L’Europa e il mondo, fra globale e locale

La svolta epocale del 1492 ha dato il via a uno dei tratti essenziali della storia globale nell’età moderna: un’intensa europeizzazione e, in seguito, un’occidentalizzazione del mondo. Questi processi continuano anche ai nostri giorni, pur se in maniera differente. Nel passato come nel presente l’identità europea viene costantemente reinventata dalle sue relazioni con il mondo.

Oggi, però, la posizione dell’Europa è molto diversa da quella di un secolo or sono. Non più centrale ma provinciale: è un semplice nodo, anche se molto rilevante, di una rete globale policentrica. L’Europa è così sollecitata a ricercare nuove possibilità per il suo futuro e per il futuro del mondo, riscoprendo e reinventando gli aspetti creativi della sua storia, delle sue culture, delle sue identità.                                                                                                                         European-map-with-countries-flags-and-borders-Stock-VectorNel mio libro L’Europa globale. Epistemologie delle identità, analizzo appunto la complessa storia europea e le radici profonde di quel tentativo, in atto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, di dare un’adeguata espressione politica all’identità culturale polifonica dell’Europa, spesso controversa, ma che ha comunque saputo resistere ai nazionalismi, agli autoritarismi e ai totalitarismi del ventesimo secolo.                                                    Il policentrismo europeo, nei casi più felici, ha incentivato la creazione di un tessuto di relazioni fra culture anche assai disparate: i movimenti politici, culturali e nazionali europei hanno sempre avuto una risonanza ad ampio raggio, accogliendo protagonisti di diverse origini, appartenenze etniche ed identitarie e mettendo in relazione spazi, tempi e mondi variegati e talvolta eterogenei.                                                                                                                 Oggi la rapidità dei mutamenti sociali e tecnologici in atto, insieme all’impatto profondo sul nostro continente dei conflitti e delle tensioni di un mondo sempre più interconnesso, ha messo in crisi gli equilibri faticosamente raggiunti dalla costruzione europea negli ultimi decenni.  La biforcazione è cruciale: andare avanti verso il compimento dell’unione politica almeno di alcuni paesi europei (probabilmente quelli che oggi aderiscono all’Euro) oppure essere riuscchiati all’indietro in quell’età dei nazionalismi miopi e risentiti che non accenna a chiudersi?

Di ciò parliamo nel seguente dialogo-intervista con Arianna Barazzetti

Arianna Barazzetti – Le identità certe, monolitiche ed indiscutibili sono ormai da considerarsi anacronistiche e anzi pericolose.  Quali possibilità ha l’Europa per ripensare le proprie identità e le proprie diversità durante l’era della globalizzazione?

Gianluca Bocchi – Le identità che noi consideriamo certe e monolitiche sono sempre state oggetto di costruzioni storiche, talvolta anche recenti o ancora in divenire. Spesso queste identità, che si sentono e si credono indiscutibili, celano la loro reale natura costruita e transitoria dietro meccanismi di comunicazione retorici, volti ad assicurare gli interessi a breve termine di coloro che se ne servono.  La funzione mobilitatrice di tali identità è potente, ma proprio per questo rischia di diventare estremamente distruttiva e autodistruttiva.

Nel contesto di panorami politici e sociali di lunga data, costantemente riemergenti nell’ultimo secolo, frequenti e abituali sono state e ancora sono le strategie che slobodefiniscono un’immagine compatta del nemico e che per far ciò pescano a piene mani nel campo confuso e contradditorio delle identità etniche, nazionali o religiose, molto più ricco di narrazioni alternative e complementari di quante possano emergere nel discorso nazionalista. Tali strategie, assai comode per consolidare i totalitarismi, gli autoritarismi e anche varie forme di democrazia autoritaria, finiscono col far collassare la molteplicità delle narrazioni possibili su di una sola narrazione fantasmatica.  Spesso si rivelano un disastroso boomerang, che si ritorce contro coloro che le hanno adottate.                                                                                                                                        Risulta allora prioritario e necessario un consapevole lavoro interdisciplinare, per far comprendere alle opinioni pubbliche e alle stesse classi dirigenti la grande complessità che le idee di identità e di confine hanno assunto nella storia europea. Queste idee hanno a che fare con processi storici e sociali in cui le teorie e le pratiche delle identità e dei confini si mostrano in tutta quanta la loro ambivalenza: fattori ad un tempo costruttivi e distruttivi, mobilitatori e cristallizzatori.                                                                                                   I confini, come del resto le identità, derivano da lunghi processi di costruzione che affondano sempre le proprie radici in spazi e in tempi eterogenei e differenti. Non possono essere considerati inevitabili o necessari, ma vengono in essere attraverso conflitti, compromessi, e spesso anche attraverso una notevole creatività.                                                                                                                        GalataSe trasformassimo anche sul piano propriamente epistemologico, quello che ci appare come cosa data in processo, ecco che potremmo allargare lo spazio in cui pensare tanti problemi teorici e pratici che tormentano il nostro continente.  Mentre le identità rigide e statiche sono esclusive, nel momento in cui iniziamo ad interpretare le identità stesse come realtà costruite al crocevia di diverse narrazioni, ci rendiamo conto che esse possono essere anche di tipo inclusivo, tali da condurre alla condivisione e alla sovrapposizione di territori ed etnie.
                                                                                                                                Arianna Barazzetti – Possiamo quindi sostenere che qualunque cittadino europeo porti in sé una moltitudine di mescolanze?

Gianluca Bocchi - Nei vari piani culturali, etnici, linguistici, genetici ogni cittadino europeo ha un’identità molto ricca e variegata. Se costruissimo un albero genealogico di un qualunque cittadino europeo vedremmo che gli apporti ancestrali che lo permeano provengono da ogni parte.  Le varie regioni d’Europa presentano una notevole permeabilità culturale anche nelle tradizioni popolari.  Ovviamente le élites hanno avuto un grado ancora maggiore di permeabilità culturale, che ha dato ad esse un ruolo fondamentale di tramite tra le varie culture d’Europa.  L’età degli indurimenti nazionalistici ha in parte eclissato, ma non certo dissolto, la multispazialità e la multitemporalità delle radici individuali e collettive dei cittadini del nostro continente.

Le identità europee, ad uno sguardo attento, sono quanto di più permeabile, mosso, evolutivo si possa concepire.  Anzi, una loro indagine potrebbe essere una via esemplare per comprendere il carattere processuale e inclusivo di qualunque genere di identità, a qualunque livello di generalità ci si voglia collocare.  Le identità europee non sono separate, ma si sovrappongono, anche se molti politici e intellettuali hanno frainteso completamente la loro missione e hanno cercato di rendere separato ciò che strutturalmente era ed è sovrapposto.                                                                                                 Czeslaw MiloszTutto ciò scaturisce non solo da molteplici esperienze sul campo, ma anche dalle narrazioni di vario genere provenienti da tutte le culture europee. Pensiamo soltanto alla grande letteratura dell’Europa centro-orientale: tanti romanzi, racconti, biografie degli autori che sono vissuti in quest’area così tormentata ci fanno intravvedere tante stratificazioni e sovrapposizioni culturali caratteristiche di questa o quella città, di questa o di quella regione.  Il più delle volte, le vicende tumultuose di un ventesimo secolo così drammatico ha attentato a queste stratificazioni e a queste sovrapposizioni, senza tuttavia cancellare del tutto la loro memoria.

La grande contrapposizione che così si palesa è quella tra una visione processuale e una visione statica delle identità, tra un’idea di identità flessibile e un’idea rigida.  La contrapposizione fra queste due visioni riguarda anche e soprattutto la relazione con la storia. La visione processuale delle identità è infatti in accordo con i processi storici e sociali che hanno sempre fatto dell’Europa un luogo di incontro e, nello stesso tempo, di confronto e di scontro fra identità molteplici, in un’ambivalenza di integrazioni e di separazioni che non può essere sciolta e semplificata.  Al contrario, una visione delle identità rigide ed esclusive conduce spesso a narrazioni fantasmatiche, tendenziose e ingannevoli, atte a immaginare una storia a senso unico per trovare nel passato ipotetici sostegni ai vincitori del momento.  Queste narrazioni sono certo mobilitatrici di energie, ma queste energie sono soprattutto distruttive e autodistruttive, basate su motivazioni contestabili che quando sono smascherate lasciano un paesaggio devastato, sul piano materiale non meno che sul piano simbolico.

Arianna Barazzetti – Il mito nazionale, dal punto di vista storico, è un agente che ha promosso e sostenuto un passaggio dal locale al globale attraverso il quale si è formata l’Europa moderna.  Quali implicazioni profonde ha avuto un tale processo?

Gianluca Bocchi – L’onnipresenza delle comunità locali è un aspetto di grande rilevanza nella storia europea, che oggi deve essere compreso e ripensato. Nella gran parte della storia europea la massima parte dei cittadini vivevano in comunità locali basate sull’agricoltura, immote e chiuse su se stesse. Questo aspetto del paesaggio umano d’Europa non esaurisce certo la complessità della sua storia: accanto ad esso appaiono anche comunità cittadine molto aperte e creative, come nel caso dei Comuni Lega_anseaticaitaliani, delle Fiandre o della Lega Anseatica, che avevano già la funzione ante litteram delle città moderne: al loro interno vi erano culture plurali, e grazie alle reti commerciali di cui facevano parte esercitavano la funzione di tramite fra culture anche molto lontane l’una dall’altra. Ma in ogni caso, fino ad età moderna inoltrata, la massima parte delle comunità locali in Europa e nel mondo erano caratterizzate dal contatto fisico immediato: non solo nei villaggi contadini ma anche nelle città le comunicazioni tra individui erano in genere molto dirette.

E direttamente comunicavano anche le élites culturali del continente, in una sorta di repubblica delle lettere dai valori condivisi: oggi ci stupiamo della mobilità di queste élites pronte a tenere ricchissimi epistolari o anche a muoversi in cerca delle innovazioni più interessanti senza curarsi troppo dei confini politici ed etnici.

Ma, a parte la rilevante eccezione delle reti cittadine, la gran parte delle comunità locali comunicavano ben poco l’una con l’altra: ogni compagine politica europea possedeva una serie interminabile di barriere interne, trapassate dalle élites ma non dalla massima parte della popolazione.

E’ solo con la nascita di un vero e proprio sistema mondo sul piano economico, che ha avuto origine nell’età delle esplorazioni geografiche condotte dagli europei, che i governanti dei vari stati nazionali del nostro continente comprendono la necessità di mettere in relazione tutte le comunità locali di cui i loro domini erano composti.

Avviene allora una transizione paragonabile a quella che avvenne nel mondo greco, dal tempo della polis all’età ellenistica. Nell’età classica i greci erano concentrati in tante città stato, dove il contatto fisico era fondamentale.  Dopo l’avventura di Alessandro Magno, in età ellenistica, la civiltà greca si diffonde e si disperde, arrivando sino in India e in Egitto: ormai sono coinvolte milioni di persone.  In qualche modo la traiettoria di sviluppo degli stati nazionali europei dell’età moderna è simile.  Per quanto le comunità di partenza siano eterogenee – un villaggio agricolo è molto differente da Parigi – sempre più impellente è l’esigenza e la necessità di far convergere e quasi di fondere insieme tutte queste comunità. E’ un’esigenza posta anzitutto dalle mutate condizioni dell’economia mondiale: le monarchie assolute dell’età moderna avevano bisogno di vasti mercati fatti di consumatori e questo, al di là della loro stessa volontà, ha iniziato a trasformare gli antichi sudditi in cittadini, sempre più dotati di diritti che con il tempo diventano inalienabili.

Nel processo sono coinvolte appunto milioni di persone.  Ciò che non può essere realizzato con il contatto fisico, viene reso possibile sollecitando l’immaginario.  Anche se le differenze di classe e di cultura permangono sostanziali, vi è una notevole convergenza delle visioni del mondo attraverso l’adesione a narrazioni nazionali comuni.  L’idea di nazione diventa sempre più pervasiva proprio grazie a queste narrazioni, che sono basate su un repertorio ricchissimo di miti, di monumenti, di simboli, di eroi.

Human_migrationMa oggi il potere coesivo di queste narrazioni viene sempre più messo in discussione e assistiamo così a una sorta di sgretolamento delle fondazioni delle comunità dell’Europa moderna.  Al di là di ogni retorica e di interventi più o meno nostalgici, i confini appaiono sempre più vulnerabili e permeabili.  Le migrazioni sfuggono a ogni confine, anche e soprattutto perché le migrazioni nascono con il mondo stesso, e sono antecedenti a ogni tipo di confine.

Arianna Barazzetti – Le migrazioni che hanno luogo ai nostri giorni possona dare nuova forza all’idea di confine, ai miti nazionali e ai localismi chiusi e intolleranti?

Gianluca Bocchi – Con la messa in discussione delle nazioni dall’alto dei processi globali (soprattutto, ma non solo, di ordine economico), i confini non possono più funzionare. Possiamo costruire tutti i muri e i reticolati che vogliamo contro i rifugiati e i migranti: però i muri e i reticolati non possono far nulla contro il riscaldamento globale, non possono agevolare la transizione energetica, non aiutano l’innovazione sociale del tutto necessaria per rispondere alle sfide dell’automazione e della maggiore durata di vita delle donne e degli uomini. Del nostro mondo, vi sono sempre più aspetti essenziali che sfuggono a qualunque confine. E poi – lo ripetiamo – non dobbiamo mai dimenticare che le migrazioni sono nate con l’umanità, e che sono primarie e diremmo più flessibili rispetto a ogni pratica confinaria.

Nell’Europa dell’età moderna i confini si sono induriti e sono stati addirittura sacralizzati, e caricati di significati emotivi pronti a contribuire alle detonazioni belliche. L’Unione Europea ha faticato molto a infrangere un tale quadro ma, negli ultimi decenni, la sdrammatizzazione (non l’abolizione) dei confini ha certo contribuito non solo a innescare feconde dinamiche locali transfrontaliere, ma anche a plasmare in senso positivo la mente delle giovani generazioni, che hanno goduto di una mobilità senza pari, anche e soprattutto mentale.  E allora non possiamo che chiederci quali sarebbero le vittime di un Schengen-1nuovo irrigidimento dei confini: lo sarebbero solo i rifugiati e i migranti? O, insieme e forse soprattutto, non lo sarebbero gli europei stessi?

L’inevitabile apertura delle nazioni al mondo ha paradossalmente messo in discussione anche e soprattutto le modaità con cui le nazioni stesse avevano omologato o assorbito le comunità locali. La narrazione prevalente negli ultimi secoli era quella di considerare le comunità locali come il passato, e le comunità nazionali come il presente e il futuro.  Al contrario, molte comunità locali mantengono una capacità di mobilitazione assai pronunciata per cui, senza un plebiscito di tutti i giorni che rinsaldi i legami tra queste comunità locali e le nazioni di cui fanno parte, queste ultime sono a rischio di disgregazione più o meno pronunciato.

Chiaramente un serio problema sorge quando la rinascita delle comunità locali si degrada in localismo. Il localismo indica e comporta la chiusura delle comunità su se stesse, il che è un peccato esattamente parallelo a quello del nazionalismo, che comporta la chiusura delle nazioni su stesse. Il localismo contrasta lo stesso processo da cui le comunità locali oggi sono state rivitalizzate, perché nell’età globale esse sono diventate elementi di reti che le interconnettono alle più diverse aree del mondo.

Arianna Barazzetti – Come si situano oggi le comunità locali all’interno del complesso reticolato globale?

G. B. – Come abbiamo detto il richiamo alle comunità locali oggi è ambivalente.  Accanto al rischio di chiusura si stanno definendo anche nuove possibilità interessanti per la politica, la cultura e anche per l’economia.                                                                         In primo luogo, in un mondo dove moltissimi contatti sociali sono ormai demandati alle reti informatiche o comunque a mezzi di comunicazione “freddi”, possiamo prospettare un sano recupero dei valori del corpo e della fisicità, ritrovando aspetti centrali nella vita della polis tradizionale.  In secondo luogo, vi è una richiesta emergente di maggiore qualità della vita, ispirata anche dalla questione ambientale ma non soltanto da questa e, insieme, vi è una riscoperta delle proprie radici, del proprio genius loci, non più quale fuga passatistica ma quale punto di partenza per l’innovazione.  La posta in gioco è un circolo virtuoso fra conservazione e innovazione che ovviamente è compito della politica alimentare.

ISprawln tali termini si situano ad esempio le questioni urbane contemporanee.  Le città europee moderne hanno attributo un grande valore alla reciproca accessibilità, sia dei loro cittadini l’uno con l’altro sia fra di loro e il mondo esterno.  Oggi questa valorizzazione dell’accessibilità interna ed esterna deve diventare un fulcro della vita di tutte le comunità locali.  Vi è una simbiosi sempre maggiore fra città e “contado”, e la scelta è se questa simbiosi porti a un degrado ambientale e sociale o, sperabilmente, ci spinga a promuovere l’elevazione della qualità della vita individuale e collettiva.

In questo frangente si mostra uno dei maggiori difetti degli stati nazionali moderni e contemporanei, ancora più esasperato nell’ultimo secolo, che è l’eccesso di burocratizzazione.  Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni avrebbero potuto aiutare a bloccare questo eccesso, e invece rischiano di incentivarlo, oltre a innescare – se utilizzate con scarsa consapevolezza – processi di astrazione e di spersonalizzazione non necessari e non auspicati.  Ecco perché, da parte di molte istanze, vi è un’esigenza di progetti bottom up, che partano dal basso e che completino i tradizionali progetti top down.

Naturalmente, questa interpretazione del locale come risorsa non è da tutti condivisa: anzi il richiamo del locale può diventare preda di nuove forze autoritarie che giocano una seconda carta, il localismo accanto al nazionalismo.

11-de-setembreOggi si torna a parlare di secessionismo per importanti regioni d’Europa, quali la Scozia nei confronti del Regno Unito e della Catalogna nei confronti della Spagna.  Qui non si tratta però di localismo, ma di vere e proprie “nazioni interrotte” che nel corso dei secoli hanno subito gravi torti storici.  Tuttavia le attuali indipendenze di queste nazioni correrebbero il rischio di recidere legami sedimentati, e di alimentare una chiusura nazionalistica.  Ma, certamente, i governi centrali del Regno Unito e della Spagna ancora sottovalutano le ferite inferte a queste nazioni nel passato e sono a tutt’oggi incapaci di trasformare la loro forza identitaria in risorse costruttive per la comunità tutta.  Questa oggi è certamente una fonte di crisi per l’Europa nel suo complesso.

Arianna Barazzetti – Città e luoghi di frontiera, quali vincoli e quali possibilità esprimono?

Gianluca Bocchi -  Fino all’età moderna la gran parte delle società europee, piccole, immote e in massima parte contadine, erano in genere molto omogenee e sottoposte a un grande controllo sociale.  Le città iniziano a fare eccezione già nel secondo medioevo: per le città passano Medieval_Citymolti flussi migratori, si innesca una certa mobilità sociale, i vincoli del controllo sociale si allentano relativamente.  Le città saranno successivamente i luoghi chiave delle unificazioni culturali delle rispettive nazioni, e trasmetteranno i loro valori innovativi nei territori circostanti.                                                                                                                       Ma oggi la tarda modernità si è impigliata in un nuovo tipo di omologazione dei cittadini, dovuto alla burocratizzazione.  Per cui l’interrogativo su quali possano essere i cittadini del futuro non ha una risposta scontata.  Ci chiediamo con apprensione se i processi tecnologici in atto finiscano col generare nuove forme di omologazione e di controllo sociale, o se invece la cittadinanza del futuro possa essere basata su un’interazione costruttiva tra diversità considerate feconde e basilari.  Riusciremo a vivere insieme in quanto diversi, come fra l’altro Alain Touraine ha chiesto con grande acume?

Dinanzi a questa sfida dei nostri giorni le grandi città assomigliano sempre più ai luoghi di frontiera in quanto entrambi questi generi di luoghi sono attraversati da flussi continui, che li rendono difficilmente normalizzabili.  Per le grandi città questo è evidente: su di esse converge ogni tipo di immigrazione (e anche di emigrazione), da vicino, da lontano, dal proprio paese, dal resto d’Europa, dal resto del mondo…  Ma anche i luoghi di frontiera, che spesso sono storicamente multietnici perché tracciare frontiere etniche in Europa è rheinsempre stato molto difficile, sono plasmati da flussi bidirezionali, che possono essere giornalieri, settimanali, mensili, annuali, occasionali, ciclici, stabili…  E’ da notare che in genere questi flussi transfrontalieri apportano un guadagno per l’economia e per la cultura delle fasce di frontiera di entrambe le nazioni confinanti.

Oggi abbiamo dunque la necessità che si inneschi un circolo virtuoso fra i valori nazionali e quelli locali.  Indubbiamente la rinascita delle dimensioni regionali e locali mette in crisi le omologazioni spesso imposte dagli stati nazionali, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di un nuovo patriottismo che integri le comunità locali e le metta in relazione evolutiva, altrimenti le comunità locali non farebbero altro che ripetere su una scala in miniatura gli errori degli stati nazionali moderni.  E’ chiaro che dinanzi agli impetuosi cambiamenti apportati dai processi di globalizzazione la reazione psicologica di chiudersi su se stessi rischia di essere sfruttata in forma miope e autodistruttiva da chi cavalca l’onda del populismo. Ai politici che non vogliono rassegnarsi a questa degradazione spetta oggi una notevole dose di responsabilità, e diciamo anche di cultura, per aiutare i propri cittadini a rielaborare le loro sensazioni di incertezza e a vedere nuove possibilità per il loro stesso futuro.

Creare contesti favorevoli perché le tante diversità di cui oggi si compone l’Europa possano non solo interagire, ma costruire insieme è oggi più che mai un compito politico importante a tutti i livelli territoriali, da quelli nazionali a quelli locali.  E’ una necessità ineludibile, se vogliamo che il nostro continente rimanga un laboratorio di creatività e di innovazione, riannodandosi con ciò alle pagine migliori della sua storia e combattendo la tentazione di riproporre la via distruttiva delle sue pagine oscure.


9 novembre 1989, nascita della Germania unita. 11 gennaio 2015, nascita dell’Europa unita?

Là dove cresce il pericolo cresce ciò che salva, recita il poeta.  Una tale consapevolezza può alimentare un seme tenace di speranza in un momento buio della storia d’Europa: in un momento in cui l’Europa appare stretta fra una nuova guerra mondiale dichiarata da un nemico tetro e lo scetticismo interno, che spinge taluni politici a evocare come scenario desiderabile l’irrigidimento delle nostre società aperte e l’impraticabile ritorno a sovranità nazionali assolute, ogni giorno smentite dalle più diverse esigenze poste da un’irreversibile interdipendenza planetaria.  I cortei dell’11 gennaio hanno avuto andamenti ed esiti sorpendenti: nel numero di chi ha voluto prendervi parte, a Parigi, nelle città francesi e nelle capitali internazionali; nell’intensità e nella compostezza delle loro partecipazioni; nella creatività degli slogan, pur in un momento di lutto; nella compartecipazione di cristiani, islamici, ebrei, atei e laici senza altre qualifiche non soltanto e non tanto a una protesta, ma anche e soprattutto alla condivisione di valori comuni.

liberteUna grave difficoltà per i cittadini europei dei nostri giorni, e soprattutto per gli appartenenti alle giovani generazioni, è quello di mettere nella giusta prospettiva – sia rispetto alla storia umana e dell’Europa stessa, sia rispetto alle condizioni del mondo contemporaneo – il significato dirompente dei settant’anni di pace di cui quasi tutto il nostro continente ha goduto; degli sviluppi democratici che sono diventati quasi universali nell’Europa occidentale dopo il 1945, nell’Europa mediterranea dopo il 1975, nell’Europa centro-orientale dopo il 1989; del rispetto e della promozione dei diritti umani; della centralità anche dei diritti economici e sociali.  Il fatto che i cittadini europei si mostrino spesso scontenti, e non manchino di manifestare questo sentimento, nei confronti delle manchevolezze e delle regressioni dei diritti umani, democratici, economici, sociali non fa che rafforzare l’eccezionalità della nostra condizione. Ai nostri occhi, i diritti non appaiono come un’acquisizione statica, bensì come un processo interminato: non sono semplicemente da difendere, sono anche e soprattutto da rigenerare e da ampliare in relazione alle svolte della storia e del vivere associato.

policiersCon il loro stesso movimento, i manifestanrti dell’11 gennaio hanno proposto un’idea d’Europa che non é staticamente identitaria, definita da un ‘dentro’ e da un ‘fuori’ ed espressa dall’immagine della fortezza.  Ma non è nemmeno quell’idea puramente economica che ha preso il sopravvento nelle ultime generazioni di politici.  Vi è una terza idea d’Europa, ben presente alla generazione dei padri fondatori all’indomani della seconda guerra mondiale e che il compianto Ulrich Beck, insieme al suo collega Edgar Grande, ha espresso con l’idea di Europa cosmopolita: è un’Europa nata nella lotta contro i totalitarismi del ventesimo secolo, che fa della libertà, della democrazia e dei diritti non un punto d’approdo, ma un orizzonte da approfondire e da espandere.      Gli slogan dell’11 gennaio, “je suis Charlie, je suis Ahmed, je suis juif, je suis flic, je suis musulman, je suis chretien” hanno colto il senso profondo di questa terza Europa.  In gioco non è solo la difesa della libertà di stampa, di satira, di religione.  In gioco non è solo il ruolo irrinunciabile delle forze dell’ordine nella difesa della nostra società democratica.  Soprattutto, si tratta di comprendere come, nelle nostre società occidentali, l’identità di ciascuno di noi sia ormai definita anche dalle relazioni che sappiamo intrattenere con le identità altre: queste identità altre ci possono far crescere senza farci temere la perdita della nostra identità.  Una società interculturale e multiidentitaria ospita cittadini dalle molte identità e dalle molte appartenze; e i cittadini che sappiano vivere molte identità e molte appartenenze ad un tempo sono a loro volta le migliori garanzie per la saldezza e l’equilibrio di una società interculturale e multiidentitaria.  Questo circolo virtuoso ha oggi preso il via in occidente, anche se ancora timidamente, anche se trova ancora molti ostacoli e molte incomprensioni sulla sua strada.

parisLa nostra è l’età in cui un indivuduo non è più sotto il potere congelante delle identità territoriali a cui apparterebbe inalterato, per nascita e per sempre.  In primo luogo queste stesse identità si moltiplicano e si sfrangiano.  Se ci limitiamo ai soli diritti di cittadinanza politica, e al modo in cui sono espressi nelle ritualità elettorali, vediamo che ognuno di noi è cittadino di almeno quattro comunità di estensione e di peso demografico crescenti – il proprio comune, la propria regione, il proprio stato, l’Unione Europea – e non è detto che l’appartenenza a tutte queste comunità sia sempre agevole e concorde.  In secondo luogo, ognuna delle nostre appartenenze territoriali e politiche è declinata in innumerevoli modi, a seconda delle innumerevoli storie individuali.  Vi sono mille modi di essere italiani, francesi, tedeschi, a seconda del luogo in cui si è nati, del luogo in cui si è cresciuti, del luogo in cui si abita, a seconda delle storie dei propri genitori, delle storie delle generazioni più antiche, della propria educazione linguistica, delle proprie esperienze religiose…  In terzo luogo, scopriamo sempre di più come le stesse identità nazionali siano il risultato di complesse costruzioni storiche, in quanto tali contingenti e parziali, che spesso sono persino capaci di amalgamare in un intreccio coerente comunità, culture, valori che nel passato erano stati ostili o nemici.  Michel Serres, uno dei grandi filosofi francesi degli ultimi decenni, ha ben espresso tutto ciò quando racconta come nel suo essere francese siano presenti i latini conquistatori e i galli conquistati, la chiesa cattolica dominante e i catari che di questa stessa chiesa furono vittime.  Aggiungeremo che oggi la tradizione nazionale francese dà il dovuto onore a Luigi XIV come a Robespierre, ai Girondini come a Napoleone, che pure incarnano ideologie eterogenee e storicamente incompatibili.

Coq_gauloisMa prima ancora di ogni educazione politica e istituzionale alla cittadinanza europea (e mondiale), ciò che è proprio delle ultime generazioni di europei è una mobilità senza pari, negli spostamenti fisici come nelle connessioni informatiche.  Il viaggio, tradizionalmente appannaggio di élites più o meno ristrette, è diventato elemento decisivo nell’esperienza delle giovani generazioni, e con esso quelle che possiamo chiamare ‘migrazioni temporanee’: la residenza in altri paesi per diversi periodi di tempo, per studio, per lavoro, per allargare le competenze linguistiche o semplicemente per approfondire le proprie conoscenze.  Le connessioni informatiche in tempo reale, d’altra parte, fanno sì che si creino sempre nuove reti fra persone situate nei luoghi più disparati dell’Europa e del mondo, e che la stessa esistenza quotidiana di queste persone sia influenzata dalla loro appartenza a queste reti: e quelle di ordine strettamente professionale e scientifico sono fra le più importanti, ma non certo le uniche.                                                                                                                      Queste nuove condizioni influenzano potentemente le identità individuali e collettive, e i loro orientamenti esistenziali e culturali e, alla fine, anche politici.  Accanto alle tradizionali identità territoriali, di nascita o di residenza, sono diventate sempre più importanti le cosiddette identità elettive.  Si intessono reti con persone sparse nelle varie parti del mondo, e si prediligono talune culture e taluni luoghi del mondo per le più diverse ragioni: artistiche, musicali, sportive, e anche spirituali.  Il tratto fondamentale di queste appartenenze elettive è che non sono esclusive, ma inclusive: ognuno di noi può far parte di molte reti, dalla diversa estensione e dalle diverse modalità, senza alcuna gerarchia e anzi contribuendo a nostra volta alla connessione fra differenti persone che appartengono a reti differenti.  E questa inclusività delle identità elettive può generare una nuova inclusività delle identità territoriali: ci si può sentire appieno cittadini europei, sentendosi non solo cittadini della propria nazione, ma anche cittadini elettivi delle altre nazioni, che oggi contribuiscono tutte quante a far evolvere ognuno di noi.                                               Le reti elettive, culturali e professionali, a cui ognuno di noi appartiene non si arrestano naturalmente ai confini dell’Europa, ma intrecciano e ricombinano – in maniera ogni volta differente – le varie culture del mondo.  In Europa, però, data la facilità degli spostamenti e delle comunicazioni hanno raggiunto una densità del tutto particolare.  E’ questo lo scenario da cui può emergere un nuovo patriottismo europeo, che non sia alternativo e Continua a leggere

1914-2014: l’età delle guerre mondiali. La nuova minaccia totalitaria

La storia è imprevedibile, e spesso scomoda.  L’anno in cui dovevamo soffermarci a riflettere sul significato profondo del centenario della catastrofe del 1914 è stato uno degli anni più densi di conflitti e di tragedie dalla fine della seconda guerra mondiale.  Come se fossero parte di un disperato invito alla vigilanza, alla difesa di conquiste che ritenevamo irreversibili e perciò scontate, si sono succeduti, alternati e intrecciati tanti scenari di guerra, attuali e potenziali, di diversa natura e dalle diverse cause.  Il monito da far nostro è che in questa età della globalizzazione non si può non andare avanti, se non si vuole andare indietro.  Sapremo imboccare con coraggio una stretta strada che ci conduca alla costruzione di una civilità planetaria, alla condivisione di regole comuni a tutte le nazioni e a tutte le culture, per un governo del mondo su scala globale?  Oppure verremo risucchiati in un’interminabile età di guerra, con antiche e nuove barbarie mescolate in un mosaico agghiacciante?  E, fra queste regole comuni, si ergono il rispetto e lo sviluppo dei diritti umani, tragicamente calpestati nell’anno di guerra 2014.
Nei primi mesi dell’anno il fronte più caldo del mondo appariva quello dell’Asia orientale, tanto da far porre la domanda se le molte tensioni intercorrenti fra i molti attori operanti sulla scena non potessero deragliare in un conflitto aperto, innescato forse da un singolo evento di importanza apparentemente minore, come a Sarajevo nel 1914.  xi jinping-shinzo abeIl fatto è, che per l’Asia orientale, il dopoguerra non è ancora finito e la riconciliazione fra Cina e Corea del Sud da un lato e il Giappone dall’altro non è avvenuta.  Ciò provoca ancora ondate di nazionalismo popolare che, in un certo senso, scavalcano i governi stessi e li spingono verso politiche nazionaliste ancora più rigide.  Le tensioni sono continuate per tutto l’anno, hanno coinvolto altri attori come il Vietnam e sono state accompagnate dalle intermittenti provocazioni dell’incognita nord-coreana.  Però i canali diplomatici restano aperti, come mostra la stretta di mano (per quanto fredda) fra i due contendenti maggiori – il giapponese Shinzo Abe e il cinese Xi Jinping – e l’attivismo internazionale di quest’ultimo.  Egli ha fra l’altro visitato il premier neoeletto dell’India, il nazionalista Narendra Modi, alla ricerca di nuove forme di cooperazione fra due potenze che nell’età della guerra fredda non si sono certo amate (e, talvolta, si sono apertamente scontrate).     I canali diplomatici restano aperti – nonostante un gioco di sanzioni e di controsanzioni – anche in un altro focolaio di crisi all’estremità opposta del continente eurasiatico: in Ucraina e nelle coste del Mar Nero. Qui il conflitto dei nostri giorni rievoca non la situazione posteriore al 1945, ma quella antecedente al 1914: l’età in cui i grandi imperi del mondo andavano in cerca di qualunque situazione potesse legittimare le loro ambizioni espansive, in genere a spese di popoli, nazioni o etnie al momento più deboli, con o senza l’accordo delle altre potenze egemoni.  E l’impero russo era pronto a cercare e a sfruttare tali situazioni, a partire del settecento, quando già aveva considerato l’odierna Ucraina un suo fronte designato di espansione, a spese sia dell’Impero Ottomano che della Polonia.

Tsar PutinIl carattere imperiale della Russia è sopravvissuto alla fine degli zar, trovando una nuova incarnazione nello stalinismo.  Così la questione delle “frontiere occidentali sicure” per l’Unione Sovietica è stata affrontata con successo, secondo la visione del Cremlino, sia nel 1939 che nel 1945:  agli inizi come alla fine della seconda guerra mondiale.  Nel 1939 Stalin non esitò ad accordarsi con Hitler per incorporarsi territori già appartenuti all’impero zarista: Polonia orientale, Lituania, Lettonia, Estonia, Bessarabia (attuale Moldova).  E, nel 1945, mantenne tutte queste conquiste – con ulteriori correzioni a suo favore – quasi legittimato da una pretesa morale, date le enormi devastazioni e le enormi perdite che l’Unione Sovietica dovette sopportare nella guerra antinazista.  Anche se ridotta rispetto alla disciolta Unione Sovietica, e di forma istituzionale repubblicana, ai nostri giorni la Russia autoritaria di Putin mantiene molte caratteristiche dell’impero multinazionale russo dell’età moderna, favorito in ciò dalle sue modalità storiche di espansione: dall’inglobamento coloniale di tanti piccoli popoli territorialmente contigui rispetto al cuore dell’impero, per i quali non si è mai posto – a livello centrale – il problema di un’eventuale decolonizzazione.  E fra le maggiori continuità con l’impero zarista e con l’Unione Sovietica sta l’ipersensibilità russa per la questione delle sue frontiere occidentali. Proprio perché il territorio “imperiale” si è ritirato dopo la svolta del 1989, il distacco politico dell’Ucraina viene percepito con sentimenti di inscurezza da parte dei nazionalisti russi, che oggi prevalgono nel regime e a livello popolare.   D’altra parte, è proprio la scomoda eredità sovietica ad allontanare dalla Russia buona parte dell’opinione pubblica ucraina: per loro restano imperdonabili i milioni di morti conseguenti alla carestia provocata ad arte dal regime staliniano negli anni trenta del novecento (holodomor).

Islamic StateNegli ultimi mesi passi progressi effettivi non hanno avuto luogo, nell’appianare le divergenze in questa “nuova guerra fredda”.  Ma, come del resto nelle fasi anche più acute della guerra fredda, è prevalsa la volontà di mantenere la contesa a livello diplomatico.  La necessità di scongiurare una nuova Sarajevo è per ora attentamente presidiata.                Proprio perché in un mondo così pieno di tensioni e di confliti dell’inizio l’occidente tende a ragionare inevitabilmente – e, diremmo, fortunatamente – per via politica e diplomatica, esso si è trovato spiazzato nei confronti di un avversario di nuovo tipo: un avversario che fa della violenza la sua parola d’ordine esibita ed esasperata, che è ideologicamente contrario a ogni idea di politica e di diplomazia, che proclama un conflitto da lui unilateralmente definito intenzionalmente come un conflitto di religioni.  Da parte nostra è meglio definirlo: un conflitto fra un tentativo di negazione di tutte le forme concrete delle culture del mondo (dato le inclinazioni intimamente distruttive di questo nuovo avversario) e il rispetto e la valorizzazione di queste culture.                                                                  La  voce di Edgar Morin è continuata a risuonare alta, in questi decenni: vigilare perché una terza forma di totalitarismo poteva nascere, dopo la sconfitta del nazismo e la dissoluzione dello stalinismo.  Adesso è nata, e ci ha dichiarato guerra.  La definiremo jihadista, almeno in via provvisoria, dato che fa della guerra e della violenza la sua prima ragione d’essere.  Evitiamo di aggiungere l’aggettivo islamista, per non passare indebitamente dalla parte al tutto, dall’ideologia estremista di una minoranza a una religione di portata mondiale che permane a tutt’oggi diversificata.  Però la nostra scelta terminologica non ci esime, a tempo debito, di porci la scomoda domanda: “che cosa ha a che fare l’islam con tutto ciò?”.  Su questa domanda, non potremo non tornare.             Il dilagare delle bande ultra-integraliste nella Siria e nell’Iraq devastati dalla guerra civile, l’autoproclamazione di un sedicente stato islamico (IS) e poi di un califfato, l’aggressione al popolo curdo sono giunti come un fulmine a ciel sereno all’opinione pubblica occidentale.   Improvvisamente, ci siamo trovati dinanzi a una serie di crimini di Kobaneguerra che appaiono una sintesi di quanto di più efferato sia stato prodotto nell’ultimo secolo: genocidi; conversioni imposte con la violenza; rapimenti di donne e di bambini; reclutamento di “bambini guerrieri”; stragi di civili; decapitazioni a sangue freddo di giornalisti, di giuriste impegnate nella difesa dei diritti delle donne e di incolpevoli ostaggi occidentali; distruzioni di luoghi sacri e di altre inestimabili testimonianze del passato, in atti che sono stati definiti di “pulizia culturale” (e, direi anche, di “genocidio culturale”).  Forse il tratto più conturbante è che, da parte dell’IS, l’esecrata pratica della schiavitù non solo viene massicciamente praticata, ma viene esplicitamente teorizzata, nel 2014.  Dobbiamo tornare a qualche pagina oscura dei conquistadores spagnoli delle Americhe per trovare qualcosa di analogo, e forse nemmeno allora asserito così spudoratamente.  E, in ogni caso, nemmeno i conquistadores spagnoli sono arrivati a teorizzare la schiavitù sessuale delle donne, anche se episodicamente l’avranno certo praticata.                                                                                                                           Si è potuto osservare come la violenza nei territori occupati dall’IS sia di tipo ancora più estremo di quella terroristica praticata da al-Qaeda.  Al tempo di Osama Bin Laden e dell’11 settembre 2001 la violenza poteva apparire un mezzo per produrre un fine: la sollevazione islamica mondiale.  Oggi la violenza è ancor più fine a se stessa: produce la pulizia etnica (nel senso più forte del termine) di tutti coloro che non adottano il modo di vita violentemente imposto.  Soprattutto, l’IS ha un’attitudine ben più estremista di al-Qaeda nei confronti dello stesso mondo islamico.  Mentre al-Qaeda propugnava l’unità degli islamici e esibiva un certo rispetto per le loro diverse tradizioni, oggi l’ideologia del califfato proclama eretici – e quindi vittime designate – tutti gli islamici che non aderiscono alle loro visioni, e soprattutto gli sciiti, considerati “non islamici” alla pari di tutti i cristiani, ebrei, yazidi e di tutti gli appartenenti alle altre confessioni del mondo.                          Stare davanti a violenze di questo genere è quasi intollerabile.  La prima reazione, naturale, è quella di distogliere lo sguardo, di credere che non siano vere e come ultima istanza di appellarsi alla lontananza e all’arcaismo del contesto. Questo è avvenuto, a suo tempo, nel caso dei Taliban afghani.  Ma questo è avvenuto anche nel caso dei crimini nazisti e stalinisti compiuti nel cuore dell’Europa, la notizia dei quali filtrava da frammenti di narrazioni agli inizi valutati inverosimili.  La scoperta della vera portata dell’olocausto, nel 1945, e della sistematicità dei gulag, nel 1956, è stato un grave fattore di turbamento, ma anche di crescita della vigilanza democratica europea.  Oggi dobbiamo intraprendere operazioni analoghe, cercando di ragionare sui misfatti di un nemico che è molto diverso, e in alcune conseguenze può essere perfino peggiore del nazismo e dello stalinismo.           Da qui dobbiamo comunque partire: dall’esperienza di un’Europa che ha intrapreso con coraggio la lotta contro i due totalitarismi del ventesimo secolo e che oggi deve combattere con altrettanto coraggio contro il totalitarismo del nuovo secolo.  E’ inevitabile  chiederci in quali aspetti il nemico attuale differisca da quelli affrontati a suo tempo.  Scopriamo così come il nazismo e lo stalinismo abbiano messo in moto i loro apparati mortiferi grazie a una presa di potere delle istituzioni di stati molto importanti in Europa e Continua a leggere

Ricominciare dai curdi, ricominciare dagli yazidi. La diversità, patrimonio inestimabile dell’umanità

La speranza è che la comunità internazionale possa presto risarcire i curdi delle dolorose prove di questi giorni, e delle sofferenze che subiscono anche a causa del cinismo di Erdogan e compagni e, insieme, dell’impotenza di Europa e Stati Uniti.  Quando sarà il tempo di costruire un nuovo ordine per il Medio Oriente, l’Europa avrà il dovere morale di sostenere la causa di uno stato curdo.  Disgraziatamente, le incalzanti vicende dell’Iraq e della Siria hanno trovato l’occidente impreparato e assopito, moralmente e intellettualmente.  C’è voluto troppo tempo prima che l’indignazione provocata dalle stragi dell’IS spingesse alla reazione, per ora ancora inadeguata.  E, intanto, per molti curdi, yazidi, sciiti, cristiani, ostaggi occidentali o, semplicemente, sunniti non integralisti il ritardo è stato fatale.  Ed è stato tragico per molte donne di tutte queste confessioni, vendute come schiave dei nuovi oppressori.  Per tutti questi destini spezzati oggi gridiamo vendetta, anche se la vendetta dovrà essere sotto il segno della rinascita e non della distruzione ulteriore.   Ma le colpe non stanno solo nelle ambiguità e nelle disattenzioni della politica internazionale, e nelle lotte di potere in Iraq, in Siria, in Turchia, in tutto il mondo arabo.  Le colpe stanno anche nelle nebbie intellettuali e morali che ostinano a farci considerare le montagne della Mesopotamia lontane e remote, proprio come alla svolta del secolo era avvenuto nei confronti dell’Afghanistan, prima del drammatico segnale di allarme dell’11 settembre 2001.  Di queste nebbie un segno provincialissimo è stato l’uso disinvolto, anche da parte di qualche politico nostrano, dei termini di curdi, sunniti e sciiti come se costituissero tre non precisate “etnie” collocabili sullo stesso piano.  Come se le guerre balcaniche dell’ultimo decennio del novecento non ci avessero insegnato nulla, sulla questione cruciale delle identità etniche e nazionali.

kurdistan1La sempre maggior rilevanza assunta da una tale questione ci ha condotto a riscoprire la conferenza seminale dello storico francese Ernest Renan il quale, nel 1882, aveva ben compreso come le nazioni fossero sempre il risultato di una complessa costruzione storica, politica e popolare.  Spesso le nazioni sono tenute insieme da una medesima appartenenza religiosa, da una medesima lingua e da una medesima storia, ma talvolta questo non basta.  Ancora più importante è ciò che avviene nella vita quotidiana, perché i membri di una nazione risultano tali solo se sono uniti dalla volontà di vivere insieme.  La nazione è “un plebiscito di tutti i giorni”: senza un tale plebiscito le nazioni possono disgregarsi e morire.  E, al contrario, le nazioni possono nascere.  E possono esistere anche nazioni i cui membri si riconoscono tali anche se non sono omologati da una lingua o da una religione comune.  In questo senso, il caso dei curdi è esemplare.                        I curdi parlano lingue differenti, anche se appartenengono tutte al ceppo iranico delle lingue indoeuropee.  Le molte varietà dialettali si sono oggi unificate attorno alle due lingue scritte del Kurmanji (soprattutto in Turchia) e del Sorani (Iraq).  Ma milioni di curdi parlano altre lingue ancora, che non definiremmo “curde” in senso stretto: sono le lingue Zaza-Gorani, che appartengono a un ramo differente delle lingue iraniche.  Chi si occupa dell’etnogenesi del popolo curdo sostiene che questo è un indizio di ondate di migrazioni successive dalle quali, per fusione, è nata successivamente l’attuale etnia curda.                 Ancora più notevole è la varietà religiosa dei curdi, mantenuta attraverso i secoli, che è sfociata in una visione laica della convivenza, approdo prezioso e singolare in una regione oggi travolta dal fondamentalismo.                                                                                    La maggioranza dei curdi kurdssi divide fra sunniti e sciiti, come è abituale in tutto il resto dell’area.  Decisiva al proposito è stata la funzione dell’antico confine che separava l’Impero turco degli ottomani, una dinastia sunnita, dall’Impero persiano dei safavidi, una dinastia sciita: così nell’antico territorio dell’Impero ottomano (Turchia, Siria, Iraq), i curdi sono in maggioranza sunniti e in Iran sono in maggioranza sciiti.  Ma anche in Turchia vi sono molti curdi aleviti: una variante sciita che, nonostante le frequenti persecuzioni ottomane, si è diffusa anche fra i turchi stessi, interagendo in vario modo con le usanze curde e turche pre-islamiche e con quelle delle confraternite islamiche dei sufi e dei dervisci, anch’esse protagoniste delle vicende religiose dell’Anatolia e dei Balcani moderni.  Dopo la prima guerra mondiale, molti aleviti sono diventati convinti seguaci di Atatürk, in vivace polemica con la tradizionale ortodossia sunnita.                                                                                                                              Vi sono stati e vi sono curdi cristiani, anche se minoritari: anzi, nel mondo curdo vi sono state e vi sono talune conversioni al cristianesimo, fatto non frequente nell’area.  Ed è probabile che molti dei cristiani di confessione “assira”, parimenti bersaglio delle atrocità dell’IS, siano di orgine curda e siano stati poi arabizzati nel corso dei secoli.  Vi sono curdi ebrei, oggi riparati tutti quanti in Israele, ma che continuano a considerarsi curdi.  Vi sono curdi zooroastriani, persino convertitisi in età recente.

Fra le religioni dei curdi vi sono da annoverare anche lo yazidismo e lo yarsanesimo (Ahl-e-YazidiHaqq), culti sincretici che portano l’impronta delle antiche religioni dell’Asia Minore e che poi si sono trasformati in un lungo processo di convergenza con le religioni monoteistiche.  La diversità religiosa dei luoghi è ancora maggiore se consideriamo anche gli Shabak, un gruppo etnico di lingua zaza-gorani la cui religione mescola elementi sufi, yazidi e cristiani, e i Mandei, un gruppo etnico di lingua neo-aramaica che traggono direttamente la loro religione da una fede del mondo antico.  Anche questi gruppi sono stati gravemente minacciati negli ultimi anni, e ora rischiano la scomparsa nelle loro terre d’origine (come nel caso degli yazidi, l’emigrazione in Europa e in America è la loro ultima risorsa).                                                                                 Così l’attuale guerra civile dell’islam, che è nel contempo guerra dell’IS contro tutte le fedi del pianeta, minaccia di estinzione, nella maniera più cruenta, uno straordinario mosaico di diversità religiose che connette il mondo antico e il mondo moderno, l’Anatolia, il Caucaso, l’Iran e il Medio Oriente, e che è patrimonio non solo dei curdi, ma dell’umanità tutta.  Questo mosaico è sopravvissuto alle invasioni di Gengis Khan e di Tamerlano, alle spinte Continua a leggere

La Svizzera, la Grecia, i difficili confini di un’Europa divisa

Il referendum che ha diviso a metà l’elettorato svizzero e che ha visto prevalere di misura la parte d’opinione pubblica propensa a contingentare ogni forma di immigrazione ha aperto in tutta quanta Europa discussioni a vasto raggio.  Prevedibilmente, i partiti nazionalisti e antieuropeisti – come quello di Marine Le Pen – hanno invitato a prendere come modello la decisione svizzera.   Ma si può anche approfittare dell’occasione per trarne lezioni assai differenti.  L’occasione, infatti, è spiazzante.  Per una volta i rapporti fra il dentro e il fuori si sono capovolti.  E’ la Svizzera che tende – moderatamente, a dire il vero – a ostacolare l’immigrazione dei cittadini dei vari stati dell’Unione Europea.  E questo potrebbe aiutarci a rammentare un tratto della storia europea anche recente, evidente ma sempre più rimosso: che in tutta l’età moderna l’Europa è stata terra di emigrazione molto più che di immigrazione.  Rivitalizzare anche in questo caso le memorie storiche dei nostri popoli e dei nostri stati potrebbe meglio aiutare ad affrontare con più consapevolezza ed equilibrio le vicende di una frontiera ben più tormentata dell’Unione Europea: quella mediterranea. 

Farmakonisi

Sono passati alcuni mesi dalla tragedia di Lampedusa, ma le situazioni drammatiche nel Mediterraneo continuano a replicarsi.  Nuove tragedie hanno luogo.  Il 24 gennaio, al largo di Farmakonisi, un’isola greca dell’Egeo, è affondata una barca di migranti provenienti dalla Turchia: 25 di loro erano afghani e 3 siriani, e tutti cercavano nella lontana Europa un approdo per sfuggire a situazioni instabili e pericolose.  Sono morte tre donne e nove bambini.  I sopravvissuti hanno accusato: i sorveglianti della guardia costiera greca avrebbero respinto la barca in piena tempesta, e persino rigettato in mare i naufraghi che cercavano scampo.  Naturalmente le autorità greche si sono affrettate a contestare i racconti dei sopravvissuti, che però sono stati presi molto sul serio dall’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalla Commissaria per gli Affari Interni dell’Unione Europea.  Le autorità greche hanno replicato sottolineando lo stress continuo a cui è sottoposta la nazione per far fronte alle ondate di immigrazione clandestina.  Ma l’eco della vicenda non si è spenta: dopo una manifestazione di protesta dei profughi afghani davanti al parlamento greco, il 20 marzo è stato tenuto un dibattito alla sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per discutere seriamente sulle cruciali implicazioni umane e politiche del ripetersi sempre più frequente di disastri del genere.

africa europa

La tragedia di Farmakonisi, come già quella di Lampedusa, mette in primo piano l’inadeguatezza delle regole a suo tempo stabilite dalla convenzione di Dublino: essa obbliga chi è in cerca di asilo a farne richiesta solo allo stato di primo approdo.  E ciò provoca una pressione insostenibile soprattutto sulle nazioni mediterranee: Italia, Grecia, Spagna.  Anche se è sperabile che le tensioni oggi aperte in un’altra frontiera critica dell’Unione Europea – quella con l’Ucraina e con la Moldova – non comportino significative ondate di profughi (qualche giorno fa alcuni tatari di Crimea hanno comunque chiesto asilo in Polonia), è chiaro che la convenzione di Dublino è del tutto inadeguata rispetto all’incalzare delle vicende dei nostri giorni.             Al tempo di Lampedusa, esponenti del governo tedesco si erano mostrati poco sensibili alle esigenze italiane, sostenendo che alla fine la Germania darebbe asilo a un maggior numero di profughi di quelli che vengono accolti nel nostro paese.  Ecco: è proprio di questo rimpallo di responsabilità quello di cui non abbiamo bisogno.  Né abbiamo bisogno che ogni paese e che ogni parte politica vada in ordine sparso, spesso avanzando proposte volte a blandire una parte dell’elettorato, improvvisamente conteso da nuovi partiti aggressivi e nazionalisti: così l’UKIP in Gran Bretagna e il rinnovato FN di Marine Le Pen in Francia.                                                                                                                            Dalle amare tragedie di Lampedusa e di Farmakonisi potrebbe derivare un insegnamento più costruttivo: fra le molte buone ragioni che oggi impongono un approfondimento dell’Europa politica e la rivitalizzazione della prospettiva di un’Europa federale la necessità di una visione comune in tema di immigrazione e di relazioni con il Sud del mondo è senz’altro una delle più urgenti, se non la più urgente.  L’attuale difformità e confusione delle opinioni e delle politiche getta un peso insostenibile sulle popolazioni costiere del Mediterraneo e, nello stesso tempo, dà dell’Europa una ben misera immagine nel mondo intero: come se una delle sue parti più ricche e sviluppate volesse sottrarsi alle responsabilità che le spettano per il bene comune.

globalmigrationAssumersi responsabilità non equivale certo ad ergersi a onnipotenti salvatori del mondo.  Ma significa definire regole e limiti comuni e presiedere alla loro evoluzione, nella prospettiva di aprire gradualmente nuove possibilità meno incivili alla vita associata degli individui e dei gruppi umani.  E assumersi responsabilità significa anche comprendere quanto rapidamente e quanto intensamente i flussi migratori che toccano l’Europa si siano invertiti nel giro di pochi decenni: l’Europa è sempre più simile a quelli che sono stati e ancora sono Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Argentina, tutte terre di immigrazione e di ospitalità per decine di milioni di europei che sfuggivano dalla povertà e da governi ostili o indifferenti.  Martin Schulz, presidente dell’attuale parlamento europeo, all’indomani di Lampedusa ha voluto porre l’accento proprio su questo nuovo aspetto dell’identità europea: per l’Europa d’oggi l’immigrazione non è un’emergenza, ma una condizione strutturale.  Anche e soprattutto in questo campo dobbiamo smettere di rifuggire dalla responsabilità politica e affrontare coraggiosamente il problema delle condivisione di nuove regole, con la consapevolezza che la situazione dell’Europa d’oggi è per molti versi nuova e inedita rispetto ai paesi dei nuovi mondi.  Sul piano spaziale qui non esistono frontiere da estendere, da colonizzare e da riempire, ove sistemare e qualche volta confinare i nuovi arrivati: l’Europa, anche se in calo demografico, è sufficientemente piena e la crisi economica aumenta ulteriormente i conflitti che ne derivano.  Ma proprio la crisi e la stagnazione attuali rendono per l’Europa vitale la frontiera dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica, che si alimenta di alterità in relazione, che si nutre di un sottile equilibrio fra unità e diversità. La difficile scommessa è di delineare una società in cui le relazioni fra diversità culturali siano sostenibili e generative, in cui soggetti vecchi e nuovi interagiscano e generino nuovi spazi di possibilità, invece di separarsi, di combattersi o di omologarsi.

popoli in fuga

Ma la sfida continua a non venir percepita, e non solo per la miopia di molti politici.  Il fatto è che i cittadini dell’Europa d’oggi, quasi indipendentemente dalle loro visioni ideologiche e dalla loro formazione culturale, faticano a entrare nella condizione e nell’emozione dei migranti in fuga, convinti di essere schermati per diritto dalle violenze di cui soffrono e legittimati dunque a rivolgersi a loro con simpatia, con condiscendenza o con avversione, a seconda delle opinioni soggettive.  Eppure non bisognerebbe essere grandi esperti di storia per comprendere che le sofferenze da cui oggi l’Europa è circondata da ogni parte sono le stesse sofferenze che hanno dilagato in Europa in un passato assai recente.  La storia europea dalla guerra di Crimea di metà ottocento alle guerre balcaniche di fine novecento è percorsa da un sinistro filo rosso di popoli e di individui (decine di milioni: un bilancio preciso è arduo) fuggiti, espulsi, scacciati, deportati, Continua a leggere

Giappone: ritorno al passato?

Park Geun-hye è stata eletta Presidente della Corea del Sud nel dicembre del 2012.  E’ la prima donna a rivestire questa carica nel suo stato e, più in generale, ad assumere un ruolo così rilevante in un’area del mondo in cui la presenza femminile in politica non è particolarmente diffusa.  Fra tanti radicalismi e irresponsabilità dei paesi vicini la sua voce risuona per autorevolezza e moderazione.  Ha proposto, ad esempio, la costituzione di una commissione comune tra giapponesi e sudcoreani per la riscrittura dei libri di storia, sull’esempio di quanto hanno fatto da tempo tedeschi e francesi, tedeschi e polacchi: la riconciliazione postbellica, che in Asia Orientale a tutt’oggi non è avvenuta, non può che fondarsi sulla diffusione nelle giovani generazioni di una memoria critica, per metterle in grado di soppesare torti e ragioni reciproche e di prendere la distanza dagli errori e dagli orrori del passato.  Non a caso, nell’Estremo Oriente dei nostri giorni, un problema educativo fondamentale è la marginalizzazione delle conoscenze storiche: una studentessa giapponese ha raccontato della compressione, nel suo corso di studi, dell’intera storia umana in un solo anno (!), da Homo erectus alla globalizzazione.

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Così il rifiuto di Park Geun-hye di più stretti rapporti con l’attuale governo giapponese per affrontare i tanti problemi dell’area è un segno forte del disagio dei sudcoreani nei confronti della politica della memoria (o dell’oblio) dei vicini: a tutt’oggi i giapponesi non sono inclini ad ammettere le atrocità da loro commesse nei decenni di dominio coloniale, 1905-45.  Anzi, le relazioni sono sempre sul punto di deteriorarsi ulteriormente, perché è ancor viva la questione delle centinaia di migliaia di donne e di ragazze – provenienti da tutte le nazioni occupate dal Giappone, ma soprattutto dalla Corea del sud – costrette a forza a prostituirsi ad uso e consumo dei militari giapponesi durante la seconda guerra mondiale.  La ferita è sempre aperta:  il governo giapponese aveva avanzato un’ammissione di colpa nel 1993, ammettendo che l’uso della forza e della coercizione non poteva essere negato.  Ma negli ultimi anni alcuni esponenti neo-nazionalisti giapponesi hanno preso le distanze da questa ammissione, insistendo ostinatamente – e senza alcuna ragione da parte loro – sulla volontarietà della prostituzione di queste comfort women, secondo l’eufemismo con cui erano state definite le vittime: lo stesso Yoshihide Suga, portavoce dell’attuale governo, ha sostenuto la possibilità di una revisione della posizione ufficiale adottata dal Giappone due decenni or sono.  Fortunatamente il primo ministro Shinzo Abe non l’ha seguito su questa strada e ha fatto sapere che nessuna revisione è all’ordine del giorno.

China South KoreaLa Corea del Sud e la Cina oggi si trovano dalla stessa parte, per fronteggiare il revisionismo giapponese che non è una frangia minoritaria di estrema destra e che anzi trova espressione insistita in persone vicine all’attuale governo.  Di questo revisionismo vi è un’espressione controllata, ma proprio per questo alquanto irritante: in guerra, soprattutto nel ventesimo secolo, di crimini ne avrebbero commessi tutti quanti e non si vedrebbero motivi particolari per scuse e per ammissioni di colpa unilaterali.  Ve ne sono però anche espressioni più spinte, che considerano i crimini di guerra giapponesi in Cina (come il massacro di Nanchino) puri e semplici prodotti della propaganda statunitense e che si dilatano in un  negazionismo nei confronti dell’Olocausto, nella distruzione di copie del Diario di Anna Frank, in un’esaltazione dello stesso Adolf Hitler.  Questo tipo di revisionismo, che in molti paesi d’Europa è legalmente sanzionato, rischia oggi di diventare in Giappone quasi moneta corrente.  I cinesi, preoccupati, fanno nel contempo notare come il nonno di Shinzo Abe, Nobusuke Kishi, che era stato a sua volta primo ministro negli anni cinquanta, si fosse macchiato di crimini di guerra durante l’occupazione giapponese della Manciuria, e della regione di Shenyang in particolare, negli anni successivi al 1931.                              Il governo di Abe oggi gode di un notevole consenso popolare in Giappone, ma questo non significa che manchino voci critiche autorevoli, anche se al momento minoritarie.  Una delle più significative è quella di Hayao Miyazaki, il grande regista autore di tanti poetici film d’animazione. Nel suo ultimo film – Si alza il vento - ha affrontato proprio il tema Continua a leggere

Ucraina, le ombre di un secolo lungo: le ossessioni della Russia, le mancanze dell’Europa

Subito dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, lo storico inglese Eric Hobsbawm incarnò il comune sentire del momento in una felice espressione: il ‘secolo breve’, 1914-89, era ormai alle spalle, con tutte le sue guerre e le sue tragedie.  Ma oggi, alla vigilia della scadenza dell’anniversario del 1914, si fa strada una sensazione quasi opposta: il ‘secolo breve’ ci appare come un ‘secolo lungo’, che ancora non vuole passare e che ci tiene prigionieri.  Sì, a tutt’oggi Berlino e dintorni – la Germania, l’Europa occidentale e buona parte dell’Europa centro-orientale – restano fedeli all’unica vera invenzione politica e istituzionale degli ultimi decenni: la sovrapposizione di sovranità prospettata (e non ancora pienamente attuata) dall’Unione Europea.  Ma da tutte le parti i conflitti aperti nell’ultimo secolo, o prima ancora, continuano a congelare i popoli e le nazioni: le frettolose linee di divisione messe in atto tra Israele e paesi arabi nel 1948 e fra India e Pakistan nel 1947; la spartizione coloniale del Medio Oriente subito dopo la prima guerra mondiale; l’inimicizia radicata fra Cina e Giappone che risale almeno al 1895, quando la Cina sconfitta dovette cedere al Giappone Taiwan e lasciargli mano libera in Corea.  E la “nuova guerra fredda” che incombe dopo le intromissioni della Russia in Ucraina ci porta ancora più indietro: alla situazione internazionale nel corso dell’ottocento, quando il conflitto mondiale principale e persistente era fra Russia e Gran Bretagna.

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La concezione dei confini e della politica internazionale che oggi motiva e muove la Russia di Putin è esattamente quella della Russia imperiale dell’ottocento.  Il confine è una linea di divisione che separa un dentro e un fuori, un noi e un loro.  La politica internazionale è un gioco a somma zero in cui alle mie vittorie fanno da contrappunto le sconfitte altrui, vittorie tanto più apprezzate quando suonano come rivincite delle proprie sconfitte e delle vittorie altrui del passato.  Questa visione, naturalmente, non era solo russa, ma era condivisa da tutti gli imperi e da tutte le nazioni europee dell’ottocento.  Presiedeva alla sistemazione dei confini europei dell’Europa post-napoleonica (Congresso di Vienna, 1815), quando gli antichi universalismi dell’Impero Germanico e della Chiesa di Roma erano ormai svaniti nel nulla.  E nel corso di tutto l’ottocento si era irrigidita in Europa ed era dilagata nel mondo, coinvolgendo aree e popoli per i quali le esperienze dei confini lineari e delle sovranità assolute, esclusive e rivali erano aliene: pensiamo all’Africa, ai nativi dell’America Settentrionale o, ancora, ai popoli nomadi delle steppe dell’Asia Centrale.  In Europa, la convinzione che il successo della nazione si misuri con le sue vittorie nei giochi a somma zero ha precipitato il continente in una distruttiva “guerra civile” che ha incendiato l’intero pianeta (1914-45).  Nel mondo, le spartizioni imperiali e coloniali fra possessi territoriali e aree di influenza ostacolano ancor oggi le convivenze fra le molte etnie e religioni dei singoli stati post-coloniali (l’Africa e il Medio Oriente sono casi fin troppo drammaticamente esemplari).

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Naturalmente altre visioni, altri giochi sono possibili, e sempre più necessari.  I confini possono essere ritradotti come luoghi di sovrapposizione e di integrazione fra culture, identità e qualche volta persino sovranità, come nuclei di emergenza e di sperimentazione di nuove forme di cooperazione economica e sociale.  Gran parte delle nazioni e dei popoli europei hanno iniziato ad elaborare una tale visione non per una loro particolare lungimiranza, ma perché costretti dai risultati autodistruttivi della visione tradizionale. Mentre negli ultimi decenni l’Unione Europea ha goduto di notevole successo per la reinterpretazione dei suoi confini interni, ha però sottovalutato la possibilità di una reinterpretazione dei suoi confini esterni.  Anzi, ha trascurato l’intera questione.                Se c’è un territorio in cui le culture, le identità, la storia e le storie dell’Europa e della Russia si sovrappongono questa è l’Ucraina: frontiera nel presente per la varietà delle identità culturali dei suoi abitanti, frontiera nel passato per la molteplicità degli influssi di Roma e di Costantinopoli, di Varsavia, di Mosca e di Vienna.  Ciò è esattamente quello che vogliono negare la visione e le azioni della Russia di Putin.  Ma per potere contrastare efficacemente questa visione e queste azioni, bisogna chiedersi se non l’abbiamo negato anche noi.                                                                                                                                    Il problema cruciale, per l’Europa e per gli Stati Uniti, non è Putin, ma il consenso che le sue mosse oggi ricevono dal popolo russo: consenso che non si spiega soltanto sulla base della completa e voluta disinformazione di quanto avviene effettivamente in Ucraina.  Anzi, è probabile che Putin sia così deciso nella sua linea di condotta proprio al fine di

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La politica italiana, oggi: autoinganni, coazioni a ripetere, e un dopoguerra che non è finito

Le decisioni della Corte costituzionale sulla legge elettorale sono state attente e poco invasive.  Hanno escluso gli aspetti meno sostenibili della legge elettorale antecedente, lasciando aperto un enorme spazio di possibilità per i legislatori. Pareva dunque un richiamo salutare alla capacità inventiva e all’esigenze di qualità dell’arte della politica.  Alla luce di questo richiamo, quanto è accaduto nei giorni successivi è preoccupante.  Perché gran parte dei leader politici italiani non hanno per nulla percepito questo enorme spazio di possibilità.  Al contrario, si sono mossi per presidiare nuovamente lo stesso cantuccio già occupato nel vecchio spazio.  E questo significa; una nuova legge elettorale senza preferenze e con un premio di maggioranza sempre eccessivo, una legge forse ancora più rigida della precedente per l’elevazione di certe soglie di sbarramento.  Un premio di maggioranza che porta automaticamente del 35 per cento dei voti al 50 per cento dei seggi non ha analogie in Europa.  Peggio ancora, però, è il possibile doppio turno che regolerebbe la corsa al premio di maggioranza, nel caso in cui la soglia del 35 per cento non venisse raggiunta.  In tal caso, la maggioranza assoluta dei seggi potrebbe essere ottenuta anche da partiti che, al primo turno, ottengano il 30 per cento o anche meno del consenso popolare.  Esattamente quella situazione che la Consulta, nello spirito se non nella lettera, ha giudicato insostenibile.  E non sappiamo nemmeno se questa nuova legge, una volta approvata dal Parlamento, possa superare un nuovo vaglio della Corte costituzionale.

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Non tutto, naturalmente, è negativo nel percorso di riforme che si tenta di aprire: l’abolizione del bicameralismo perfetto Camera-Senato è quanto mai opportuna, e impedirà il calvario post-elettorale del 2013 e anche quello del governo Prodi dopo il 2006.  Ma, di contro, preoccupante non è tanto l’attuale proposta di legge elettorale elettorale, quanto lo sono le narrazioni e le retoriche con cui viene sostenuta.  E così, viene presentata come una svolta decisiva della politica italiana quella che è una semplice variazione sul tema, discutibile e in questa forma logora della “governabilità a tutti i costi”.  Perché questo accade, dipende da fraintendimenti in cui la politica italiana si è impantanata negli ultimi decenni e da cui non riesce a liberarsi:  che il risultato elettorale possa e debba tradursi senza eccezioni e senza intermediazioni in un particolare governo e che la legge elettorale sia di per sé in grado di garantire un sistema politico sano. Sarebbe il caso di affrontare la questione anche da altri punti di vista e di comprendere come un sistema politico non troppo conflittuale, imperniato su forti valori condivisi, sia in grado di utilizzare in maniera flessibile le leggi elettorali in vigore, e persino di sdrammatizzare il risultato stesso delle elezioni.  La logica politica tedesca in questo senso è esemplare: quando per un partito il risultato ottimale non ha luogo, su scala nazionale come su scala regionale, allora è aperta la strada per le negoziazioni.  In buona parte d’Europa la coalizioni conseguenti a risultati elettorali subottimali fanno parte della normale pratica politica, mentre in Italia le “grandi Intese” (e  la diversa terminologia adottata indica anche una diversa realtà)  sono percepite come momenti di assoluta emergenza, sono aperte al rischio della paralisi governativa e alla fine possono venir esecrate quali calamità da evitare.

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Il problema serio è che l’attuale fissazione unilaterale sul premio di maggioranza, fra i suoi scopi dichiarati,  ha proprio quello di rendere impossibili coalizioni ampie e trasversali.  In Europa non esistono visioni comparabili. Le coalizioni ampie e trasversali non sono auspicate, anche perché spesso logorano gli appartenenti alla coalizione stesse.  Taluni sistemi elettorali le consentono di più, altri di meno.  Ma nessuno le impedisce direttamente.  Se si rendono necessarie, il richiamo a valori condivisi sui quali si possono fondare le parti in gioco può persino aiutare ad affrontare con una certa speranza una fase critica della politica nazionale, come è di recente avvenuto per il governo Di Rupo in un Belgio posto dinanzi al rischio concreto della disgregazione.                                                                                                             Per tornare all’Italia: siamo proprio certi che obbligare letteralmente al governo una parte politica anche nel caso in cui questa goda del consenso elettorale (diciamo) di circa un terzo del paese sia un buon servizio per i vincitori stessi?  E che non aumenti ulteriormente la conflittualità generale del sistema politico, e l’aggressività di chi si trovi nel ruolo comodo di condurre un’opposizione distruttiva?                                                              Intendiamoci: la situazione politica italiana del momento è grave ed anomala, con tre (non due!) blocchi che si percepiscono come rigidamente incompatibili.  Il ricorso al premio di maggioranza come strumento strategico per superare una situazione di paralisi è una mossa comprensibile, forse anche auspicabile.  Ma quello che non è accettabile è anzitutto la misura quantitativa di questo premio.  In secondo luogo, non è accettabile la totale assenza di consapevolezza sul fatto che questa può essere sì un’utile mossa

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TAR contro Politecnico. Dalla parte del TAR

Il TAR della Lombardia ha annullato, con ampie motivazioni, la decisione del Politecnico di Milano di tenere in inglese, a partire dal 2014, tutti i corsi delle lauree specialistiche. La questione aveva diviso gli stessi professori del Politecnico: 150 di loro hanno fatto ricorso al TAR, che così si è pronunciato sulla materia.                                                                                                                               La decisione del TAR è una buona notizia.  E’ una vittoria contro il provincialismo italiano, sempre più incline a presentare come innovative soluzioni che sono regressive, che conducono a scorciatoie, che eludono la possibilità di affrontare nella loro reale complessità urgenti nodi di fondo: le competenze linguistiche degli italiani; il loro ruolo nell’educazione; l’effettiva elaborazione di una cultura e di una mentalità internazionali.  

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Di un ampio dibattito al proposito ne abbiamo davvero bisogno, data la discordanza e la conflittualità dei commenti a caldo della decisione del TAR.  Alcuni di questi sostengono una tesi esattamente contraria alla nostra:  si tratterebbe di una vittoria del provincialismo italiano, contro le inderogabili necessità globali. Al proposito un docente dello stesso Politecnico si è espresso in termini molto espliciti: “il TAR appoggia una maggioranza retriva”, e lederebbe l’autonomia dell’Università.                        Fra i commenti, in particolare, ci sono state antipatiche allusioni al fatto che certamente i docenti che hanno fatto ricorso sarebbero stati quelli digiuni d’inglese.  Io credo e spero che sia proprio il contrario.  Chi ama le lingue, chi riconosce l’importanza dei fatti linguistici nella storia umana e l’onnipresenza delle loro implicazioni educative, e soprattutto chi ama l’inglese, non può che plaudire alla decisione del TAR.                                                         In primo luogo, è una decisione specifica: è rivolta contro l’obbligatorietà e il carattere generale e indiscriminato della proposta del Politecnico di tenere tutti i corsi di laurea specialistica in inglese.  Sul piano giuridico, è difficile sostenere la costituzionalità di questa generalizzazione, e in particolare la sua consonanza con l’articolo 33 della Costituzione che sancisce la libertà di insegnamento.  Ma lasciando ai giuristi il loro mestiere, noi vorremmo riflettere sulle possibili implicazioni formative di una tale decisione.  E notare come essa dovrebbe venire attuata a prescindere dalla nazionalità e dalle competenze linguistiche dei docenti e degli studenti. L’inglese verrebbe utilizzato come lingua veicolare anche in situazioni in cui il docente e l’assoluta maggioranza degli studenti hanno come lingua nativa l’italiano e, al limite, in cui tutti nell’aula hanno come lingua nativa l’italiano.

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Ora, la lingua nativa è quella in cui la propria competenza linguistica è massima.  Naturalmente anche nell’Italia dei nostri giorni vi sono molti individui perfettamente bilingui o multilingui  che hanno una competenza assai elevata in più lingue, ma questi non sono la maggioranza (e, fra l’altro, solo una piccola parte di loro sono bilingui italiano/inglese).  Adottare l’inglese come lingua veicolare comune fra individui tutti di lingua nativa italiana può comportare un calo notevole della competenza linguistica complessiva (a prescindere dalle forti difformità delle condizioni linguistiche di partenza fra studente e studente).
Il rischio concreto è un circolo vizioso di impoverimento linguistico che conduca a una semplificazione del pensiero e a una riduzione della qualità formativa.  A meno di non essere ancorati a una visione riduttiva del linguaggio, secondo il quale esso veicolerebbe informazioni e contenuti invarianti.  E’ evidente, al contrario, che la qualità del linguaggio partecipa in maniera decisiva alla costruzione dei contenuti, e che per comprendere concetti e idee le modalità narrative sono almeno altrettanto importanti della stringenza logica dell’argomentazione.
oxfordQuel che è peggio, però, che le possibili carenze nell’apprendimento concettuale non sarebbero affatto compensate da un avanzamento nell’apprendimento dell’inglese.  Il cattivo inglese dei docenti sommato al cattivo inglese degli studenti produrrebbe piuttosto un disapprendimento dell’inglese. Dicendo ‘cattivo’, non ci riferiamo a un problema soggettivo.  Ci possono essere persone, docenti e studenti, con ottime conoscenze dell’inglese: ma se la maggioranza di loro non è di lingua nativa è assai difficile evitare il rischio della stessa semplificazione linguistica.  Si dirà che quello che importa sarebbe l’apprendimento di un inglese minimale per farsi capire nel mondo.  Ma allora la vera vittima sarebbe l’inglese stesso, perché al suo apprendimento verrebbero posti seri vincoli.  Il messaggio rivolto implicitamente agli studenti è di non cercare di apprendere l’inglese in quanto lingua di cultura con le sue complessità e sfumature, ma piuttosto l’inglese in quanto gergo di specialisti.  Per quanto riguarda la capacità di muoversi nei contesti internazionali si rischia persino di ottenere quasi l’esatto contrario.                                                                       Difficile e contraddittoria diventa in particolare la posizione dei docenti.  Nella sua funzione di docente di una specifica disciplina il docente che usa l’inglese non è, per definizione stessa, un docente di inglese.  Eppure gli si richiede, implicitamente, anche di esercitare il ruolo di docente di inglese, senza dargli né il mandato, né gli strumenti, né la competenza (a prescindere, ripetiamo, da ogni variabile qualità soggettiva).  Il risultato diventa così del tutto casuale e incontrollabile, e rischia di mettere in imbarazzo anche e soprattutto chi l’inglese lo sa egregiamente.   E invece, le modalità di apprendimento dell’inglese nella nostra scuola e nella nostra università dovrebbero essere di elevata qualità, condivise, approfondite, parallele e intrecciate agli apprendimenti disciplinari e contenutistici piuttosto che ad essi meccanicamente appiattite e subordinate.
La questione, naturalmente, cambia quando si hanno presenti situazioni in cui buona parte dei presenti in aula non hanno l’italiano come lingua nativa o, ancora di più, quando il docente non ha l’italiano come lingua nativa.  Ma anche in questi casi non è auspicabile attaccarsi a soluzioni troppo generali: questo dovrebbe essere un monito tenuto presente  Continua a leggere

La Turchia: crocevia dei destini eurasiatici

Oggi la Turchia è al centro degli interessi dell’opinione pubblica internazionale.  Le ragioni sono molteplici: il suo stretto coinvolgimento nella guerra civile in Siria, della quale la Turchia è vittima e parte attiva nello stesso tempo; la speranza di una progressiva soluzione della questione curda, che aveva condotto a un intermittente guerra civile interna; il lento procedere dei negoziati di adesione all’Unione Europea, rispetto alla quale i governi e i politici europei continuano ad essere quanto mai divisi; l’altrettanto lento consolidamento di uno stato di diritto secondo i canoni e i valori occidentali, talvolta frenato da comportamenti assai dubbi delle autorità giudiziarie e poliziesche.  Questa nuova centralità della Turchia nelle relazioni internazionali non è nuova e risale già al tempo della fine della guerra fredda.  Ma è indubbio che gli avvenimenti recenti nelle coste orientali e meridionali del Mediterraneo, e nel mondo arabo in genere, l’abbiano portata ancor di più in primo piano.

turchia siriaNon è tanto la posizione geografica a rendere la Turchia così cruciale nell’intero contesto eurasiatico, quanto le sue vicende storiche, recenti e remote. In quanto discendente dell’Impero Ottomano, essa ha intessuto profondi legami con i popoli del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale, dei Balcani.  D’altra parte il popolo turco è il risultato della fusione degli antichi popoli sedentari che abitavano l’Impero bizantino con i popoli nomadi che nel medioevo irruppero in Asia minore da oriente, e che avevano come sede originaria le regioni della Mongolia occidentale.  Sul piano etnolinguistico, i turchi sono imparentati con gli azeri del Caucaso, con gli uiguri del Xinjiang cinese, con gli jakuti della Siberia, con molti popoli dell’Asia Centrale: kazaki, uzbeki, kirghisi, turkmeni.  Da quando l’Asia centrale è diventata la sede delle ambizioni e dei conflitti mascherati delle grandi potenze globali, la Turchia ha opportunamente rinsaldato le relazioni culturali e politiche con tutti questi popoli.

califfato ottomano

L’influenza culturale turca nel mondo islamico è salda e di lunga data.  Nel suo processo di espansione, l’Impero Ottomano nel cinquecento aveva conquistato i luoghi sacri dell’Islam nella penisola arabica: per questo il sultano si era conferito anche il titolo di califfo, cioè di guida spirituale per tutti i musulmani.  E il califfato durò per secoli, e fu abolito soltanto all’indomani della prima guerra mondiale, quando  la Turchia era ormai diventata una repubblica.                                      Lo stretto laicismo di Atatürk aveva posto fra parentesi l’identità islamica della Turchia.  Tuttavia il forte nazionalismo che ne è derivato, mettendo in primo piano l’identità etnica dei turchi, aveva nuovamente privilegiato l’islam come religione della maggioranza della nazione, soprattutto in contrapposizione alle minoranze cristiane.  Il quadro è poi notevolmente mutato con l’ascesa del partito islamico “moderato” di Erdogan.  L’ambizione del nuovo governo è diventata quella di mostrare all’intero mondo islamico la piena compatibilità fra islam e democrazia, cercando altresì (con molti tentennamenti e regressioni) di rafforzare l’immagine della Turchia come stato di diritto all’occidentale.  Proprio per questo la primavera araba è stata percepita dal governo turco come un

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