Tra governabilità e rappresentanza: gli spazi delle minoranze

Bethnal Green and Bow è un collegio elettorale della parte orientale di Londra, che comprende buona parte del borough di Tower Hamlets: sono luoghi ben noti a chiunque si occupi di questioni urbane per la loro ricchissima stratificazione multietnica, per gli interessanti processi di risanamento sociale ed ecologico oggi in atto e anche la presenza di ottime curry houses.   Circa metà della popolazione è di origine asiatica o nera (in particolare del Bangladesh e della Somalia) e coloro che sono ritenuti di confessione islamica superano, anche se di poco, coloro che sono ritenuti di religione cristiana.  Kidderminster è invece una città inglese della regione di Birmingham, meno visitata e mediatizzata dall’East London, e nota soprattutto per la produzione tradizionale di tappeti.  Ma un’analogia elettorale lega le due località: negli ultimi anni entrambi i collegi hanno visto l’elezione al Parlamento inglese di rappresentanti di piccoli movimenti, praticamente degli indipendenti, che hanno sconfitto sul terreno i rappresentanti dei grandi partiti nazionali.  A Kidderminster è successo due volte, nel 2001 e nel 2005, per opera di Richard Taylor, un medico che si è battuto per la difesa dell’ospedale locale, su cui gravava la minaccia di essere privato di servizi essenziali; a Bethnal Green/Bow, nel 2005, il vincitore è stato invece George Galloway, il contestato esponente pacifista e filopalestinese del movimento di estrema sinistra RESPECT, acronimo che sta per: respect, equality, socialism, peace, environmentalism, community, trade unionism.

DTGFP_Whitechapel4.jpg  Whitechapel High Street East LondonNelle elezioni del 2010 i due collegi sono rientrati nei binari della politica tradizionale: a Kidderminster hanno prevalso i conservatori, a Bethnal Green/Bow i laburisti.  Però a George Galloway è riuscito un altro colpo vincente in un turno di elezioni supplettive del 2012, nel collegio di Bradford West, e con un risultato a valanga (55,9% dei voti contro il 25% del candidato laburista).  Inoltre, ancora nel 2010, è stata eletta per la prima volta una rappresentante dei “verdi” inglesi (Green party): Caroline Lucas nel collegio elettorale di Brighton Pavillon.  Il sistema elettorale inglese con collegi elettorali a turno unico non particolarmente equo: può succedere che uno dei due partiti maggiori vinca le elezioni anche prendendo meno voti complessivi dell’altro a livello nazionale.  Per di più,  la rappresentanza del terzo partito nazionale, quello liberal democratico, è sistematicamente sottostimata: nelle elezioni del 2010 il 23% dei voti nazionali gli è valso solo 8,8% dei seggi.  Però il sistema inglese è aperto alle eccezioni, sia pur rare: la legge elettorale non vieta a chi gioca politicamente bene, individuando condizioni per lui favorevoli, di approdare a Westminster anche in condizioni di assoluta minoranza.  Senza contare, naturalmente, i vari esponenti nazionalisti o regionalisti di Galles, Scozia e Irlanda del Nord.                                       Anche la legge elettorale tedesca, assai diversa da quella britannica, possiede uno spiraglio aperto all’eccezione.  La legge elettorale tedesca è notoriamente riassunta come “proporzionale con soglia di sbarramento al 5%”.  Ma questa dizione rischia di tralasciare un aspetto importante:  il numero dei deputati è certo computato in maniera proporzionale, ma metà di loro è eletto in collegi uninominali a turno unico.  E a chi vince in un collegio uninominale, anche se appartenesse a un piccolo partito che non raggiunga la soglia nazionale del 5% del riparto dei voti, e anche se fosse un candidato indipendente, spetta in ogni caso il seggio parlamentare.

Hellersdorf

Candidati realmente indipendenti non sono mai stati eletti, anche se molti ci hanno provato.  Però nel 2002, la PDS, cioè il partito erede dell’antico partito egemone della DDR (la SED), attraversò una profonda crisi e scese sotto la soglia del 5% a livello nazionale.  La crisi fu poi superata a partire dal 2005, quando iniziò a delinearsi la prospettiva pantedesca della Linke.  Ma nel 2002 due candidate della PDS vinsero in due collegi elettorali di Berlino: Berlin Lichtenberg e Berlin Marzahn-Hellersdorf, due sobborghi periferici dell’antica Berlino Est, in cui i post-comunisti avevano mantenuto il loro prestigio quali difensori di un’identità tedesco orientale (Ossis).  Di più: avesse la PDS vinto anche in un terzo collegio – e ci andò abbastanza vicino – avrebbe partecipato al riporto di tutti i seggi su scala nazionale, anche col solo 4% dei voti.  Perché la legge elettorale tedesca dice che al riporto proporzionale dei voti su scala nazionale prendono parte anche i partiti che acquisiscono tre “mandati diretti”, indipendentemente dal fatto che abbiano mancato la soglia del 5%.  E’ una mossa importante per lasciare una porta socchiusa a minoranze piccole, ma influenti.                                                                      Nel modello elettorale francese, uninominale a doppio turno, lo spazio per i partiti minori e anche per gli indipendenti è notevole quando siano in grado di “agganciarsi” a una delle maggiori coalizioni che si contendono il primato; molto di meno quando non lo vogliono o non lo possono.  Gli accordi di coalizione sono articolati e diversificati.  In genere un partito minore o un indipendente di una coalizione compete con concrete possibilità di vittoria in Continua a leggere

Europa 2013: la difficile arte delle coalizioni

Agli inizi dell’autunno del 2013 si sono svolte, quasi in simultanea, le elezioni in tre paesi dell’Europa Centrale: Germania, Austria, Repubblica Ceca.  Anche se i sistemi dei partiti nei paesi in questione sono diversi, gli andamenti post-elettorali si sono rivelati convergenti.  Sono seguiti mesi di laboriose trattative, e alla fine sono sorti governi di “grande coalizione”: coalizioni che mettono insieme partiti astrattamente collocati in luoghi distanti dello schieramento politico e che per aver successo devono praticare saggiamente la difficile arte della negoziazione. Soprattutto in Germania e in Austria questa non è una novità: la grande coalizione è anzi percepita come condizione possibile e normale del corretto funzionamento democratico del paese.  Ma se pensiamo anche alle “grandi coalizioni” che reggono attualmente Olanda, Belgio, Finlandia, Grecia ci rendiamo conto che lo stretto bipolarismo oggi non è così prevalente nei sistemi politici europei come lo era in un passato anche recente.  Al contrario questi mostrano una varietà di comportamenti che inizia a riflettere l’incremento delle variabili nei panorami sociali e culturali del nostro continente: una certa frammentazione dell’opinione pubblica e, insieme, l’emergenza di nuove opposizioni non più riconducibili a quella tradizionale fra sinistra e destra (che pure mantiene il suo significato).

merkel-gabriel

Per varare il governo tedesco ci sono voluti quasi tre mesi.  Ma il tempo trascorso è stato politicamente rilevante, giacché la SPD (uscita numericamente debole dai risultati elettorali) l’ha utilizzato per riequilibrare la sua immagine pubblica nei confronti della CDU/CSU che nel voto del 22 settembre aveva persino sfiorato la maggioranza assoluta dei seggi del Parlamento.   Così la SPD ha ripreso a sua volta l’iniziativa: incalzando gli altri partiti nell’agenda degli accordi sui contenuti politici e soprattutto sottoponendo all’approvazione dei propri iscritti la scelta dei vertici a favore della “Grande Coalizione”.  La mossa è stata rischiosa, ma ha pagato: il suo proponente, il presidente della SPD Sigmar Gabriel, è stato così ampiamente legittimato nel suo ruolo strategico di Vicecancelliere e di Ministro dell’Economia, con una delega aggiuntiva per la delicata questione della svolta energetica.  E, in taluni momenti, la CDU è apparsa sulla difensiva.                                                                                                                                 In Germania il partito antieuro dell’AfD non è entrato in parlamento, e non possiamo parlare di coalizione imposta dalla marea montante dei neo-nazionalismi.  Diversa la situazione in Austria dove al nazionalismo e il populismo, con venature di estrema destra, della FPO – già consolidato dal tempo di Jörg Haider, dopo il 1986 – si è aggiunto anche il (moderato) successo della tecnocrazia anti-euro del miliardario Frank Stronach.

Stronach Strache

Con circa il 23% dei voti indirizzati verso movimenti euroscettici, si è imposta la prosecuzione della coalizione già al governo prima delle elezioni: socialdemocratici (SPO) e popolari (OVP). Notiamo però che nelle elezioni di ottobre la percentuale complessiva dei consensi dei due partiti, sommati insieme, è calato di più del 4 per cento.  E’ un segno indicativo della difficoltà delle “grandi”  coalizioni nei momenti di crisi, che lasciano uno spazio crescente a forze definibili, in un modo o nell’altro, come “anti-sistema”.  Gli odierni sondaggi che riguardano le prossime elezioni olandese e belga prospettano scenari simili anche per questi paesi.                                                                                                      Partiti che possono essere considerati antisistema ne esistono anche nella Repubblica Ceca: i comunisti, ancora in parte legati al passato del “socialismo reale”, e l’estrema destra di Tomio Okamura, anti-UE e soprattutto anti-rom.  Ma qui, in una maggior frammentazione del panorama politico, si aggiunge anche la presenza di partiti, già al governo, oggi notevolmente screditati per tanti episodi recenti di corruzione: ODS

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