizioni culturali e istituzionali preesistenti: certo, stravolgendole, ma mostrando anche una certa soggezione a vincoli ereditati e alla necessità di mantenere un consenso popolare, oltre a quello basato sul terrore.  Se il loro obiettivo era quello di fare tabula rasa e di creare l’”uomo nuovo”, dobbiamo dire che non ci sono riusciti, anche nei moshostakovichmenti in cui il loro potere appariva saldo.  Così, la grandiosa tradizione russa della poesia, della musica, dei balletti non si è interrotta nemmeno al tempo dei più cupi abissi staliniani, anche se di volta in volta grandi esponenti di queste arti sono stati di volta in volta esiliati od uccisi.  Ma non dobbiamo dimenticare di quanto rispetto – nonostante gli scoppi di ostilità del regime – il popolo russo circondava Anna Achmatova o Dmitri Shostakovich: l’esecuzione della settima sinfonia di quest’ultimo nella Leningrado assediata dai nazisti rimane ancora una grande pagina della reazione della cultura contro la guerra e il totalitarismo.

Ed è proprio parlando dei divieti della musica, delle arti figurative, delle narrazioni, che comprendiamo l’enormità della ferita che l’IS sta infliggendo sia alle tradizioni islamiche che al mondo intero.  Così  l’IS istruisce le sue vittime nel bollare come “non islamici” quei linguaggi espressivi che sono stati al cuore di grandi tradizioni culturali islamiche, sul piano musicale come sul piano delle arti figurative. Pensiamo solo alle miniature della Persia  two loverssafavide, della Turchia ottomana o dell’India moghul per rendercene conto.                                             Ma l’operato dell’IS costituisce una calamità antropologica ben più profonda e ben più grave.  Perché nessuna civiltà presente o passata si è spinta a vietare la musica, la narrazione, la danza, e nessuna civiltà ha disprezzato gli oggetti, i monumenti, e tantomeno le tombe degli antenati.  E per una ragione evidente: che la musica, e ben prima il suono cantato; la danza, e ben prima la comunicazione corporea a molti livelli; le narrazioni immaginifiche e dense di simboli e di miti sono elementi centrali dell’intero processo di ominizzazione, prima ancora che la nostra specie Homo sapiens venisse al mondo e fosse dotata di un linguaggio di grande potere generativo, atto a veicolare informazioni e conoscenze molto dettagliate.  Perché i recenti studi sull’origine del linguaggio ci fanno capire che molto probabilmente, nell’evoluzione delle nostre capacità linguistiche, prima vengono i suoni e i corpi, poi le narrazioni, poi le informazioni e le conoscenze.  Non l’inverso.  Quanto alle arti figurative, basti pensare alle grotte di Chauvet, di Lascaux o di Altamira per comprendere la funzione centrale che esse hanno giocato nella coesione sociale di queste popolazioni ancestrali, anche se i dettagli forse ci sfuggiranno per sempre.  Come una funzione centrale nella coesione sociale hanno svolto l’edificazione di Stonehenge e di altri monumenti megalitici, che forse sono stati costruiti per un impeto collettivo e non già per ordine di un capo.                                 Di questi tempi si parla di post-umano, riferendosi alle conseguenze ambivalenti che gli sviluppi tecnologici possono avere sulle identità umane del futuro prossimo e remoto.  Ma nelle pratiche dell’IS vi è un tentativo di innescare processi di de-ominizzazione, di svuotare gli esseri umani della loro identità primaria in cui si intrecciano culture, linguaggi espressivi, esperienze sensoriali e, insieme, conflitti interiori, discordanze, contraddizioni.  Non a caso questo processo di de-ominizzazione conduce, in un circolo infernale, a comportamenti sono dis-umani, nel senso corrente come nel Continua a leggere

Europa 2015: il tempo delle grandi coalizioni. E del partito europeo?

L’abituale alternanza fra coalizioni di centro-sinistra e coalizioni di centro-destra che regolava la politica scandinava da decenni è stata messa in discussione, in tutti i paesi, da quelli che con una definizione generale vengono definiti partiti populisti di ‘estrema destra’.  Come in altre aree d’Europa, le questioni calde che hanno fatto crescere i loro consensi sono quelle dell’immigrazione e della sempre maggiore presenza di cittadini di religione islamica.  La variante scandinava, in particolare, si impernia sul timore di una possibile regressione rispetto a condizioni economiche e sociali che permangono comunque privilegiate in Europa e dell’eventuale rivolgimento della situazione demografica, a favore dei nuovi arrivati.  In questo quadro, le elezioni svedesi del settembre 2014 hanno visto il successo relativo di un partito di questo genere, i “democratici svedesi” (SD), che hanno ottenuto il 12,9% dei voti e hanno minacciato di far saltare il panorama politico tradizionale della nazione.  Sulla scia di questo successo elettorale, hanno rivelato una visione del mondo particolarmente gretta, sostenendo che gli ebrei svedesi non possono essere cittadini a pieno titolo, se non accettano di assimilarsi e di rinunciare in sostanza alle loro tradizioni religiose e culturali.  Affermazioni di tenore simile sono state rivolte nei confronti dei curdi immigrati, nonché degli antichi popoli nomadi della Svezia settentrionale: i vari gruppi di sami (“lapponi”) e di finni – i cosiddetti tornedaliani – che solo di recente hanno iniziato a vedere riconosciuti loro taluni diritti culturali e politici, dopo secoli di una pesante politica di assimilazione forzata condotta dal governo centrale.

WEB_INRIKESI partiti politici tradizionali non si sono limitati a dichiarazioni di condanna nei confronti di talune affermazioni degli SD. Più concretamente, si sono accordati per limitare i loro spazi di azione politica.  L’attuale governo, risultante dal voto del 2014 (una coalizione di centro-sinistra: socialdemocratici e verdi), rimane in carica anche se è un governo di minoranza, fatto non infrequente nelle democrazie scandinave.  Ma con l’opposizione di centro-destra ha concordato una serie di regole comuni, soprattutto per quanto riguarda la composizione e l’approvazione del bilancio statale, per consentire una sorta di cogestione del potere fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2018.  E anche per la legislatura successiva, fino al 2022, si dovrebbe riproporre il medesimo scenario: qualunque coalizione vinca e governa, probabilmente ancora in minoranza, adotterà le stesse regole comuni di garanzia a cui è soggetto il governo attuale.  Il messaggio è chiaro: i voti dei SD sono congelati.  Per quanto fra centro-sinistra e centro-destra vi siano evidenti differenze nelle visioni e nelle proposte, esse appaiono minori di quanto hanno in comune: l’opinione condivisa è che la società svedese é e debba restare aperta, che l’immigrazione debba essere monitorata e regolata, ma non combattuta e ostacolata in linea di principio.                                                       Per strade diverse, l’attuale quadro politico della Germania converge per aspetti importanti con quello svedese.  Anche in questo caso sono in atto trasformazioni provocate dalla presenza di un nuovo partito politico:  l’AfD, Alternative für Deutschland.  Alle origini l’AfD non si è presentato con le sembianze di un partito populista “caldo”, bensì con quelle “fredde” di un partito mosso da motivazioni e da calcoli economici, o addirittura economicisti: da un euroscetticismo venato di egoismo nazionale e accompagnato da slogan un po’ antipatici (del tipo: “non siamo lo stato sociale del mondo”), imperniato sull’idea che la Germania non dovrebbe andare in soccorso delle economie più deboli dell’Unione Europea, e dovrebbe anzi propugnare un uscita di queste dall’euro.

Germany 2013Nelle elezioni del settembre del 2013 il successo dell’AfD non è stato esaltante.  Ha ottenuto il 4,7% dei voti e così non ha mandato i suoi rappresentanti al parlamento federale (Bundestag): ricordiamo infatti che la legge elettorale tedesca prevede una soglia di sbarramento al 5%.  Migliori sono stati i suoi esiti nelle tornate elettorali del 2014: 7% alle elezioni del parlamento europeo, percentuali ancora più elevate nelle elezioni regionali in tre Länder della Germania orientale (con la punta del 12,2% nel Brandeburgo).  Le elezioni federali del 2017 sono ancora lontane, ma un ingresso dell’AfD al parlamento nazionale ora non appare impossibile.                                                                                                           Gli effetti di questi risultati elettorali sono minimizzati dal fatto che i rappresentanti degli altri partiti (e in particolare della CDU-CSU) continuano a negare ogni collaborazione a un partito che comunque sentono collocato alla loro destra.  Tuttavia, nelle elezioni parlamentari del 2013, la presenza dell’AfD ha contribuito a un evento rilevante: la scomparsa del parlamento della Germania federale, per la prima volta nella storia del dopoguerra, del partito liberale (FDP).  Anch’esso, col 4,8% dei voti, si è trovato sotto la soglia di sbarramento ed è sprofondato in una profonda crisi identitaria, da cui non sappiamo se e quando possa risollevarsi.  Naturalmente i voti all’AfD sono arrivati da tutti i partiti, non solo dalla FDP: però i voti che questi ultimi hanno perso nei confronti dei nuovi concorrenti sono risultati decisivi per la loro scomparsa dal parlamento.  Il risultato è che la CDU-CSU ha visto scomparire il suo partner di governo preferito e tradizionale.  Così la grande coalizione con i socialdemocratici (SPD), che in passato poteva risultare una scelta tattica e a breve termine, per il futuro può diventare una scelta obbligata, almeno finché restino ancora notevoli fra la CDU-CSU e il partito dei verdi (Grüne).                                     MERKELAll’inizio del 2015 il quadro politico tedesco è stato ulteriormente sollecitato dal movimento di piazza della PEGIDA, acronimo che tradotto significa “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente”.  Grandi folle, il movimento non le ha coinvolte: spesso i cortei anti-Pegida hanno ospitato più persone che quelli della Pegida stessa.  Esso presenta però talune caratteristiche indicative della condizione politica tedesca, ed europea, dei nostri giorni.  In primo luogo è sorto a Dresda, cioè nell’antica Germania orientale, indizio di un maggiore nazionalismo di fondo dell’area, derivante in buona parte proprio dall’antico regime della DDR che oggi, a mente fredda, possiamo definire nazional-comunista.  In secondo luogo, la sua origine mostra come la paura dell’immigrazione esterna all’Unione Europea sia più forte proprio laddove i cittadini hanno meno a che fare con un fenomeno del genere (a Dresda di islamici ce ne sono molto pochi) e sia meno forte nei luoghi ove i cittadini sono abituati alla sua presenza ormai multidecennale nel paesaggio quotidiano: così, in Svizzera, i cantoni più ostili all’immigrazione straniera sono i piccoli cantoni della Svizzera centrale, poco variegati etnicamente, mentre i cantoni più favorevoli sono le città stato di Zurigo e di Ginevra.  In terzo luogo, il movimento si è subito frammentato in due filoni che possiamo definire ‘nazional-conservatore’ e ‘pseudo-nazista’.  Mentre il secondo filone si è sperso nella tradizionale accozzaglia di affermazioni tipiche dell’estrema destra (gli immigrati quali “bestie” o la teoria della congiura secondo quali Stati Uniti e IS sarebbero d’accordo), il primo vorrebbe coagulare una formazione decisamente alla destra della CDU-CSU: come suoi pilastri, abbiamo lo slogan populista “più democrazia diretta”, una visione identitaria della nazione tedesca monoculturale e non multiculturale, un irrigidimento delle regole dell’immigrazione senza però sfociare in un’ideologia apertamente razziste (l’islamocritica si opporrebbe così all’islamofobia).

PegidaMolti vedono l’AfD e la PEGIDA come naturali alleati per un partito decisamente di destra e concorrente alla CDU-CSU, ricoprendo un’area che nella politica tedesca del dopoguerra non è mai entrata nel parlamento nazionale e molto raramente anche in quelli regionali.  Le opinioni nella AfD restano discordi: vanno da chi sottolinea una reale affinità a chi preferisce distanziarsi da ogni minima affermazione di ordine etnicista. Certo è, però, che i manifestanti della PEGIDA sembrano non aver dubbi: almeno nel campione qui rappresentato, l’89% di loro voterebbe senz’altro per il partito “anti-euro”.  Così la Germania sembra anch’essa sul punto di assistere a quella convergenza, in una stessa forza politica, di affermazioni economiche anti-euro e di affermazioni identitarie anti-immigrazione che già da tempo caratterizza lo scenario francese (Marine Le Pen) e quello italiano (la Lega di Matteo Salvini e anche il M5S, almeno nella persona di Beppe Grillo).  Un successo di tipo francese appare attualmente improbabile.  Però è possibile che anche un successo limitato di quest’area abbia l’esito di consolidare grande coalizione al governo, trasformandola da tattica a strategica, e più in generale di stimolare le forze politiche tedesche filoeuropeiste e fautrici di una società aperta a maggiore coraggio e a maggiore creatività.  Sapranno essere all’altezza di questa sfida?                                                                                                Se le scadenze elettorali in Svezia e in Germania non sono imminenti, lo sono invece in Gran Bretagna.  E qui gli scossoni al sistema politico tradizionale potrebbero risultare di portata ancora maggiore.  A parte le grandi coalizioni imposte dalla crisi del 1929 e dalla seconda guerra mondiale, il sistema politico inglese si è sempre basato su alternanze prolungate: fra conservatori e liberali prima; fra conservatori e laburisti in seguito.  Le eccezioni più rilevanti hanno avuto luogo nel 1974 (con un governo laburista di minoranza, peraltro ritornato in maggioranza dopo nuove elezioni nel novembre dello stesso anno) e, appunto, nel 2010: i conservatori non hanno raggiunto la maggioranza e hanno dovuto ricorrere a una coalizione con i liberaldemocratici.  Ma ora, nel 2015, è sempre più chiaro che anche le prossime elezioni non daranno una maggioranza, e che si dovrà negoziare una nuova coalizione, forse in condizioni di incertezza ancora maggiori.                              Il fatto è che il sistema elettorale inglese, uninominale a turno unico, poteva dare maggioranze nette quando gli attori principali ierano due partiti e mezzo (con i liberaldemocratici in genere fuori gioco, salvo che nel 2010).  Ma con cinque partiti e mezzo quali attori principali non è detto che funzioni altrettanto bene.  Accanto ai Continua a leggere

9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

1914-2014: l’età delle guerre mondiali. La nuova minaccia totalitaria

La storia è imprevedibile, e spesso scomoda.  L’anno in cui dovevamo soffermarci a riflettere sul significato profondo del centenario della catastrofe del 1914 è stato uno degli anni più densi di conflitti e di tragedie dalla fine della seconda guerra mondiale.  Come se fossero parte di un disperato invito alla vigilanza, alla difesa di conquiste che ritenevamo irreversibili e perciò scontate, si sono succeduti, alternati e intrecciati tanti scenari di guerra, attuali e potenziali, di diversa natura e dalle diverse cause.  Il monito da far nostro è che in questa età della globalizzazione non si può non andare avanti, se non si vuole andare indietro.  Sapremo imboccare con coraggio una stretta strada che ci conduca alla costruzione di una civilità planetaria, alla condivisione di regole comuni a tutte le nazioni e a tutte le culture, per un governo del mondo su scala globale?  Oppure verremo risucchiati in un’interminabile età di guerra, con antiche e nuove barbarie mescolate in un mosaico agghiacciante?  E, fra queste regole comuni, si ergono il rispetto e lo sviluppo dei diritti umani, tragicamente calpestati nell’anno di guerra 2014.
Nei primi mesi dell’anno il fronte più caldo del mondo appariva quello dell’Asia orientale, tanto da far porre la domanda se le molte tensioni intercorrenti fra i molti attori operanti sulla scena non potessero deragliare in un conflitto aperto, innescato forse da un singolo evento di importanza apparentemente minore, come a Sarajevo nel 1914.  xi jinping-shinzo abeIl fatto è, che per l’Asia orientale, il dopoguerra non è ancora finito e la riconciliazione fra Cina e Corea del Sud da un lato e il Giappone dall’altro non è avvenuta.  Ciò provoca ancora ondate di nazionalismo popolare che, in un certo senso, scavalcano i governi stessi e li spingono verso politiche nazionaliste ancora più rigide.  Le tensioni sono continuate per tutto l’anno, hanno coinvolto altri attori come il Vietnam e sono state accompagnate dalle intermittenti provocazioni dell’incognita nord-coreana.  Però i canali diplomatici restano aperti, come mostra la stretta di mano (per quanto fredda) fra i due contendenti maggiori – il giapponese Shinzo Abe e il cinese Xi Jinping – e l’attivismo internazionale di quest’ultimo.  Egli ha fra l’altro visitato il premier neoeletto dell’India, il nazionalista Narendra Modi, alla ricerca di nuove forme di cooperazione fra due potenze che nell’età della guerra fredda non si sono certo amate (e, talvolta, si sono apertamente scontrate).     I canali diplomatici restano aperti – nonostante un gioco di sanzioni e di controsanzioni – anche in un altro focolaio di crisi all’estremità opposta del continente eurasiatico: in Ucraina e nelle coste del Mar Nero. Qui il conflitto dei nostri giorni rievoca non la situazione posteriore al 1945, ma quella antecedente al 1914: l’età in cui i grandi imperi del mondo andavano in cerca di qualunque situazione potesse legittimare le loro ambizioni espansive, in genere a spese di popoli, nazioni o etnie al momento più deboli, con o senza l’accordo delle altre potenze egemoni.  E l’impero russo era pronto a cercare e a sfruttare tali situazioni, a partire del settecento, quando già aveva considerato l’odierna Ucraina un suo fronte designato di espansione, a spese sia dell’Impero Ottomano che della Polonia.

Tsar PutinIl carattere imperiale della Russia è sopravvissuto alla fine degli zar, trovando una nuova incarnazione nello stalinismo.  Così la questione delle “frontiere occidentali sicure” per l’Unione Sovietica è stata affrontata con successo, secondo la visione del Cremlino, sia nel 1939 che nel 1945:  agli inizi come alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 1939 Stalin non esitò ad accordarsi con Hitler per incorporarsi territori già appartenuti all’impero zarista: Polonia orientale, Lituania, Lettonia, Estonia, Bessarabia (attuale Moldova).  E, nel 1945, mantenne tutte queste conquiste – con ulteriori correzioni a suo favore – quasi legittimato da una pretesa morale, date le enormi devastazioni e le enormi perdite che l’Unione Sovietica dovette sopportare nella guerra antinazista.  Anche se ridotta rispetto alla disciolta Unione Sovietica, e di forma istituzionale repubblicana, ai nostri giorni la Russia autoritaria di Putin mantiene molte caratteristiche dell’impero multinazionale russo dell’età moderna, favorito in ciò dalle sue modalità storiche di espansione: dall’inglobamento coloniale di tanti piccoli popoli territorialmente contigui rispetto al cuore dell’impero, per i quali non si è mai posto – a livello centrale – il problema di un’eventuale decolonizzazione.  E fra le maggiori continuità con l’impero zarista e con l’Unione Sovietica sta l’ipersensibilità russa per la questione delle sue frontiere occidentali. Proprio perché il territorio “imperiale” si è ritirato dopo la svolta del 1989, il distacco politico dell’Ucraina viene percepito con sentimenti di inscurezza da parte dei nazionalisti russi, che oggi prevalgono nel regime e a livello popolare.   D’altra parte, è proprio la scomoda eredità sovietica ad allontanare dalla Russia buona parte dell’opinione pubblica ucraina: per loro restano imperdonabili i milioni di morti conseguenti alla carestia provocata ad arte dal regime staliniano negli anni trenta del novecento (holodomor).

Islamic StateNegli ultimi mesi passi progressi effettivi non hanno avuto luogo, nell’appianare le divergenze in questa “nuova guerra fredda”.  Ma, come del resto nelle fasi anche più acute della guerra fredda, è prevalsa la volontà di mantenere la contesa a livello diplomatico.  La necessità di scongiurare una nuova Sarajevo è per ora attentamente presidiata.                Proprio perché in un mondo così pieno di tensioni e di confliti dell’inizio l’occidente tende a ragionare inevitabilmente – e, diremmo, fortunatamente – per via politica e diplomatica, esso si è trovato spiazzato nei confronti di un avversario di nuovo tipo: un avversario che fa della violenza la sua parola d’ordine esibita ed esasperata, che è ideologicamente contrario a ogni idea di politica e di diplomazia, che proclama un conflitto da lui unilateralmente definito intenzionalmente come un conflitto di religioni.  Da parte nostra è meglio definirlo: un conflitto fra un tentativo di negazione di tutte le forme concrete delle culture del mondo (dato le inclinazioni intimamente distruttive di questo nuovo avversario) e il rispetto e la valorizzazione di queste culture.                                                                  La  voce di Edgar Morin è continuata a risuonare alta, in questi decenni: vigilare perché una terza forma di totalitarismo poteva nascere, dopo la sconfitta del nazismo e la dissoluzione dello stalinismo.  Adesso è nata, e ci ha dichiarato guerra.  La definiremo jihadista, almeno in via provvisoria, dato che fa della guerra e della violenza la sua prima ragione d’essere.  Evitiamo di aggiungere l’aggettivo islamista, per non passare indebitamente dalla parte al tutto, dall’ideologia estremista di una minoranza a una religione di portata mondiale che permane a tutt’oggi diversificata.  Però la nostra scelta terminologica non ci esime, a tempo debito, di porci la scomoda domanda: “che cosa ha a che fare l’islam con tutto ciò?”.  Su questa domanda, non potremo non tornare.             Il dilagare delle bande ultra-integraliste nella Siria e nell’Iraq devastati dalla guerra civile, l’autoproclamazione di un sedicente stato islamico (IS) e poi di un califfato, l’aggressione al popolo curdo sono giunti come un fulmine a ciel sereno all’opinione pubblica occidentale.   Improvvisamente, ci siamo trovati dinanzi a una serie di crimini di Kobaneguerra che appaiono una sintesi di quanto di più efferato sia stato prodotto nell’ultimo secolo: genocidi; conversioni imposte con la violenza; rapimenti di donne e di bambini; reclutamento di “bambini guerrieri”; stragi di civili; decapitazioni a sangue freddo di giornalisti, di giuriste impegnate nella difesa dei diritti delle donne e di incolpevoli ostaggi occidentali; distruzioni di luoghi sacri e di altre inestimabili testimonianze del passato, in atti che sono stati definiti di “pulizia culturale” (e, direi anche, di “genocidio culturale”).  Forse il tratto più conturbante è che, da parte dell’IS, l’esecrata pratica della schiavitù non solo viene massicciamente praticata, ma viene esplicitamente teorizzata, nel 2014.  Dobbiamo tornare a qualche pagina oscura dei conquistadores spagnoli delle Americhe per trovare qualcosa di analogo, e forse nemmeno allora asserito così spudoratamente.  E, in ogni caso, nemmeno i conquistadores spagnoli sono arrivati a teorizzare la schiavitù sessuale delle donne, anche se episodicamente l’avranno certo praticata.                                                                                                                           Si è potuto osservare come la violenza nei territori occupati dall’IS sia di tipo ancora più estremo di quella terroristica praticata da al-Qaeda.  Al tempo di Osama Bin Laden e dell’11 settembre 2001 la violenza poteva apparire un mezzo per produrre un fine: la sollevazione islamica mondiale.  Oggi la violenza è ancor più fine a se stessa: produce la pulizia etnica (nel senso più forte del termine) di tutti coloro che non adottano il modo di vita violentemente imposto.  Soprattutto, l’IS ha un’attitudine ben più estremista di al-Qaeda nei confronti dello stesso mondo islamico.  Mentre al-Qaeda propugnava l’unità degli islamici e esibiva un certo rispetto per le loro diverse tradizioni, oggi l’ideologia del califfato proclama eretici – e quindi vittime designate – tutti gli islamici che non aderiscono alle loro visioni, e soprattutto gli sciiti, considerati “non islamici” alla pari di tutti i cristiani, ebrei, yazidi e di tutti gli appartenenti alle altre confessioni del mondo.                          Stare davanti a violenze di questo genere è quasi intollerabile.  La prima reazione, naturale, è quella di distogliere lo sguardo, di credere che non siano vere e come ultima istanza di appellarsi alla lontananza e all’arcaismo del contesto. Questo è avvenuto, a suo tempo, nel caso dei Taliban afghani.  Ma questo è avvenuto anche nel caso dei crimini nazisti e stalinisti compiuti nel cuore dell’Europa, la notizia dei quali filtrava da frammenti di narrazioni agli inizi valutati inverosimili.  La scoperta della vera portata dell’olocausto, nel 1945, e della sistematicità dei gulag, nel 1956, è stato un grave fattore di turbamento, ma anche di crescita della vigilanza democratica europea.  Oggi dobbiamo intraprendere operazioni analoghe, cercando di ragionare sui misfatti di un nemico che è molto diverso, e in alcune conseguenze può essere perfino peggiore del nazismo e dello stalinismo.           Da qui dobbiamo comunque partire: dall’esperienza di un’Europa che ha intrapreso con coraggio la lotta contro i due totalitarismi del ventesimo secolo e che oggi deve combattere con altrettanto coraggio contro il totalitarismo del nuovo secolo.  E’ inevitabile  chiederci in quali aspetti il nemico attuale differisca da quelli affrontati a suo tempo.  Scopriamo così come il nazismo e lo stalinismo abbiano messo in moto i loro apparati mortiferi grazie a una presa di potere delle istituzioni di stati molto importanti in Europa e Continua a leggere

Ricominciare dai curdi, ricominciare dagli yazidi. La diversità, patrimonio inestimabile dell’umanità

La speranza è che la comunità internazionale possa presto risarcire i curdi delle dolorose prove di questi giorni, e delle sofferenze che subiscono anche a causa del cinismo di Erdogan e compagni e, insieme, dell’impotenza di Europa e Stati Uniti.  Quando sarà il tempo di costruire un nuovo ordine per il Medio Oriente, l’Europa avrà il dovere morale di sostenere la causa di uno stato curdo.  Disgraziatamente, le incalzanti vicende dell’Iraq e della Siria hanno trovato l’occidente impreparato e assopito, moralmente e intellettualmente.  C’è voluto troppo tempo prima che l’indignazione provocata dalle stragi dell’IS spingesse alla reazione, per ora ancora inadeguata.  E, intanto, per molti curdi, yazidi, sciiti, cristiani, ostaggi occidentali o, semplicemente, sunniti non integralisti il ritardo è stato fatale.  Ed è stato tragico per molte donne di tutte queste confessioni, vendute come schiave dei nuovi oppressori.  Per tutti questi destini spezzati oggi gridiamo vendetta, anche se la vendetta dovrà essere sotto il segno della rinascita e non della distruzione ulteriore.   Ma le colpe non stanno solo nelle ambiguità e nelle disattenzioni della politica internazionale, e nelle lotte di potere in Iraq, in Siria, in Turchia, in tutto il mondo arabo.  Le colpe stanno anche nelle nebbie intellettuali e morali che ostinano a farci considerare le montagne della Mesopotamia lontane e remote, proprio come alla svolta del secolo era avvenuto nei confronti dell’Afghanistan, prima del drammatico segnale di allarme dell’11 settembre 2001.  Di queste nebbie un segno provincialissimo è stato l’uso disinvolto, anche da parte di qualche politico nostrano, dei termini di curdi, sunniti e sciiti come se costituissero tre non precisate “etnie” collocabili sullo stesso piano.  Come se le guerre balcaniche dell’ultimo decennio del novecento non ci avessero insegnato nulla, sulla questione cruciale delle identità etniche e nazionali.

kurdistan1La sempre maggior rilevanza assunta da una tale questione ci ha condotto a riscoprire la conferenza seminale dello storico francese Ernest Renan il quale, nel 1882, aveva ben compreso come le nazioni fossero sempre il risultato di una complessa costruzione storica, politica e popolare.  Spesso le nazioni sono tenute insieme da una medesima appartenenza religiosa, da una medesima lingua e da una medesima storia, ma talvolta questo non basta.  Ancora più importante è ciò che avviene nella vita quotidiana, perché i membri di una nazione risultano tali solo se sono uniti dalla volontà di vivere insieme.  La nazione è “un plebiscito di tutti i giorni”: senza un tale plebiscito le nazioni possono disgregarsi e morire.  E, al contrario, le nazioni possono nascere.  E possono esistere anche nazioni i cui membri si riconoscono tali anche se non sono omologati da una lingua o da una religione comune.  In questo senso, il caso dei curdi è esemplare.                        I curdi parlano lingue differenti, anche se appartenengono tutte al ceppo iranico delle lingue indoeuropee.  Le molte varietà dialettali si sono oggi unificate attorno alle due lingue scritte del Kurmanji (soprattutto in Turchia) e del Sorani (Iraq).  Ma milioni di curdi parlano altre lingue ancora, che non definiremmo “curde” in senso stretto: sono le lingue Zaza-Gorani, che appartengono a un ramo differente delle lingue iraniche.  Chi si occupa dell’etnogenesi del popolo curdo sostiene che questo è un indizio di ondate di migrazioni successive dalle quali, per fusione, è nata successivamente l’attuale etnia curda.                 Ancora più notevole è la varietà religiosa dei curdi, mantenuta attraverso i secoli, che è sfociata in una visione laica della convivenza, approdo prezioso e singolare in una regione oggi travolta dal fondamentalismo.                                                                                    La maggioranza dei curdi kurdssi divide fra sunniti e sciiti, come è abituale in tutto il resto dell’area.  Decisiva al proposito è stata la funzione dell’antico confine che separava l’Impero turco degli ottomani, una dinastia sunnita, dall’Impero persiano dei safavidi, una dinastia sciita: così nell’antico territorio dell’Impero ottomano (Turchia, Siria, Iraq), i curdi sono in maggioranza sunniti e in Iran sono in maggioranza sciiti.  Ma anche in Turchia vi sono molti curdi aleviti: una variante sciita che, nonostante le frequenti persecuzioni ottomane, si è diffusa anche fra i turchi stessi, interagendo in vario modo con le usanze curde e turche pre-islamiche e con quelle delle confraternite islamiche dei sufi e dei dervisci, anch’esse protagoniste delle vicende religiose dell’Anatolia e dei Balcani moderni.  Dopo la prima guerra mondiale, molti aleviti sono diventati convinti seguaci di Atatürk, in vivace polemica con la tradizionale ortodossia sunnita.                                                                                                                              Vi sono stati e vi sono curdi cristiani, anche se minoritari: anzi, nel mondo curdo vi sono state e vi sono talune conversioni al cristianesimo, fatto non frequente nell’area.  Ed è probabile che molti dei cristiani di confessione “assira”, parimenti bersaglio delle atrocità dell’IS, siano di orgine curda e siano stati poi arabizzati nel corso dei secoli.  Vi sono curdi ebrei, oggi riparati tutti quanti in Israele, ma che continuano a considerarsi curdi.  Vi sono curdi zooroastriani, persino convertitisi in età recente.

Fra le religioni dei curdi vi sono da annoverare anche lo yazidismo e lo yarsanesimo (Ahl-e-YazidiHaqq), culti sincretici che portano l’impronta delle antiche religioni dell’Asia Minore e che poi si sono trasformati in un lungo processo di convergenza con le religioni monoteistiche.  La diversità religiosa dei luoghi è ancora maggiore se consideriamo anche gli Shabak, un gruppo etnico di lingua zaza-gorani la cui religione mescola elementi sufi, yazidi e cristiani, e i Mandei, un gruppo etnico di lingua neo-aramaica che traggono direttamente la loro religione da una fede del mondo antico.  Anche questi gruppi sono stati gravemente minacciati negli ultimi anni, e ora rischiano la scomparsa nelle loro terre d’origine (come nel caso degli yazidi, l’emigrazione in Europa e in America è la loro ultima risorsa).                                                                                 Così l’attuale guerra civile dell’islam, che è nel contempo guerra dell’IS contro tutte le fedi del pianeta, minaccia di estinzione, nella maniera più cruenta, uno straordinario mosaico di diversità religiose che connette il mondo antico e il mondo moderno, l’Anatolia, il Caucaso, l’Iran e il Medio Oriente, e che è patrimonio non solo dei curdi, ma dell’umanità tutta.  Questo mosaico è sopravvissuto alle invasioni di Gengis Khan e di Tamerlano, alle spinte Continua a leggere

Ucraina, le ombre di un secolo lungo: le ossessioni della Russia, le mancanze dell’Europa

Subito dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, lo storico inglese Eric Hobsbawm incarnò il comune sentire del momento in una felice espressione: il ‘secolo breve’, 1914-89, era ormai alle spalle, con tutte le sue guerre e le sue tragedie.  Ma oggi, alla vigilia della scadenza dell’anniversario del 1914, si fa strada una sensazione quasi opposta: il ‘secolo breve’ ci appare come un ‘secolo lungo’, che ancora non vuole passare e che ci tiene prigionieri.  Sì, a tutt’oggi Berlino e dintorni – la Germania, l’Europa occidentale e buona parte dell’Europa centro-orientale – restano fedeli all’unica vera invenzione politica e istituzionale degli ultimi decenni: la sovrapposizione di sovranità prospettata (e non ancora pienamente attuata) dall’Unione Europea.  Ma da tutte le parti i conflitti aperti nell’ultimo secolo, o prima ancora, continuano a congelare i popoli e le nazioni: le frettolose linee di divisione messe in atto tra Israele e paesi arabi nel 1948 e fra India e Pakistan nel 1947; la spartizione coloniale del Medio Oriente subito dopo la prima guerra mondiale; l’inimicizia radicata fra Cina e Giappone che risale almeno al 1895, quando la Cina sconfitta dovette cedere al Giappone Taiwan e lasciargli mano libera in Corea.  E la “nuova guerra fredda” che incombe dopo le intromissioni della Russia in Ucraina ci porta ancora più indietro: alla situazione internazionale nel corso dell’ottocento, quando il conflitto mondiale principale e persistente era fra Russia e Gran Bretagna.

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La concezione dei confini e della politica internazionale che oggi motiva e muove la Russia di Putin è esattamente quella della Russia imperiale dell’ottocento.  Il confine è una linea di divisione che separa un dentro e un fuori, un noi e un loro.  La politica internazionale è un gioco a somma zero in cui alle mie vittorie fanno da contrappunto le sconfitte altrui, vittorie tanto più apprezzate quando suonano come rivincite delle proprie sconfitte e delle vittorie altrui del passato.  Questa visione, naturalmente, non era solo russa, ma era condivisa da tutti gli imperi e da tutte le nazioni europee dell’ottocento.  Presiedeva alla sistemazione dei confini europei dell’Europa post-napoleonica (Congresso di Vienna, 1815), quando gli antichi universalismi dell’Impero Germanico e della Chiesa di Roma erano ormai svaniti nel nulla.  E nel corso di tutto l’ottocento si era irrigidita in Europa ed era dilagata nel mondo, coinvolgendo aree e popoli per i quali le esperienze dei confini lineari e delle sovranità assolute, esclusive e rivali erano aliene: pensiamo all’Africa, ai nativi dell’America Settentrionale o, ancora, ai popoli nomadi delle steppe dell’Asia Centrale.  In Europa, la convinzione che il successo della nazione si misuri con le sue vittorie nei giochi a somma zero ha precipitato il continente in una distruttiva “guerra civile” che ha incendiato l’intero pianeta (1914-45).  Nel mondo, le spartizioni imperiali e coloniali fra possessi territoriali e aree di influenza ostacolano ancor oggi le convivenze fra le molte etnie e religioni dei singoli stati post-coloniali (l’Africa e il Medio Oriente sono casi fin troppo drammaticamente esemplari).

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Naturalmente altre visioni, altri giochi sono possibili, e sempre più necessari.  I confini possono essere ritradotti come luoghi di sovrapposizione e di integrazione fra culture, identità e qualche volta persino sovranità, come nuclei di emergenza e di sperimentazione di nuove forme di cooperazione economica e sociale.  Gran parte delle nazioni e dei popoli europei hanno iniziato ad elaborare una tale visione non per una loro particolare lungimiranza, ma perché costretti dai risultati autodistruttivi della visione tradizionale. Mentre negli ultimi decenni l’Unione Europea ha goduto di notevole successo per la reinterpretazione dei suoi confini interni, ha però sottovalutato la possibilità di una reinterpretazione dei suoi confini esterni.  Anzi, ha trascurato l’intera questione.                Se c’è un territorio in cui le culture, le identità, la storia e le storie dell’Europa e della Russia si sovrappongono questa è l’Ucraina: frontiera nel presente per la varietà delle identità culturali dei suoi abitanti, frontiera nel passato per la molteplicità degli influssi di Roma e di Costantinopoli, di Varsavia, di Mosca e di Vienna.  Ciò è esattamente quello che vogliono negare la visione e le azioni della Russia di Putin.  Ma per potere contrastare efficacemente questa visione e queste azioni, bisogna chiedersi se non l’abbiamo negato anche noi.                                                                                                                                    Il problema cruciale, per l’Europa e per gli Stati Uniti, non è Putin, ma il consenso che le sue mosse oggi ricevono dal popolo russo: consenso che non si spiega soltanto sulla base della completa e voluta disinformazione di quanto avviene effettivamente in Ucraina.  Anzi, è probabile che Putin sia così deciso nella sua linea di condotta proprio al fine di

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USA 2013: le mille fatiche di Obama

Obama è sempre nell’occhio del ciclone.  Il presidente statunitense aveva appena raggiunto una vittoria netta, forse persino insperata, nel braccio di ferro con i Repubblicani a proposito del bilancio e del tetto sul deficit quando è stato pesantemente toccato dalla crisi di portata globale concernente le intercettazioni dei leader politici “amici”.  Ad essere coinvolta è la stessa figura personale del presidente.  Non poteva non sapere: e allora è come tutti i suoi predecessori, afferma soprattutto l’opinione pubblica tedesca, presso la quale Obama si è giocata in un attimo la notevole popolarità di cui godeva.  Quasi peggio, però, se Obama non avesse saputo o se avesse saputo troppo poco: come fidarsi di un presidente che non è in grado di porre rimedio alle deviazioni dei suoi servizi segreti?                                                                                                                     Anche sul piano interno, le opinioni attorno a Obama continuano ad oscillare.  Egli aveva saputo difendere con vigore la sua riforma sanitaria (Obamacare) dall’attacco dei Repubblicani, considerandola un passo irrinunciabile verso una maggiore equità sociale.  Ma solo pochi giorni dopo ha dovuto rigettare le critiche conseguenti a un’implementazione troppo frettolosa della riforma stessa.  Il sito a cui i cittadini dovrebbero accedere per acquistare le polizze sanitarie è macchinoso e difettoso.  Il passaggio a un sistema in linea di principio più giusto viene da molti percepito soprattutto come una noiosa incombenza burocratica. 

obama-boehnerParlavamo di una conclusione quasi sorprendente, a tutto vantaggio di Obama, della crisi del tetto del deficit.  Egli infatti è riuscito a spaccare il gruppo dei deputati repubblicani, che al loro interno non hanno saputo trovare un’unità di azione.  E, al momento del voto decisivo al Congresso, una parte dei Repubblicani ha votato con i Democratici per superare un blocco che poteva risultare distruttivo per gli Stati Uniti e autodistruttivo per il loro stesso partito.  Ma, per quanto eclatante, la vittoria di Obama è comunque provvisoria.  La speranza di superare a breve le ragioni profonde della contrapposizione fra i due partiti americani sono minime.  Il Congresso che verrà eletto nel 2014 minaccia di essere controllato dai Repubblicani alla pari di quello attuale.  E, minaccia all’interno della minaccia, il peso degli estremisti appoggiati dal Tea Party all’interno della probabile maggioranza repubblicana promette di restare elevato.  Per Obama questo significherebbe trascorrere gli anni conclusivi della sua presidenza trattando giorno per giorno, in condizioni assai tese.  E questo sarebbe un epilogo in tono minore per un mandato che era stato inaugurato all’insegna di un programma neo-roosveltiano, guidato dalla prospettiva strategica di nuovi investimenti strategici in educazione, infrastrutture, energie rinnovabili.

Edge City

Un crudo dato elettorale ci aiuta a spiegare l’attuale crisi istituzionale della superpotenza americana.  In buona parte delle circoscrizioni elettorali del Congresso un partito (Democratico o Repubblicano che sia) prevale a valanga sull’altro: con più di 20 punti di distacco.  E questo è un carattere che diventa sempre più marcato nel corso degli anni, elezione dopo elezione, e che è ancora più spinto laddove l’elettorato è in prevalenza bianco.  Il simile si aggrega al simile; il simile trova nel simile la conferma alle sue idee e questa conferma agisce da impulso per una loro ulteriore radicalizzazione.  Il rischio concreto è che questa sorta di apartheid culturale autoimposto sfoci in una perdita del senso del bene comune, in un’interruzione del plebiscito di tutti i giorni su cui la nazione dovrebbe fondarsi.  L’opposizione preconcetta e ideologica di una parte dei deputati repubblicani alla riforma sanitaria di Obama, intesa come un intervento oppressivo dello stato nelle vicende private del cittadino, è un sintomo di un processo ben più ampio e profondo.  Molti deputati, sicuri della rielezione, preferiscono interloquire unicamente con le idee e i pregiudizi dei loro elettori, dando spesso ad essi una coloritura estremista.                    Non è il nord contro il sud come al tempo di Abramo Lincoln.  I confini territoriali dei due

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La balcanizzazione della Siria, nella guerra civile dell’Islam

Le enormi difficoltà che dovettero affrontare le potenze vincitrici della prima guerra mondiale per costruire un “nuovo ordine” europeo sono un tema centrale della storiografia contemporanea:  gli storici hanno messo in evidenza con dovizia di analisi come buona parte dei conflitti che poi sfociarono nella seconda guerra mondiale traggano le loro radici dal clamoroso fallimento delle sistemazioni geopolitiche del 1919-20.  Oggi, alla luce dei conflitti che a quasi cent’anni di distanza continuano a moltiplicarsi nel Medio Oriente, non possiamo non concludere come altrettanto fallimentare sia stata la contemporanea sistemazione post-bellica in questa area: a tutt’oggi i popoli della regione e, insieme, l’Europa e il mondo intero, continuano a subirne le conseguenze.  In particolare, disastrosa si è rivelata l’attitudine dei vincitori di allora (e soprattutto della Gran Bretagna e della Francia) di volere annientare l’avversario. Gli smembramenti concepiti a tavolino dell’Impero Austro-Ungarico in Europa e dell’Impero Ottomano in Medio Oriente continuano a gettare un’ombra lunga sul nostro presente. 

Sykes-Picot

Nel Medio Oriente arabo antecedente al 1914, che era sotto controllo ottomano, l’ordinamento territoriale era del tutto eterogeneo rispetto a quello attuale e non esisteva nulla di simile agli odierni stati di Siria, Libano, Giordania, Iraq (e tantomeno Palestina).  In particolare, il vilayet (“provincia”) della Siria non coincideva con gli odierni confini ma costituiva una sottile striscia che da Damasco si estendeva lungo il corso del Giordano fino a comprendere buona parte, appunto, dell’attuale stato della Giordania.  Il resto del territorio siriano era diviso fra il vilayet di Aleppo, quello di Beirut (che era più esteso del Libano attuale) e il sangiaccato di Zor (che comprendeva la parte desertica orientale lungo il corso dell’Eufrate).  Quando nel 1916 Gran Bretagna e Francia decisero di spartirsi sulla carta il Medio Oriente ottomano, essi non seguirono i preesistenti confini amministrativi, bensì le proprie considerazioni di ordine imperiale e simbolico: da un lato la Gran Bretagna si sarebbe facilitata la connessione fra la parte nordafricana (Egitto) e la parte asiatica (India) del proprio impero globale; dall’altro la  Francia si sarebbe assicurata regioni che ancora ospitavano nuclei consistenti di cristiani delle più varie confessioni, asserendo una continuità con quei legami simbolici, culturali e commerciali che risalivano al medioevo e alla presenza degli stati dei principi francesi al tempo delle crociate.

French Syria states map

Quando nel dopoguerra i francesi entrarono in possesso del territorio desiderato, essi dovettero affrontare direttamente il problema del governo e della coesistenza di una pluralità di culture e di religioni.  E la loro strategia originaria fu di dividere la Siria in vari stati autonomi in qualche modo corrispondenti alle varietà identitarie della regione: ai due stati di Damasco e di Aleppo (popolati in maggioranza da arabi sunniti) si aggiungevano così il Libano (popolato in maggioranza da cristiani maroniti), il sangiaccato di Alessandretta (o Hatay, con una forte presenza turca), lo stato alawita imperniato sulla città di Latakia (gli alawiti sono sciiti, in forte contrapposizione con la maggioranza sunnita) e la regione del Gebel druso.  A loro volta, i drusi sono una religione del tutto particolare, che comprende non solo elementi delle tre religioni monoteistiche ma anche concezioni gnostiche risalenti ai primi secoli dell’era moderna.                                                                                                                   La tormentata evoluzione fra le due guerre del mandato francese della Siria è testimonianza non solo della difficoltà di controllo del territorio, ma anche delle sue fratture ed eterogeneità interne.  Il Libano e lo Hatay andarono per la loro strada: il primo divenne una repubblica autonoma nel 1926 e uno stato indipendente nel 1943; il secondo fu annesso dalla Turchia nel 1939.  Al contrario gli stati di Aleppo e di Damasco (nel 1924) e gli stati alawita e druso (nel 1936) confluirono nella nuova repubblica unitaria della Siria, che acquisì la piena indipendenza all’indomani della seconda guerra mondiale (1946).     Ma non per questo si smorzò la conflittualità ancestrale fra sunniti e sciiti: risalente alle origini stesse dell’Islam, nei secoli del dominio turco era stata ravvivata dalle continue guerre fra l’Impero Ottomano di aderenza sunnita e dall’impero persiano governato dalla dinastia sciita dei savafidi: per questo motivo gli sciiti dell’Impero Ottomano erano oggetto di diffidenza e di discriminazione quali “quinta colonna” del nemico.                                    Il movimento nazionalista siriano fra le due guerre, indipendentista e tenacemente antifrancese, era dominato dai sunniti mentre gli alawiti erano tendenzialmente filofrancesi, e non molto attratti dalla prospettiva di una Siria unitaria.  Ma gli alawiti, insieme ai drusi e ad altri gruppi (pur sunniti) socialmente marginalizzati, divennero una componente decisiva dell’esercito siriano.  Così le prospettive si capovolsero: subito dopo l’indipendenza siriana, nel 1949, un colpo di stato militare rovesciò la classe dirigente che aveva condotto Continua a leggere

Airpocalypse: l’inquinamento e i rischi del modello di sviluppo asiatico

Nel mese di giugno 2013 abbiamo avuto un’ulteriore illustrazione del fatto che i problemi ecologici non possono conoscere confini nell’attuale mondo globalizzato.  La città stato di Singapore è stata invasa da una spessa caligine, e il livello di inquinamento atmosferico ha raggiunto quota 300, misurata in microgrammi per metro cubo di particolato fine, cioè di polveri sospese che possono penetrare nei polmoni (ricordiamo che per non influire negativamente sulla salute il limite della percentuale di particolato fine nell’aria non dovrebbe superare i 15-30 microgrammi per metro cubo nella media annuale).  Eppure Singapore si fa vanto di essere una città verde e vivibile, ed è anche impegnata in un ampio programma di estensione della rete metropolitana. La caligine proveniva però dagli incendi provocati intenzionalmente nella vicina Indonesia, in particolare nell’isola di Sumatra.  Scopo di tali incendi è di dilatare lo spazio destinato alla monocoltura della palma: ai nostri giorni l’olio di palma  è fatto oggetto di una grande richiesta su scala mondiale, per molteplici usi alimentari e cosmetici.  Soprattutto per questo motivo l’Indonesia è oggi uno dei paesi che più danneggia l’ecosistema della foresta equatoriale, minacciando la conservazione delle popolazioni tribali e delle specie endemiche: particolarmente a rischio sono la tigre di Sumatra e soprattutto l’orangutan.

Se a Singapore un inquinamento così massiccio può ancora risultare episodico o comunque stagionale, esso è divenuto una drammatica costante della vita urbana di Pechino e di molte altre metropoli della Cina, soprattutto settentrionale.  Le esigenze della produzione industriale e il riscaldamento nei mesi freddi qui producono un cocktail micidiale, soprattutto perché si basano a tutt’oggi sul carbone come materia prima principale.  Negli ultimi tempi a questi fattori primari si aggiunge il costante incremento del traffico privato che peggiora ulteriormente la situazione.  La vita quotidiana dei cittadini cinesi metropolitani è pesantemente turbata e in certi periodi dell’anno sconvolta, con gravi restrizioni alla loro mobilità e anche con la fuga più o meno temporanea dalle metropoli.  Ma nonostante tutte le precauzioni la loro salute continua a essere a grave rischio.  In prima linea sono naturalmente i soggetti generazionalmente o costituzionalmente più deboli: ma i danni complessivi sono ben più generali.  Nessuno è davvero immune.

beijing-pollution

La gravità della situazione è stata messa in risalto da un recente studio che mette in evidenza come gli effetti disastrosi dell’inquinamento siano ancora più pronunciati nelle regioni settentrionali: qui, infatti, il maggior rigore del clima rende indispensabile il riscaldamento (in gran parte a carbone) per lunghi periodi dell’anno. Esiste al proposito un preciso confine al quale fare riferimento: il fiume Huai, a nord del quale il governo distribuisce gratis il carbone alla popolazione per il riscaldamento invernale.  Le differenze sanitarie fra le popolazioni prese in esame, rispettivamente a nord e a sud del fiume, sono impressionanti.  La vita media dei cinesi “settentrionali” è di cinque anni e mezzo inferiore a quella dei cinesi “meridionali”, e il divario è dovuto in particolar modo alla maggior diffusione delle malattie cardiache e dei cancri al polmone.  Questo significa che nel periodo 1991-2000 le popolazioni della Cina settentrionale hanno perso complessivamente 2 miliardi e 500 milioni di anni di vita rispetto ai loro concittadini della Cina meridionale, con una parallela riduzione di un ottavo nel complesso della forza lavoro.                                                                                                                          L’attuale modello di sviluppo cinese sembra ricalcare molti aspetti dell’industrializzazione forzata dell’occidente nell’ottocento e agli inizi del novecento: scarso rispetto per l’ambiente, minima tutela per il lavoratori (il welfare era al di là da venire).  Se la Cina riesca a prendere consapevolezza delle grandi falle di questo modello di sviluppo con maggiore rapidità di quanto fece allora l’occidente è tutto da vedere: la risposta può influenzare decisamente sia la situazione ambientale mondiale, sia l’evoluzione del sistema politico e sociale della stessa Cina.  Quel che è certo che il tema dell’ambiente, di per sé non direttamente politico, può diventare oggetto di serrate contese in seguito alla pressione Continua a leggere

UK 2013: l’anno difficile di David Cameron

Gli sviluppi della guerra civile in Siria, con la cascata di dilemmi etici e geopolitici che essi comportano, hanno già esercitato un forte impatto sui sistemi politici dell’occidente.  Ciò vale anche e soprattutto per la Gran Bretagna, dove l’autorità e l’autorevolezza del primo ministro David Cameron sono state scosse dall’opposizione della Camera dei Comuni a un possibile intervento militare del Regno Unito.  A Cameron sono mancati alcuni voti sia del partner minore della coalizione, i liberal-democratici, sia del proprio stesso partito.  Di contro, il leader dell’opposizione laburista, Ed Miliband, ha segnato un punto notevole a proprio favore.                                                                                        L’anno difficile di David Cameron era iniziato con una serie di insuccessi del partito conservatore in alcune elezioni locali, dovuti soprattutto al profilarsi di un minaccioso concorrente alla destra del partito stesso: l’UKIP, United Kingdom Indipendence Party

UKIP

L’UKIP è asceso nel panorama politico britannico individuando due comodi capri espiatori per la crisi economica e sociale di questi anni: l’immigrazione e l’appartenenza all’Unione Europea.  Così oggi il partito vive un’attesa quasi messianica per il momento in cui gli elettori potranno decidere sulla futura appartenenza o meno della Gran Bretagna all’Unione, e ovviamente hanno già iniziato a premere per il “no”.  Ma forse le sue prospettive elettorali sono più legate a questioni meno epocali e tuttavia più sentite a livello quotidiano, tipo l’opposizione al divieto di fumo nei pub.  I suoi esponenti di punta si fanno scientemente notare per l’uso strategico di un eloquio politicamente scorretto.  Così il suo deputato europeo Godfrey Bloom ha suscitato indignazione definendo ‘paesi Bongo Bongo’ quelli che sono di solito definiti (o si definivano) ‘paesi in via di sviluppo’, nel contesto di un’opposizione agli aiuti pubblici destinati a questi paesi, da lui giudicati in chiave populistica quali indebita sottrazione di risorse spettanti ai cittadini britannici. La carta del politicamente scorretto, d’altra parte, è giocata ancora più sistematicamente dal leader dell’UKIP, Nigel Farage.  Anch’egli membro del parlamento europeo, si è fra l’altro fatto notare per restare ostentatamente seduto durante l’ovazione finale a un discorso di Carlo, principe di Galles, e per contestare l’elezione di Herman van Rompuy a Presidente del Consiglio Europeo definendolo una sorta di nullità ed esponente di una non nazione (il Belgio).

cameron

Mancano ancora quasi due anni alle prossime elezioni politiche, ma l’ascesa dell’UKIP ha diffuso la sensazione che il sistema politico del Regno Unito possa vivere nei tempi a venire una fase critica, dagli esiti imprevedibili.  Da parecchi mesi tutti i sondaggi danno costantemente in testa la tradizionale opposizione laburista, con margini talvolta notevoli: ma recentemente ai laburisti veniva imputata una fase di inazione e di “letargia politica” che non escludeva – anzi, a parere di molti rendeva del tutto plausibile – una rimonta decisiva dei conservatori.  Il notevole successo di Milliband nel dibattito sull’intervento in Siria ha però nuovamente confuso le carte.                                                                         All’incognita notevole del rapporto di forza fra i due principali partiti politici tradizionali, si aggiunge appunto la nuova incognita dell’ascesa dell’UKIP, che ai conservatori può sottrarre voti decisivi nei “testa a testa” con i laburisti. E non è facile ipotizzare che cosa possa scaturire, per un sistema politico tradizionalmente basato sul bipartitismo, da una competizione fra quattro partiti maggiori.  Potrebbe scaturirne una nuova semplificazione, visto che fino ad oggi la coalizione governativa con i conservatori ha portato molto discredito ai liberal-democratici, allontanandone molti elettori attuali o potenziali?  O un’età in cui le coalizioni governative non siano più l’eccezione, ma la norma?  La questione è complicata dal fatto che il populismo dell’UKIP può risultare attraente non solo per l’elettorato conservatore ma anche per una parte dell’elettorato laburista.                         La radicalizzazione degli islamici sul suolo britannico ha prodotto un’ulteriore inquietudine nell’opinione pubblica inglese, che si aggiunge alla controversia ormai quotidiana su come

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La polverizzazione del jihad: UK in prima linea

La barbara uccisione del soldato inglese a Woolwich, cittadina della grande Londra, ha suscitato un’impressione duratura sull’opinione pubblica britannica e mondiale.  L’impatto è stato forse ancora più forte degli attentati con le bombe collocate sui mezzi di trasporto pubblico: a questa modalità terroristica in qualche modo ci si era assuefatti.  Il nuovo fatto di sangue, tuttavia, non fa che confermare le sensazioni già diffuse al momento dell’assalto alla maratona di Boston: oggi è molto difficile tracciare una linea netta di confine tra le operazioni militari condotte da gruppi vicino ad Al-Qaeda in Siria o in Mali e gli attentati “fai da te” che vengono progettati, e purtroppo anche messi in atto, in tutto l’occidente (che in questo caso comprende anche la Russia).  Talvolta i legami con i combattenti islamici sono diretti; talvolta gli attentatori agiscono sotto l’influenza di un predicatore d’odio che ha opera per espandere il fronte della violenza; talvolta si tratta di imitazione pura e semplice.  Ma in ogni caso menti e obiettivi dei fondamentalisti islamici sono molto simili, sia che combattano nei tanti fronti caldi dei conflitti aperti in Asia e in Africa, sia che operino negli scenari apparentemente pacifici delle città europee e nordamericane.

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Oggi ogni stato europeo possiede una piccola minoranza di suoi cittadini convertiti al fondamentalismo islamico con le più svariate motivazioni.  Tuttavia la condizione dei musulmani immigrati nei paesi europei è molto diversificata, e per combattere efficacemente il terrorismo bisogna sempre tener presente questa diversificazione.  In Germania, infatti, la maggioranza degli islamici è di origine turca o curda, relativamente aperta e tollerante, e talvolta perfino laica. Nei paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna), la maggioranza è di origine maghrebina, e quindi dagli orientamenti molteplici se non opposti, come mostrano le stesse vicende interne dei loro paesi di origine.  Invece nel Regno Unito buona parte dei musulmani è di origine nigeriana o pakistana: proviene da paesi in cui oggi l’integralismo è estremamente forte, e in cui gruppi integralisti si dedicano a condurre una loro personale guerra santa contro i cristiani o contro l’occidente.  La piaga dei predicatori d’odio nel Regno Unito sta diventando di massa.  Tristemente noto è l’avvocato di origine pakistana Anjem Choudary, che ha esaltato sia l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2011 sia il recente assassinio di Woolwich, e ha prospettato un’introduzione di una sua versione della legge islamica nel Regno Unito, di cui le prime vittime sarebbero i gay.  Dichiara esplicitamente la sua avversione alla democrazia, ai diritti umani, all’idea stessa di stato. Per di più, in quanto avvocato, costui sa districarsi molto bene nei meandri della legge per continuare ad esercitare la sua influenza distruttiva.

antifascismo

Le reazioni nel Regno Unito ai fatti di Woolwich sono state contrastanti ma nel complesso all’insegna di una certa maturità, e questo nonostante l’ascesa di una forza politica di destra (UKIP) che prende fortemente le distanze dalla prospettiva di una società multiculturale, nonché dei tentativi di strumentalizzazione da parte di forze parafasciste (come il BNP, British National Party).  Certo, non sono mancati assalti alle moschee e ai centri culturali islamici.  Ma il popolare sindaco di Londra Boris Johnson ha dato coraggio all’opinione pubblica indicando che la migliore risposta della società è quella di continuare a restare aderenti ai valori che informano una società aperta, come già al tempo degli attentati.  E intanto hanno avuto successo le manifestazioni del gruppo di pressione Unite Against Fascism, che ha il supporto delle forze politiche tradizionali e anche del primo ministro David Cameron.                           Però il problema di una radicalizzazione della gioventù islamica sul suolo inglese rimane pressante.  Anche se si sono riconosciute grosse carenze nella sorveglianza di taluni gruppi e ambienti potenzialmente pericolosi, il processo alle intenzioni resta pur sempre difficile.  E  sul piano legale non è agevole pensare a leggi speciali che non rischino di limitare una tradizionale libertà di pensiero e di espressione di una compiuta democrazia moderna.  Potrebbero persino apparire una capitolazione al nemico.                         Proprio per questo sono significativi gli sviluppi di un movimento antiintegralista (“controestremista”, come si definisce) nella stessa società islamica inglese: la Quilliam foundation, che si è dato come compito quello di combattere l’appiattimento dell’islam sul fondamentalismo e di sposare le cause del pluralismo, della modernizzazione culturale e della democrazia.  Il fatto più interessante è che i suoi condirettori, Maajid Nawaz ed Ed Husain provengono da esperienze di militanza in movimenti integralisti, il che dà loro una

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17 giugno 1953: la rivoluzione dei senza nome

La conclusione della seconda guerra mondiale e il crollo del regime nazista regalarono all’Unione Sovietica una posizione strategica di grande vantaggio, certamente imprevedibile solo pochi anni prima.  Stalin aveva coronato la marcia verso occidente iniziata da Pietro il Grande:  la Russia era diventata una potenza europea a pieno titolo, ed anzi teneva saldamente in pugno il cuore del vecchio continente.  Winston Churchill percepì lucidamente che una “cortina di ferro” stava dividendo l’Europa in due,  e la consapevolezza della gravità della situazione spinse gli alleati occidentali a resistere a tutti i costi ove i giochi non fossero ancora compiuti: a Berlino, a Vienna, a Trieste.                                           Sin dagli inizi, la scelta sovietica era chiara: al pari dell’impero interno, anche questo nuovo “impero esterno” sarebbe stato tenuto insieme con la forza, non col consenso.  Mai si tentò seriamente di ottenere un appoggio di quel popolo in nome del quale pure si pretendeva di governare.  E mai le “democrazie popolari” di nome lo furono di fatto: nei loro confronti i lavoratori mostrarono spesso opportunismo, ma mai una convinta adesione. 

16 giugnoCome è noto i paesi dell’Europa centro-orientale che entrarono a far parte del blocco sovietico furono rigidamente normalizzati e omologati, già nel periodo fra il 1945 e il 1950.  E questo non significava solo il completo smontaggio delle istituzioni democratiche e la perdita delle libertà civili, ma anche l’adozione incondizionata del modello di sviluppo sovietico: statalizzazione e collettivizzazione generalizzate, attacco alla proprietà privata, privilegio assoluto all’industria pesante e a quella degli armamenti.  Questo ebbe la conseguenza, certamente non auspicata, che i paesi dell’”impero esterno” divennero da subito un peso, piuttosto che una risorsa, per l’Unione Sovietica.  Le imposizioni economiche portarono infatti a crisi endemiche, e il conseguentemente dissanguamento dell’Unione Sovietica che cercava di sanarle con interventi episodici piuttosto che strutturali.  Nello stesso tempo, soprattutto in età staliniana, il terrore e la repressione aumentarono la passività e la diffidenza dei cittadini, creando un clima esattamente contrario all’impegno e allo spirito di collaborazione attraverso il quale, nei vuoti slogan dei regimi, si sarebbe dovuto procedere all’edificazione del socialismo.

17 giugno

La vicenda della DDR, o Germania Orientale che dir si voglia, è esemplare al proposito, anche se complicata dalla difficoltà identitaria del nuovo stato.  Evidentemente esso non si poteva basare su una nazione distinta da quella dell’”altra” Germania e i suoi governanti dovevano fare costantemente i conti con la storia passata e con le prospettive di un’eventuale riunificazione.  Ma le misure economiche furono comunque, come altrove, subitanee, drastiche e improvvide.  La goccia che fece traboccare il vaso fu una stretta sulle “norme del lavoro”.  La rigida pianificazione centralizzata imponeva una quantificazione della produttività dei lavoratori, per verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati.  Ora le esigenze produttive sarebbero state aumentate del 10 per cento, il che equivaleva direttamente a una contrazione dei salari in una situazione per altro già drammatica, con il paese vicino alla fame.  La via di uscita alla crisi economica veniva unilateralmente individuata nello sfruttamento di quelle classi popolari che nominalmente avrebbero dovuto dirigere il paese.                                                                                                            In maniera assai rapida, le manifestazioni spontanee che sorsero in tutto il paese fecero il passo decisivo: dall’economia alla politica.  Non si trattava solo di rivendicazioni economiche e salariali.  Si trattava anche e soprattutto di libere elezioni, della libertà di stampa e di opinione, del ristabilimento della democrazia.  La maturità dei lavoratori comprese che il regime doveva e poteva essere rifiutato in blocco, senza lasciargli Continua a leggere

La Turchia: crocevia dei destini eurasiatici

Oggi la Turchia è al centro degli interessi dell’opinione pubblica internazionale.  Le ragioni sono molteplici: il suo stretto coinvolgimento nella guerra civile in Siria, della quale la Turchia è vittima e parte attiva nello stesso tempo; la speranza di una progressiva soluzione della questione curda, che aveva condotto a un intermittente guerra civile interna; il lento procedere dei negoziati di adesione all’Unione Europea, rispetto alla quale i governi e i politici europei continuano ad essere quanto mai divisi; l’altrettanto lento consolidamento di uno stato di diritto secondo i canoni e i valori occidentali, talvolta frenato da comportamenti assai dubbi delle autorità giudiziarie e poliziesche.  Questa nuova centralità della Turchia nelle relazioni internazionali non è nuova e risale già al tempo della fine della guerra fredda.  Ma è indubbio che gli avvenimenti recenti nelle coste orientali e meridionali del Mediterraneo, e nel mondo arabo in genere, l’abbiano portata ancor di più in primo piano.

turchia siriaNon è tanto la posizione geografica a rendere la Turchia così cruciale nell’intero contesto eurasiatico, quanto le sue vicende storiche, recenti e remote. In quanto discendente dell’Impero Ottomano, essa ha intessuto profondi legami con i popoli del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale, dei Balcani.  D’altra parte il popolo turco è il risultato della fusione degli antichi popoli sedentari che abitavano l’Impero bizantino con i popoli nomadi che nel medioevo irruppero in Asia minore da oriente, e che avevano come sede originaria le regioni della Mongolia occidentale.  Sul piano etnolinguistico, i turchi sono imparentati con gli azeri del Caucaso, con gli uiguri del Xinjiang cinese, con gli jakuti della Siberia, con molti popoli dell’Asia Centrale: kazaki, uzbeki, kirghisi, turkmeni.  Da quando l’Asia centrale è diventata la sede delle ambizioni e dei conflitti mascherati delle grandi potenze globali, la Turchia ha opportunamente rinsaldato le relazioni culturali e politiche con tutti questi popoli.

califfato ottomano

L’influenza culturale turca nel mondo islamico è salda e di lunga data.  Nel suo processo di espansione, l’Impero Ottomano nel cinquecento aveva conquistato i luoghi sacri dell’Islam nella penisola arabica: per questo il sultano si era conferito anche il titolo di califfo, cioè di guida spirituale per tutti i musulmani.  E il califfato durò per secoli, e fu abolito soltanto all’indomani della prima guerra mondiale, quando  la Turchia era ormai diventata una repubblica.                                      Lo stretto laicismo di Atatürk aveva posto fra parentesi l’identità islamica della Turchia.  Tuttavia il forte nazionalismo che ne è derivato, mettendo in primo piano l’identità etnica dei turchi, aveva nuovamente privilegiato l’islam come religione della maggioranza della nazione, soprattutto in contrapposizione alle minoranze cristiane.  Il quadro è poi notevolmente mutato con l’ascesa del partito islamico “moderato” di Erdogan.  L’ambizione del nuovo governo è diventata quella di mostrare all’intero mondo islamico la piena compatibilità fra islam e democrazia, cercando altresì (con molti tentennamenti e regressioni) di rafforzare l’immagine della Turchia come stato di diritto all’occidentale.  Proprio per questo la primavera araba è stata percepita dal governo turco come un

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Sul futuro dei partiti e della democrazia parlamentare

Una parte considerevole dei rappresentanti del PD – lo sappiamo – non hanno seguito le scelte ufficiali del partito per le elezioni del Presidente della Repubblica.  In quegli stessi giorni, negli Stati Uniti l’opposizione di alcuni senatori democratici ha fatto fallire un progetto di legge, peraltro moderato e di compromesso, che avrebbe segnato un primo passo in avanti nella questione del momento: la necessità di un controllo sullo sfrenato mercato delle armi.  Eppure questa legge era vitale per il programma di Obama.  E infatti il presidente americano, promettendo di voler continuare nella sua lotta, non ha esitato a indicare l’evento come una pagina nerissima della vita politica americana.  A tal punto l’interesse di parte, nella fattispecie l’influenza della National Rifle Association, l‘associazione che sostiene la produzione e la detenzione privata delle armi, può prevalere sul bene comune e ostacolare la sicurezza dei cittadini. 

ObamaNella storia politica americana le scelte dissonanti di deputati e senatori rispetto alle indicazioni ufficiali sono frequenti: è una conseguenza della struttura stessa dello stato federale, di una società molto diversificata se non polverizzata, dei legami stretti che intercorrono fra ogni deputato e senatore e i suoi finanziatori specifici: il sistema delle lobbies opera alla luce del sole ed è assai influente.  Proprio per questo, nel sistema statunitense, il Presidente gioca un ruolo coesivo, di equilibrio e di indirizzo che in Europa non ha eguali (nemmeno nel “semipresidenzialismo” alla francese).

E’ probabile che la minore coesione interna dei partiti stia divenendo un problema strutturale con cui dover fare i conti, in Italia come in altre società nazionali.  Può darsi che le caratteristiche imputate al PD nella sua stessa origine – una giustapposizione, considerata frettolosa, fra gruppi eterogenei – siano un prezzo da pagare per fuoriuscire definitivamente dalla visione del partito quale eccessivamente ideologico, monolitico, ispiratore persino di uno stile di vita.  Certo, il prezzo non può essere troppo grande: non può condurre né allo sgretolamento dei partiti né tantomeno alla paralisi della vita politica nazionale.

Elezione-presidente-della-Repubblica-18-Aprile-2013Ogni partito ha il diritto di regolarsi come meglio crede, per quanto riguarda la sua disciplina interna.  Ma la domanda è se siano possibili mosse istituzionali per rendere più fluida una situazione oggi caratterizzata da un’accresciuta “geometria variabile” rispetto alle decisioni politiche.  La prima osservazione da fare, allora, è che il sistema istituzionale italiano non ha previsto la possibilità di un governo di minoranza, che in altri paesi di comprovata democrazia è una pratica anche abbastanza corrente. Una tale possibilità è prevista persino dalla costituzione tedesca, a determinati limiti e condizioni: in Germania questa è un’eventualità che fino ad ora non si è mai verificata, almeno a livello nazionale, ma che tuttavia può essere ipoteticamente prospettata.  Un governo di minoranza in linea di massima non può essere la soluzione migliore e più stabile: ma l’inserimento di una sua possibilità nei meccanismi istituzionali italiani potrebbe aumentare i gradi di libertà del sistema, cosa di cui oggi sentiamo fortemente il bisogno.                                                                                                      D’altra parte, appare crescere anche la necessità di un legame più stretto e diretto con le

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La società aperta e creativa, contro le bombe di Boston

E’ davvero possibile che i due attentatori ceceni di Boston abbiano agito da soli.  Ma il loro attentato è conforme a una tendenza tipica dell’estremismo jihadista nell’età posteriore all’11 settembre 2001: mira a colpire non le istituzioni del potere, bensì la vita quotidiana dei cittadini, proprio come nel caso dei treni e degli autobus di Madrid e di Londra.  Il terrorismo ha certo prodotto un’incertezza di più nella società occidentale.  Ma in questi dieci anni essa è stata più marginale di quanto si potesse pensare.  La voglia di vivere insieme ha superato la paura.  Negli anni dopo il 2001 le feste di strada a New York si sono moltiplicate.  E le maratone cittadine, nonostante tutti i problemi di sicurezza, vanno avanti.  A Londra, nei giorni successivi, si è corso regolarmente.

Boston-Marathon

Il valore simbolico dell’attacco alla maratona di Boston è stato rilevante.  Ha colpito insieme due aspetti irrinunciabili della vita quotidiana nella nostra terra patria: lo sport e la città. Questi sono elementi coesivi del nostro essere sociale, catalizzatori della comunicazione fra gli individui e fra le collettività, veicoli decisivi della creatività umana. La portata dello sport quale linguaggio comune del nostro mondo globalizzato è a tutt’oggi sottovalutata.  Eppure è un’attività umana condivisa, in molti modi, da miliardi di persone in tutto il globo che si basa sulla libera accettazione di regole comuni, indipendenti da fatti di etnia, nazione o classe.  Certo, come nelle pratiche di doping, vi è un’aspirazione ricorrente a infrangere le regole.  Ma quando l’infrazione viene scoperta, nessuno si mette a sostenere che le regole siano ingiuste e da annullare.

maratona londra

Nella gamma delle specialità sportive, le maratone sono particolari, al pari delle corse ciclistiche.  Mentre la maggioranza delle competizioni ha luogo in sedi dedicate allo scopo e perciò ritualizzate (stadi, palazzetti, piscine), maratone e corse ciclistiche si disperdono nel territorio e moltiplicano gli spettatori.  Non a caso, anche gli organizzatori delle Olimpiadi di Londra nel 2012 hanno ben compreso questa funzione delle maratone e hanno per esse realizzato un percorso molto avvolgente all’interno della metropoli, che ha coinvolto entrambi i centri storici tradizionali della City e di Westminster.

A differenze della maratone olimpiche, le maratone cittadine come quella di Boston (e di tante altre grandi città del mondo) hanno però anche la caratteristica di intrecciare le competizioni degli atleti professionisti di livello mondiale e le sfide contro se stessi dei dilettanti di ogni età e di ogni professione, che si allenano intensamente per potere prendere parte a queste feste comuni dove, in definitiva, tutti vincono e nessuno perde.  Sta qui il nesso inscindibile fra le maratone e le identità delle stesse città moderne.

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