Legge elettorale e complessità sociale: una relazione necessaria

La proposta di una legge elettorale assai discutibile ha suscitato qualcosa di positivo: se ne discute a fondo.  Le posizioni sono variegate: chi è decisamente contrario (Eugenio Scalfari, e il gruppo di giuristi – con Stefano Rodotà – che ha promosso un appello di opposizione); chi propone miglioramenti sostanziali (Massimo Teodori); chi è favorevole con la motivazione, da me personalmente non condivisa, che l’azione sia comunque migliore dell’inazione. Tutti comprendono che la posta in gioco è notevole, e che i problemi sollevati ci accompagneranno a lungo.                                                                                 Attendiamo gli sviluppi dell’iter parlamentare per vedere se possano venir emendati alcuni fra gli aspetti più contestabili della proposta di leggi.  Tali sono le soglie di sbarramento troppo alte (come quella dell’8% per una lista che si presenta da sola, troppo vicina all’inutile e punitiva soglia in 10% della Turchia); la macchinosa distinzione tra la soglia per chi si presenta da solo e la soglia di chi è in coalizione; lo spiacevole destino che incomberebbe sugli alleati minori di un partito vincente, che rischierebbero di trovarsi esclusi dal parlamento pur contribuendo in maniera decisiva a far scattare il premio di maggioranza per il loro partner.   Ma la questione cruciale resta quella del premio di maggioranza e della logica con cui viene sostenuto: l’esigenza di governabilità sarebbe decisamente da anteporre rispetto al principio di un’equa rappresentanza. Su questo punto, salvo la sorpresa improbabile di una clamorosa bocciatura parlamentare, è difficile pensare a miglioramenti sostanziali: è una questione di tutto o niente.

scalfari rodotàE’ probabile che i più conseguenti oppositori della nuova legge riusciranno a investire nuovamente la Corte Costituzionale del quesito se il premio di maggioranza sia legittimo, anche in questa nuova formulazione.  La controversia non è banale.  Molti fautori della nuova legge sostengono che essa è un sostanziale mutamento della vecchia, perché stabilisce una soglia precisa per l’ottenimento del premio di maggioranza (37%).  Ma se nessuna delle forze in gioco raggiungesse la soglia al primo turno, potremmo avere un ballottaggio con i due contendenti situati, ai nastri di partenza, rispettivamente al 29,54% e al 29,18% dei voti (sì, questo è successo nelle elezioni del 2013, nel voto per la Camera!).  E ci ritroveremmo nella situazione per nulla equa del 2013: un 29,54% dei voti (o un 29,18%, perché ovviamente al ballottaggio non si può escludere un sorpasso) porterebbe alla fine al 55% dei seggi, con un distacco minimo nel voto popolare iniziale che si dilaterebbe a dismisura nella distribuzione finale dei seggi.  La Corte terrà ovviamente in debito conto gli aspetti giuridici e costituzionali della questione, e non possiamo anticipare i suoi pronunciamenti al riguardo.  Ma sul piano politico, è difficile negare che abbiamo a che fare con una sorta di cosmesi di un aspetto indesiderato della legge con cui si è votato nelle ultime tornate elettorali.

renzi berlusconi

E’ anche e soprattutto sul piano politico che la legge deve essere valutata, parallelamente a quello giuridico-costituzionale.  E’ una legge errata, ed espone a gravi rischi.  E’ una legge che pensa al presente, o al futuro a breve termine, perpetuando il difetto capitale della politica, dell’economia, della managerialità dei nostri giorni. Promette non stabilità, ma staticità.  Nel sistema politico non inietta flessibilità, ma rigidità.  E questo, a medio e lungo termine, può essere pericoloso.  Dinanzi a perturbazioni esterne, impreviste, un sistema flessibile è in grado di reagire e di evolvere.  Un sistema rigido, è più probabile che si spezzi.                                                                    Il problema serio è che la voluta combinazione di un premio di maggioranza decisivo e di soglie di rappresentanza troppo elevate fa trasparire un timore, condiviso dalle due forze oggi prevalenti, della possibile emergenza di minoranze influenti.  E questo timore del futuro può apportar loro seri danni.  Perché la legge prospettata dà a queste forze una rendita di posizione che a breve appare garantita, ma che proprio per questo si può rivelare illusoria e ottundente.  Perché perpetua la loro presente tentazione di percepirsi come autocentrate e come autosufficienti, invece di dedicarsi alla qualità delle loro proposte, momento dopo momento.  Perché irrigidisce il loro sguardo sull’unico obiettivo, periodico e rituale, della vittoria “tutto o niente”, invece che decentrarlo su traguardi parziali che arricchirebbero di valore il tempo della politica.    Perché le rende più sorde al gioco dell’innovazione, di pensiero e di azione, talvolta favorito proprio dalla competizione con contendenti nuovi e imprevisti.                                                                                      Parliamo, ripeto, per il futuro, e il futuro non è una replica identica del presente.  Il problema è che la logica e la retorica soggiacenti a queste scelte asserite nel nome della governabilità sono impregnate (in massima parte non consapevolmente) di una visione della storia già vecchia, e del tutto inadeguata.  Parliamo di quell’idea di “fine della storia”     che era emersa subito dopo la svolta del 1989, per essere poi smentita clamorosamente

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Europa 2013: la difficile arte delle coalizioni

Agli inizi dell’autunno del 2013 si sono svolte, quasi in simultanea, le elezioni in tre paesi dell’Europa Centrale: Germania, Austria, Repubblica Ceca.  Anche se i sistemi dei partiti nei paesi in questione sono diversi, gli andamenti post-elettorali si sono rivelati convergenti.  Sono seguiti mesi di laboriose trattative, e alla fine sono sorti governi di “grande coalizione”: coalizioni che mettono insieme partiti astrattamente collocati in luoghi distanti dello schieramento politico e che per aver successo devono praticare saggiamente la difficile arte della negoziazione. Soprattutto in Germania e in Austria questa non è una novità: la grande coalizione è anzi percepita come condizione possibile e normale del corretto funzionamento democratico del paese.  Ma se pensiamo anche alle “grandi coalizioni” che reggono attualmente Olanda, Belgio, Finlandia, Grecia ci rendiamo conto che lo stretto bipolarismo oggi non è così prevalente nei sistemi politici europei come lo era in un passato anche recente.  Al contrario questi mostrano una varietà di comportamenti che inizia a riflettere l’incremento delle variabili nei panorami sociali e culturali del nostro continente: una certa frammentazione dell’opinione pubblica e, insieme, l’emergenza di nuove opposizioni non più riconducibili a quella tradizionale fra sinistra e destra (che pure mantiene il suo significato).

merkel-gabriel

Per varare il governo tedesco ci sono voluti quasi tre mesi.  Ma il tempo trascorso è stato politicamente rilevante, giacché la SPD (uscita numericamente debole dai risultati elettorali) l’ha utilizzato per riequilibrare la sua immagine pubblica nei confronti della CDU/CSU che nel voto del 22 settembre aveva persino sfiorato la maggioranza assoluta dei seggi del Parlamento.   Così la SPD ha ripreso a sua volta l’iniziativa: incalzando gli altri partiti nell’agenda degli accordi sui contenuti politici e soprattutto sottoponendo all’approvazione dei propri iscritti la scelta dei vertici a favore della “Grande Coalizione”.  La mossa è stata rischiosa, ma ha pagato: il suo proponente, il presidente della SPD Sigmar Gabriel, è stato così ampiamente legittimato nel suo ruolo strategico di Vicecancelliere e di Ministro dell’Economia, con una delega aggiuntiva per la delicata questione della svolta energetica.  E, in taluni momenti, la CDU è apparsa sulla difensiva.                                                                                                                                 In Germania il partito antieuro dell’AfD non è entrato in parlamento, e non possiamo parlare di coalizione imposta dalla marea montante dei neo-nazionalismi.  Diversa la situazione in Austria dove al nazionalismo e il populismo, con venature di estrema destra, della FPO – già consolidato dal tempo di Jörg Haider, dopo il 1986 – si è aggiunto anche il (moderato) successo della tecnocrazia anti-euro del miliardario Frank Stronach.

Stronach Strache

Con circa il 23% dei voti indirizzati verso movimenti euroscettici, si è imposta la prosecuzione della coalizione già al governo prima delle elezioni: socialdemocratici (SPO) e popolari (OVP). Notiamo però che nelle elezioni di ottobre la percentuale complessiva dei consensi dei due partiti, sommati insieme, è calato di più del 4 per cento.  E’ un segno indicativo della difficoltà delle “grandi”  coalizioni nei momenti di crisi, che lasciano uno spazio crescente a forze definibili, in un modo o nell’altro, come “anti-sistema”.  Gli odierni sondaggi che riguardano le prossime elezioni olandese e belga prospettano scenari simili anche per questi paesi.                                                                                                      Partiti che possono essere considerati antisistema ne esistono anche nella Repubblica Ceca: i comunisti, ancora in parte legati al passato del “socialismo reale”, e l’estrema destra di Tomio Okamura, anti-UE e soprattutto anti-rom.  Ma qui, in una maggior frammentazione del panorama politico, si aggiunge anche la presenza di partiti, già al governo, oggi notevolmente screditati per tanti episodi recenti di corruzione: ODS

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Brasile, Turchia: la ricerca di una migliore qualità di vita

Recep Erdogan, il primo ministro turco, ha proposto lui stesso un paragone tra gli eventi della Turchia e quelli del Brasile.  Ma la sua interpretazione è stata tendenziosa, anzi irresponsabile: si è servito del paragone per alimentare una fantasiosa teoria della cospirazione, secondo la quale sia la Turchia che il Brasile sarebbero colpiti da chi invidia il loro successo economico presente. Lasciando da parte Erdogan, però, è indubbio che fra la Turchia e il Brasile di questi giorni ci siano manifeste convergenze, che risaltano ancor di più data la completa diversità sul piano storico, politico, culturale, religioso delle società in questione.  Forse quella più evidente è nella modalità stessa dei sollevamenti.  I movimenti sono stati auto-organizzati, e il loro successo è dovuto a un effetto valanga: sono partiti da una questione locale, con obiettivi limitati, e poi sono dilagati al di là di ogni aspettativa, compresa quella dei loro stessi iniziatori.  Almeno fino ad oggi, non hanno una vera e propria leadership o comunque le loro leadership sono molto allentate e decentrate.  Continuano a essere “rivoluzioni dei senza nome”, come in questi stessi giorni veniva ricordata la sollevazione della Germania orientale nel 1953.

sao pauloAncora più significative, però, sono le convergenze sui contenuti della protesta.  In entrambi i casi la scintilla è venuta da questioni concrete della vita quotidiana dei cittadini, che toccano però il tema centrale dello sviluppo urbano e della necessità di adottare visioni e strategie molto differenti da quelli oggi praticate.  Se a Istanbul si trattava della difesa di un parco che ha una funzione importante nella vita della città, a San Paolo la ribellione si è originata per la questione del trasporto pubblico.  Lo stato è considerato colpevole di richiedere di più (il famoso aumento dei 20 centavos) e di offrire di meno.      In Brasile come in molte altre parti del mondo lo sviluppo degli investimenti nell’ambito del trasporto pubblico non tiene il passo con le  esigenze della mobilità dei cittadini delle grandi aree urbane.  Per di più l’aumento del traffico automobilistico incrementa ulteriormente le difficoltà di circolazione del trasporto di superficie, con effetti disastrosi sui tempi di percorrenza.  Il cocktail è micidiale: alle maggiori esigenze dei cittadini si risponde con una qualità del servizio sempre decrescente.  E a questo si aggiunge il severo inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni dei gas di scarico di auto e autobus, con gravi conseguenze per la salute dei cittadini.  Questo, fra l’altro, è oggi diventato un problema enorme per la stessa Cina. E anche la Cina, con tutta la sua attuale ricchezza e i suoi giganteschi piani di sviluppo delle ferrovie metropolitane in tutte le aree urbane, corre il concreto rischio che il processo gli sfugga di mano. Il Brasile, tanto per fare paragoni, è oggi ancora meno attrezzato della Cina.  San Paolo è famosa in tutto il mondo per i suoi terribili ingorghi stradali, e l’estensione della rete metropolitana oggi in atto non riesce a tenere sotto controllo il traffico privato.

traffico san paoloUna seconda affinità fra Turchia e Brasile è che in questo momento i cittadini, e soprattutto i giovani, non riescono a dare uno sbocco propriamente politico alla loro opposizione alle scelte governative. In entrambi i casi, per motivi molto diversi, i sistemi politici sono irrigiditi.  In Turchia il principale partito di opposizione, il CHP di orientamento laicista fondato dallo stesso Atatürk, è troppo diviso al suo interno su questioni fondamentali per risultare al momento un’alternativa credibile.  Basti pensare alla questione curda: nel CHP convivono sia curdi impegnati nel loro movimento di emancipazione, sia ultranazionalisti che vorrebbero negare ad essi ogni autonomia.  Quanto al Brasile il panorama dei partiti è molto frammentato: l’attuale presidente Dilma Rousseff si appoggia su una coalizione di 10 partiti.  Così anche nelle forze al potere trovano spazio molte espressioni dei potentati locali tradizionali.  Il fatto che oggi il governo brasiliano conti 39 ministeri la dice lunga sul gioco di equilibrio che anche l’attuale presidente deve far fronte rispetto alle esigenze fondamentalmente conservatrici dei suoi “grandi elettori”.                                                                                                                     Ma la maggiore attualità dei movimenti di protesta in Turchia come in Brasile sta nella loro critica implicita al modello di sviluppo economico in atto nelle nazioni ascendenti del mondo (e vale certamente per la stessa Cina).  Fino ad oggi i successi di questo modello hanno consentendo l’emergenza di classi medie, e di una società civile in senso proprio, in paesi che tradizionalmente ne erano carenti.  Ma oggi queste stesse classi si vedono negate quell’ampliamento dei diritti civili e quelle richieste di maggiore democrazia partecipativa per cui si sentono politicamente e culturalmente mature.  Peggio ancora, dinanzi ai possibili rallentamenti dello sviluppo economico queste classi si sentono  Continua a leggere