L’Europa e il mondo, fra globale e locale

La svolta epocale del 1492 ha dato il via a uno dei tratti essenziali della storia globale nell’età moderna: un’intensa europeizzazione e, in seguito, un’occidentalizzazione del mondo. Questi processi continuano anche ai nostri giorni, pur se in maniera differente. Nel passato come nel presente l’identità europea viene costantemente reinventata dalle sue relazioni con il mondo.

Oggi, però, la posizione dell’Europa è molto diversa da quella di un secolo or sono. Non più centrale ma provinciale: è un semplice nodo, anche se molto rilevante, di una rete globale policentrica. L’Europa è così sollecitata a ricercare nuove possibilità per il suo futuro e per il futuro del mondo, riscoprendo e reinventando gli aspetti creativi della sua storia, delle sue culture, delle sue identità.                                                                                                                         European-map-with-countries-flags-and-borders-Stock-VectorNel mio libro L’Europa globale. Epistemologie delle identità, analizzo appunto la complessa storia europea e le radici profonde di quel tentativo, in atto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, di dare un’adeguata espressione politica all’identità culturale polifonica dell’Europa, spesso controversa, ma che ha comunque saputo resistere ai nazionalismi, agli autoritarismi e ai totalitarismi del ventesimo secolo.                                                    Il policentrismo europeo, nei casi più felici, ha incentivato la creazione di un tessuto di relazioni fra culture anche assai disparate: i movimenti politici, culturali e nazionali europei hanno sempre avuto una risonanza ad ampio raggio, accogliendo protagonisti di diverse origini, appartenenze etniche ed identitarie e mettendo in relazione spazi, tempi e mondi variegati e talvolta eterogenei.                                                                                                                 Oggi la rapidità dei mutamenti sociali e tecnologici in atto, insieme all’impatto profondo sul nostro continente dei conflitti e delle tensioni di un mondo sempre più interconnesso, ha messo in crisi gli equilibri faticosamente raggiunti dalla costruzione europea negli ultimi decenni.  La biforcazione è cruciale: andare avanti verso il compimento dell’unione politica almeno di alcuni paesi europei (probabilmente quelli che oggi aderiscono all’Euro) oppure essere riuscchiati all’indietro in quell’età dei nazionalismi miopi e risentiti che non accenna a chiudersi?

Di ciò parliamo nel seguente dialogo-intervista con Arianna Barazzetti

Arianna Barazzetti – Le identità certe, monolitiche ed indiscutibili sono ormai da considerarsi anacronistiche e anzi pericolose.  Quali possibilità ha l’Europa per ripensare le proprie identità e le proprie diversità durante l’era della globalizzazione?

Gianluca Bocchi – Le identità che noi consideriamo certe e monolitiche sono sempre state oggetto di costruzioni storiche, talvolta anche recenti o ancora in divenire. Spesso queste identità, che si sentono e si credono indiscutibili, celano la loro reale natura costruita e transitoria dietro meccanismi di comunicazione retorici, volti ad assicurare gli interessi a breve termine di coloro che se ne servono.  La funzione mobilitatrice di tali identità è potente, ma proprio per questo rischia di diventare estremamente distruttiva e autodistruttiva.

Nel contesto di panorami politici e sociali di lunga data, costantemente riemergenti nell’ultimo secolo, frequenti e abituali sono state e ancora sono le strategie che slobodefiniscono un’immagine compatta del nemico e che per far ciò pescano a piene mani nel campo confuso e contradditorio delle identità etniche, nazionali o religiose, molto più ricco di narrazioni alternative e complementari di quante possano emergere nel discorso nazionalista. Tali strategie, assai comode per consolidare i totalitarismi, gli autoritarismi e anche varie forme di democrazia autoritaria, finiscono col far collassare la molteplicità delle narrazioni possibili su di una sola narrazione fantasmatica.  Spesso si rivelano un disastroso boomerang, che si ritorce contro coloro che le hanno adottate.                                                                                                                                        Risulta allora prioritario e necessario un consapevole lavoro interdisciplinare, per far comprendere alle opinioni pubbliche e alle stesse classi dirigenti la grande complessità che le idee di identità e di confine hanno assunto nella storia europea. Queste idee hanno a che fare con processi storici e sociali in cui le teorie e le pratiche delle identità e dei confini si mostrano in tutta quanta la loro ambivalenza: fattori ad un tempo costruttivi e distruttivi, mobilitatori e cristallizzatori.                                                                                                   I confini, come del resto le identità, derivano da lunghi processi di costruzione che affondano sempre le proprie radici in spazi e in tempi eterogenei e differenti. Non possono essere considerati inevitabili o necessari, ma vengono in essere attraverso conflitti, compromessi, e spesso anche attraverso una notevole creatività.                                                                                                                        GalataSe trasformassimo anche sul piano propriamente epistemologico, quello che ci appare come cosa data in processo, ecco che potremmo allargare lo spazio in cui pensare tanti problemi teorici e pratici che tormentano il nostro continente.  Mentre le identità rigide e statiche sono esclusive, nel momento in cui iniziamo ad interpretare le identità stesse come realtà costruite al crocevia di diverse narrazioni, ci rendiamo conto che esse possono essere anche di tipo inclusivo, tali da condurre alla condivisione e alla sovrapposizione di territori ed etnie.
                                                                                                                                Arianna Barazzetti – Possiamo quindi sostenere che qualunque cittadino europeo porti in sé una moltitudine di mescolanze?

Gianluca Bocchi - Nei vari piani culturali, etnici, linguistici, genetici ogni cittadino europeo ha un’identità molto ricca e variegata. Se costruissimo un albero genealogico di un qualunque cittadino europeo vedremmo che gli apporti ancestrali che lo permeano provengono da ogni parte.  Le varie regioni d’Europa presentano una notevole permeabilità culturale anche nelle tradizioni popolari.  Ovviamente le élites hanno avuto un grado ancora maggiore di permeabilità culturale, che ha dato ad esse un ruolo fondamentale di tramite tra le varie culture d’Europa.  L’età degli indurimenti nazionalistici ha in parte eclissato, ma non certo dissolto, la multispazialità e la multitemporalità delle radici individuali e collettive dei cittadini del nostro continente.

Le identità europee, ad uno sguardo attento, sono quanto di più permeabile, mosso, evolutivo si possa concepire.  Anzi, una loro indagine potrebbe essere una via esemplare per comprendere il carattere processuale e inclusivo di qualunque genere di identità, a qualunque livello di generalità ci si voglia collocare.  Le identità europee non sono separate, ma si sovrappongono, anche se molti politici e intellettuali hanno frainteso completamente la loro missione e hanno cercato di rendere separato ciò che strutturalmente era ed è sovrapposto.                                                                                                 Czeslaw MiloszTutto ciò scaturisce non solo da molteplici esperienze sul campo, ma anche dalle narrazioni di vario genere provenienti da tutte le culture europee. Pensiamo soltanto alla grande letteratura dell’Europa centro-orientale: tanti romanzi, racconti, biografie degli autori che sono vissuti in quest’area così tormentata ci fanno intravvedere tante stratificazioni e sovrapposizioni culturali caratteristiche di questa o quella città, di questa o di quella regione.  Il più delle volte, le vicende tumultuose di un ventesimo secolo così drammatico ha attentato a queste stratificazioni e a queste sovrapposizioni, senza tuttavia cancellare del tutto la loro memoria.

La grande contrapposizione che così si palesa è quella tra una visione processuale e una visione statica delle identità, tra un’idea di identità flessibile e un’idea rigida.  La contrapposizione fra queste due visioni riguarda anche e soprattutto la relazione con la storia. La visione processuale delle identità è infatti in accordo con i processi storici e sociali che hanno sempre fatto dell’Europa un luogo di incontro e, nello stesso tempo, di confronto e di scontro fra identità molteplici, in un’ambivalenza di integrazioni e di separazioni che non può essere sciolta e semplificata.  Al contrario, una visione delle identità rigide ed esclusive conduce spesso a narrazioni fantasmatiche, tendenziose e ingannevoli, atte a immaginare una storia a senso unico per trovare nel passato ipotetici sostegni ai vincitori del momento.  Queste narrazioni sono certo mobilitatrici di energie, ma queste energie sono soprattutto distruttive e autodistruttive, basate su motivazioni contestabili che quando sono smascherate lasciano un paesaggio devastato, sul piano materiale non meno che sul piano simbolico.

Arianna Barazzetti – Il mito nazionale, dal punto di vista storico, è un agente che ha promosso e sostenuto un passaggio dal locale al globale attraverso il quale si è formata l’Europa moderna.  Quali implicazioni profonde ha avuto un tale processo?

Gianluca Bocchi – L’onnipresenza delle comunità locali è un aspetto di grande rilevanza nella storia europea, che oggi deve essere compreso e ripensato. Nella gran parte della storia europea la massima parte dei cittadini vivevano in comunità locali basate sull’agricoltura, immote e chiuse su se stesse. Questo aspetto del paesaggio umano d’Europa non esaurisce certo la complessità della sua storia: accanto ad esso appaiono anche comunità cittadine molto aperte e creative, come nel caso dei Comuni Lega_anseaticaitaliani, delle Fiandre o della Lega Anseatica, che avevano già la funzione ante litteram delle città moderne: al loro interno vi erano culture plurali, e grazie alle reti commerciali di cui facevano parte esercitavano la funzione di tramite fra culture anche molto lontane l’una dall’altra. Ma in ogni caso, fino ad età moderna inoltrata, la massima parte delle comunità locali in Europa e nel mondo erano caratterizzate dal contatto fisico immediato: non solo nei villaggi contadini ma anche nelle città le comunicazioni tra individui erano in genere molto dirette.

E direttamente comunicavano anche le élites culturali del continente, in una sorta di repubblica delle lettere dai valori condivisi: oggi ci stupiamo della mobilità di queste élites pronte a tenere ricchissimi epistolari o anche a muoversi in cerca delle innovazioni più interessanti senza curarsi troppo dei confini politici ed etnici.

Ma, a parte la rilevante eccezione delle reti cittadine, la gran parte delle comunità locali comunicavano ben poco l’una con l’altra: ogni compagine politica europea possedeva una serie interminabile di barriere interne, trapassate dalle élites ma non dalla massima parte della popolazione.

E’ solo con la nascita di un vero e proprio sistema mondo sul piano economico, che ha avuto origine nell’età delle esplorazioni geografiche condotte dagli europei, che i governanti dei vari stati nazionali del nostro continente comprendono la necessità di mettere in relazione tutte le comunità locali di cui i loro domini erano composti.

Avviene allora una transizione paragonabile a quella che avvenne nel mondo greco, dal tempo della polis all’età ellenistica. Nell’età classica i greci erano concentrati in tante città stato, dove il contatto fisico era fondamentale.  Dopo l’avventura di Alessandro Magno, in età ellenistica, la civiltà greca si diffonde e si disperde, arrivando sino in India e in Egitto: ormai sono coinvolte milioni di persone.  In qualche modo la traiettoria di sviluppo degli stati nazionali europei dell’età moderna è simile.  Per quanto le comunità di partenza siano eterogenee – un villaggio agricolo è molto differente da Parigi – sempre più impellente è l’esigenza e la necessità di far convergere e quasi di fondere insieme tutte queste comunità. E’ un’esigenza posta anzitutto dalle mutate condizioni dell’economia mondiale: le monarchie assolute dell’età moderna avevano bisogno di vasti mercati fatti di consumatori e questo, al di là della loro stessa volontà, ha iniziato a trasformare gli antichi sudditi in cittadini, sempre più dotati di diritti che con il tempo diventano inalienabili.

Nel processo sono coinvolte appunto milioni di persone.  Ciò che non può essere realizzato con il contatto fisico, viene reso possibile sollecitando l’immaginario.  Anche se le differenze di classe e di cultura permangono sostanziali, vi è una notevole convergenza delle visioni del mondo attraverso l’adesione a narrazioni nazionali comuni.  L’idea di nazione diventa sempre più pervasiva proprio grazie a queste narrazioni, che sono basate su un repertorio ricchissimo di miti, di monumenti, di simboli, di eroi.

Human_migrationMa oggi il potere coesivo di queste narrazioni viene sempre più messo in discussione e assistiamo così a una sorta di sgretolamento delle fondazioni delle comunità dell’Europa moderna.  Al di là di ogni retorica e di interventi più o meno nostalgici, i confini appaiono sempre più vulnerabili e permeabili.  Le migrazioni sfuggono a ogni confine, anche e soprattutto perché le migrazioni nascono con il mondo stesso, e sono antecedenti a ogni tipo di confine.

Arianna Barazzetti – Le migrazioni che hanno luogo ai nostri giorni possona dare nuova forza all’idea di confine, ai miti nazionali e ai localismi chiusi e intolleranti?

Gianluca Bocchi – Con la messa in discussione delle nazioni dall’alto dei processi globali (soprattutto, ma non solo, di ordine economico), i confini non possono più funzionare. Possiamo costruire tutti i muri e i reticolati che vogliamo contro i rifugiati e i migranti: però i muri e i reticolati non possono far nulla contro il riscaldamento globale, non possono agevolare la transizione energetica, non aiutano l’innovazione sociale del tutto necessaria per rispondere alle sfide dell’automazione e della maggiore durata di vita delle donne e degli uomini. Del nostro mondo, vi sono sempre più aspetti essenziali che sfuggono a qualunque confine. E poi – lo ripetiamo – non dobbiamo mai dimenticare che le migrazioni sono nate con l’umanità, e che sono primarie e diremmo più flessibili rispetto a ogni pratica confinaria.

Nell’Europa dell’età moderna i confini si sono induriti e sono stati addirittura sacralizzati, e caricati di significati emotivi pronti a contribuire alle detonazioni belliche. L’Unione Europea ha faticato molto a infrangere un tale quadro ma, negli ultimi decenni, la sdrammatizzazione (non l’abolizione) dei confini ha certo contribuito non solo a innescare feconde dinamiche locali transfrontaliere, ma anche a plasmare in senso positivo la mente delle giovani generazioni, che hanno goduto di una mobilità senza pari, anche e soprattutto mentale.  E allora non possiamo che chiederci quali sarebbero le vittime di un Schengen-1nuovo irrigidimento dei confini: lo sarebbero solo i rifugiati e i migranti? O, insieme e forse soprattutto, non lo sarebbero gli europei stessi?

L’inevitabile apertura delle nazioni al mondo ha paradossalmente messo in discussione anche e soprattutto le modaità con cui le nazioni stesse avevano omologato o assorbito le comunità locali. La narrazione prevalente negli ultimi secoli era quella di considerare le comunità locali come il passato, e le comunità nazionali come il presente e il futuro.  Al contrario, molte comunità locali mantengono una capacità di mobilitazione assai pronunciata per cui, senza un plebiscito di tutti i giorni che rinsaldi i legami tra queste comunità locali e le nazioni di cui fanno parte, queste ultime sono a rischio di disgregazione più o meno pronunciato.

Chiaramente un serio problema sorge quando la rinascita delle comunità locali si degrada in localismo. Il localismo indica e comporta la chiusura delle comunità su se stesse, il che è un peccato esattamente parallelo a quello del nazionalismo, che comporta la chiusura delle nazioni su stesse. Il localismo contrasta lo stesso processo da cui le comunità locali oggi sono state rivitalizzate, perché nell’età globale esse sono diventate elementi di reti che le interconnettono alle più diverse aree del mondo.

Arianna Barazzetti – Come si situano oggi le comunità locali all’interno del complesso reticolato globale?

G. B. – Come abbiamo detto il richiamo alle comunità locali oggi è ambivalente.  Accanto al rischio di chiusura si stanno definendo anche nuove possibilità interessanti per la politica, la cultura e anche per l’economia.                                                                         In primo luogo, in un mondo dove moltissimi contatti sociali sono ormai demandati alle reti informatiche o comunque a mezzi di comunicazione “freddi”, possiamo prospettare un sano recupero dei valori del corpo e della fisicità, ritrovando aspetti centrali nella vita della polis tradizionale.  In secondo luogo, vi è una richiesta emergente di maggiore qualità della vita, ispirata anche dalla questione ambientale ma non soltanto da questa e, insieme, vi è una riscoperta delle proprie radici, del proprio genius loci, non più quale fuga passatistica ma quale punto di partenza per l’innovazione.  La posta in gioco è un circolo virtuoso fra conservazione e innovazione che ovviamente è compito della politica alimentare.

ISprawln tali termini si situano ad esempio le questioni urbane contemporanee.  Le città europee moderne hanno attributo un grande valore alla reciproca accessibilità, sia dei loro cittadini l’uno con l’altro sia fra di loro e il mondo esterno.  Oggi questa valorizzazione dell’accessibilità interna ed esterna deve diventare un fulcro della vita di tutte le comunità locali.  Vi è una simbiosi sempre maggiore fra città e “contado”, e la scelta è se questa simbiosi porti a un degrado ambientale e sociale o, sperabilmente, ci spinga a promuovere l’elevazione della qualità della vita individuale e collettiva.

In questo frangente si mostra uno dei maggiori difetti degli stati nazionali moderni e contemporanei, ancora più esasperato nell’ultimo secolo, che è l’eccesso di burocratizzazione.  Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni avrebbero potuto aiutare a bloccare questo eccesso, e invece rischiano di incentivarlo, oltre a innescare – se utilizzate con scarsa consapevolezza – processi di astrazione e di spersonalizzazione non necessari e non auspicati.  Ecco perché, da parte di molte istanze, vi è un’esigenza di progetti bottom up, che partano dal basso e che completino i tradizionali progetti top down.

Naturalmente, questa interpretazione del locale come risorsa non è da tutti condivisa: anzi il richiamo del locale può diventare preda di nuove forze autoritarie che giocano una seconda carta, il localismo accanto al nazionalismo.

11-de-setembreOggi si torna a parlare di secessionismo per importanti regioni d’Europa, quali la Scozia nei confronti del Regno Unito e della Catalogna nei confronti della Spagna.  Qui non si tratta però di localismo, ma di vere e proprie “nazioni interrotte” che nel corso dei secoli hanno subito gravi torti storici.  Tuttavia le attuali indipendenze di queste nazioni correrebbero il rischio di recidere legami sedimentati, e di alimentare una chiusura nazionalistica.  Ma, certamente, i governi centrali del Regno Unito e della Spagna ancora sottovalutano le ferite inferte a queste nazioni nel passato e sono a tutt’oggi incapaci di trasformare la loro forza identitaria in risorse costruttive per la comunità tutta.  Questa oggi è certamente una fonte di crisi per l’Europa nel suo complesso.

Arianna Barazzetti – Città e luoghi di frontiera, quali vincoli e quali possibilità esprimono?

Gianluca Bocchi -  Fino all’età moderna la gran parte delle società europee, piccole, immote e in massima parte contadine, erano in genere molto omogenee e sottoposte a un grande controllo sociale.  Le città iniziano a fare eccezione già nel secondo medioevo: per le città passano Medieval_Citymolti flussi migratori, si innesca una certa mobilità sociale, i vincoli del controllo sociale si allentano relativamente.  Le città saranno successivamente i luoghi chiave delle unificazioni culturali delle rispettive nazioni, e trasmetteranno i loro valori innovativi nei territori circostanti.                                                                                                                       Ma oggi la tarda modernità si è impigliata in un nuovo tipo di omologazione dei cittadini, dovuto alla burocratizzazione.  Per cui l’interrogativo su quali possano essere i cittadini del futuro non ha una risposta scontata.  Ci chiediamo con apprensione se i processi tecnologici in atto finiscano col generare nuove forme di omologazione e di controllo sociale, o se invece la cittadinanza del futuro possa essere basata su un’interazione costruttiva tra diversità considerate feconde e basilari.  Riusciremo a vivere insieme in quanto diversi, come fra l’altro Alain Touraine ha chiesto con grande acume?

Dinanzi a questa sfida dei nostri giorni le grandi città assomigliano sempre più ai luoghi di frontiera in quanto entrambi questi generi di luoghi sono attraversati da flussi continui, che li rendono difficilmente normalizzabili.  Per le grandi città questo è evidente: su di esse converge ogni tipo di immigrazione (e anche di emigrazione), da vicino, da lontano, dal proprio paese, dal resto d’Europa, dal resto del mondo…  Ma anche i luoghi di frontiera, che spesso sono storicamente multietnici perché tracciare frontiere etniche in Europa è rheinsempre stato molto difficile, sono plasmati da flussi bidirezionali, che possono essere giornalieri, settimanali, mensili, annuali, occasionali, ciclici, stabili…  E’ da notare che in genere questi flussi transfrontalieri apportano un guadagno per l’economia e per la cultura delle fasce di frontiera di entrambe le nazioni confinanti.

Oggi abbiamo dunque la necessità che si inneschi un circolo virtuoso fra i valori nazionali e quelli locali.  Indubbiamente la rinascita delle dimensioni regionali e locali mette in crisi le omologazioni spesso imposte dagli stati nazionali, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di un nuovo patriottismo che integri le comunità locali e le metta in relazione evolutiva, altrimenti le comunità locali non farebbero altro che ripetere su una scala in miniatura gli errori degli stati nazionali moderni.  E’ chiaro che dinanzi agli impetuosi cambiamenti apportati dai processi di globalizzazione la reazione psicologica di chiudersi su se stessi rischia di essere sfruttata in forma miope e autodistruttiva da chi cavalca l’onda del populismo. Ai politici che non vogliono rassegnarsi a questa degradazione spetta oggi una notevole dose di responsabilità, e diciamo anche di cultura, per aiutare i propri cittadini a rielaborare le loro sensazioni di incertezza e a vedere nuove possibilità per il loro stesso futuro.

Creare contesti favorevoli perché le tante diversità di cui oggi si compone l’Europa possano non solo interagire, ma costruire insieme è oggi più che mai un compito politico importante a tutti i livelli territoriali, da quelli nazionali a quelli locali.  E’ una necessità ineludibile, se vogliamo che il nostro continente rimanga un laboratorio di creatività e di innovazione, riannodandosi con ciò alle pagine migliori della sua storia e combattendo la tentazione di riproporre la via distruttiva delle sue pagine oscure.


Europa 2015: il tempo delle grandi coalizioni. E del partito europeo?

L’abituale alternanza fra coalizioni di centro-sinistra e coalizioni di centro-destra che regolava la politica scandinava da decenni è stata messa in discussione, in tutti i paesi, da quelli che con una definizione generale vengono definiti partiti populisti di ‘estrema destra’.  Come in altre aree d’Europa, le questioni calde che hanno fatto crescere i loro consensi sono quelle dell’immigrazione e della sempre maggiore presenza di cittadini di religione islamica.  La variante scandinava, in particolare, si impernia sul timore di una possibile regressione rispetto a condizioni economiche e sociali che permangono comunque privilegiate in Europa e dell’eventuale rivolgimento della situazione demografica, a favore dei nuovi arrivati.  In questo quadro, le elezioni svedesi del settembre 2014 hanno visto il successo relativo di un partito di questo genere, i “democratici svedesi” (SD), che hanno ottenuto il 12,9% dei voti e hanno minacciato di far saltare il panorama politico tradizionale della nazione.  Sulla scia di questo successo elettorale, hanno rivelato una visione del mondo particolarmente gretta, sostenendo che gli ebrei svedesi non possono essere cittadini a pieno titolo, se non accettano di assimilarsi e di rinunciare in sostanza alle loro tradizioni religiose e culturali.  Affermazioni di tenore simile sono state rivolte nei confronti dei curdi immigrati, nonché degli antichi popoli nomadi della Svezia settentrionale: i vari gruppi di sami (“lapponi”) e di finni – i cosiddetti tornedaliani – che solo di recente hanno iniziato a vedere riconosciuti loro taluni diritti culturali e politici, dopo secoli di una pesante politica di assimilazione forzata condotta dal governo centrale.

WEB_INRIKESI partiti politici tradizionali non si sono limitati a dichiarazioni di condanna nei confronti di talune affermazioni degli SD. Più concretamente, si sono accordati per limitare i loro spazi di azione politica.  L’attuale governo, risultante dal voto del 2014 (una coalizione di centro-sinistra: socialdemocratici e verdi), rimane in carica anche se è un governo di minoranza, fatto non infrequente nelle democrazie scandinave.  Ma con l’opposizione di centro-destra ha concordato una serie di regole comuni, soprattutto per quanto riguarda la composizione e l’approvazione del bilancio statale, per consentire una sorta di cogestione del potere fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2018.  E anche per la legislatura successiva, fino al 2022, si dovrebbe riproporre il medesimo scenario: qualunque coalizione vinca e governa, probabilmente ancora in minoranza, adotterà le stesse regole comuni di garanzia a cui è soggetto il governo attuale.  Il messaggio è chiaro: i voti dei SD sono congelati.  Per quanto fra centro-sinistra e centro-destra vi siano evidenti differenze nelle visioni e nelle proposte, esse appaiono minori di quanto hanno in comune: l’opinione condivisa è che la società svedese é e debba restare aperta, che l’immigrazione debba essere monitorata e regolata, ma non combattuta e ostacolata in linea di principio.                                                       Per strade diverse, l’attuale quadro politico della Germania converge per aspetti importanti con quello svedese.  Anche in questo caso sono in atto trasformazioni provocate dalla presenza di un nuovo partito politico:  l’AfD, Alternative für Deutschland.  Alle origini l’AfD non si è presentato con le sembianze di un partito populista “caldo”, bensì con quelle “fredde” di un partito mosso da motivazioni e da calcoli economici, o addirittura economicisti: da un euroscetticismo venato di egoismo nazionale e accompagnato da slogan un po’ antipatici (del tipo: “non siamo lo stato sociale del mondo”), imperniato sull’idea che la Germania non dovrebbe andare in soccorso delle economie più deboli dell’Unione Europea, e dovrebbe anzi propugnare un uscita di queste dall’euro.

Germany 2013Nelle elezioni del settembre del 2013 il successo dell’AfD non è stato esaltante.  Ha ottenuto il 4,7% dei voti e così non ha mandato i suoi rappresentanti al parlamento federale (Bundestag): ricordiamo infatti che la legge elettorale tedesca prevede una soglia di sbarramento al 5%.  Migliori sono stati i suoi esiti nelle tornate elettorali del 2014: 7% alle elezioni del parlamento europeo, percentuali ancora più elevate nelle elezioni regionali in tre Länder della Germania orientale (con la punta del 12,2% nel Brandeburgo).  Le elezioni federali del 2017 sono ancora lontane, ma un ingresso dell’AfD al parlamento nazionale ora non appare impossibile.                                                                                                           Gli effetti di questi risultati elettorali sono minimizzati dal fatto che i rappresentanti degli altri partiti (e in particolare della CDU-CSU) continuano a negare ogni collaborazione a un partito che comunque sentono collocato alla loro destra.  Tuttavia, nelle elezioni parlamentari del 2013, la presenza dell’AfD ha contribuito a un evento rilevante: la scomparsa del parlamento della Germania federale, per la prima volta nella storia del dopoguerra, del partito liberale (FDP).  Anch’esso, col 4,8% dei voti, si è trovato sotto la soglia di sbarramento ed è sprofondato in una profonda crisi identitaria, da cui non sappiamo se e quando possa risollevarsi.  Naturalmente i voti all’AfD sono arrivati da tutti i partiti, non solo dalla FDP: però i voti che questi ultimi hanno perso nei confronti dei nuovi concorrenti sono risultati decisivi per la loro scomparsa dal parlamento.  Il risultato è che la CDU-CSU ha visto scomparire il suo partner di governo preferito e tradizionale.  Così la grande coalizione con i socialdemocratici (SPD), che in passato poteva risultare una scelta tattica e a breve termine, per il futuro può diventare una scelta obbligata, almeno finché restino ancora notevoli fra la CDU-CSU e il partito dei verdi (Grüne).                                     MERKELAll’inizio del 2015 il quadro politico tedesco è stato ulteriormente sollecitato dal movimento di piazza della PEGIDA, acronimo che tradotto significa “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’occidente”.  Grandi folle, il movimento non le ha coinvolte: spesso i cortei anti-Pegida hanno ospitato più persone che quelli della Pegida stessa.  Esso presenta però talune caratteristiche indicative della condizione politica tedesca, ed europea, dei nostri giorni.  In primo luogo è sorto a Dresda, cioè nell’antica Germania orientale, indizio di un maggiore nazionalismo di fondo dell’area, derivante in buona parte proprio dall’antico regime della DDR che oggi, a mente fredda, possiamo definire nazional-comunista.  In secondo luogo, la sua origine mostra come la paura dell’immigrazione esterna all’Unione Europea sia più forte proprio laddove i cittadini hanno meno a che fare con un fenomeno del genere (a Dresda di islamici ce ne sono molto pochi) e sia meno forte nei luoghi ove i cittadini sono abituati alla sua presenza ormai multidecennale nel paesaggio quotidiano: così, in Svizzera, i cantoni più ostili all’immigrazione straniera sono i piccoli cantoni della Svizzera centrale, poco variegati etnicamente, mentre i cantoni più favorevoli sono le città stato di Zurigo e di Ginevra.  In terzo luogo, il movimento si è subito frammentato in due filoni che possiamo definire ‘nazional-conservatore’ e ‘pseudo-nazista’.  Mentre il secondo filone si è sperso nella tradizionale accozzaglia di affermazioni tipiche dell’estrema destra (gli immigrati quali “bestie” o la teoria della congiura secondo quali Stati Uniti e IS sarebbero d’accordo), il primo vorrebbe coagulare una formazione decisamente alla destra della CDU-CSU: come suoi pilastri, abbiamo lo slogan populista “più democrazia diretta”, una visione identitaria della nazione tedesca monoculturale e non multiculturale, un irrigidimento delle regole dell’immigrazione senza però sfociare in un’ideologia apertamente razziste (l’islamocritica si opporrebbe così all’islamofobia).

PegidaMolti vedono l’AfD e la PEGIDA come naturali alleati per un partito decisamente di destra e concorrente alla CDU-CSU, ricoprendo un’area che nella politica tedesca del dopoguerra non è mai entrata nel parlamento nazionale e molto raramente anche in quelli regionali.  Le opinioni nella AfD restano discordi: vanno da chi sottolinea una reale affinità a chi preferisce distanziarsi da ogni minima affermazione di ordine etnicista. Certo è, però, che i manifestanti della PEGIDA sembrano non aver dubbi: almeno nel campione qui rappresentato, l’89% di loro voterebbe senz’altro per il partito “anti-euro”.  Così la Germania sembra anch’essa sul punto di assistere a quella convergenza, in una stessa forza politica, di affermazioni economiche anti-euro e di affermazioni identitarie anti-immigrazione che già da tempo caratterizza lo scenario francese (Marine Le Pen) e quello italiano (la Lega di Matteo Salvini e anche il M5S, almeno nella persona di Beppe Grillo).  Un successo di tipo francese appare attualmente improbabile.  Però è possibile che anche un successo limitato di quest’area abbia l’esito di consolidare grande coalizione al governo, trasformandola da tattica a strategica, e più in generale di stimolare le forze politiche tedesche filoeuropeiste e fautrici di una società aperta a maggiore coraggio e a maggiore creatività.  Sapranno essere all’altezza di questa sfida?                                                                                                Se le scadenze elettorali in Svezia e in Germania non sono imminenti, lo sono invece in Gran Bretagna.  E qui gli scossoni al sistema politico tradizionale potrebbero risultare di portata ancora maggiore.  A parte le grandi coalizioni imposte dalla crisi del 1929 e dalla seconda guerra mondiale, il sistema politico inglese si è sempre basato su alternanze prolungate: fra conservatori e liberali prima; fra conservatori e laburisti in seguito.  Le eccezioni più rilevanti hanno avuto luogo nel 1974 (con un governo laburista di minoranza, peraltro ritornato in maggioranza dopo nuove elezioni nel novembre dello stesso anno) e, appunto, nel 2010: i conservatori non hanno raggiunto la maggioranza e hanno dovuto ricorrere a una coalizione con i liberaldemocratici.  Ma ora, nel 2015, è sempre più chiaro che anche le prossime elezioni non daranno una maggioranza, e che si dovrà negoziare una nuova coalizione, forse in condizioni di incertezza ancora maggiori.                              Il fatto è che il sistema elettorale inglese, uninominale a turno unico, poteva dare maggioranze nette quando gli attori principali ierano due partiti e mezzo (con i liberaldemocratici in genere fuori gioco, salvo che nel 2010).  Ma con cinque partiti e mezzo quali attori principali non è detto che funzioni altrettanto bene.  Accanto ai Continua a leggere

Europa, Italia, politica, antipolitica: domande alla classe politica italiana

Le prossime elezioni per il Parlamento Europeo si terranno alla fine di maggio, ma il tema è già caldo e le prospettive sono incerte.  In quasi tutti i paesi dell’Unione partiti definibili genericamente come antieuropeisti e nazionalisti – ai quali viene spesso aggiunto l’aggettivo di “populisti” – godono di favori non indifferenti da parte delle rispettive opinioni pubbliche.  In molti paesi, primo fra tutti la Francia, i sondaggi li danno in crescita. Al movimento di Marine Le Pen viene accreditato persino un 34% dei voti.  Particolare forse ancora più inquietante, molti elettori del maggior partito di centrodestra (UMP) non escludono di poter votare per il movimento lepenista, a seconda delle circostanze: sarebbe la fine di quella “maggioranza repubblicana” che fino ad oggi aveva confinato il Fronte Nazionale ai margini della vita politica francese. Quale che sia il risultato delle elezioni di maggio, la contrapposizione fra europeisti e neo-nazionalisti è destinata a segnare a lungo il nostro tempo di crisi.  Con qualche sorpresa: il referendum indipendentista scozzese di settembre sta guadagnando consensi anche perché gli scozzesi non gradiscono affatto l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, nel 2017.  Gli antichi legami col continente sono forse più saldi dell’appartenenza plurisecolare al Regno Unito?

Schulz-barrosoI nazionalisti dei nostri giorni hanno buon gioco ad attaccare, mostrando le carenze e le inadeguatezze di questa Europa.  Ma propongono solo di tornare indietro.  Vedremo, e ardentemente lo speriamo, se a breve i politici europeisti sappiano ridestarsi dal loro presente torpore e trovare il coraggio di andare avanti.  Ma al momento la consapevolezza della criticità della situazione europea è ben lontana dallo smuovere la gran parte dei politici nazionali dalle loro vicende provinciali.  Anche la situazione italiana lo dimostra.  Il dibattito sulle riforme e sulla legge elettorale, in particolare, si situa in un vuoto pneumatico: è stato ed è condotto come se l’attuale, drammatica alternativa per l’intera Unione – avanti o indietro – proprio non esistesse.  Pensiamo di essere in tempi tranquilli, che consentono di compiere a cuor leggero errori dovuti alla fretta e alla mancanza di riflessione.  O, almeno, questa pare la convinzione di molti estensori e sostenitori dell’attuale proposta di legge: temo che ad essi sia sfuggita una serie di conseguenze politiche indesiderate che prima o poi potrebbero creare ulteriori difficoltà all’Italia.                                                                   E’ in questa luce che è utile porre ancora qualche domanda alla classe politica italiana, che oggi in maggioranza vuole difendere una proposta di legge elettorale inadeguata, e che rischia perfino di risultare controproducente rispetto all’obiettivo dichiarato dei suoi estensori: la stabilità – ma forse è meglio dire, la salute – del sistema politico italiano.

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Siamo certi, anzitutto, che una competizione finalizzata alla meta conclusiva del premio di maggioranza non corroda la qualità delle proposte politiche delle parti in gioco?  Se ogni numero è importante, perché la vittoria elettorale è questione di tutto o niente, non si rischia di giustapporre meccanicamente gruppi di interessi del tutto eterogenei, invece di faticare per costruire un ragionato sistema di compatibilità, di convergenze e di alleanze fra le tante diversità di cui si compone il nostro sistema paese?  Siamo certi di non ricorrere eccessivamente alla comoda scorciatoia delle promesse facili?  E siamo certi che l’obbligo a governare di una minoranza che diventa maggioranza non sia a lungo andare dannoso anche e soprattutto per chi vince in queste condizioni?  Guardiamo agli ormai venticinque anni di vita democratica dell’Europa centro-orientale post-comunista.  Molti partiti, andati al governo con maggioranze rilevanti, sono naufragati vittima degli stessi strumenti che avevano usato per vincere: alle elezioni successive, spesso sono andati incontro a disfatte che li hanno marginalizzati e talvolta hanno messo in discussione la loro stessa sopravvivenza  (l’ultimo caso, dalle conseguenze clamorose, è il destino dei socialisti ungheresi). Da due forze, vorremmo generare due debolezze?  O una forza costruita sulle ceneri dell’altra?                                                                                                                     E’ opportuno ribadire che un sistema politico imperniato su un premio di maggioranza così considerevole non ha uguali in Europa, e quindi apre o consolida (e non certo chiude) un’anomalia italiana.  Per quale motivo? Perché ci sentiamo diversi da tutti gli europei i Continua a leggere

Tra governabilità e rappresentanza: gli spazi delle minoranze

Bethnal Green and Bow è un collegio elettorale della parte orientale di Londra, che comprende buona parte del borough di Tower Hamlets: sono luoghi ben noti a chiunque si occupi di questioni urbane per la loro ricchissima stratificazione multietnica, per gli interessanti processi di risanamento sociale ed ecologico oggi in atto e anche la presenza di ottime curry houses.   Circa metà della popolazione è di origine asiatica o nera (in particolare del Bangladesh e della Somalia) e coloro che sono ritenuti di confessione islamica superano, anche se di poco, coloro che sono ritenuti di religione cristiana.  Kidderminster è invece una città inglese della regione di Birmingham, meno visitata e mediatizzata dall’East London, e nota soprattutto per la produzione tradizionale di tappeti.  Ma un’analogia elettorale lega le due località: negli ultimi anni entrambi i collegi hanno visto l’elezione al Parlamento inglese di rappresentanti di piccoli movimenti, praticamente degli indipendenti, che hanno sconfitto sul terreno i rappresentanti dei grandi partiti nazionali.  A Kidderminster è successo due volte, nel 2001 e nel 2005, per opera di Richard Taylor, un medico che si è battuto per la difesa dell’ospedale locale, su cui gravava la minaccia di essere privato di servizi essenziali; a Bethnal Green/Bow, nel 2005, il vincitore è stato invece George Galloway, il contestato esponente pacifista e filopalestinese del movimento di estrema sinistra RESPECT, acronimo che sta per: respect, equality, socialism, peace, environmentalism, community, trade unionism.

DTGFP_Whitechapel4.jpg  Whitechapel High Street East LondonNelle elezioni del 2010 i due collegi sono rientrati nei binari della politica tradizionale: a Kidderminster hanno prevalso i conservatori, a Bethnal Green/Bow i laburisti.  Però a George Galloway è riuscito un altro colpo vincente in un turno di elezioni supplettive del 2012, nel collegio di Bradford West, e con un risultato a valanga (55,9% dei voti contro il 25% del candidato laburista).  Inoltre, ancora nel 2010, è stata eletta per la prima volta una rappresentante dei “verdi” inglesi (Green party): Caroline Lucas nel collegio elettorale di Brighton Pavillon.  Il sistema elettorale inglese con collegi elettorali a turno unico non particolarmente equo: può succedere che uno dei due partiti maggiori vinca le elezioni anche prendendo meno voti complessivi dell’altro a livello nazionale.  Per di più,  la rappresentanza del terzo partito nazionale, quello liberal democratico, è sistematicamente sottostimata: nelle elezioni del 2010 il 23% dei voti nazionali gli è valso solo 8,8% dei seggi.  Però il sistema inglese è aperto alle eccezioni, sia pur rare: la legge elettorale non vieta a chi gioca politicamente bene, individuando condizioni per lui favorevoli, di approdare a Westminster anche in condizioni di assoluta minoranza.  Senza contare, naturalmente, i vari esponenti nazionalisti o regionalisti di Galles, Scozia e Irlanda del Nord.                                       Anche la legge elettorale tedesca, assai diversa da quella britannica, possiede uno spiraglio aperto all’eccezione.  La legge elettorale tedesca è notoriamente riassunta come “proporzionale con soglia di sbarramento al 5%”.  Ma questa dizione rischia di tralasciare un aspetto importante:  il numero dei deputati è certo computato in maniera proporzionale, ma metà di loro è eletto in collegi uninominali a turno unico.  E a chi vince in un collegio uninominale, anche se appartenesse a un piccolo partito che non raggiunga la soglia nazionale del 5% del riparto dei voti, e anche se fosse un candidato indipendente, spetta in ogni caso il seggio parlamentare.

Hellersdorf

Candidati realmente indipendenti non sono mai stati eletti, anche se molti ci hanno provato.  Però nel 2002, la PDS, cioè il partito erede dell’antico partito egemone della DDR (la SED), attraversò una profonda crisi e scese sotto la soglia del 5% a livello nazionale.  La crisi fu poi superata a partire dal 2005, quando iniziò a delinearsi la prospettiva pantedesca della Linke.  Ma nel 2002 due candidate della PDS vinsero in due collegi elettorali di Berlino: Berlin Lichtenberg e Berlin Marzahn-Hellersdorf, due sobborghi periferici dell’antica Berlino Est, in cui i post-comunisti avevano mantenuto il loro prestigio quali difensori di un’identità tedesco orientale (Ossis).  Di più: avesse la PDS vinto anche in un terzo collegio – e ci andò abbastanza vicino – avrebbe partecipato al riporto di tutti i seggi su scala nazionale, anche col solo 4% dei voti.  Perché la legge elettorale tedesca dice che al riporto proporzionale dei voti su scala nazionale prendono parte anche i partiti che acquisiscono tre “mandati diretti”, indipendentemente dal fatto che abbiano mancato la soglia del 5%.  E’ una mossa importante per lasciare una porta socchiusa a minoranze piccole, ma influenti.                                                                      Nel modello elettorale francese, uninominale a doppio turno, lo spazio per i partiti minori e anche per gli indipendenti è notevole quando siano in grado di “agganciarsi” a una delle maggiori coalizioni che si contendono il primato; molto di meno quando non lo vogliono o non lo possono.  Gli accordi di coalizione sono articolati e diversificati.  In genere un partito minore o un indipendente di una coalizione compete con concrete possibilità di vittoria in Continua a leggere