Ricominciare dai curdi, ricominciare dagli yazidi. La diversità, patrimonio inestimabile dell’umanità

La speranza è che la comunità internazionale possa presto risarcire i curdi delle dolorose prove di questi giorni, e delle sofferenze che subiscono anche a causa del cinismo di Erdogan e compagni e, insieme, dell’impotenza di Europa e Stati Uniti.  Quando sarà il tempo di costruire un nuovo ordine per il Medio Oriente, l’Europa avrà il dovere morale di sostenere la causa di uno stato curdo.  Disgraziatamente, le incalzanti vicende dell’Iraq e della Siria hanno trovato l’occidente impreparato e assopito, moralmente e intellettualmente.  C’è voluto troppo tempo prima che l’indignazione provocata dalle stragi dell’IS spingesse alla reazione, per ora ancora inadeguata.  E, intanto, per molti curdi, yazidi, sciiti, cristiani, ostaggi occidentali o, semplicemente, sunniti non integralisti il ritardo è stato fatale.  Ed è stato tragico per molte donne di tutte queste confessioni, vendute come schiave dei nuovi oppressori.  Per tutti questi destini spezzati oggi gridiamo vendetta, anche se la vendetta dovrà essere sotto il segno della rinascita e non della distruzione ulteriore.   Ma le colpe non stanno solo nelle ambiguità e nelle disattenzioni della politica internazionale, e nelle lotte di potere in Iraq, in Siria, in Turchia, in tutto il mondo arabo.  Le colpe stanno anche nelle nebbie intellettuali e morali che ostinano a farci considerare le montagne della Mesopotamia lontane e remote, proprio come alla svolta del secolo era avvenuto nei confronti dell’Afghanistan, prima del drammatico segnale di allarme dell’11 settembre 2001.  Di queste nebbie un segno provincialissimo è stato l’uso disinvolto, anche da parte di qualche politico nostrano, dei termini di curdi, sunniti e sciiti come se costituissero tre non precisate “etnie” collocabili sullo stesso piano.  Come se le guerre balcaniche dell’ultimo decennio del novecento non ci avessero insegnato nulla, sulla questione cruciale delle identità etniche e nazionali.

kurdistan1La sempre maggior rilevanza assunta da una tale questione ci ha condotto a riscoprire la conferenza seminale dello storico francese Ernest Renan il quale, nel 1882, aveva ben compreso come le nazioni fossero sempre il risultato di una complessa costruzione storica, politica e popolare.  Spesso le nazioni sono tenute insieme da una medesima appartenenza religiosa, da una medesima lingua e da una medesima storia, ma talvolta questo non basta.  Ancora più importante è ciò che avviene nella vita quotidiana, perché i membri di una nazione risultano tali solo se sono uniti dalla volontà di vivere insieme.  La nazione è “un plebiscito di tutti i giorni”: senza un tale plebiscito le nazioni possono disgregarsi e morire.  E, al contrario, le nazioni possono nascere.  E possono esistere anche nazioni i cui membri si riconoscono tali anche se non sono omologati da una lingua o da una religione comune.  In questo senso, il caso dei curdi è esemplare.                        I curdi parlano lingue differenti, anche se appartenengono tutte al ceppo iranico delle lingue indoeuropee.  Le molte varietà dialettali si sono oggi unificate attorno alle due lingue scritte del Kurmanji (soprattutto in Turchia) e del Sorani (Iraq).  Ma milioni di curdi parlano altre lingue ancora, che non definiremmo “curde” in senso stretto: sono le lingue Zaza-Gorani, che appartengono a un ramo differente delle lingue iraniche.  Chi si occupa dell’etnogenesi del popolo curdo sostiene che questo è un indizio di ondate di migrazioni successive dalle quali, per fusione, è nata successivamente l’attuale etnia curda.                 Ancora più notevole è la varietà religiosa dei curdi, mantenuta attraverso i secoli, che è sfociata in una visione laica della convivenza, approdo prezioso e singolare in una regione oggi travolta dal fondamentalismo.                                                                                    La maggioranza dei curdi kurdssi divide fra sunniti e sciiti, come è abituale in tutto il resto dell’area.  Decisiva al proposito è stata la funzione dell’antico confine che separava l’Impero turco degli ottomani, una dinastia sunnita, dall’Impero persiano dei safavidi, una dinastia sciita: così nell’antico territorio dell’Impero ottomano (Turchia, Siria, Iraq), i curdi sono in maggioranza sunniti e in Iran sono in maggioranza sciiti.  Ma anche in Turchia vi sono molti curdi aleviti: una variante sciita che, nonostante le frequenti persecuzioni ottomane, si è diffusa anche fra i turchi stessi, interagendo in vario modo con le usanze curde e turche pre-islamiche e con quelle delle confraternite islamiche dei sufi e dei dervisci, anch’esse protagoniste delle vicende religiose dell’Anatolia e dei Balcani moderni.  Dopo la prima guerra mondiale, molti aleviti sono diventati convinti seguaci di Atatürk, in vivace polemica con la tradizionale ortodossia sunnita.                                                                                                                              Vi sono stati e vi sono curdi cristiani, anche se minoritari: anzi, nel mondo curdo vi sono state e vi sono talune conversioni al cristianesimo, fatto non frequente nell’area.  Ed è probabile che molti dei cristiani di confessione “assira”, parimenti bersaglio delle atrocità dell’IS, siano di orgine curda e siano stati poi arabizzati nel corso dei secoli.  Vi sono curdi ebrei, oggi riparati tutti quanti in Israele, ma che continuano a considerarsi curdi.  Vi sono curdi zooroastriani, persino convertitisi in età recente.

Fra le religioni dei curdi vi sono da annoverare anche lo yazidismo e lo yarsanesimo (Ahl-e-YazidiHaqq), culti sincretici che portano l’impronta delle antiche religioni dell’Asia Minore e che poi si sono trasformati in un lungo processo di convergenza con le religioni monoteistiche.  La diversità religiosa dei luoghi è ancora maggiore se consideriamo anche gli Shabak, un gruppo etnico di lingua zaza-gorani la cui religione mescola elementi sufi, yazidi e cristiani, e i Mandei, un gruppo etnico di lingua neo-aramaica che traggono direttamente la loro religione da una fede del mondo antico.  Anche questi gruppi sono stati gravemente minacciati negli ultimi anni, e ora rischiano la scomparsa nelle loro terre d’origine (come nel caso degli yazidi, l’emigrazione in Europa e in America è la loro ultima risorsa).                                                                                 Così l’attuale guerra civile dell’islam, che è nel contempo guerra dell’IS contro tutte le fedi del pianeta, minaccia di estinzione, nella maniera più cruenta, uno straordinario mosaico di diversità religiose che connette il mondo antico e il mondo moderno, l’Anatolia, il Caucaso, l’Iran e il Medio Oriente, e che è patrimonio non solo dei curdi, ma dell’umanità tutta.  Questo mosaico è sopravvissuto alle invasioni di Gengis Khan e di Tamerlano, alle spinte Continua a leggere

La Svizzera, la Grecia, i difficili confini di un’Europa divisa

Il referendum che ha diviso a metà l’elettorato svizzero e che ha visto prevalere di misura la parte d’opinione pubblica propensa a contingentare ogni forma di immigrazione ha aperto in tutta quanta Europa discussioni a vasto raggio.  Prevedibilmente, i partiti nazionalisti e antieuropeisti – come quello di Marine Le Pen – hanno invitato a prendere come modello la decisione svizzera.   Ma si può anche approfittare dell’occasione per trarne lezioni assai differenti.  L’occasione, infatti, è spiazzante.  Per una volta i rapporti fra il dentro e il fuori si sono capovolti.  E’ la Svizzera che tende – moderatamente, a dire il vero – a ostacolare l’immigrazione dei cittadini dei vari stati dell’Unione Europea.  E questo potrebbe aiutarci a rammentare un tratto della storia europea anche recente, evidente ma sempre più rimosso: che in tutta l’età moderna l’Europa è stata terra di emigrazione molto più che di immigrazione.  Rivitalizzare anche in questo caso le memorie storiche dei nostri popoli e dei nostri stati potrebbe meglio aiutare ad affrontare con più consapevolezza ed equilibrio le vicende di una frontiera ben più tormentata dell’Unione Europea: quella mediterranea. 

Farmakonisi

Sono passati alcuni mesi dalla tragedia di Lampedusa, ma le situazioni drammatiche nel Mediterraneo continuano a replicarsi.  Nuove tragedie hanno luogo.  Il 24 gennaio, al largo di Farmakonisi, un’isola greca dell’Egeo, è affondata una barca di migranti provenienti dalla Turchia: 25 di loro erano afghani e 3 siriani, e tutti cercavano nella lontana Europa un approdo per sfuggire a situazioni instabili e pericolose.  Sono morte tre donne e nove bambini.  I sopravvissuti hanno accusato: i sorveglianti della guardia costiera greca avrebbero respinto la barca in piena tempesta, e persino rigettato in mare i naufraghi che cercavano scampo.  Naturalmente le autorità greche si sono affrettate a contestare i racconti dei sopravvissuti, che però sono stati presi molto sul serio dall’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalla Commissaria per gli Affari Interni dell’Unione Europea.  Le autorità greche hanno replicato sottolineando lo stress continuo a cui è sottoposta la nazione per far fronte alle ondate di immigrazione clandestina.  Ma l’eco della vicenda non si è spenta: dopo una manifestazione di protesta dei profughi afghani davanti al parlamento greco, il 20 marzo è stato tenuto un dibattito alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per discutere seriamente sulle cruciali implicazioni umane e politiche del ripetersi sempre più frequente di disastri del genere.

africa europa

La tragedia di Farmakonisi, come già quella di Lampedusa, mette in primo piano l’inadeguatezza delle regole a suo tempo stabilite dalla convenzione di Dublino: essa obbliga chi è in cerca di asilo a farne richiesta solo allo stato di primo approdo.  E ciò provoca una pressione insostenibile soprattutto sulle nazioni mediterranee: Italia, Grecia, Spagna.  Anche se è sperabile che le tensioni oggi aperte in un’altra frontiera critica dell’Unione Europea – quella con l’Ucraina e con la Moldova – non comportino significative ondate di profughi (qualche giorno fa alcuni tatari di Crimea hanno comunque chiesto asilo in Polonia), è chiaro che la convenzione di Dublino è del tutto inadeguata rispetto all’incalzare delle vicende dei nostri giorni.             Al tempo di Lampedusa, esponenti del governo tedesco si erano mostrati poco sensibili alle esigenze italiane, sostenendo che alla fine la Germania darebbe asilo a un maggior numero di profughi di quelli che vengono accolti nel nostro paese.  Ecco: è proprio di questo rimpallo di responsabilità quello di cui non abbiamo bisogno.  Né abbiamo bisogno che ogni paese e che ogni parte politica vada in ordine sparso, spesso avanzando proposte volte a blandire una parte dell’elettorato, improvvisamente conteso da nuovi partiti aggressivi e nazionalisti: così l’UKIP in Gran Bretagna e il rinnovato FN di Marine Le Pen in Francia.                                                                                                                            Dalle amare tragedie di Lampedusa e di Farmakonisi potrebbe derivare un insegnamento più costruttivo: fra le molte buone ragioni che oggi impongono un approfondimento dell’Europa politica e la rivitalizzazione della prospettiva di un’Europa federale la necessità di una visione comune in tema di immigrazione e di relazioni con il Sud del mondo è senz’altro una delle più urgenti, se non la più urgente.  L’attuale difformità e confusione delle opinioni e delle politiche getta un peso insostenibile sulle popolazioni costiere del Mediterraneo e, nello stesso tempo, dà dell’Europa una ben misera immagine nel mondo intero: come se una delle sue parti più ricche e sviluppate volesse sottrarsi alle responsabilità che le spettano per il bene comune.

globalmigrationAssumersi responsabilità non equivale certo ad ergersi a onnipotenti salvatori del mondo.  Ma significa definire regole e limiti comuni e presiedere alla loro evoluzione, nella prospettiva di aprire gradualmente nuove possibilità meno incivili alla vita associata degli individui e dei gruppi umani.  E assumersi responsabilità significa anche comprendere quanto rapidamente e quanto intensamente i flussi migratori che toccano l’Europa si siano invertiti nel giro di pochi decenni: l’Europa è sempre più simile a quelli che sono stati e ancora sono Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Argentina, tutte terre di immigrazione e di ospitalità per decine di milioni di europei che sfuggivano dalla povertà e da governi ostili o indifferenti.  Martin Schulz, presidente dell’attuale parlamento europeo, all’indomani di Lampedusa ha voluto porre l’accento proprio su questo nuovo aspetto dell’identità europea: per l’Europa d’oggi l’immigrazione non è un’emergenza, ma una condizione strutturale.  Anche e soprattutto in questo campo dobbiamo smettere di rifuggire dalla responsabilità politica e affrontare coraggiosamente il problema delle condivisione di nuove regole, con la consapevolezza che la situazione dell’Europa d’oggi è per molti versi nuova e inedita rispetto ai paesi dei nuovi mondi.  Sul piano spaziale qui non esistono frontiere da estendere, da colonizzare e da riempire, ove sistemare e qualche volta confinare i nuovi arrivati: l’Europa, anche se in calo demografico, è sufficientemente piena e la crisi economica aumenta ulteriormente i conflitti che ne derivano.  Ma proprio la crisi e la stagnazione attuali rendono per l’Europa vitale la frontiera dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica, che si alimenta di alterità in relazione, che si nutre di un sottile equilibrio fra unità e diversità. La difficile scommessa è di delineare una società in cui le relazioni fra diversità culturali siano sostenibili e generative, in cui soggetti vecchi e nuovi interagiscano e generino nuovi spazi di possibilità, invece di separarsi, di combattersi o di omologarsi.

popoli in fuga

Ma la sfida continua a non venir percepita, e non solo per la miopia di molti politici.  Il fatto è che i cittadini dell’Europa d’oggi, quasi indipendentemente dalle loro visioni ideologiche e dalla loro formazione culturale, faticano a entrare nella condizione e nell’emozione dei migranti in fuga, convinti di essere schermati per diritto dalle violenze di cui soffrono e legittimati dunque a rivolgersi a loro con simpatia, con condiscendenza o con avversione, a seconda delle opinioni soggettive.  Eppure non bisognerebbe essere grandi esperti di storia per comprendere che le sofferenze da cui oggi l’Europa è circondata da ogni parte sono le stesse sofferenze che hanno dilagato in Europa in un passato assai recente.  La storia europea dalla guerra di Crimea di metà ottocento alle guerre balcaniche di fine novecento è percorsa da un sinistro filo rosso di popoli e di individui (decine di milioni: un bilancio preciso è arduo) fuggiti, espulsi, scacciati, deportati, Continua a leggere

Ucraina, le ombre di un secolo lungo: le ossessioni della Russia, le mancanze dell’Europa

Subito dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, lo storico inglese Eric Hobsbawm incarnò il comune sentire del momento in una felice espressione: il ‘secolo breve’, 1914-89, era ormai alle spalle, con tutte le sue guerre e le sue tragedie.  Ma oggi, alla vigilia della scadenza dell’anniversario del 1914, si fa strada una sensazione quasi opposta: il ‘secolo breve’ ci appare come un ‘secolo lungo’, che ancora non vuole passare e che ci tiene prigionieri.  Sì, a tutt’oggi Berlino e dintorni – la Germania, l’Europa occidentale e buona parte dell’Europa centro-orientale – restano fedeli all’unica vera invenzione politica e istituzionale degli ultimi decenni: la sovrapposizione di sovranità prospettata (e non ancora pienamente attuata) dall’Unione Europea.  Ma da tutte le parti i conflitti aperti nell’ultimo secolo, o prima ancora, continuano a congelare i popoli e le nazioni: le frettolose linee di divisione messe in atto tra Israele e paesi arabi nel 1948 e fra India e Pakistan nel 1947; la spartizione coloniale del Medio Oriente subito dopo la prima guerra mondiale; l’inimicizia radicata fra Cina e Giappone che risale almeno al 1895, quando la Cina sconfitta dovette cedere al Giappone Taiwan e lasciargli mano libera in Corea.  E la “nuova guerra fredda” che incombe dopo le intromissioni della Russia in Ucraina ci porta ancora più indietro: alla situazione internazionale nel corso dell’ottocento, quando il conflitto mondiale principale e persistente era fra Russia e Gran Bretagna.

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La concezione dei confini e della politica internazionale che oggi motiva e muove la Russia di Putin è esattamente quella della Russia imperiale dell’ottocento.  Il confine è una linea di divisione che separa un dentro e un fuori, un noi e un loro.  La politica internazionale è un gioco a somma zero in cui alle mie vittorie fanno da contrappunto le sconfitte altrui, vittorie tanto più apprezzate quando suonano come rivincite delle proprie sconfitte e delle vittorie altrui del passato.  Questa visione, naturalmente, non era solo russa, ma era condivisa da tutti gli imperi e da tutte le nazioni europee dell’ottocento.  Presiedeva alla sistemazione dei confini europei dell’Europa post-napoleonica (Congresso di Vienna, 1815), quando gli antichi universalismi dell’Impero Germanico e della Chiesa di Roma erano ormai svaniti nel nulla.  E nel corso di tutto l’ottocento si era irrigidita in Europa ed era dilagata nel mondo, coinvolgendo aree e popoli per i quali le esperienze dei confini lineari e delle sovranità assolute, esclusive e rivali erano aliene: pensiamo all’Africa, ai nativi dell’America Settentrionale o, ancora, ai popoli nomadi delle steppe dell’Asia Centrale.  In Europa, la convinzione che il successo della nazione si misuri con le sue vittorie nei giochi a somma zero ha precipitato il continente in una distruttiva “guerra civile” che ha incendiato l’intero pianeta (1914-45).  Nel mondo, le spartizioni imperiali e coloniali fra possessi territoriali e aree di influenza ostacolano ancor oggi le convivenze fra le molte etnie e religioni dei singoli stati post-coloniali (l’Africa e il Medio Oriente sono casi fin troppo drammaticamente esemplari).

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Naturalmente altre visioni, altri giochi sono possibili, e sempre più necessari.  I confini possono essere ritradotti come luoghi di sovrapposizione e di integrazione fra culture, identità e qualche volta persino sovranità, come nuclei di emergenza e di sperimentazione di nuove forme di cooperazione economica e sociale.  Gran parte delle nazioni e dei popoli europei hanno iniziato ad elaborare una tale visione non per una loro particolare lungimiranza, ma perché costretti dai risultati autodistruttivi della visione tradizionale. Mentre negli ultimi decenni l’Unione Europea ha goduto di notevole successo per la reinterpretazione dei suoi confini interni, ha però sottovalutato la possibilità di una reinterpretazione dei suoi confini esterni.  Anzi, ha trascurato l’intera questione.                Se c’è un territorio in cui le culture, le identità, la storia e le storie dell’Europa e della Russia si sovrappongono questa è l’Ucraina: frontiera nel presente per la varietà delle identità culturali dei suoi abitanti, frontiera nel passato per la molteplicità degli influssi di Roma e di Costantinopoli, di Varsavia, di Mosca e di Vienna.  Ciò è esattamente quello che vogliono negare la visione e le azioni della Russia di Putin.  Ma per potere contrastare efficacemente questa visione e queste azioni, bisogna chiedersi se non l’abbiamo negato anche noi.                                                                                                                                    Il problema cruciale, per l’Europa e per gli Stati Uniti, non è Putin, ma il consenso che le sue mosse oggi ricevono dal popolo russo: consenso che non si spiega soltanto sulla base della completa e voluta disinformazione di quanto avviene effettivamente in Ucraina.  Anzi, è probabile che Putin sia così deciso nella sua linea di condotta proprio al fine di

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La balcanizzazione della Siria, nella guerra civile dell’Islam

Le enormi difficoltà che dovettero affrontare le potenze vincitrici della prima guerra mondiale per costruire un “nuovo ordine” europeo sono un tema centrale della storiografia contemporanea:  gli storici hanno messo in evidenza con dovizia di analisi come buona parte dei conflitti che poi sfociarono nella seconda guerra mondiale traggano le loro radici dal clamoroso fallimento delle sistemazioni geopolitiche del 1919-20.  Oggi, alla luce dei conflitti che a quasi cent’anni di distanza continuano a moltiplicarsi nel Medio Oriente, non possiamo non concludere come altrettanto fallimentare sia stata la contemporanea sistemazione post-bellica in questa area: a tutt’oggi i popoli della regione e, insieme, l’Europa e il mondo intero, continuano a subirne le conseguenze.  In particolare, disastrosa si è rivelata l’attitudine dei vincitori di allora (e soprattutto della Gran Bretagna e della Francia) di volere annientare l’avversario. Gli smembramenti concepiti a tavolino dell’Impero Austro-Ungarico in Europa e dell’Impero Ottomano in Medio Oriente continuano a gettare un’ombra lunga sul nostro presente. 

Sykes-Picot

Nel Medio Oriente arabo antecedente al 1914, che era sotto controllo ottomano, l’ordinamento territoriale era del tutto eterogeneo rispetto a quello attuale e non esisteva nulla di simile agli odierni stati di Siria, Libano, Giordania, Iraq (e tantomeno Palestina).  In particolare, il vilayet (“provincia”) della Siria non coincideva con gli odierni confini ma costituiva una sottile striscia che da Damasco si estendeva lungo il corso del Giordano fino a comprendere buona parte, appunto, dell’attuale stato della Giordania.  Il resto del territorio siriano era diviso fra il vilayet di Aleppo, quello di Beirut (che era più esteso del Libano attuale) e il sangiaccato di Zor (che comprendeva la parte desertica orientale lungo il corso dell’Eufrate).  Quando nel 1916 Gran Bretagna e Francia decisero di spartirsi sulla carta il Medio Oriente ottomano, essi non seguirono i preesistenti confini amministrativi, bensì le proprie considerazioni di ordine imperiale e simbolico: da un lato la Gran Bretagna si sarebbe facilitata la connessione fra la parte nordafricana (Egitto) e la parte asiatica (India) del proprio impero globale; dall’altro la  Francia si sarebbe assicurata regioni che ancora ospitavano nuclei consistenti di cristiani delle più varie confessioni, asserendo una continuità con quei legami simbolici, culturali e commerciali che risalivano al medioevo e alla presenza degli stati dei principi francesi al tempo delle crociate.

French Syria states map

Quando nel dopoguerra i francesi entrarono in possesso del territorio desiderato, essi dovettero affrontare direttamente il problema del governo e della coesistenza di una pluralità di culture e di religioni.  E la loro strategia originaria fu di dividere la Siria in vari stati autonomi in qualche modo corrispondenti alle varietà identitarie della regione: ai due stati di Damasco e di Aleppo (popolati in maggioranza da arabi sunniti) si aggiungevano così il Libano (popolato in maggioranza da cristiani maroniti), il sangiaccato di Alessandretta (o Hatay, con una forte presenza turca), lo stato alawita imperniato sulla città di Latakia (gli alawiti sono sciiti, in forte contrapposizione con la maggioranza sunnita) e la regione del Gebel druso.  A loro volta, i drusi sono una religione del tutto particolare, che comprende non solo elementi delle tre religioni monoteistiche ma anche concezioni gnostiche risalenti ai primi secoli dell’era moderna.                                                                                                                   La tormentata evoluzione fra le due guerre del mandato francese della Siria è testimonianza non solo della difficoltà di controllo del territorio, ma anche delle sue fratture ed eterogeneità interne.  Il Libano e lo Hatay andarono per la loro strada: il primo divenne una repubblica autonoma nel 1926 e uno stato indipendente nel 1943; il secondo fu annesso dalla Turchia nel 1939.  Al contrario gli stati di Aleppo e di Damasco (nel 1924) e gli stati alawita e druso (nel 1936) confluirono nella nuova repubblica unitaria della Siria, che acquisì la piena indipendenza all’indomani della seconda guerra mondiale (1946).     Ma non per questo si smorzò la conflittualità ancestrale fra sunniti e sciiti: risalente alle origini stesse dell’Islam, nei secoli del dominio turco era stata ravvivata dalle continue guerre fra l’Impero Ottomano di aderenza sunnita e dall’impero persiano governato dalla dinastia sciita dei savafidi: per questo motivo gli sciiti dell’Impero Ottomano erano oggetto di diffidenza e di discriminazione quali “quinta colonna” del nemico.                                    Il movimento nazionalista siriano fra le due guerre, indipendentista e tenacemente antifrancese, era dominato dai sunniti mentre gli alawiti erano tendenzialmente filofrancesi, e non molto attratti dalla prospettiva di una Siria unitaria.  Ma gli alawiti, insieme ai drusi e ad altri gruppi (pur sunniti) socialmente marginalizzati, divennero una componente decisiva dell’esercito siriano.  Così le prospettive si capovolsero: subito dopo l’indipendenza siriana, nel 1949, un colpo di stato militare rovesciò la classe dirigente che aveva condotto Continua a leggere

Taksim, Istanbul: una piazza fra molti mondi

La rivolta urbana di Piazza Taksim a Istanbul si presta a molte letture, e ognuna di queste può apportare un contributo alla comprensione.  I fatti che hanno luogo in questi giorni in Turchia sono comunque una conferma del ruolo mediano di questo paese negli scenari globali.  Perché quanto avviene a Taksim è ad un tempo molto europeo e molto nordafricano/mediorientale. Da un lato esprime la rabbia di un movimento dei cittadini, che aspirerebbero a essere consultati sui grandi progetti di trasformazione urbana riguardanti la propria città, oggi imposti dall’alto.  Da un altro, questa “primavera turca” ha certamente alcuni tratti in comune con i sommovimenti del mondo arabo di questi anni e, soprattutto da parte dei giovani e delle donne, è una condanna delle contraddizioni della via “islamica moderata” adottata dal partito AKP oggi al potere.

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Istanbul è una città che negli ultimi decenni si è dilatata fuori misura, ospitando nei suoi sobborghi le continue ondate di immigrazione dall’intera Anatolia.  Nello stesso tempo è stata fatta oggetto di notevoli speculazioni e cementificazioni che rischiano di stravolgere il panorama umano tradizionale, fatto ancora di vita di quartiere e di relazioni dirette.  L’idea di costruire un ulteriore centro commerciale a Gezi Park, uno dei pochi “polmoni verdi” al centro della città, è percepita come infelice sia dal punto di vista pratico sia dal punto di vista simbolico.  E intanto procede il processo di gentrification, per cui il tessuto ancora popolare dei quartieri storici viene infranto per far posto a costruzioni di maggior rendita economica, sia a scopo commerciale che abitativo, ma di dubbio valore urbanistico e architettonico.  Il timore dei cittadini che la città perda la sua tradizionale porosità, tipica della città mediterranea, per intraprendere una presunta mondializzazione falsa e forzata è più che giustificato.  Senza contare che oggi Istanbul affoga nel traffico e che i nuovi progetti viari e autostradali (come il terzo ponte sul Bosforo) rischiano di aggravare, piuttosto che di alleggerire la situazione.                                                              Ma naturalmente questa è una lettura parziale del malcontento contro il primo ministro Recep Erdogan.  A lui e al suo partito viene anche imputata un’islamizzazione strisciante che tocca la vita quotidiana dei cittadini.  Sono state approvate leggi che limitano il

raki

consumo di bevande alcoliche nelle ore notturne.  E soprattutto non verranno date licenze alcoliche ai nuovi locali situati in prossimità di moschee o di edifici pubblici: il che limita fortemente le possibilità di queste licenze, data la fitta rete di moschee e di edifici pubblici nell’urbanizzatissima Istanbul.  Non è marginale che i giovani di piazza Taksim tengano in mano le bottiglie di birra come segno di identità.  Come non è marginale che sia in atto un conflitto simbolico a proposito la definizione della bevanda nazionale turca: il raki, la bevanda alcolica a base d’anice amata dai laici, o l’ayran, la mescolanza analcolica di yogurt e acqua privilegiata dagli islamisti?  Altrettanto fastidioso viene percepito il moralismo sessuale del regime: ad Ankara è stata inscenata una manifestazione di “baci di massa” in una stazione della metropolitana, che la polizia ha puntualmente combattuto appunto con la motivazione che andava contro il codice di comportamento normativo per i luoghi pubblici.  In questo senso la società turca dei nostri giorni ha certo evidenti aspetti in comune con le società degli altri paesi islamici mediterranei dopo le “primavere arabe”: una società profondamente divisa – nei costumi prima ancora che nelle ideologie – fra laici e islamisti, anche se in questo caso la frangia islamista estrema (quella che nell’Africa settentrionale è espressa dai salafiti) è molto marginale.                                                                                                                                 Nelle vicende turche dei nostri giorni esiste però anche una componente particolare, non direttamente comparabile né con l’Europa né con il mondo islamico.  E’ la rivolta di una società stanca di autoritarismo, di quella “democrazia dimezzata” che ha accompagnato tutta la storia dello stato nazionale turco dalla sua fondazione ad oggi.  E’ noto come la Continua a leggere

Hatay: fra turchi e arabi, fra cristiani e islamici

Il recente attenato di Reyahnli, città turca in prossimità del confine con la Siria, è stato un grave fatto di sangue: l’esplosione di due autobombe ha fatto almeno 46 morti e 140 feriti.  E ha contribuito notevolmente all’aumento della tensione internazionale, giacché la Turchia ritiene che alla sua fonte si trovino i servizi segreti del regime siriano di Assad.   Da parte governativa siriana, invece, si è asserito che, se dei siriani sono alla base dell’attentato, essi dovrebbero essere ricercati nella vasta e contraddittoria schiera degli  oppositori al regime di Assad.  Anche in Turchia c’è comunque chi crede al possibile intervento di gruppi di integralisti islamici, per destabilizzare ulteriormente la regione.

L’attentato ha riproposto in primo piano la lunga e ricchissima storia della provincia dello Hatay, un luogo a tutt’oggi multiculturale e multireligioso, in cui si sovrappongono le rispettive aree di popolamento dei turchi e degli arabi.               antiochia di siriaIl carattere strategico dell’area per le relazioni fra occidente e oriente risale almeno all’età ellenistica.  Nel 300 a. C. Seleuco – uno dei più importanti successori di Alessandro Magno – vi fondò la città di Antiochia e ne fece la capitale del suo regno.  Antiochia di Siria, o Antiochia sull’Oronte (come fu chiamata per distinguerla da altre città omonime) divenne poi la capitale della provincia romana della Siria.  Dopo Roma e Alessandria d’Egitto fu la terza città più popolosa del mondo nell’evo antico.                                               Antiochia fu teatro di importantissime vicende del Cristianesimo delle origini.  Forse il primo a introdurvi la nuova fede fu San Pietro, e questo fece sì che il patriarca di Antochia rivendicasse un suo primato rispetto al papa di Roma.  Fu poi sede della predicazione di San Paolo e fu qui che i seguaci di Cristo vennero per la prima volta considerati appartenenti alla nuova religione ‘cristiana’.  Ad Antiochia si insediò uno dei cinque patriarcati della cristianità originaria (con Roma, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme), che ancora adesso si continua nel titolo conferito al patriarcato della chiesa ortodossa orientale con sede a Damasco.                                                                           bundestagHatayDistrutta da un terremoto nel 526, la città non tornò più al suo antico splendore. Insieme alla regione circostante, Antiochia appartenne successivamente ai persiani, ai bizantini, ancora ai persiani, agli arabi, ancora ai bizantini, ai turchi selgiuchidi, a vari principi cristiani spinti in oriente dalle Crociate, ai mamelucchi e infine, dopo il 1517, all’Impero Ottomano.  Le vicende storiche lasciarono una profonda e variegata stratificazione etnica e religiosa, che ancor oggi è una caratteristica di tutta quanta la Siria.  E al vilayet (“provincia”) di Aleppo, che comprendeva buona parte della presente Siria, la regione dello Hatay apparteneva agli inizi del novecento e allo scoppio della prima guerra mondiale, quando la parte araba dell’Impero ottomano divenne oggetto delle mire delle potenze europee: Gran Bretagna e Francia.  Come è noto, ebbe allora luogo un intricato gioco diplomatico.  Da un lato Gran Bretagna  Continua a leggere