Spagna 2016, microcosmo d’Europa?

Il 2015 è stato un anno di grande incertezza e mutevolezza negli scenari politici e nelle opinioni pubbliche dei maggiori paesi dell’Europa occidentale.  Varie crisi si sono sfrangiate, connesse e amplificate a vicenda:  alle crisi dell’occupazione e dell’economia di lunga data, alla crescente disillusione nei confonti delle classi politiche nazionali ed europea si sono aggiunte la minaccia concreta del terrorismo jihadista e l’irruzione inaspettata (quanto ad estensione e a conseguenze immediate) dei profughi e dei rifugiati provenienti da fronti di crisi che l’occidente stesso ha contribuito a creare.  L’impatto di questi processi concomitanti è profondo, e contribuisce a disgregare equilibri ideologici, politici ed elettorali logori, che nei diversi paesi si erano prodotti e consolidati nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Spain-2015Così, le elezioni nazionali che si sono tenute nel 2015 nel Regno Unito, le elezioni regionali francesi, le elezioni nazionali e regionali tenute in Spagna, l’evoluzione del quadro politico tedesco hanno tutte mostrato che la tradizionale democrazia dell’alternanza (in generale: fra un centrodestra e un centrosinistra che guardano al centro, per convincere gli elettori indecisi e in grado di fare di volta in volta la differenza) vive una fase di grande difficoltà, e forse ha davvero finito il suo ciclo storico.  Che cosa possa sopravvenire al suo posto è incerto, e molto dipenderà dalla responsabilità, dalla capacità di movimento e dall’immaginazione dei singoli attori politici.  Per il momento, assistiamo a una maggiore diversificazione dei contesti politici, partitici ed elettorali delle singole nazioni, più dipendenti che in passato dalle specificità e dagli sviluppi locali, in un momento in cui le ideologie onnicomprensive non giocano più un ruolo centrale.                                                                                                                     Proprio per la presente incertezza sulle possibili ricomposizioni dei sistemi politici europei, le elezioni legislative spagnole del dicembre 2015, e le conseguenti difficoltà per la formazione del governo, assumono un significato la cui portata va ben al di là dei confini della nazione iberica.  Dal ritono della Spagna alla democrazia, nel 1977, vi  imperava un bi-partitismo di fatto, con presenze limitate della sinistra radicale e, insieme, degli esponenti dei partiti autonomisti e nazionalisti, baschi e catalani in primo luogo.  A partire dal 1983, poi, i due partiti a tutt’oggi più forti (PP e PSOE) si sono alternati regolarmente al potere, ma non sempre il loro governo si è basato su una maggioranza assoluta conseguita alle elezioni: spesso, hanno dovuto ricorrere ad accordi con gli esponenti autonomisti e nazionalisti, i quali – nella veste di “ago della bilancia” – hanno avuto un’influenza ben superiore alla loro stretta consistenza numerica.  Anzi, dal 1989 al 2008 questa è stata quasi la norma.  Felipe Gonzales (PSOE) è stato eletto primo ministro con felipe_1hl’astensione di catalani e baschi nel 1989 e con il voto favorevole degli stessi catalani e baschi nel 1993; il suo successore José Maria Aznar (PP) si è appoggiato sul voto favorevole di catalani, baschi e della coalizione delle Canarie nel 1996; infine José Zapatero (PSOE) nel 2004 ha avuto il voto favorevole di alcuni catalani, della coalizione delle Canarie, dei galiziani e degli aragonesi, insieme all’astensione dei baschi e di altri catalani; nel 2008 invece gli esponenti dei partiti autonomisti si sono quasi tutti astenuti (favorendo comunque la conferma di Zapatero)                                                                             Nel parlamento eletto a dicembre 2015, oltre a 8 esponenti di partiti baschi e a un esponente della coalizione delle Canarie, siedono 17 esponenti dei partiti catalani.  Ma, rispetto al passato, l’utilizzazione poilitica di questi ultimi voti per l’insediamento del nuovo governo è molto più difficile: i 17 deputati catalanisti appartengono infatti a due forze politiche impegnate esplicitamente nel processo unilaterale di proclamazione di indipendenza della Catalogna.  E’ inutile dire che la massima parte degli esponenti politici delle altre regioni spagnole, e soprattutto gran parte dei loro elettori, considerano l’indipendenza della Catalogna una prospettiva disastrosa, da impedire ad ogni costo.  Chi cercasse di aprire una trattativa con questi esponenti rischia una forte impopolarità, a meno di essere così abile da convincerli a rinunciare ai loro sforzi di proclamazione di un’indipendenza unilaterale (il che, sul breve periodo, è assai improbabile).   podemosMa la conseguenza più dirompente delle elezioni di dicembre 2015 è che nel parlamento spagnolo (Cortes) oggi siedono altri due partiti – Podemos e Ciudadanos – quasi di uguale consistenza rispetto alle forze tradizionali; che un’alleanza dei “nuovi” fra di loro è praticamente esclusa (rivolgendosi Podemos a un bacino elettorale molto più a sinistra che Ciudadanos); che l’alleanza rispettiva di questi partiti persino con il partito tradizionale più affine (Podemos con il PSOE, Ciudadanos con il PP) incontra altrettanti problemi; che l’idea di una grande coalizione (PP e PSOE) è rigettata dalla massima parte del PSOE, dati gli enormi casi di corruzione imputati al PP negli anni del suo governo.

Forse il dato che meglio rappresenta l’ampiezza del sommovimento elettorale del dicembre 2015, sul medio periodo, sta nel fatto che nelle elezioni del 2008 l’83,8% degli elettori spagnoli aveva dato la loro preferenza a uno dei due partiti maggiori; che nel 2011 questa percentuale era scesa al 73,4 %;  che nel dicembre 2015 è approdata a un 50,7% ben più contenuto.  La perdita complessiva del 33,1% dei consensi in sette anni Riverasegnala un’intensa disaffezione nei confronti di quadri politici considerati sempre più inadeguati.  Non a caso il travaso dei voti ha anche una precisa componente generazionale: le generazioni più giovani votano in modi differenti da quelle anziane, e hanno più fiducia in persone che considerano più vicine ai loro modi di vita e ai loro bisogni.

Per comprendere la profondità del sommovimento oggi in atto nel sistema politico spagnolo è tuttavia importante allargare lo sguardo dai risultati puri e semplici dell’evento nazionale ai risultati delle elezioni regionali che si sono svolte qualche mese prima.  Nella primavera del 2015, infatti, sono stati rieletti gli organi parlamentari di 13 delle 16 comunità autonome di cui si compone il quadro regionale spagnolo (eccettuata dunque la Catalogna, che ha votato nell’autunno, e i Paesi Baschi e la Galizia, che voteranno nel 2016). Dei governi uscenti, 10 erano basati sul PP e 3 sul PSOE, oltre al governo di minoranza della Navarra, in mano a una forza politica locale filospagnola e opposta al nazionalismo basco (UPN, Unione del Popolo Navarro).  Dopo le elezioni, al PP sono restate solo 4 regioni mentre in 9 il governo è basato sul PSOE, con la Navarra che continua a essere governata da forze politiche locali, ma questa volta di segno esattamente opposto, cioè filobasche.  Ma, soprattutto, prima del 2015, 8 dei governi regionali del PP erano basati su una maggioranza più e meno ampia, e solo in Extremadura esisteva un governo del PP di minoranza; a sua volta il PSOE aveva un governo di maggioranza in Andalusia, un governo di minoranza nelle Asturie e un governo di coalizione nelle Canarie con il partito regionalista.  Oggi, al contrario, nelle 4 regioni restate al PP i governi sono di minoranza; il PSOE ha 4 governi di minoranza, mentre ha stabilito coalizioni con i partiti regionalisti in 5 Comunità Autonome (oltre alle Canarie, in Aragona, nelle Baleari, in Cantabria e nella Comunità Valenciana).  E regiones_autonomasnei voti di insediamento dei governi di minoranza, il PP ha goduto del voto positivo di Ciudadanos nella Murcia e nella regione di Madrid, e sulla sua astensione  in Castiglia-Leon e a La Rioja; invece il PSOE ha avuto il voto favorevole di Podemos nella regione di Castiglia-La Mancha e in Estremadura, di Ciudadanos in Andalusia e nell’astenzione concomitante di Podemos e di Ciudadanos (oltre al voto favorevole di Izquierda Unida) nelle Asturie.  Aggiungiamo che Podemos ha dato il suo voto favorevole alle giunte guidate dal PSOE in Aragona, alle Baleari e nella Comunità Valenciana, e si è astenuto in Cantabria.                                    Un tratto caratteristico dell’elettorato europeo degli ultimi anni è che le grandi città votano molto diversamente da altri segmenti del territorio, e in questo la Spagna del 2015 non ha fatto eccezione.  Nelle elezioni comunali, che in genere sono state accorpate alle elezioni regionali, spiccano i casi di Madrid e di Barcellona.  Nell’assemblea uscente di Madrid, eletta nel 2011, il Partido Popular aveva una comoda maggioranza assoluta di 31 seggi su 57.  Nel 2015, ha ottenuto invece una risicata maggioranza relativa di 21 seggi, mentre 20 sono andati alla nuova formazione di Ahora Madriduna lista locale alla quale ha aderito anche Podemos, e 9 seggi ai rappresentanti del PSOE.  Il risultato è stato che, quando si è trattato di eleggere il sindaco da parte dell’assemblea risultante dalle elezioni, i voti del PSOE sono confluiti sulla candidata di Ahora Madrid, Manuela Carmena, che così è riuscita a governare la capitale spagnola.  Molto simile è la base elettorale del sindaco di Barcellona, Ada Colau: anch’essa è alla testa di barcelonauna lista locale, Barcelona en Comù, appoggiata anch’essa da Podemos, o meglio dalla sua versione catalana (Podem).  In questo caso la lista di Barcelona en Comù aveva già avuto la maggioranza semplice al momento delle elezioni.  Per essere eletta sindaco, Ada Colau è poi riuscita a far convergere sul suo nome i rappresentanti della versione catalana del PSOE (cioè il PSC) e anche qualche indipendentista di sinistra.

Il quadro della situazione post-elettorale spagnola, a tutt’oggi di non facile risoluzione, ci presenta comunque alcuni chiavi di decifrazione.  La prima è che il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico.  Ovvero:  il PP, oggi al governo, è inviso agli altri tre partiti maggiori per una sua gestione disinvolta e corrotta della cosa pubblica.  Ma questo Continua a leggere

Cambiare l’Italicum. Ciò di cui la Camera dovrebbe discutere.

I molti motivi per cui l’attuale proposta della legge elettorale in fase di approvazione possa risultare dannosa per l’Italia sono già stati discussi nei miei interventi precedenti.  E i motivi per cui la recente riformulazione della proposta di legge elettorale mantenga e forse intensifichi questi problemi, rispetto alla proposta di un anno fa, sono stati oggetto del mio ultimo intervento.  Tuttavia, è ancora opportuno sintetizzare alcune questioni da porre ai sostenitori dell’odierna formulazione, prima che essi la facciano licenziare senza gli auspicabili cambiamenti. 1) L’Italicum, troppo sbilanciato verso la governabilità a scapito della rappresentanza, non ha nessun analogo nei sistemi delle democrazie europee e occidentali, nemmeno quando queste abbiano introdotto correttivi più o meno spinti a favore della governabilità.  In particolare, sono anomali sia il premio di maggioranza, che in casi particolari diverrebbe smodato e immotivato, sia la messa fuori gioco di ogni possibile coalizione.  A tal proposito, non credo sia opportuno fare riferimento alla creatività italiana, quando si tratta piuttosto del predominio di obiettivi locali e a corto termine, a tutto scapito di una visione ampia, sia sul piano spaziale che temporale.  2) Negando l’utilità e la possibilità stessa delle coalizioni, la legge incentiva la tendenza, già esasperata nel nostro paese, a concentrarsi solo sulla vittoria della propria parte e ad eclissare la necessità di operare per il bene comune.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, data l’estrema litigiosità che ha caratterizzato e che continua a caratterizzare il quadro politico italiano degli ultimi decenni?  3) Il privilegio eccessivo della governabilità rispetto alla rappresentanza può generare un forte scollamento tra il Parlamento e il paese reale, con gravi difficoltà per chiunque sia al governo e con una pressione eccessiva della piazza sulle istituzioni.  Siamo proprio convinti che questa sia una scelta valida, nell’età dei facili populismi e delle politica basata su affermazioni ad effetto?  4) L’esaltazione del principio “chi vince decide”, enfatizzando il carattere agonistico delle relazioni fra le parti in gioco e riducendo la ricerca del consenso e delle mediazioni nelle fasi intermedie di una legislatura, può produrre bruschi rovesciamenti di fronte al momento delle elezioni e condurre i nuovi vincitori a esasperare le discontinuità politiche nei confronti del governo sconfitto.  E invece di una certa continuità nelle scelte di fondo (ad esempio nell’attuazione di grandi e piccoli progetti infrastrutturali, nel sostegno alla formazione e alla ricerca, nella politica ecologica ed energetica, nelle relazioni con l’Europa, nella collocazione internazionale) oggi la democrazia italiana e le democrazie europee ne hanno senz’altro bisogno, come insegna il caso svedese.  I precedenti dei bruschi rovesciamenti di fronte spesso avvenuti di recente nei paesi dell’Europa centro-orientale non sono certo confortanti al proposito.  5) A sintesi di tutto ciò, ha luogo un implicito spostamento dalla centralità del parlamento alla centralità dell’esecutivo, senza che peraltro siano stati pensati e messi in atto gli indispensabili correttivi.              elezioni_in_italia_1946-1992Non è facile comprendere perché i sostenitori dell’attuale formulazione della legge elettorale siano inconsapevoli di questi problemi, o per lo meno sembrino di esserlo.  Ma forse sono intrappolati nella loro stessa retorica.  Dato che a loro parere la ragion d’essere principale dell’attuale governo è una rapida messa in atto delle riforme, ogni variazione alla lettera stessa delle riforme proposte – anche se si tratta di variazioni avanzate con intenti esplicitamente migliorativi -  viene percepita come un attacco al percorso delle riforme in toto e, insieme, al governo e alla sua leadership.  La discussione alla Camera dell’attuale proposta di legge elettorale dovrebbe aiutare a dissipare questa trappola retorica.  Licenziare una legge che non trova corrispondenze nel mondo democratico occidentale, di dubbia validità costituzionale, di opportunità politica altrettanto dubbia, dalle incontrollabili conseguenze future, costituirebbe una falsa partenza nel percorso delle riforme.  Proprio chi più ha a cuore riforme adeguate per un risanamento del nostro paese dovrebbe augurarsi che l’attuale formulazione della legge venga cambiata.                                                  Dobbiamo chiederci quale sia lo spazio di manovra disponibile entro l’iter frettoloso del momento, in cui la volontà dell’esecutivo prevale senz’altro sulla libera discussione nell’ambito del corpo legislativo.  A breve termine, è difficile ipotizzare una messa in discussione dell’impianto fondamentale della legge, e soprattutto del principio del premio di maggioranza su cui continua a essere imperniata, alla pari della legge del 2006.  E tuttavia si può far sì che l’applicazione di questo premio di maggioranza sia regolata in maniera meno meccanica ed esasperata.  In primo luogo, si può evitare che all’eventuale ballottaggio per l’accesso al premio di maggioranza, e quindi al governo stesso del paese, prendano parte forze politiche che al primo turno abbiano preso meno del 30% dei voti.  Nella legge può essere incorporato il principio che una parte politica acceda al ballottaggio solo se al primo turno abbia preso almeno il 30% dei voti: e notiamo che questa continua a essere una soglia bassa, perché i seggi che spetterebbero alla parte politica vincente sarebbero comunque circa il 75% in più di quelli che le spetterebbero su base strettamente proporzionale.  Il principio potrebbe così suonare: se due parti politiche superano al primo turno il 30% dei voti, entrambe accedono al ballottaggio; se una sola parte politica supera il 30% dei voti essa vince comunque al primo turno e prende il premio di maggioranza (per una sorta di “manifesta inferiorità” degli oppositori); se nessuna parte politica supera il 30% dei voti non si deve tentare di forzare la situazione, e il premio di maggioranza, che risulterebbe eccessivo, non può venire assegnato.  In tal caso, e solo in tal caso, non si può che procedere a una distribuzione proporzionale dei seggi con la soglia di sbarramento al 3%.                                                                             Evidentemente lo spirito dell’attuale legge considera quest’ultimo un caso rovinoso, da evitare in ogni modo.  Ma un’opportuna riformulazione della legge lo può rendere molto raro, praticamente impossibile.  Questa riformulazione deve rimettere in gioco le tanto biasimate coalizioni.  Si può stabilire che al ballottaggio accedano non le due liste, ma le due coalizioni che al primo turno superino il 30% dei voti.  La differenza fra le due formulazioni è importante.  Se una parte politica ambisce a governare, e per prima cosa ambisce a vincere le elezioni, deve saper “giocar bene”, deve saper intercettare almeno il 30% delle preferenze degli elettori, che in una società complessa come la nostra sono molto diversificate: per questo le coalizioni sono uno strumento flessibile che favorisce  la pluralità e la consonanza delle voci nello stesso tempo. Al contrario, i “duri e puri” del momento – populisti o dogmatici che siano – troveranno certo più difficoltà ad accedere al ballottaggio.  Una tale versione della legge richiederebbe alcuni interventi di riequilibrio: ad esempio le varie componenti della coalizione vincente (solo della coalizione vincente) devono avere una qualche rappresentanza in parlamento, anche senza raggiungere la soglia del 3%, per evitare di confinarle nello scomodo e poco equo ruolo di “portatori d’acqua” per il vincitore, senza alcuna ricompensa.  Inoltre, aumentando la probabilità che due parti in gioco possano superare la soglia dichiarata vincente del 40% dei voti, anche in questo caso si dovrebbe procedere al ballottaggio.                                                   palazzo marinoAncora più flessibilità, e ancora più spazio al gioco delle forze politiche, sarebbero offerti dalla possibilità di apparentamento non solo agli inizi della competizione elettorale, ma anche dopo il primo turno e prima del ballottaggio (proprio come avviene nell’elezione dei sindaci).  Ferma restando la necessità di accedere alla soglia del 30% per partecipare al ballottaggio, in questo caso potrebbe essere opportuno fissare la soglia della vittoria al primo turno non al 40% ma al 50% dei voti, per evitare che una parte minoritaria si associ strumentalmente a uno dei due partecipanti al ballottaggio decretandone anticipatamente la vittoria.  In ogni caso le mosse dei partiti hanno luogo sotto gli occhi dell’opinione pubblica, e quindi apparentamenti troppo disinvolti possono persino risultare controproducenti, facendo cambiare opinione a taluni elettori al momento del ballottaggio.  Per realizzare questa variante, uno scenario praticabile è il seguente.  Dopo il primo turno viene assegnato il 50 % dei seggi complessivi a tutte le liste in competizione che superano la soglia del 3%.  Dopo il ballottaggio viene assegnato l’altro 50% dei seggi: una frazione più o meno ampia di questi costituirà il premio di maggioranza della lista o delle liste coalizzate vincenti, mentre i seggi restanti completeranno il quadro proporzionale del primo turno.  Si potrebbe assegnare un piccolo premio anche alla coalizione che arriva seconda (perdendo il ballottaggio), ma forse questa è una complicazione eccessiva.                                                                               Evidentemente, in questo contesto, non regge l’obiezione che in tal modo lo spazio per mediazioni e trattative è eccessivo (a parte il fatto che in politica mediazioni e trattative sono un valore e non un disvalore).  Qui, infatti, non si tratta di rispettare alla lettera la volontà degli elettori che invece – in maniera del tutto legittima – è fortemente incanalata dagli obiettivi di governabilità che la legge persegue.  Al contrario, la possibilità di costruire coalizioni vivibili e coese è uno strumento per aumentare il consenso, per dare più senso al voto degli elettori, per fornire una maggiore legittimazione all’azione governativa della parte vincente.  Molto più pertinente è l’obiezione per cui un governo di coalizione rischia di dipendere dal voto favorevole di parti politiche piccole o addirittura di singoli deputati, come è accaduto al governo Prodi negli anni fra il 2006 e il 2008.  Una tale obiezione è molto seria.  E se la vogliamo prendere sul serio, come conseguenza della riforma della 1982legge elettorale, si dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento una procedura di sfiducia costruttiva, prendendo esempio dalla Germania.  Durante una legislatura, vi può essere un cambio di governo, e di maggioranza, solo se viena data la fiducia a un nuovo primo ministro, a un nuovo governo, a una nuova maggioranza, a un nuovo programma.  Ma un altro intervento, di portata ben più ampia, dovrebbe accompagnare l’attuale riforma elettorale.  Bisognerebbe essere molto severi e rifiutare di ammettere alle elezioni qualunque partito, movimento o lista che sostenga una qualche forma di discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini, di qualunque natura essa sia: etnica, religiosa, regionale, di genere, o di altra natura.  E se i candidati di un partito ammesso alle elezioni fanno affermazioni di questo genere, i controlli e le multe devono essere altrettanto severi (insieme all’esclusione del candidato).  Non possiamo assistere a spettacoli come quelli oggi offerti dal Fronte Nazionale francese, moderato nelle parole di Marine Le Pen, e pieno di rigurgiti anti-ebraici, anti-islamici, anti-immigrati nelle dichiarazioni della campagna elettorale di molti candidati.                                                                                                Con questi mutamenti, volti a un migliore equilibrio fra governabilità e rappresentanza, la questione delle preferenze viene sdrammatizzata, ma rimane aperta. L’attuale formulazione non è limpida: perché solo il partito vincente dovrebbe poter portare in parlamento una notevole proporzione di deputati scelti con il meccanismo delle preferenze?  Certo, la soluzione immediata sarebbe di far valere le preferenze per l’intera lista,  ricordando come nel periodo fra il 1947 e il 1992 in genere i capilista non hanno avuto grandi problemi per la loro elezione.  Ma non mancano soluzioni differenti, forse più attraenti, che qui discutiamo soprattutto per ribadire come l’innovazione istituzionale sia un’arte difficile che richiede tempo, impegno, ingegno.  Una di queste è l’elezione dei deputati in parte attraverso collegi uninominali e in parte attraverso liste plurinominali in ambito circoscrizionale, nell’ambito di una distribuzione proporzionale dei seggi.  Come è noto, è la soluzione adottata in Germania e in Nuova Zelanda, che danno agli elettori due possibilità di voto indipendenti: una al collegio e una alla lista.  Chi vince in un collegio uninominalie viene in ogni caso eletto, ma il numero dei candidati che alla fine sono eletti, per ogni lista, è calcolato solo sulla base della ripartizione proporzionale dei voti di lista: i deputati eletti  con il collegio uninominale sono compresi in questa ripartizione.  In Italia, naturalmente, si dovrebbero introdurre modifiche relative all’applicazione del premio di maggioranza.        La soluzione ha il vantaggio di scegliere una buona parte della Camera attraverso competizioni sul territorio a stretto contatto fra elettori e candidati, sul cui valore i partiti dovrebbero puntare e che possibilmente dovrebbero essere scelti attraverso le primarie (anche se le primarie non possono essere imposte per legge).  Fra l’altro, chi è orientato a scegliere un candidato per lui meritevole e che tuttavia non appartiene alla propria parte politica (quella che viene scelta nel voto di lista proporzionale) sa di non arrecare nessun danno a quest’ultima, vista che la sua scelta individuale al voto del collegio non diminuisce affatto il numero dei seggi della lista votata al proporzionale.  Lo svantaggio è che questo sistema, sia in Germania che in Nuova Zelanda, può portare a seggi aggiuntivi perché in qualche circoscrizione il numero degli eletti all’uninominale per un partito può essere superiore al numero degli eletti che gli spetterebbero su base proporzionale: ma forse, operando accortamente sulle proporzioni fra eletti attraverso il collegio ed eletti attraverso le liste e, nel contempo, sul numero e le dimensioni dei collegi e delle circoscrizioni, si può evitare una complicazione di questo genere. Per quanto riguardo gli eletti nelle liste circoscrizionali, sia in Germania che in Nuova Zelanda non si usano preferenze ma liste bloccate: nulla, però, vieta di introdurre anche in queste liste le preferenze.              Hamburg HafenUn’altra possibilità, in definitiva più semplice anche se esposta al rischio di essere considerata troppo avveniristica, è quella adottata nelle modalità di elezione del Parlamento di Amburgo, città stato (Land) della Germania federale.  L’elettore ha due voti a disposizione, uno per liste circoscrizionali e uno per liste cittadine.  Ma ciò che importa è che per ognuno dei suoi due voti l’elettore ha a disposizione 5 preferenze, che può distribuire a suo piacimento: darne 5 a un singolo candidato, darne 1 a 5 candidati, e anche con ogni altra distribuzione possibile (2-1-1-1, 2-2-1, 3-1-1, 3-2, e così via).  Il voto disgiunto è ammesso: una parte qualsivoglia delle preferenze può essere espressa anche per candidati di liste per cui non si è votato.  E, naturalmente, non c’è obbligo di utilizzare tutte le preferenze: l’elettore ne può usare 4 o 3, o anche nessuna.  E’ ben nota l’obiezione, che a suo tempo aveva portato alla riduzione e infine all’eliminazione delle preferenze dal nostro ordinamento elettorale: così operando, si favorirebbe la riconoscibilità del voto e si ripristinerebbe il malcostume del voto di scambio, purtroppo sempre in agguato nel nostro paese. Ma siamo davvero condannati alla ripetizione del sempre uguale?  Per quale motivo non potremmo prendere in considerazione una modalità di elezione che in una parte della Germania – anche le elezioni del comune di Monaco di Baviera avvengono con una modalità simile – sono pensate per avvicinare cittadini e candidati e per rivitalizzare la scadenza elettorale, rendendola qualcosa di diverso dalla riproposizione di uno stanco rituale?                            Ciò che può accadere fra pochi giorni alla Camera è imprevedibile.  Può crearsi una convergenza fra sostenitori e oppositori dell’attuale versione della legge, con il diffondersi della conspevolezza che talune migliorie e taluni interventi in tempo reale non solo non ostacolano il cammino delle riforme, ma anzi rafforzano il consenso ad esso, sul piano politico come sul piano popolare.   Nella più felice delle ipotesi, potrebbe anche aprirsi un franco dibattito sulla legge elettorale più opportuna per il nostro paese nell’attuale momento storico, liberandoci da quella coazione a ripetere che ha fatto riproporre – per l’elezione della Camera – una legge troppo simile a quella adottata nel 2006, a suo tempo ampiamente demonizzata.  E nella libertà del dibattito potremmo anche scoprire che il Mattarellum è a tutt’oggi una buona legge, anche se con taluni difetti riguardanti il turno unico dei collegi uninominali e il meccanismo di scorporo, che tende a favorire troppo chi perde le contese uninominali.  E forse potremmo anche scoprire – a memoria futura – le incontrovertibili doti di un Mattarellum a doppio turno, che faccia proprie le virtù del sistema francese con un’equa correzione proporzionale. Nella più felice delle ipotesi, dando alla Camera lo spazio e il tempo necessario per discussioni e riflessioni su un tema di tale importanza, emergerebbe una legge elettorale emendata e più valida. E si aprirebbe anche la strada per ulteriori migliorie e raffinamenti condivisi nello stesso cammino delle riforme: scaturiti ad esempio da discussioni e riflessioni su funzioni, composizione ed eventuale eleggibilità del Senato il quale, rispetto a una Camera eletta con il principio del premio di maggioranza, non potrebbe che rappresentare, per contrappeso, la varietà degli elettorati delle singole regioni (nessuno, fortunatamente, vuol ritornare al “bicameralismo perfetto” da cui abbiamo preso congedo).                                                                      Ma, purtroppo, vi è anche la peggiore delle ipotesi: una situazione di “muro contro muro”, che vedrebbe i sostenitori della legge elettorale rifiutare ogni esigenza di cambiamento, per paura di apparire deboli e cedevoli.  E questo scenario sarebbe una sconfitta per il paese.  Scheda rosaPerché una riforma di così rilevante interesse costituzionale, che dovrebbe avere il consenso di un’ampia parte del parlamento, rischia di essere approvata con un margine minimo di voti e di aprire, non già di chiudere, un percorso ulteriormente tormentato.  La costituzionalità del premio di maggioranza nella sua formulazione attuale è assai perché è troppo simile al premio di maggioranza giudicato incostituzionale dalla decisione della Consulta riguardo alla legge antecedente del 2006.  L’introduzione del ballottaggio nell’attuale proposta di legge non sposta il punto dolente.  Il ballottaggio decide soltanto a chi dare, sempre e comunque, un premio di maggioranza che può risultare enorme, illimitato, persino stravolgente della volontà degli elettori.  Abbiamo sottolineato l’improponibilità dello scenario di due parti in competizione che entrano in ballottaggio dopo aver conseguito, al primo turno, rispettivamente il 25% dei voti dell’elettorato: in tal caso il premio di maggioranza del vincitore farebbe più che raddoppiare la rappresentazione che gli spetterebbe su base proporzionale.  Ma la legge, di per sé, non esclude nemmeno scenari davvero assurdi: ballottaggi fra due liste che hanno il 20% dei voti a testa, o anche di meno.  Certo, una situazione del genere ci appare oggi molto improbabile, e deriverebbero da una frammentazione e da una litigiosità del panorama politico quasi impensabile.  Ma nella storia è accaduto anche di peggio, e vigilare è d’obbligo.  Una legge elettorale non dovrebbe mai consentire che il governo possa essere affidato, senza contrappesi adeguati, a una parte il cui sostegno nel paese potrebbe essere molto minoritario, visto anche come la partecipazione al voto sembra entrata in una fase di declino persistente e fisiologico.  Fra l’altro, in età di populismi imperanti, la possibile accessione al ballottaggio, in un futuro prossimo o meno prossimo, di qualche partito non limpidamente democratico sarebbe un salto nel buio che una democrazia dovrebbe evitare con tutte le forze (Weimar, dopotutto, ha ancora da insegnarci qualcosa).  Non sappiamo se la Corte Costituzionale dovrà nuovamente sottoporre a scrutinio la legge elettorale, né prevedere quale possa essere la sua nuova decisione.  Però, se il percorso prendesse una certa piega, ci potremmo ritrovare con una legge elettorale della Camera assai simile a quella in vigore fino al 1992: un proporzionale con la soglia al 3% al posto di un proporzionale quasi puro, che aveva soglie ancora più basse.                                           E’ chiaro come le vicende, già così intricate e tormentate, delle leggi elettorali nel sistema politico italiano recente non siano episodiche: anzi, sono pienamente sintomatiche della condizione delle istituzioni democratiche nel mondo d’oggi.  Dopo una legge elettorale rimasta stabile dal 1947 al 1992, è succeduta la formulazione di tre nuove leggi elettorali in poco più di un ventennio.  E la storia andrà avanti.  Si tratta soltanto della manifestazione di un sistema politico in cattiva salute, e dell’intervento di interessi particolari e limitati?  referendum_1958Oppure non dipende anche, e forse soprattutto, del fatto che, in un mondo ove le società, le culture, le economie, le tecnologie evolvono rapidamente e imprevedibilmente, anche le istituzioni non possono che co-evolvere con esse, senza mai rinunciare ai pilastri di base su cui è fondata la nostra democrazia.  Ora, gli ordinamenti istituzionali di molti paesi europei risalgono alla fine della seconda guerra mondiale o, come in Francia, sono stati prodotti da una grave crisi che ha imposto una transizione costituzionale d’emergenza.  Ma i decenni sulle spalle delle nostre istituzioni sono cresciuti: qui, come in altri ambiti, l’obiettivo prioritario è quello di coniugare il carattere ispiratore e irreversibile delle memorie e delle tradizioni a cui continuiamo a ispirarci con quella flessibilità che è resa necessaria dalle molteplici esigenze individuali e collettive in scenari di mutevolezza estrema.  E’ allora evidente che, fatti salvi quei principi inalienabili che la nostra Costituzione esprime a tutt’oggi in maniera esemplare, le modalità concrete di funzionamento dello stato devono essere ripensate costantemente.  Forse, quello che manca oggi a un sistema politico, e non solo a quello italiano, è la capacità di esercitare un’attenta autoosservazione del suo stato di salute e di vitalità nel corso di ogni legislatura e di ogni tappa della legislatura, di comprendere i suoi bisogni, di proporre i mutamenti più urgenti, secondo modalità istituzionalizzate e condivise.  E’ forse un compito da attribuire a un futuro Senato?  E’ forse un compito per un nuovo dialogo fra parlamento e cittadini?  E’ forse un nuovo orizzonte di democrazia partecipativa?                                                         In ogni caso, le vicende delle leggi elettorali italiane confermano l’atteggiamento che è indispensabile tenere nei confronti di ogni legge, di ogni regola, di ogni invariante.  Non esiste una legge elettorale migliore delle altre.  Ma è indispensabile dibattere su quale sia la legge elettorale contestualmente migliore: per quale luogo, per quale tempo, per quali obiettivi.  Stabilità ed evoluzione, nella democrazia come in tante altre vicende umane, non sono in contrapposizione: solo un circolo virtuoso fra le due polarità può dare senso al nostro vivere civile.  Una tale prospettiva non può che dare un senso nuovo, e forse più vitale, alle parole oggi tanto abusate di ‘riforme’ e di ‘riformismo’.  Il riformista non è colui che ambisce a una meta ultima, finale.  E’ colui che si appassiona per la soluzione che ritiene più valida al momento, pur sapendo che, un giorno non tanto lontano, si batterà lui stesso per aprire nuovi spazi e tracciare nuove frontiere.

1914-2014: l’età delle guerre mondiali. La nuova minaccia totalitaria

La storia è imprevedibile, e spesso scomoda.  L’anno in cui dovevamo soffermarci a riflettere sul significato profondo del centenario della catastrofe del 1914 è stato uno degli anni più densi di conflitti e di tragedie dalla fine della seconda guerra mondiale.  Come se fossero parte di un disperato invito alla vigilanza, alla difesa di conquiste che ritenevamo irreversibili e perciò scontate, si sono succeduti, alternati e intrecciati tanti scenari di guerra, attuali e potenziali, di diversa natura e dalle diverse cause.  Il monito da far nostro è che in questa età della globalizzazione non si può non andare avanti, se non si vuole andare indietro.  Sapremo imboccare con coraggio una stretta strada che ci conduca alla costruzione di una civilità planetaria, alla condivisione di regole comuni a tutte le nazioni e a tutte le culture, per un governo del mondo su scala globale?  Oppure verremo risucchiati in un’interminabile età di guerra, con antiche e nuove barbarie mescolate in un mosaico agghiacciante?  E, fra queste regole comuni, si ergono il rispetto e lo sviluppo dei diritti umani, tragicamente calpestati nell’anno di guerra 2014.
Nei primi mesi dell’anno il fronte più caldo del mondo appariva quello dell’Asia orientale, tanto da far porre la domanda se le molte tensioni intercorrenti fra i molti attori operanti sulla scena non potessero deragliare in un conflitto aperto, innescato forse da un singolo evento di importanza apparentemente minore, come a Sarajevo nel 1914.  xi jinping-shinzo abeIl fatto è, che per l’Asia orientale, il dopoguerra non è ancora finito e la riconciliazione fra Cina e Corea del Sud da un lato e il Giappone dall’altro non è avvenuta.  Ciò provoca ancora ondate di nazionalismo popolare che, in un certo senso, scavalcano i governi stessi e li spingono verso politiche nazionaliste ancora più rigide.  Le tensioni sono continuate per tutto l’anno, hanno coinvolto altri attori come il Vietnam e sono state accompagnate dalle intermittenti provocazioni dell’incognita nord-coreana.  Però i canali diplomatici restano aperti, come mostra la stretta di mano (per quanto fredda) fra i due contendenti maggiori – il giapponese Shinzo Abe e il cinese Xi Jinping – e l’attivismo internazionale di quest’ultimo.  Egli ha fra l’altro visitato il premier neoeletto dell’India, il nazionalista Narendra Modi, alla ricerca di nuove forme di cooperazione fra due potenze che nell’età della guerra fredda non si sono certo amate (e, talvolta, si sono apertamente scontrate).     I canali diplomatici restano aperti – nonostante un gioco di sanzioni e di controsanzioni – anche in un altro focolaio di crisi all’estremità opposta del continente eurasiatico: in Ucraina e nelle coste del Mar Nero. Qui il conflitto dei nostri giorni rievoca non la situazione posteriore al 1945, ma quella antecedente al 1914: l’età in cui i grandi imperi del mondo andavano in cerca di qualunque situazione potesse legittimare le loro ambizioni espansive, in genere a spese di popoli, nazioni o etnie al momento più deboli, con o senza l’accordo delle altre potenze egemoni.  E l’impero russo era pronto a cercare e a sfruttare tali situazioni, a partire del settecento, quando già aveva considerato l’odierna Ucraina un suo fronte designato di espansione, a spese sia dell’Impero Ottomano che della Polonia.

Tsar PutinIl carattere imperiale della Russia è sopravvissuto alla fine degli zar, trovando una nuova incarnazione nello stalinismo.  Così la questione delle “frontiere occidentali sicure” per l’Unione Sovietica è stata affrontata con successo, secondo la visione del Cremlino, sia nel 1939 che nel 1945:  agli inizi come alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 1939 Stalin non esitò ad accordarsi con Hitler per incorporarsi territori già appartenuti all’impero zarista: Polonia orientale, Lituania, Lettonia, Estonia, Bessarabia (attuale Moldova).  E, nel 1945, mantenne tutte queste conquiste – con ulteriori correzioni a suo favore – quasi legittimato da una pretesa morale, date le enormi devastazioni e le enormi perdite che l’Unione Sovietica dovette sopportare nella guerra antinazista.  Anche se ridotta rispetto alla disciolta Unione Sovietica, e di forma istituzionale repubblicana, ai nostri giorni la Russia autoritaria di Putin mantiene molte caratteristiche dell’impero multinazionale russo dell’età moderna, favorito in ciò dalle sue modalità storiche di espansione: dall’inglobamento coloniale di tanti piccoli popoli territorialmente contigui rispetto al cuore dell’impero, per i quali non si è mai posto – a livello centrale – il problema di un’eventuale decolonizzazione.  E fra le maggiori continuità con l’impero zarista e con l’Unione Sovietica sta l’ipersensibilità russa per la questione delle sue frontiere occidentali. Proprio perché il territorio “imperiale” si è ritirato dopo la svolta del 1989, il distacco politico dell’Ucraina viene percepito con sentimenti di inscurezza da parte dei nazionalisti russi, che oggi prevalgono nel regime e a livello popolare.   D’altra parte, è proprio la scomoda eredità sovietica ad allontanare dalla Russia buona parte dell’opinione pubblica ucraina: per loro restano imperdonabili i milioni di morti conseguenti alla carestia provocata ad arte dal regime staliniano negli anni trenta del novecento (holodomor).

Islamic StateNegli ultimi mesi passi progressi effettivi non hanno avuto luogo, nell’appianare le divergenze in questa “nuova guerra fredda”.  Ma, come del resto nelle fasi anche più acute della guerra fredda, è prevalsa la volontà di mantenere la contesa a livello diplomatico.  La necessità di scongiurare una nuova Sarajevo è per ora attentamente presidiata.                Proprio perché in un mondo così pieno di tensioni e di confliti dell’inizio l’occidente tende a ragionare inevitabilmente – e, diremmo, fortunatamente – per via politica e diplomatica, esso si è trovato spiazzato nei confronti di un avversario di nuovo tipo: un avversario che fa della violenza la sua parola d’ordine esibita ed esasperata, che è ideologicamente contrario a ogni idea di politica e di diplomazia, che proclama un conflitto da lui unilateralmente definito intenzionalmente come un conflitto di religioni.  Da parte nostra è meglio definirlo: un conflitto fra un tentativo di negazione di tutte le forme concrete delle culture del mondo (dato le inclinazioni intimamente distruttive di questo nuovo avversario) e il rispetto e la valorizzazione di queste culture.                                                                  La  voce di Edgar Morin è continuata a risuonare alta, in questi decenni: vigilare perché una terza forma di totalitarismo poteva nascere, dopo la sconfitta del nazismo e la dissoluzione dello stalinismo.  Adesso è nata, e ci ha dichiarato guerra.  La definiremo jihadista, almeno in via provvisoria, dato che fa della guerra e della violenza la sua prima ragione d’essere.  Evitiamo di aggiungere l’aggettivo islamista, per non passare indebitamente dalla parte al tutto, dall’ideologia estremista di una minoranza a una religione di portata mondiale che permane a tutt’oggi diversificata.  Però la nostra scelta terminologica non ci esime, a tempo debito, di porci la scomoda domanda: “che cosa ha a che fare l’islam con tutto ciò?”.  Su questa domanda, non potremo non tornare.             Il dilagare delle bande ultra-integraliste nella Siria e nell’Iraq devastati dalla guerra civile, l’autoproclamazione di un sedicente stato islamico (IS) e poi di un califfato, l’aggressione al popolo curdo sono giunti come un fulmine a ciel sereno all’opinione pubblica occidentale.   Improvvisamente, ci siamo trovati dinanzi a una serie di crimini di Kobaneguerra che appaiono una sintesi di quanto di più efferato sia stato prodotto nell’ultimo secolo: genocidi; conversioni imposte con la violenza; rapimenti di donne e di bambini; reclutamento di “bambini guerrieri”; stragi di civili; decapitazioni a sangue freddo di giornalisti, di giuriste impegnate nella difesa dei diritti delle donne e di incolpevoli ostaggi occidentali; distruzioni di luoghi sacri e di altre inestimabili testimonianze del passato, in atti che sono stati definiti di “pulizia culturale” (e, direi anche, di “genocidio culturale”).  Forse il tratto più conturbante è che, da parte dell’IS, l’esecrata pratica della schiavitù non solo viene massicciamente praticata, ma viene esplicitamente teorizzata, nel 2014.  Dobbiamo tornare a qualche pagina oscura dei conquistadores spagnoli delle Americhe per trovare qualcosa di analogo, e forse nemmeno allora asserito così spudoratamente.  E, in ogni caso, nemmeno i conquistadores spagnoli sono arrivati a teorizzare la schiavitù sessuale delle donne, anche se episodicamente l’avranno certo praticata.                                                                                                                           Si è potuto osservare come la violenza nei territori occupati dall’IS sia di tipo ancora più estremo di quella terroristica praticata da al-Qaeda.  Al tempo di Osama Bin Laden e dell’11 settembre 2001 la violenza poteva apparire un mezzo per produrre un fine: la sollevazione islamica mondiale.  Oggi la violenza è ancor più fine a se stessa: produce la pulizia etnica (nel senso più forte del termine) di tutti coloro che non adottano il modo di vita violentemente imposto.  Soprattutto, l’IS ha un’attitudine ben più estremista di al-Qaeda nei confronti dello stesso mondo islamico.  Mentre al-Qaeda propugnava l’unità degli islamici e esibiva un certo rispetto per le loro diverse tradizioni, oggi l’ideologia del califfato proclama eretici – e quindi vittime designate – tutti gli islamici che non aderiscono alle loro visioni, e soprattutto gli sciiti, considerati “non islamici” alla pari di tutti i cristiani, ebrei, yazidi e di tutti gli appartenenti alle altre confessioni del mondo.                          Stare davanti a violenze di questo genere è quasi intollerabile.  La prima reazione, naturale, è quella di distogliere lo sguardo, di credere che non siano vere e come ultima istanza di appellarsi alla lontananza e all’arcaismo del contesto. Questo è avvenuto, a suo tempo, nel caso dei Taliban afghani.  Ma questo è avvenuto anche nel caso dei crimini nazisti e stalinisti compiuti nel cuore dell’Europa, la notizia dei quali filtrava da frammenti di narrazioni agli inizi valutati inverosimili.  La scoperta della vera portata dell’olocausto, nel 1945, e della sistematicità dei gulag, nel 1956, è stato un grave fattore di turbamento, ma anche di crescita della vigilanza democratica europea.  Oggi dobbiamo intraprendere operazioni analoghe, cercando di ragionare sui misfatti di un nemico che è molto diverso, e in alcune conseguenze può essere perfino peggiore del nazismo e dello stalinismo.           Da qui dobbiamo comunque partire: dall’esperienza di un’Europa che ha intrapreso con coraggio la lotta contro i due totalitarismi del ventesimo secolo e che oggi deve combattere con altrettanto coraggio contro il totalitarismo del nuovo secolo.  E’ inevitabile  chiederci in quali aspetti il nemico attuale differisca da quelli affrontati a suo tempo.  Scopriamo così come il nazismo e lo stalinismo abbiano messo in moto i loro apparati mortiferi grazie a una presa di potere delle istituzioni di stati molto importanti in Europa e Continua a leggere

Nei mari dell’estremo oriente: imperi in collisione

Il mondo abbonda di guerre e di guerre civili, in particolare nell’area che è stata definita “Medio Oriente allargato” (dal Marocco al Bangladesh) e che oggi si è estesa all’Africa settentrionale e centrale: Mali, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Sudan/Sud Sudan, Somalia sono altrettanti focolai di conflitti che rischiano di dilagare.  Ma gli sguardi dei politici e degli specialisti si rivolgono con altrettanta preoccupazione alla scena dell’Asia orientale: qui si spara non con le armi, ma con le parole e con i gesti simbolici.  E la tensione continua ad aumentare, e con essa il timore che una catena di fraintendimenti possa dar fuoco alle polveri (retoricamente, si ricorda che nel 2014 cade il centesimo anniversario di Sarajevo 1914).                                                                                      Negli ultimi mesi, l’irresponsabilità dei politici della regione è stata notevole.  Alla fine del 2013 il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha fatto una mossa da anni evitata e sconsigliata: la visita al tempio scintoista Yasukuni, dove sono onorati i soldati che hanno combattuto per il Giappone in tutto il ciclo delle sue guerre espansionistiche, dalla seconda metà dall’ottocento alla seconda guerra mondiale.  E, soprattutto, qui sono celebrati anche criminali di guerra, riconosciuti come tali nei processi posteriori al 1945.  La Cina ha reagito duramente: ha proclamato Abe persona non grata, rinviando a tempi da destinarsi le possibilità di una co-gestione di un’area così importante.

shinzo abe

Poche settimane dopo, il presidente delle Filippine Benigno Aquino ha denunciato con toni esasperati la politica espansionista dei governanti cinesi, paragonandola a quella condotta da Hitler nel 1938 e perciò esortando velatamente gli americani suoi alleati a reagire diversamente da quanto fecero allora gli europei.    Abe, Aquino e le loro controparti cinesi adottano retoriche ardentemente nazionaliste: i confini sacri della patria sono violati.  Vi è in effetti una contesa immediata di ordine territoriale: quella della delimitazione delle frontiere marittime della Cina, da sempre molto fluide e oggetto di ricorrenti e irrisolte controversie (a cui, del resto, ben si prestano le frontiere marittime in tutto il mondo).  La tensione fra Cina e Giappone per il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale si sta trascinando da decenni, e oggi conosce una nuova intensificazione.  Ma questa non è l’unica occasione di crisi nei mari dell’Estremo Oriente.  Se vogliamo comprendere quanto sia intricata la situazione in quella sorta di “Mediterraneo” dell’Estremo Oriente dobbiamo passare dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale, e raggiungere l’arcipelago delle isole Spratly.  Queste sono un insieme di isole, atolli, barriere coralline dispersi in un’area piuttosto vasta, che affiorano a malapena dalle acque: le loro parti sommerse rendono difficile la navigazione nella zona, anche perché le mappature cartografiche sono a tutt’oggi insufficienti.  Le isole sono presenti in antiche mappe cinesi, e successivamente sono state visitate anche da navigatori delle potenze coloniali europee, ma fino a tempi assai recenti non hanno conosciuto alcun stanziamento fisso.

SpratlyOggi, però, su circa 45 di queste isole si sono insediate guarnigioni militari della Cina, di Taiwan, del Vietnam, delle Filippine, della Malaysia, tutti attori che reclamano il possesso della zona.  Qualche sporadico incidente è pure avvenuto.  Anche il Brunei, che non ha messo in atto un’occupazione militare, avanza le sue rivendicazioni.  Il mosaico a macchia di leopardo che ne risulta è surreale, davvero unico persino in un mondo abituato a ostinate contese territoriali.                                                Un altro territorio conteso della zona è dato dalle Isole Paracel, situate a settentrione delle Spratly.  Qui il conflitto è circoscritto fra Cina e Vietnam e una volta, nel 1974, è sfociato in una sanguinosa battaglia navale, quando ancora l’opponente dei cinesi era il Vietnam del sud, alleato degli Stati Uniti: ma il conflitto non è stato risolto nemmeno fra due stati ancora nominalmente comunisti.  La Cina poi rivendica ulteriori affioramenti marini, banchi sommersi a pochi metri di profondità.  Fra questi il James Shoal, che si trova a ben 1800 chilometri a sud dalla terraferma cinese e a soli 80 chilometri a nord della Malaysia (nel Borneo), che a sua volta lo rivendica.  Anche questa zona è fatta oggetto attualmente dei pattugliamenti della marina cinese.                                                                                      Ma che siano confini marittimi o terrestri, non c’è dubbio alcuno che i confini della Cina siano e siano sempre stati confini imperiali, molto più simili a quelli del mondo antico e medioevale (segnatamente: a quelli dell’Impero romano) che a quelli degli stati nazionali Continua a leggere

Europa 2013: la difficile arte delle coalizioni

Agli inizi dell’autunno del 2013 si sono svolte, quasi in simultanea, le elezioni in tre paesi dell’Europa Centrale: Germania, Austria, Repubblica Ceca.  Anche se i sistemi dei partiti nei paesi in questione sono diversi, gli andamenti post-elettorali si sono rivelati convergenti.  Sono seguiti mesi di laboriose trattative, e alla fine sono sorti governi di “grande coalizione”: coalizioni che mettono insieme partiti astrattamente collocati in luoghi distanti dello schieramento politico e che per aver successo devono praticare saggiamente la difficile arte della negoziazione. Soprattutto in Germania e in Austria questa non è una novità: la grande coalizione è anzi percepita come condizione possibile e normale del corretto funzionamento democratico del paese.  Ma se pensiamo anche alle “grandi coalizioni” che reggono attualmente Olanda, Belgio, Finlandia, Grecia ci rendiamo conto che lo stretto bipolarismo oggi non è così prevalente nei sistemi politici europei come lo era in un passato anche recente.  Al contrario questi mostrano una varietà di comportamenti che inizia a riflettere l’incremento delle variabili nei panorami sociali e culturali del nostro continente: una certa frammentazione dell’opinione pubblica e, insieme, l’emergenza di nuove opposizioni non più riconducibili a quella tradizionale fra sinistra e destra (che pure mantiene il suo significato).

merkel-gabriel

Per varare il governo tedesco ci sono voluti quasi tre mesi.  Ma il tempo trascorso è stato politicamente rilevante, giacché la SPD (uscita numericamente debole dai risultati elettorali) l’ha utilizzato per riequilibrare la sua immagine pubblica nei confronti della CDU/CSU che nel voto del 22 settembre aveva persino sfiorato la maggioranza assoluta dei seggi del Parlamento.   Così la SPD ha ripreso a sua volta l’iniziativa: incalzando gli altri partiti nell’agenda degli accordi sui contenuti politici e soprattutto sottoponendo all’approvazione dei propri iscritti la scelta dei vertici a favore della “Grande Coalizione”.  La mossa è stata rischiosa, ma ha pagato: il suo proponente, il presidente della SPD Sigmar Gabriel, è stato così ampiamente legittimato nel suo ruolo strategico di Vicecancelliere e di Ministro dell’Economia, con una delega aggiuntiva per la delicata questione della svolta energetica.  E, in taluni momenti, la CDU è apparsa sulla difensiva.                                                                                                                                 In Germania il partito antieuro dell’AfD non è entrato in parlamento, e non possiamo parlare di coalizione imposta dalla marea montante dei neo-nazionalismi.  Diversa la situazione in Austria dove al nazionalismo e il populismo, con venature di estrema destra, della FPO – già consolidato dal tempo di Jörg Haider, dopo il 1986 – si è aggiunto anche il (moderato) successo della tecnocrazia anti-euro del miliardario Frank Stronach.

Stronach Strache

Con circa il 23% dei voti indirizzati verso movimenti euroscettici, si è imposta la prosecuzione della coalizione già al governo prima delle elezioni: socialdemocratici (SPO) e popolari (OVP). Notiamo però che nelle elezioni di ottobre la percentuale complessiva dei consensi dei due partiti, sommati insieme, è calato di più del 4 per cento.  E’ un segno indicativo della difficoltà delle “grandi”  coalizioni nei momenti di crisi, che lasciano uno spazio crescente a forze definibili, in un modo o nell’altro, come “anti-sistema”.  Gli odierni sondaggi che riguardano le prossime elezioni olandese e belga prospettano scenari simili anche per questi paesi.                                                                                                      Partiti che possono essere considerati antisistema ne esistono anche nella Repubblica Ceca: i comunisti, ancora in parte legati al passato del “socialismo reale”, e l’estrema destra di Tomio Okamura, anti-UE e soprattutto anti-rom.  Ma qui, in una maggior frammentazione del panorama politico, si aggiunge anche la presenza di partiti, già al governo, oggi notevolmente screditati per tanti episodi recenti di corruzione: ODS

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UK 2013: l’anno difficile di David Cameron

Gli sviluppi della guerra civile in Siria, con la cascata di dilemmi etici e geopolitici che essi comportano, hanno già esercitato un forte impatto sui sistemi politici dell’occidente.  Ciò vale anche e soprattutto per la Gran Bretagna, dove l’autorità e l’autorevolezza del primo ministro David Cameron sono state scosse dall’opposizione della Camera dei Comuni a un possibile intervento militare del Regno Unito.  A Cameron sono mancati alcuni voti sia del partner minore della coalizione, i liberal-democratici, sia del proprio stesso partito.  Di contro, il leader dell’opposizione laburista, Ed Miliband, ha segnato un punto notevole a proprio favore.                                                                                        L’anno difficile di David Cameron era iniziato con una serie di insuccessi del partito conservatore in alcune elezioni locali, dovuti soprattutto al profilarsi di un minaccioso concorrente alla destra del partito stesso: l’UKIP, United Kingdom Indipendence Party

UKIP

L’UKIP è asceso nel panorama politico britannico individuando due comodi capri espiatori per la crisi economica e sociale di questi anni: l’immigrazione e l’appartenenza all’Unione Europea.  Così oggi il partito vive un’attesa quasi messianica per il momento in cui gli elettori potranno decidere sulla futura appartenenza o meno della Gran Bretagna all’Unione, e ovviamente hanno già iniziato a premere per il “no”.  Ma forse le sue prospettive elettorali sono più legate a questioni meno epocali e tuttavia più sentite a livello quotidiano, tipo l’opposizione al divieto di fumo nei pub.  I suoi esponenti di punta si fanno scientemente notare per l’uso strategico di un eloquio politicamente scorretto.  Così il suo deputato europeo Godfrey Bloom ha suscitato indignazione definendo ‘paesi Bongo Bongo’ quelli che sono di solito definiti (o si definivano) ‘paesi in via di sviluppo’, nel contesto di un’opposizione agli aiuti pubblici destinati a questi paesi, da lui giudicati in chiave populistica quali indebita sottrazione di risorse spettanti ai cittadini britannici. La carta del politicamente scorretto, d’altra parte, è giocata ancora più sistematicamente dal leader dell’UKIP, Nigel Farage.  Anch’egli membro del parlamento europeo, si è fra l’altro fatto notare per restare ostentatamente seduto durante l’ovazione finale a un discorso di Carlo, principe di Galles, e per contestare l’elezione di Herman van Rompuy a Presidente del Consiglio Europeo definendolo una sorta di nullità ed esponente di una non nazione (il Belgio).

cameron

Mancano ancora quasi due anni alle prossime elezioni politiche, ma l’ascesa dell’UKIP ha diffuso la sensazione che il sistema politico del Regno Unito possa vivere nei tempi a venire una fase critica, dagli esiti imprevedibili.  Da parecchi mesi tutti i sondaggi danno costantemente in testa la tradizionale opposizione laburista, con margini talvolta notevoli: ma recentemente ai laburisti veniva imputata una fase di inazione e di “letargia politica” che non escludeva – anzi, a parere di molti rendeva del tutto plausibile – una rimonta decisiva dei conservatori.  Il notevole successo di Milliband nel dibattito sull’intervento in Siria ha però nuovamente confuso le carte.                                                                         All’incognita notevole del rapporto di forza fra i due principali partiti politici tradizionali, si aggiunge appunto la nuova incognita dell’ascesa dell’UKIP, che ai conservatori può sottrarre voti decisivi nei “testa a testa” con i laburisti. E non è facile ipotizzare che cosa possa scaturire, per un sistema politico tradizionalmente basato sul bipartitismo, da una competizione fra quattro partiti maggiori.  Potrebbe scaturirne una nuova semplificazione, visto che fino ad oggi la coalizione governativa con i conservatori ha portato molto discredito ai liberal-democratici, allontanandone molti elettori attuali o potenziali?  O un’età in cui le coalizioni governative non siano più l’eccezione, ma la norma?  La questione è complicata dal fatto che il populismo dell’UKIP può risultare attraente non solo per l’elettorato conservatore ma anche per una parte dell’elettorato laburista.                         La radicalizzazione degli islamici sul suolo britannico ha prodotto un’ulteriore inquietudine nell’opinione pubblica inglese, che si aggiunge alla controversia ormai quotidiana su come

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Brasile, Turchia: la ricerca di una migliore qualità di vita

Recep Erdogan, il primo ministro turco, ha proposto lui stesso un paragone tra gli eventi della Turchia e quelli del Brasile.  Ma la sua interpretazione è stata tendenziosa, anzi irresponsabile: si è servito del paragone per alimentare una fantasiosa teoria della cospirazione, secondo la quale sia la Turchia che il Brasile sarebbero colpiti da chi invidia il loro successo economico presente. Lasciando da parte Erdogan, però, è indubbio che fra la Turchia e il Brasile di questi giorni ci siano manifeste convergenze, che risaltano ancor di più data la completa diversità sul piano storico, politico, culturale, religioso delle società in questione.  Forse quella più evidente è nella modalità stessa dei sollevamenti.  I movimenti sono stati auto-organizzati, e il loro successo è dovuto a un effetto valanga: sono partiti da una questione locale, con obiettivi limitati, e poi sono dilagati al di là di ogni aspettativa, compresa quella dei loro stessi iniziatori.  Almeno fino ad oggi, non hanno una vera e propria leadership o comunque le loro leadership sono molto allentate e decentrate.  Continuano a essere “rivoluzioni dei senza nome”, come in questi stessi giorni veniva ricordata la sollevazione della Germania orientale nel 1953.

sao pauloAncora più significative, però, sono le convergenze sui contenuti della protesta.  In entrambi i casi la scintilla è venuta da questioni concrete della vita quotidiana dei cittadini, che toccano però il tema centrale dello sviluppo urbano e della necessità di adottare visioni e strategie molto differenti da quelli oggi praticate.  Se a Istanbul si trattava della difesa di un parco che ha una funzione importante nella vita della città, a San Paolo la ribellione si è originata per la questione del trasporto pubblico.  Lo stato è considerato colpevole di richiedere di più (il famoso aumento dei 20 centavos) e di offrire di meno.      In Brasile come in molte altre parti del mondo lo sviluppo degli investimenti nell’ambito del trasporto pubblico non tiene il passo con le  esigenze della mobilità dei cittadini delle grandi aree urbane.  Per di più l’aumento del traffico automobilistico incrementa ulteriormente le difficoltà di circolazione del trasporto di superficie, con effetti disastrosi sui tempi di percorrenza.  Il cocktail è micidiale: alle maggiori esigenze dei cittadini si risponde con una qualità del servizio sempre decrescente.  E a questo si aggiunge il severo inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni dei gas di scarico di auto e autobus, con gravi conseguenze per la salute dei cittadini.  Questo, fra l’altro, è oggi diventato un problema enorme per la stessa Cina. E anche la Cina, con tutta la sua attuale ricchezza e i suoi giganteschi piani di sviluppo delle ferrovie metropolitane in tutte le aree urbane, corre il concreto rischio che il processo gli sfugga di mano. Il Brasile, tanto per fare paragoni, è oggi ancora meno attrezzato della Cina.  San Paolo è famosa in tutto il mondo per i suoi terribili ingorghi stradali, e l’estensione della rete metropolitana oggi in atto non riesce a tenere sotto controllo il traffico privato.

traffico san paoloUna seconda affinità fra Turchia e Brasile è che in questo momento i cittadini, e soprattutto i giovani, non riescono a dare uno sbocco propriamente politico alla loro opposizione alle scelte governative. In entrambi i casi, per motivi molto diversi, i sistemi politici sono irrigiditi.  In Turchia il principale partito di opposizione, il CHP di orientamento laicista fondato dallo stesso Atatürk, è troppo diviso al suo interno su questioni fondamentali per risultare al momento un’alternativa credibile.  Basti pensare alla questione curda: nel CHP convivono sia curdi impegnati nel loro movimento di emancipazione, sia ultranazionalisti che vorrebbero negare ad essi ogni autonomia.  Quanto al Brasile il panorama dei partiti è molto frammentato: l’attuale presidente Dilma Rousseff si appoggia su una coalizione di 10 partiti.  Così anche nelle forze al potere trovano spazio molte espressioni dei potentati locali tradizionali.  Il fatto che oggi il governo brasiliano conti 39 ministeri la dice lunga sul gioco di equilibrio che anche l’attuale presidente deve far fronte rispetto alle esigenze fondamentalmente conservatrici dei suoi “grandi elettori”.                                                                                                                     Ma la maggiore attualità dei movimenti di protesta in Turchia come in Brasile sta nella loro critica implicita al modello di sviluppo economico in atto nelle nazioni ascendenti del mondo (e vale certamente per la stessa Cina).  Fino ad oggi i successi di questo modello hanno consentendo l’emergenza di classi medie, e di una società civile in senso proprio, in paesi che tradizionalmente ne erano carenti.  Ma oggi queste stesse classi si vedono negate quell’ampliamento dei diritti civili e quelle richieste di maggiore democrazia partecipativa per cui si sentono politicamente e culturalmente mature.  Peggio ancora, dinanzi ai possibili rallentamenti dello sviluppo economico queste classi si sentono  Continua a leggere

Taksim, Istanbul: una piazza fra molti mondi

La rivolta urbana di Piazza Taksim a Istanbul si presta a molte letture, e ognuna di queste può apportare un contributo alla comprensione.  I fatti che hanno luogo in questi giorni in Turchia sono comunque una conferma del ruolo mediano di questo paese negli scenari globali.  Perché quanto avviene a Taksim è ad un tempo molto europeo e molto nordafricano/mediorientale. Da un lato esprime la rabbia di un movimento dei cittadini, che aspirerebbero a essere consultati sui grandi progetti di trasformazione urbana riguardanti la propria città, oggi imposti dall’alto.  Da un altro, questa “primavera turca” ha certamente alcuni tratti in comune con i sommovimenti del mondo arabo di questi anni e, soprattutto da parte dei giovani e delle donne, è una condanna delle contraddizioni della via “islamica moderata” adottata dal partito AKP oggi al potere.

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Istanbul è una città che negli ultimi decenni si è dilatata fuori misura, ospitando nei suoi sobborghi le continue ondate di immigrazione dall’intera Anatolia.  Nello stesso tempo è stata fatta oggetto di notevoli speculazioni e cementificazioni che rischiano di stravolgere il panorama umano tradizionale, fatto ancora di vita di quartiere e di relazioni dirette.  L’idea di costruire un ulteriore centro commerciale a Gezi Park, uno dei pochi “polmoni verdi” al centro della città, è percepita come infelice sia dal punto di vista pratico sia dal punto di vista simbolico.  E intanto procede il processo di gentrification, per cui il tessuto ancora popolare dei quartieri storici viene infranto per far posto a costruzioni di maggior rendita economica, sia a scopo commerciale che abitativo, ma di dubbio valore urbanistico e architettonico.  Il timore dei cittadini che la città perda la sua tradizionale porosità, tipica della città mediterranea, per intraprendere una presunta mondializzazione falsa e forzata è più che giustificato.  Senza contare che oggi Istanbul affoga nel traffico e che i nuovi progetti viari e autostradali (come il terzo ponte sul Bosforo) rischiano di aggravare, piuttosto che di alleggerire la situazione.                                                              Ma naturalmente questa è una lettura parziale del malcontento contro il primo ministro Recep Erdogan.  A lui e al suo partito viene anche imputata un’islamizzazione strisciante che tocca la vita quotidiana dei cittadini.  Sono state approvate leggi che limitano il

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consumo di bevande alcoliche nelle ore notturne.  E soprattutto non verranno date licenze alcoliche ai nuovi locali situati in prossimità di moschee o di edifici pubblici: il che limita fortemente le possibilità di queste licenze, data la fitta rete di moschee e di edifici pubblici nell’urbanizzatissima Istanbul.  Non è marginale che i giovani di piazza Taksim tengano in mano le bottiglie di birra come segno di identità.  Come non è marginale che sia in atto un conflitto simbolico a proposito la definizione della bevanda nazionale turca: il raki, la bevanda alcolica a base d’anice amata dai laici, o l’ayran, la mescolanza analcolica di yogurt e acqua privilegiata dagli islamisti?  Altrettanto fastidioso viene percepito il moralismo sessuale del regime: ad Ankara è stata inscenata una manifestazione di “baci di massa” in una stazione della metropolitana, che la polizia ha puntualmente combattuto appunto con la motivazione che andava contro il codice di comportamento normativo per i luoghi pubblici.  In questo senso la società turca dei nostri giorni ha certo evidenti aspetti in comune con le società degli altri paesi islamici mediterranei dopo le “primavere arabe”: una società profondamente divisa – nei costumi prima ancora che nelle ideologie – fra laici e islamisti, anche se in questo caso la frangia islamista estrema (quella che nell’Africa settentrionale è espressa dai salafiti) è molto marginale.                                                                                                                                 Nelle vicende turche dei nostri giorni esiste però anche una componente particolare, non direttamente comparabile né con l’Europa né con il mondo islamico.  E’ la rivolta di una società stanca di autoritarismo, di quella “democrazia dimezzata” che ha accompagnato tutta la storia dello stato nazionale turco dalla sua fondazione ad oggi.  E’ noto come la Continua a leggere

Grand Paris Express: nonostante la crisi

Il governo francese è attualmente impegnato, nei sobborghi di Parigi e nell’intera regione circostante (Ile de France) a pianificare la più grande realizzazione degli anni a venire nel campo dei trasporti pubblici urbani e metropolitani dell’intera Europa:  il Nouveau Grand Paris Express.  Per estensione e portata, il progetto è  quasi comparabile alle iniziative che oggi la Cina sta conducendo nelle sue principali aree metropolitane.

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Dal 2015 al 2030, al Metro parigino verranno aggiunti 200 km. e 72 nuove stazioni. Il nucleo del progetto è costituito dal prolungamento di due linee esistenti (11 e 14) e dalla realizzazione di quattro nuove linee (15, 16, 17, 18).  Ad esso si aggiungono molte altre nuove infrastrutture: prolungamento della RER E nel settore occidentale; collegamento espresso fra Parigi e l’aeroporto Charles de Gaulle; nuove linee di tram e di bus ad alta qualità di servizio; tangenziali ferroviarie esterne servite con il ricorso alla tecnologia del tram-treno.

Il progetto, però, non mira soltanto a migliorare l’accessibilità reciproca dei circa 11.750.000 di cittadini che oggi popolano l’Ile de France.  Mira, anche e soprattutto, a generare nuovi strumenti di governance in una regione che ancor oggi è territorialmente polverizzata. Continua a leggere